È del 3 novembre (Tgcom24.it, 3 novembre 2016) la notizia che Francesco (nome di fantasia), un sedicenne romano, vive da 3 anni chiuso in camera, rifiuta qualsiasi contatto umano, vive a letto, mangia di nascosto e l’unico contatto con il mondo esterno è rappresentato dal suo computer.

Francesco è un Hikikomori, uno dei tantissimi giovani che pian piano si isolano e staccano qualsiasi rapporto con il mondo circostante.

“Mio figlio è sempre stato introverso – ricorda la madre Michela – era sempre in disparte a scuola per sua indole. E’ il primo di tre fratelli e si sentiva responsabile. Poi la separazione da mio marito lo ha sconvolto, spingendolo nel suo mondo”.

Progressivamente il suo mondo ha avuto quattro pareti come confini, come orizzonte una persiana quasi sempre chiusa e come vie di fuga il pc e il cellulare. Niente scuola da due anni, niente amici, niente contatti umani. “Riesco ad entrare nella sua camera per portare del cibo qualche volta – dice la donna – ma lui è schivo e attacca la litania: Quando te ne vai? oppure Sei ancora qua?. (…) L’universo di Francesco è fatto di giornate tutte identiche. “La sua routine, prima di iniziare la nuova terapia, era sempre la stessa – rivela Michela - con la sveglia verso le 14,30-15,30, niente pranzo, un po’ di giochi come Fifa 2016, un po’ di serie come “Lost” al tablet. Quindi una veloce merenda sempre in camera. A cena quando, raramente, è di buon umore esce, prende il cibo e rientra. Ma più di una volta l’ho sentito muoversi di notte, di nascosto verso le due, per farsi qualcosa da mangiare e rientrare in camera. Si addormenta alle quattro”. Così un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra mentre fuori il mondo corre sempre più veloce minuto dopo minuto (Tgcom24.it, 3 novembre 2016).

Hikikomori significa letteralmente stare in disparte, isolarsi e si usa per fare riferimento a giovani e adolescenti che si ritirano dalla vita sociale per mesi o anni, trascorrendo le giornate nella propria camera da letto senza avere contatti diretti con il mondo circostante.

I casi in Italia sono circa 20-30 mila, in Francia quasi 80 mila, mentre in Giappone si parla di 1 milione di casi, numero che corrisponde a circa l’1% dell’intera popolazione giapponese (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Gli Hikikomori sono giovani che soffrono particolarmente la pressione sociale relativa alla realizzazione personale tipica della moderna società e che hanno la reazione di isolarsi per sfuggire a questo meccanismo troppo pesante da sostenere per loro.

In particolare, le pressioni esterne possono provenire dalla famiglia, dagli amici, dalla società e sono molto più difficili da affrontare proprio nel periodo dell’adolescenza, età critica sia per lo sviluppo sia per i primi reali confronti con le difficoltà della vita.

Le aspettative sociali spesso riguardano: il rendimento scolastico (“devi prendere dei buoni voti”), la carriera professionale (“devi trovare un buon lavoro/un lavoro fisso), i rapporti interpersonali (“devi essere divertente, attraente”; “devi trovarti un/una partner”), ecc.

La gestione che l’adolescente riesce ad avere della sua vita è spesso ben diversa da quella che si aspettano i genitori, gli insegnanti ed i coetanei. Questo divario tra realtà e aspettative crea un disagio nel giovane, ma quando questo gap diventa troppo grande gli adolescenti sentono di aver fallito nella loro realizzazione personale. Proprio il senso di fallimento e di impotenza può far emergere nel giovane un senso di rifiuto nei confronti di coloro che sono all’origine delle aspettative sociali che ha disatteso. Il giovane pian piano si allontana da tutto il suo mondo composto da genitori, insegnanti, amici fino a ritirarsi e ad isolarsi completamente (Crepaldi, 2013).

Gli Hikikomori utilizzano molto Internet e proprio l’uso della Rete è al centro di un’ampia discussione per capire se il rapporto tra Hikikomori e web sia la causa o l’effetto del disturbo. In tal senso esistono due teorie: secondo la prima gli Hikikomori nascono proprio a causa di Internet che attrae e isola dal mondo esterno. La seconda invece sostiene che i giovani stanno male perché non reggono il peso del confronto con gli altri e le aspettative sociali e si isolano. Solo in un secondo momento, già isolati a casa, usano il web per crearsi una vita virtuale più gestibile e meno pressante (Grosso, 2015).

Quest’ultima teoria è quella a mio avviso più valida e l’uso della Rete da parte degli Hikikomori va inteso come una conseguenza dell’isolamento e non come una causa. Questa tesi è avvalorata dal fatto che il fenomeno è nato in Giappone ancora prima della diffusione di Internet ed allora l’isolamento dei giovani ritirati in casa era totale. In quest’ottica l’uso del web può essere considerato un fattore positivo perché evita il completo isolamento del giovane e gli consente di mantenere relazioni sociali ed un contatto virtuale con il mondo circostante (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Riguardo alle modalità di cura degli Hikikomori il percorso comprende colloqui psicoterapeutici attuabili, almeno inizialmente, attraverso l’unica apertura possibile nel loro mondo cioè Internet e quindi tramite Skype o attraverso le chat.

24 Novembre 2016 at 00:13 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Tutto l’anno si è in attesa di prendersi una pausa dagli impegni quotidiani e di partire per le sospirate ferie. Molto spesso però non si è a conoscenza del fatto che potrebbero insorgere inaspettati problemi potenzialmente deleteri per il risultato positivo della vacanza.

Tutte le più comuni paure che si vivono nel quotidiano possono peggiorare in vacanza oppure, se normalmente non si soffre di alcuna fobia in modo particolare, la vacanza può essere l’occasione affinché questa possa emergere prepotentemente. Quando si opta per una meta lontana è frequente preferire come mezzo di trasporto l’aereo, ma moltissime sono le persone che hanno paura di volare. Per il fobico prendere l’aereo è una vera e propria tortura, a volte rinuncia alla vacanza a priori, in altri casi parte ma per tutto il volo è angosciato e non vede l’ora di toccare terra.

Ci sono molte altre fobie che si possono scatenare durante le vacanze (Cantelmi, Corriere della Sera, 25 luglio 2014) ed una di queste è la paura del mare o dei laghi (talassofobia e limnofobia). Sono comuni le forme moderate che consistono nella paura di acque profonde in generale, ma anche dell’annegamento. La fobia in questi casi scaturisce quando l’acqua è profonda o quando è molto torbida e non si vede il fondale (come nei laghi). Una delle principali cause di questo tipo di fobia è sicuramente un trauma subito generalmente da piccoli a contatto con l’acqua. Molto spesso le persone che soffrono di questo tipo di fobia non sanno nuotare e nei casi più gravi non riescono nemmeno a mettere la testa sott’acqua, ma rimangono dove si tocca immergendo il proprio corpo a malapena fino alle ginocchia.

Un’altra fobia è legata all’igiene (rupofobia, paura dello sporco). L’attenzione all’igiene può sfociare in crisi fobiche laddove la persona con tratti già ossessivi su questo aspetto, si trova in situazioni dove la pulizia è più difficile da controllare, come ad esempio nei campeggi, in agriturismi molto semplici o comunque in strutture particolarmente spartane.

Sempre in luoghi che si trovano a contatto con la natura può sfociare un’altra fobia: la paura degli insetti (entomofobia) o in particolare dei ragni (aracnofobia). Essa può presentarsi in vari livelli di intensità, dal disgusto alla forma più forte di repulsione, fino a un livello di incontrollabile orrore che porta ad attacchi di panico, fuga e altre reazioni fuori della lucidità. In alcuni casi anche una foto o un disegno molto realistico di un insetto o di un ragno possono provocare la paura.

Altra fobia legata alla natura è la paura dei serpenti (ofidiofobia). Essa è la paura morbosa degli ofidi (l’ordine dei rettili apodi che comprende tutti i serpenti) e, talora, delle forme serpentine in generale. La fobia può presentarsi con carattere irrazionale, eccessivo o persistente. Si possono generare delle condotte di evitamento, come ad esempio evitare di camminare in qualsiasi zona in cui questi rettili possono nascondersi facilmente, perfino nelle regioni dove è esclusa con assoluta certezza la presenza di ofidi.

Altre fobie sono legate alla paura dell’altezza o alla vastità dell’ambiente. Probabilmente la persona non sa di soffrirne finché non si trova nella situazione con determinate caratteristiche. Ad esempio, durante un percorso di montagna deve camminare lungo un sentiero che costeggia un dirupo oppure si trova a visitare delle rovine storiche in luoghi scoscesi e dai quali affacciandosi si ha la sensazione del vuoto. La persona a quel punto può anche decidere di evitare di visitare molti posti limitando drasticamente la sua vacanza.

Una fobia molto frequente è associata a provare un grave disagio in ampi spazi aperti o affollati (agorafobia). Questa fobia può emergere ad esempio durante una visita in qualche città d’arte dove i turisti sono molti e tutti concentrati a visitare i monumenti storici in determinate aree della città.

Altra fobia è legata al proprio corpo nudo e si definisce gimnofobia. Essa è definita come una paura persistente, anormale e ingiustificata della nudità. Coloro che hanno questa fobia temono sia di essere visti nudi sia di vedere altre persone nude, persino in quelle situazioni in cui la nudità è socialmente accettabile. Possibili cause di questa fobia trovano riscontro nelle insicurezze legate alla bellezza del proprio corpo rispetto agli standard dettati dalla società oppure nell’ansia sul piano sessuale.

Infine, in vacanza può svilupparsi una fobia “curiosa” e “innovativa” legata al mondo di internet: la paura di non essere popolari sui social e di essere ignorati sul web. La persona che durante l’anno mostra foto di sé sui social sempre perfette, ha timore di non ricevere più apprezzamenti positivi una volta vista in un’altra veste o peggio ha paura di essere dimenticata laddove non inserisca più foto su qualche social. Questa paura spinge la persona a postare continuamente foto e commenti fino a rischiare di compromettere la vacanza.

In tutti i casi sopra citati, se ci si organizza per tempo, la psicoterapia può fare molto. E comunque, la comparsa di queste fobie in certe persone, soprattutto in un periodo che invece dovrebbe essere caratterizzato da relax, divertimento, curiosità e scoperta, indica quanto queste siano troppo legate in modo meccanico alla loro routine quotidiana. Questa ripetitività può annoiare, ma per molte persone è una sicurezza, che se viene a mancare, destabilizza l’equilibrio quotidiano sfociando in un malessere che trova la sua manifestazione nella fobia.