È del 3 novembre (Tgcom24.it, 3 novembre 2016) la notizia che Francesco (nome di fantasia), un sedicenne romano, vive da 3 anni chiuso in camera, rifiuta qualsiasi contatto umano, vive a letto, mangia di nascosto e l’unico contatto con il mondo esterno è rappresentato dal suo computer.

Francesco è un Hikikomori, uno dei tantissimi giovani che pian piano si isolano e staccano qualsiasi rapporto con il mondo circostante.

“Mio figlio è sempre stato introverso – ricorda la madre Michela – era sempre in disparte a scuola per sua indole. E’ il primo di tre fratelli e si sentiva responsabile. Poi la separazione da mio marito lo ha sconvolto, spingendolo nel suo mondo”.

Progressivamente il suo mondo ha avuto quattro pareti come confini, come orizzonte una persiana quasi sempre chiusa e come vie di fuga il pc e il cellulare. Niente scuola da due anni, niente amici, niente contatti umani. “Riesco ad entrare nella sua camera per portare del cibo qualche volta – dice la donna – ma lui è schivo e attacca la litania: Quando te ne vai? oppure Sei ancora qua?. (…) L’universo di Francesco è fatto di giornate tutte identiche. “La sua routine, prima di iniziare la nuova terapia, era sempre la stessa – rivela Michela - con la sveglia verso le 14,30-15,30, niente pranzo, un po’ di giochi come Fifa 2016, un po’ di serie come “Lost” al tablet. Quindi una veloce merenda sempre in camera. A cena quando, raramente, è di buon umore esce, prende il cibo e rientra. Ma più di una volta l’ho sentito muoversi di notte, di nascosto verso le due, per farsi qualcosa da mangiare e rientrare in camera. Si addormenta alle quattro”. Così un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra mentre fuori il mondo corre sempre più veloce minuto dopo minuto (Tgcom24.it, 3 novembre 2016).

Hikikomori significa letteralmente stare in disparte, isolarsi e si usa per fare riferimento a giovani e adolescenti che si ritirano dalla vita sociale per mesi o anni, trascorrendo le giornate nella propria camera da letto senza avere contatti diretti con il mondo circostante.

I casi in Italia sono circa 20-30 mila, in Francia quasi 80 mila, mentre in Giappone si parla di 1 milione di casi, numero che corrisponde a circa l’1% dell’intera popolazione giapponese (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Gli Hikikomori sono giovani che soffrono particolarmente la pressione sociale relativa alla realizzazione personale tipica della moderna società e che hanno la reazione di isolarsi per sfuggire a questo meccanismo troppo pesante da sostenere per loro.

In particolare, le pressioni esterne possono provenire dalla famiglia, dagli amici, dalla società e sono molto più difficili da affrontare proprio nel periodo dell’adolescenza, età critica sia per lo sviluppo sia per i primi reali confronti con le difficoltà della vita.

Le aspettative sociali spesso riguardano: il rendimento scolastico (“devi prendere dei buoni voti”), la carriera professionale (“devi trovare un buon lavoro/un lavoro fisso), i rapporti interpersonali (“devi essere divertente, attraente”; “devi trovarti un/una partner”), ecc.

La gestione che l’adolescente riesce ad avere della sua vita è spesso ben diversa da quella che si aspettano i genitori, gli insegnanti ed i coetanei. Questo divario tra realtà e aspettative crea un disagio nel giovane, ma quando questo gap diventa troppo grande gli adolescenti sentono di aver fallito nella loro realizzazione personale. Proprio il senso di fallimento e di impotenza può far emergere nel giovane un senso di rifiuto nei confronti di coloro che sono all’origine delle aspettative sociali che ha disatteso. Il giovane pian piano si allontana da tutto il suo mondo composto da genitori, insegnanti, amici fino a ritirarsi e ad isolarsi completamente (Crepaldi, 2013).

Gli Hikikomori utilizzano molto Internet e proprio l’uso della Rete è al centro di un’ampia discussione per capire se il rapporto tra Hikikomori e web sia la causa o l’effetto del disturbo. In tal senso esistono due teorie: secondo la prima gli Hikikomori nascono proprio a causa di Internet che attrae e isola dal mondo esterno. La seconda invece sostiene che i giovani stanno male perché non reggono il peso del confronto con gli altri e le aspettative sociali e si isolano. Solo in un secondo momento, già isolati a casa, usano il web per crearsi una vita virtuale più gestibile e meno pressante (Grosso, 2015).

Quest’ultima teoria è quella a mio avviso più valida e l’uso della Rete da parte degli Hikikomori va inteso come una conseguenza dell’isolamento e non come una causa. Questa tesi è avvalorata dal fatto che il fenomeno è nato in Giappone ancora prima della diffusione di Internet ed allora l’isolamento dei giovani ritirati in casa era totale. In quest’ottica l’uso del web può essere considerato un fattore positivo perché evita il completo isolamento del giovane e gli consente di mantenere relazioni sociali ed un contatto virtuale con il mondo circostante (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Riguardo alle modalità di cura degli Hikikomori il percorso comprende colloqui psicoterapeutici attuabili, almeno inizialmente, attraverso l’unica apertura possibile nel loro mondo cioè Internet e quindi tramite Skype o attraverso le chat.

24 Novembre 2016 at 00:13 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Il normale andamento del sonno può essere disturbato ed interrotto dall’incubo, un sogno angosciante associato a reazione fisiologiche come tachicardia, sudorazione e tachipnea (accelerazione del ritmo del respiro). Il malcapitato, vittima del brutto sogno, si sveglia nel cuore della notte sudato, disorientato, spaventato e con il cuore che batte forte tanto da avere poi difficoltà a riaddormentarsi. Solitamente l’incubo emerge in una fase di sonno molto profondo ed è caratterizzato da immagini vivide ed emotivamente forti, tanto da svegliare la persona di soprassalto. L’incubo è sempre molto verosimile tanto da apparire reale anche dopo il risveglio. A volte i brutti sogni possono essere ripetuti più volte in una sola notte, spesso con temi ricorrenti. L’incubo può presentarsi in modo isolato indicando un malessere associato ad un evento recente oppure può ripetersi più volte nell’arco del tempo stando ad indicare un disagio profondo legato ad eventi del passato. Questa tipologia di sogni con risvolti negativi evidenzia molteplici elementi dell’inconscio che altrimenti non sarebbero presi in considerazione con il giusto peso: un periodo in cui si vive male la quotidianità, la voglia di sbloccare una situazione che crea disagio, aggressività repressa, voglia di un cambiamento profondo nella propria vita.

Per evitare che i brutti sogni si ripetano con troppa frequenza si possono seguire alcuni accorgimenti come: consumare una cena leggera, evitare di guardare film thriller o drammatici alla televisione e di leggere libri dalla trama ricca di tensione e contenuti noir, ascoltare musica distensiva, rendere il clima in casa sereno e accogliente, fare un bagno caldo e profumato, bere una tisana calda e rilassante prima di dormire. Gli incubi più comuni comprendono le seguenti tematiche: precipitare nel vuoto; trovarsi al buio; essere sopraffatti da mostri, rettili, insetti; non riuscire a urlare; sentirsi paralizzati; morire; essere malati; essere inseguiti; essere traditi dal partner; essere uccisi; essere abbandonati; ecc. Gli incubi, soprattutto se diventano frequenti e se raggiungono un’intensità tale da turbare i pensieri diurni, sono la spia di un malessere che va indagato.

Per prima cosa è bene compredere le cause alla base degli incubi. È quindi necessario fare una valutazione medica per capire se essi sono la conseguenza dell’assunzione o della brusca interruzione di alcuni medicinali oppure se sono collegati all’abuso di alcol o droghe oppure ad altre patologie. In generale, gli incubi possono essere causa di una cattiva digestione, di una malattia o di altri disturbi a livello fisiologico, ma nella maggior parte dei casi hanno un’origine psicologica e forniscono indicazioni sul proprio inconscio. Il brutto sogno infatti può essere un processo di elaborazione delle emozioni negative. Per la maggior parte delle persone gli incubi si rivelano in modo occasionale e sporadico, essendo frutto di forte stress.

Gli incubi diventano un problema quando sono persistenti per lungo tempo e si ripropongono anche negli orari diurni. In questo caso possono derivare da molteplici disturbi psicologici. Ad esempio un brutto sogno può avere origine da un disturbo da stress post traumatico, per cui la persona rivive in modo tormentato un evento traumatico che ha subito nel passato, anche se non è sempre facile ricondurre il brutto sogno ad una causa precisa. Spesso alla base di un incubo si riscontra la presenza di: un disturbo d’ansia, un disturbo da attacchi di panico o depressione. Quando si verificano crisi d’ansia improvvise con visioni o sogni in cui si ha la netta sensazione di poter morire, si è di fronte ad un disturbo da attacchi di panico. Se invece la sensazione di angoscia è continua ed è accompagnata dalla paura che accada qualcosa a se stessi o ai propri familiari, si è di fronte ad un disturbo d’ansia generalizzato che rovina il sereno andamento del sonno. Chi vive questa condizione di solito ha subito di recente un lutto o una separazione che ne hanno minato la sicurezza a livello emotivo ed esistenziale. Quando invece la persona si sente triste, ha perso interesse per le attività abituali con una conseguente compromissione della capacità lavorativa, allora si è di fronte ad una depressione. La persona può fare incubi in quanto non riesce ad adattarsi psicologicamente ad accadimenti o cambiamenti negativi della sua vita.

Laddove gli incubi persistano con insistenza, anche con temi ricorrenti, può essere utile iniziare una psicoterapia per capire il significato sottostante a questi sogni e risolvere i disturbi ad essi collegati. Altre soluzioni consistono nell’assunzione di determinati farmaci oppure di un percorso parallelo sia psicoterapeutico sia farmacologico o tramite l’applicazione di tecniche di rilassamento o ancora della cosiddetta imagery rehersal therapy (ripetizione immaginativa), in cui il paziente, mentre è sveglio, viene aiutato a immaginare e poi a guidare il sogno fino a modificarne alcuni aspetti, creando così un nuovo sogno a proprio piacimento. In ogni caso anche un evento spiacevole come un incubo, laddove si ripeta nel corso del tempo, non va sottovalutato ma preso nella giusta considerazione. Esso può assumere la funzione di termometro del proprio stato emotivo e del proprio benessere ed in quanto tale può dare la spinta per approfondire ed eventualmente cambiare alcuni aspetti della vita che altrimenti passerebbero inosservati.

Perché non possiamo essere amici? Per via del sesso. Questa è solitamente la discriminante fondamentale che segna un netto confine tra un’amicizia e un’avventura o anche una storia duratura tra un uomo e una donna. Ormai da anni però ha preso piede un tipo di rapporto che gli inglesi chiamano “friends with benefits” (FWB) e i brasiliani “amizade colorida”. In Italia si potrebbe tradurre con “amici di letto”, ma esistono anche riferimenti meno “educati”. Ad ogni modo è sicuramente un tipo di relazione in crescita in tutto il mondo. Per questo motivo la sessuologa canadese Carlen Costa ha provato a delineare delle linee guida per aiutare coloro che iniziano a intraprendere una relazione in qualità di amici di letto. Eccole di seguito.

- Una relazione di questo tipo ha una durata limitata ed è bene venire a patti con questa realtà fin da subito.

- Ci sono regole precise riguardo alla frequenza degli incontri. Di base, si va da una volta alla settimana a una volta al mese, a meno che non si tratti di una vacanza o di un weekend lungo. La chiave di tutto sta nell’affrontare il rapporto con leggerezza e senza prendersi troppo sul serio.

- Fare piccoli regali o pagare il conto di una cena va bene, ma non aspettatevi mai regali per il compleanno o per altre feste comandate né una vacanza pagata. Farsi regali fa parte di una relazione sentimentale ufficiale.

- I rapporti sessuali devono essere protetti. Sempre.

- Un amico di letto non deve mai essere un collega di lavoro, altrimenti le riunioni potrebbero diventare piuttosto imbarazzanti.

- Gli sms a sfondo erotico devono essere inviati solo di notte. Evitate di mandare messaggi durante il giorno per fare conversazione: per questo ci sono gli amici “normali” con i quali si condivide la quotidianità.

- In tal senso, si può telefonare all’altro una volta per mettersi d’accordo su dove e quando vedersi, ma senza aspettarsi una risposta immediata: ognuno ha la propria vita ed è bene non scordarlo mai. Inoltre, non ci si può arrabbiare se l’incontro non avviene.

- Siate semplici. Ovvero, lasciate spazio alle vostre fantasie e siate voi stessi. Non c’è niente di meno sexy di un amico di letto che pensa in continuazione al proprio look o alla situazione che sta vivendo, a meno che non si tratti di un gioco di ruolo.

- Non innamorarsi. Mai.

- Dormire insieme è gradito, ma non dovuto. Alcune amicizie di letto funzionano meglio se si mantiene la regola del non dormire insieme, mentre altre lo richiedono soprattutto se uno dei due viene da fuori città. In generale, però, se si abita in un raggio di 15-20 euro di taxi è sempre consigliabile tornare a dormire a casa propria.

- Osservare sempre la regola delle 72 ore. Non programmare niente che sia più lontano di 3 giorni. Eccezioni possibili: l’abitare in città diverse o l’impossibilità di evitarlo. Ma solo dopo che fin dall’inizio ci si è messi d’accordo su questo.

- Il sexting va bene, ma è meglio mettersi d’accordo prima sulle foto che volete condividere e che comunque devono farvi sentire a vostro agio. Nessuno dei due deve sentirsi obbligato a condividere scatti digitali che non gradisce né sarebbe felice di trovare una sua immagine osé in rete.

- Essere amici di letto significa divertirsi in due. Insomma, niente egoismi a letto.

- Siate aperti a sperimentare qualcosa di nuovo. In questo senso gli amici di letto sono le migliori “cavie” possibili, perché non ci sono impegni a lungo termine, né regole di galateo, ma tutto è divertimento.

- Siate onesti l’uno con l’altra. Se la relazione sta diventando pesante per entrambi o sentite di non essere più interessati al rapporto, parlatene da adulti e date un taglio netto.

- Niente drammi. Stabilite sempre le regole prima di iniziare. I giochi si fanno in due e non si gioca con le emozioni altrui. Se c’è qualcosa che non va, parlatene e siate disponibili a trovare una soluzione.

- Divertitevi! Date solo il meglio di voi stessi, perché questo tipo di relazione è un concentrato di piacere, intimità fisica, carnalità e lussuria. Può essere tutto o niente, ma l’importante è essere sempre sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda e rimanere lucidi.

La dottoressa Costa ha individuato anche altre 4 regole sulle quali però nutre qualche dubbio rispetto alla loro efficacia. Vediamo quali sono:

- Gli amici di letto non vanno mai presentati agli amici intimi o ai familiari. Questa è la distinzione fondamentale fra una relazione tradizionale e una storia da “friends with benefits”. Quando avrete coinvolto i vostri amici di letto nella vostra cerchia intima, le cose cambieranno.

- Non ci deve essere alcun contatto nelle 24 ore successive al sesso, a meno che non sia per ringraziare in maniera educata della divertente serata trascorsa o per proporre di rifarlo.

- “Darsi il cinque” come gesto celebrativo è accettabile, ma solo se entrambi festeggiate qualcosa.

- Trasformare la colazione del mattino in un brunch rischia di portare la storia su una china pericolosa.

In conclusione, essere amici di letto funziona quando entrambi riescono a vivere questo tipo di rapporto con serenità. Non dimentichiamo però che l’essere umano è predisposto a costruire legami affettivi e talvolta può accadere di innamorarsi, soprattutto alle donne, che più facilmente si lasciano coinvolgere a livello emotivo e che quindi iniziano a desiderare di tramutare l’avventura occasionale in un rapporto più stabile e duraturo. In questi casi però il rischio di non essere corrisposti e di soffrire è molto alto. È bene quindi essere sempre consapevoli dei propri bisogni, desideri e sentimenti senza nasconderli o celarli pur di non rimanere soli. Alla luce di questo è importante essere chiari riguardo alle aspettative di un rapporto basato solo sul sesso per evitare malintesi o dubbi che possono creare solo situazioni di sofferenza. Ricordatevi che alla base di questa “amizade colorida” vi è il divertimento. Di entrambi.

Ci sono periodi nella vita in cui ci si sente oppressi e sopraffatti dagli eventi, come se fosse impossibile gestirli ma anzi come se essi ci muovessero come fuscelli al vento senza alcuna possibilità di affrontarli. Allora si inizia a sentirsi passivi, inerti, stanchi. La quotidianità prende il sopravvento, come tutti i doveri e le cose pratiche da sbrigare. Alla fine ci si trova stremati ma insoddisfatti perché quello che manca è il tempo da dedicare a se stessi e ai propri cari.

È in queste fasi della vita che a qualcuno può balenare nella mente l’idea di fuggire per crearsi una vita diversa in un luogo dove la frenesia lascia il posto alla rilassatezza. Molti pensano a mete caraibiche dove poter vivere con poco, ma riuscendo ad avere tempo per se stessi. Ciò che è interessante valutare non è tanto la fattibilità economica e organizzativa di una scelta del genere, quanto piuttosto cosa nasconde il desiderio di mollare tutto per ricominciare.

Soprattutto un desiderio di questo tipo ha senso portarlo fino in fondo solo se è davvero un obiettivo autentico e non un espediente provvisorio per allontanare altri problemi che non si riesce a risolvere. In questo caso infatti la voglia di fuggire cela la voglia di lasciarsi tutto alle spalle. Quando i doveri e i sacrifici prendono il sopravvento sui momenti piacevoli ci si sente come in gabbia e di conseguenza, per praticità e necessità spesso si è costretti a chiudere in un cassetto i propri sogni. Le necessità della famiglia diventano primarie e si iniziano a dimenticare i propri desideri.

I momenti di crisi sono importanti perché portano cambiamenti. La crisi porta al progresso e alla possibilità di sfruttare al meglio la propria inventiva con responsabilità e desiderio di crescita. Ad un tratto ci si rende conto di aver raggiunto un limite, di aver compiuto un ciclo e che si ha la necessità di cercare nuove prospettive e motivazioni. D’altra parte non bisogna dimenticare che ogni cambiamento ha un prezzo da pagare che si può tramutare in sofferenza personale, in conflitti con gli altri, in paure e sensi di colpa.

Ma quali sono i segnali per capire che si sta andando verso un punto di rottura? Si possono verificare malesseri fisici come emicrania, gastriti e sintomi psicologici come senso di svogliatezza nell’affrontare la giornata, mancanza di vitalità, visione incompleta di se stessi. A volte non è necessario pensare a come realizzare una decisione così drastica, ma basta rendersi conto che ovunque la realtà presenta i suoi problemi e i suoi sacrifici, anche in un luogo all’apparenza paradisiaco.

Prima ancora di addossare eventuali colpe di questo blocco evolutivo personale a terze persone, è bene provare a guardarsi dentro e capire l’origine di questo malessere. Il rischio altrimenti è che la stessa situazione si possa ricreare dopo un certo lasso di tempo in un altro ambito (lavorativo, sentimentale o familiare).

Prima ancora di cercare il cambiamento verso l’esterno, bisogna provare a cercare l’evoluzione dentro se stessi.

Probabilmente la necessità primaria è quella di ricominciare a sentirsi liberi, leggeri e senza vincoli o condizionamenti.

Una prima cosa da fare è iniziare a lavorare sulla propria libertà. Quindi è bene crearsi dei piccoli momenti di svago, dedicandosi nuovamente ad un hobby accantonato per il poco tempo a disposizione. Ogni giorno bisogna provare a fare qualcosa che ci faccia sorridere, e soprattutto fare qualcosa che amiamo e che ci dia nuovamente quel senso di leggerezza e di spensieratezza che abbiamo perso.

Proviamo a ricercare il benessere interiore attraverso pochi ma fondamentali aspetti legati alla realizzazione personale: senso di autonomia e libertà, senso di utilità, capacità di mantenere legami profondi con le persone care, buona autostima.

Indubbiamente le grandi passioni regalano altrettante soddisfazioni, ma talvolta anche delusioni cocenti. Per questo motivo, è bene ricominciare da piccoli ma significativi cambiamenti da fare ogni giorno.

D’altra parte, la felicità sta nelle piccole cose quotidiane, come: La prima sorsata di birra. È l’unica che conta. Le altre, sempre più lunghe, sempre più insignificanti, danno solo un appesantimento tiepido, un’abbondanza sprecata. L’ultima, forse, riacquista, con la delusione di finire, una parvenza di potere… ma la prima sorsata!” (Delerm, 1998).

Ognuno di noi può avere una sua personale “prima sorsata di birra”, cioè un gesto, un momento inaspettato e non cercato che però regala attimi di evasione e allontana la noia e la fatica.

E allora forse non diremo più “non posso”, ma “potrei…” affrontando ogni giorno con occhi diversi e ricominciando a sognare. Infatti il sogno è il primo indicatore di chi riesce a vivere una vita all’insegna della leggerezza, ascoltando i propri desideri e pensando a come essi possano prendere forma. Il senso di concretezza e la praticità aiuteranno poi nella messa in pratica di quei sogni realizzabili e che possono regalare piccole soddisfazioni che si tramutano in attimi di felicità.

È iniziato il nuovo anno ed è convinzione comune che ad esso si affianchi l’inizio di una vita piena di novità ed eventi positivi. Indubbiamente l’atteggiamento verso le situazioni che la vita ci porta ad affrontare è la chiave per risolverle in modo positivo o quantomeno per evitare di esserne sopraffatti. Allora il primo passo da fare è recuperare la fiducia in se stessi senza accusarsi in modo troppo negativo dei propri sbagli, ma con la volontà di comprendere i propri errori per evitare di ripeterli. In seconda battuta è necessario lasciarsi alle spalle vecchi rancori (che sono come una zavorra e tengono ancorati al passato) e guardare al futuro con la voglia di realizzare un progetto, anche piccolo, dedicato solo a se stessi. È bene anche circondarsi di persone che caricano di energia positiva e donano serenità e benessere. Molto spesso non si riesce a scrollarsi di dosso il passato perché si tende ad evitare di pensare all’evento che ha causato i malesseri e ad avere atteggiamenti fortemente critici verso chi è ritenuto responsabile dell’evento negativo. Al contrario invece bisogna cercare di trovare qualcosa di positivo anche in ciò che è accaduto.

Anno nuovo, vita nuova - Molte sono le cause per cui si rimane bloccati in una sorta di limbo senza avere la capacità di fare delle scelte significative per se stessi: senso di colpa, sfiducia in sé, senso di inadeguatezza e scarsa autostima. Le origini di questi “blocchi” psicologici risiedono nel passato, in particolare nell’infanzia o in situazioni vissute in modo traumatico. Ad esempio, è stata tradita la fiducia riposta in una persona importante oppure si è stati lasciati senza una spiegazione soddisfacente. Queste delusioni provocano una generale sfiducia rivolta sia a se stessi sia negli altri che si tramuta in una costante paura di rimanere delusi e in un atteggiamento difensivo che limita il contatto con gli altri. Se invece in passato sono state fatte delle scelte che poi non hanno avuto l’esito sperato ma che anzi si sono rivelate deleterie, probabilmente, provati dai sensi di colpa, si avrà paura di ripetere gli stessi errori e si preferirà non prendere alcuna decisione rimanendo in uno stato di immobilità frustrante e demotivante. Il senso di inadeguatezza può trovare le sue radici nel tentativo di soddisfare le aspettative di genitori spesso troppo esigenti e poco presenti nella vita dei propri figli. Il compiacimento del genitore può aver creato una sorta di circolo vizioso per cui il bambino tende a reprimere la sua vera natura e la sua spontaneità solo per avere l’approvazione del genitore con un comportamento che da adulto avrà lo scopo di essere benvoluto e apprezzato da tutti.

Pensieri negativi influiscano sulla propria autostima – Per costruire qualcosa di nuovo, per iniziare l’anno facendo davvero qualcosa per se stessi, bisogna pensare ad un nuovo progetto che sia davvero il proprio e non suggerito da qualcun altro, concentrandovi solo energie positive, presupposto per ricominciare davvero con una nuova sicurezza. Durante il percorso verso l’obiettivo è bene svolgere una sorta di monitoraggio di come stanno andando le cose: sono nella giusta direzione? Come mi sento? Le mie aspettative sono eccessive? Queste domande hanno lo scopo di calibrare meglio le proprie forze ed eventualmente aggiustare il tiro per poi poter raccogliere i frutti di tanti sforzi, senza prefiggersi mete impossibili o dettate da altri. È importante quindi valutare la fattibilità dei propri progetti, le risorse a disposizione e quanto i pensieri negativi influiscano sulla propria autostima. Essere troppo critici verso se stessi e denigrarsi con frasi come “Non sono capace di combinare nulla di buono nella vita” rendono solo tutto più difficile, per questo è fondamentale cambiare atteggiamento verso se stessi, impostando una visione mentale positiva volta a considerare il proprio impegno e gli obiettivi raggiunti attraverso la libera iniziativa e la possibilità di scegliere. I pensieri negativi con il passare del tempo si sedimentano e diventano vere e proprie convinzioni. La bassa autostima crea una sorta di profezia che si auto-avvera: l’essere convinti di non essere in grado di raggiungere un determinato obiettivo avrà come esito una sicura sconfitta.

Il futuro è nelle nostre mani, nessuno verrà a cercarci se non siamo noi a proporci - Si possono fare ogni giorno piccole cose dedicate al prendersi cura di sé che con il tempo diventeranno sempre più significative ponendosi sempre traguardi raggiungibili e realizzabili. Indubbiamente è indispensabile mettere al centro della propria vita se stessi e le proprie esigenze: solo così si avrà la misura dei propri desideri. Mettere da parte tutte le paure e le convinzioni scaturite dal passato daranno l’opportunità di scoprire la propria vera identità. Inizialmente è fondamentale porsi obiettivi minimi e semplici. Raggiungerli darà la fiducia necessaria per prospettarne di nuovi e più importanti fino a raggiungere quella tanto agognata sicurezza in se stessi e nelle proprie scelte.

4 Aprile 2014 at 10:31 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Quando una storia d’amore finisce spesso uno dei due partner subisce la scelta della rottura, meno frequenti sono le situazioni in cui i due partner decidono di chiudere la relazione di comune accordo. Ma se la persona lasciata nonostante tutto non si rassegna e vuole provare a riconquistare il vecchio amore e tornare insieme, cosa potrebbe fare? E soprattutto quali errori dovrebbe evitare di compiere?

Nel caso in cui si voglia provare a riconquistare un ex, innanzitutto, bisogna valutare i motivi che hanno portato i due a lasciarsi, chi ha lasciato l’altro e soprattutto le motivazioni della separazione. Altra valutazione è: perché si vuole tornare proprio con quella persona? È veramente speciale, non si riesce a voltare pagina oppure non si ha abbastanza fiducia in se stessi per pensare di riuscire a trovare un altro partner?

Inoltre, qualora si pensi che le divergenze si possano appianare dopo essersi lasciati, si deve considerare che i comportamenti e i modi di pensare radicati sono molto difficili da modificare, per cui se si decide di tornare con un ex, lo si deve fare ben consapevoli delle sue debolezze o dei suoi atteggiamenti critici. A parte un periodo iniziale di quiete, dopo un certo lasso di tempo è altamente probabile che la coppia ricaschi nelle vecchie modalità di confronto e di discussione. Una soluzione potrebbe essere quella di parlare con uno psicoterapeuta per apprendere nuove modalità di confronto che siano costruttive e positive rispetto alle precedenti.

Probabilmente alla base della rottura ci sono state delle richieste non accolte o dei comportamenti sbagliati. È importante che vi sia un dialogo chiarificatore riguardo ai rispettivi obiettivi. Inoltre, è necessario far convergere tutti i propri sforzi nel dimostrare con fatti concreti  di essere cambiati. A volte è il senso di solitudine che spinge a ricercare un vecchio amore, ma ciò capita più spesso se la persona è isolata, non ha amici con cui uscire e reagire alla fine del rapporto. In realtà anche chi esce tutte le sere a divertirsi dopo la fine di una storia può accusare un senso di solitudine pur trovandosi circondato da persone, musica, balli, divertimento, ecc.

È fondamentale riuscire a vedere la propria storia e l’ex da una prospettiva più distaccata per avere le idee chiare. A volte le abitudini e la vita impostata con certi ritmi sono indici di rassicurazione che a volte le persone stentano ad abbandonare. Altre volte si tratta di voler placare il proprio orgoglio ferito, per cui una volta tornati insieme all’ex, si scopre di non avere in realtà più tanta voglia di andare avanti nel rapporto. Bisogna quindi avere il coraggio di ragionare e valutare se è necessario voltare pagina. Il tempo è un elemento importante, come anche l’apertura a una nuova vita. Se dopo anche molti mesi e nuove conoscenze, si è ancora convinti che l’ex sia la persona giusta, vale la pena riprovare a tornare insieme attraverso il dialogo ed un confronto schietto e sincero. Ciascuno dei due partner potrebbe fare delle richieste ben precise all’altro per ripartire da zero e provare ad evitare di commettere nuovamente i vecchi errori.

Nel tentativo di riconquistare un vecchio amore è importante mettere in atto alcuni comportamenti, come:

- evitare di tempestarlo di telefonate, sms, regali, ecc.;

- non essere assillanti, anche se l’ex si dimostra disponibile al dialogo;

- cercare prima di tutto di recuperare un equilibrio psicologico anche senza l’ex. Ciò aiuterà a vedere le cose da una giusta prospettiva;

- analizzare insieme le motivazioni della rottura e cercare di capire se sono recuperabili;

- farsi desiderare e non lasciare che tutto sia scontato.

D’altra parte, come capire se tornare con un ex è la cosa giusta? Ecco alcuni consigli:

- lasciarsi può essere un’opportunità di crescita e di voltare pagina. È importante cercare di capire se il sentimento era ormai in decadenza e quindi ora si ha davvero la possibilità di ricominciare una nuova vita;

- spesso si pensa che dopo quella persona non ci sarà più nessun altro e invece si possono avere anche sorprese inaspettate, basta avere fiducia e pazienza;

- si è davvero sicuri che quella persona andava bene per noi? A volte il malessere di uno dei due partner rispecchia anche quello dell’altro che magari non ha avuto la capacità di rendersene conto;

- la voglia di tornare con l’ex nasconde la paura di abbandonare vecchie abitudini, amicizie in comune, una vita ormai costruita insieme oppure è davvero la persona con cui si vuole vivere la propria vita?

- i primi tempi la nostalgia per l’ex può essere normale, basta non scambiarla per amore.

Infine, un ultimo consiglio: a volte bisogna avere il coraggio di voltare pagina per essere liberi di trovare ciò che davvero si sta cercando da una vita. L’aspetto importante è il modo in cui si cerca di reagire ripartendo da se stessi. Bisogna darsi tempo e spazio per capire, per ritrovarsi e cogliere ciò di cui si ha davvero bisogno.

“Basta, diamoci un taglio!”. Questa frase è particolarmente calzante se si pensa a quante volte si è ipotizzato di cambiare radicalmente qualcosa della propria immagine attraverso un semplice taglio di capelli e quanto spesso questo desiderio è collegato ad una fase di cambiamento della propria esistenza. Accade spesso che una variazione nel proprio look vada di pari passo a qualche evento importante che è capitato sia esso positivo (la nascita di un figlio, il matrimonio, una promozione nell’ambito lavorativo, una nuova casa, ecc.) o negativo (il divorzio, un  lutto, ecc.).

Il taglio di capelli è indice di una chiusura di un capitolo della propria vita e di un’apertura di una nuova pagina da scrivere. Non solo il taglio, ma anche la modifica del colore può indicare la voglia di rinnovarsi e di vedersi in modo diverso. La chioma esprime infatti  l’emotività e  la personalità di ciascuno, in particolare delle donne che optano per taglio, colore o permanente a seconda dell’immagine che desiderano dare di sé all’esterno e sulla base del potere attrattivo che pensano una determinata capigliatura possa donare loro. Infatti, la capigliatura è una variabile importante da considerare nell’attrazione fisica e nell’immagine perché può essere manipolata cambiando appunto colore, lunghezza e stile dei capelli. Storicamente la lunghezza o il taglio dei capelli si sono rivelati un segno di status, di appropriatezza nell’ambito sociale e di distinzione di sesso.

Negli uomini i capelli lunghi, già prima del musical Hair degli anni Settanta, possono indicare sia il selvaggio, sia l’artista bohémien sia i re dei Franchi, che avevano l’abitudine di esibire una lunga chioma liscia come segno di potere e maestà, per differenziarsi dai sudditi. L’imperatore romano al contrario li tagliava corti per esprimere superiorità e fino ai giorni nostri i capelli corti sono rimasti a indicare cura di sé, adesione alle regole e alto status sociale (Montefiori, Corriere della Sera, 31 dicembre 2012).

Nella mitologia e nella letteratura il colore e la lunghezza dei capelli hanno sempre avuto un importante significato simbolico; si pensi alla forza di Sansone legata alla lunghezza della sua chioma. Nelle fiabe le principesse solitamente hanno capelli lunghi e biondi, mentre le streghe hanno capelli neri. Tradizionalmente le bionde hanno rappresentato personaggi dal carattere buono come angeli, sante, ecc., mentre le brune hanno solitamente rivestito ruoli con una valenza negativa.

In una ricerca (Rich & Cash, 1993) che ha preso in esame le riviste dell’epoca si è visto come  nel 1970, rispetto al 1960, in copertina ci fosse una prevalenza di immagini con modelle bionde; ciò è significativo per le implicazioni a livello sociale nell’ambito dell’apparenza e dell’immagine. Un altro studio (Furnham & Joshi, 2008) ha dimostrato che da parte degli uomini vi è uguale preferenza per le donne more e bionde, mentre la lunghezza dei capelli non è stata considerata un fattore di attrazione. Un’altra ricerca (Weira & Fine-Davis, 1989) ha evidenziato come lo stereotipo della bionda svampita esiste negli uomini ma non nelle donne, mentre la rossa con temperamento forte è uno stereotipo che esiste sia nelle donne che negli uomini. Altro pregiudizio è che la mora o la castana siano più affidabili sia a livello personale sia lavorativo.

Da ciò si evince come gli stereotipi siano diffusi: le donne bionde avrebbero un carattere dolce e sensuale, quindi tingersi i capelli di  biondo enfatizzerebbe il desiderio di essere più seduttive; le more mostrerebbero una fisicità più istintiva, le rosse ribellione e carattere poco docile. Per gli uomini ha meno rilevanza il taglio dei capelli, ma quando avviene un cambiamento drastico nel look, come peraltro per la donna, vi sono indicatori di desiderio di: sedurre, voltare pagina, cambiare, a causa di qualcosa di molto positivo o di traumatico che è avvenuto nella propria vita.

La lunghezza dei capelli in una donna può dire tanto di lei. Una donna con i capelli corti può indicare una persona sportiva, pratica, sbarazzina, elegante o che ha poco tempo da dedicarsi. Lo stesso vale per una donna che tende a tenere i capelli raccolti: ha necessità che siano a posto e quindi anche in questo caso si evidenzia la praticità. Colei che sceglie di tenere i capelli lunghi deve sicuramente dedicarvi più  tempo e cure per non sfibrarli e mantenerli in salute; questi elementi sono indicativi di una donna attenta alla propria femminilità e che dedica tempo a se stessa. Questi elementi vanno poi di pari passo con il proprio modo di toccare, manipolare e affondare le mani nei capelli.

Quante donne quando vanno dal parrucchiere chiedono di avere lo stesso look della loro stella del cinema preferita. Pensiamo ad alcuni capelli che hanno fatto epoca: il famoso taglio scalato di Farrah Fawcett, il corto spettinato di Meg Ryan, il biondo platino di Marilyn Monroe, il corto classico di Lady Diana, la capigliatura curly di Sarah Jessica Parker, i lunghi riccioli di Julia Roberts, ecc. D’altro canto quanti maschi, soprattutto ragazzini e adolescenti, scelgono di avere la stessa chioma del loro calciatore preferito. Pensiamo infatti alle creste di giocatori famosi come: Balotelli, El Shaarawy, Hamsik, Neymar, Boateng. Molti uomini invece amano portare i capelli rasati come i marines, ai quali associano forza e virilità.

Spesso, al desiderio di emulare il taglio e il colore dei capelli di un personaggio famoso, è associata la fantasia di poterne acquisire alcune caratteristiche personali, legate a qualche ruolo cinematografico particolarmente amato, a doti sportive o fisiche. I capelli inviano molti messaggi non verbali: danno informazioni su di noi, sulla nostra vita, sul nostro stato d’animo, sulla nostra salute, sul nostro desiderio di seguire le mode oppure di ribellarci ad esse con capigliature anticonvenzionali e fuori dalle righe, sulla nostra voglia di puntare sulla seduzione o sull’eleganza.

In conclusione, come scrive Niccolò Fabi in una sua canzone: “Io vivo sempre insieme ai miei capelli nel mondo, ma quando perdo il senso e non mi sento niente io chiedo ai miei capelli di darmi la conferma che esisto e rappresento qualcosa per gli altri di unico, vero e sincero”.

Perché sovente un’amicizia di un disabile viene scambiata per innamoramento? Sono un disabile, sono entrato per caso nel suo sito e ho trovato le sue risposte in diversi ambiti soddisfacenti. Vengo al mio quesito. Ho avuto un’amicizia con una collega di lavoro ma poi per diverse situazioni e per una frase mal interpretata ho rovinato la nostra amicizia. Io avevo un debole per lei, cosa normalissima tra esseri umani, e capita a chiunque dire una frase che ognuno di noi poi può interpretare come vuole. Per anni non ci siamo più parlati poiché lei mi ha detto che io ero innamorato di lei (premessa stiamo parlando di una donna sposata). So bene che nei luoghi di lavoro bisogna essere accorti a certe situazioni, ma tutto ciò solo perché io sono un disabile? Oggi dopo diversi anni non ci penso più e siamo ritornati a salutarci, ma io vorrei chiarire il perché lei avesse questi dubbi nei miei confronti. È giusto che le parli o lascio perdere il tutto e la tratto come una semplice collega nel rispetto dei ruoli tra persone comuni? Grazie Giuseppe

Gentile Giuseppe, ti ringrazio della tua lettera perché mi dà l’opportunità di trattare un tema che non avevo mai affrontato nella mia rubrica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità propone una classificazione generale delle menomazioni, delle disabilità e degli handicap e ci indica che “l’handicap è la condizione di svantaggio conseguente ad un deficit (menomazione o disabilità) che limita l’adempimento del ruolo normale per tale soggetto, in relazione all’età, sesso e fattori socioculturali”. Una maturazione della coscienza collettiva, attraverso una serie di leggi e provvedimenti, ha portato a riconoscere il valore e la dignità di una persona disabile nel partecipare alla vita lavorativa e sociale. C’è stata infatti un’evoluzione dalla completa istituzionalizzazione ed esclusione dalla vita comune (attraverso leggi che, fin dal 1923 con la riforma Gentile, introdussero il concetto di inserimento, inizialmente mantenendo classi speciali ed il ricovero in istituto per determinate minorazioni fisiche e psichiche) fino all’obbligo dell’inserimento di tutti i disabili nelle strutture normali. In particolare, le più recenti leggi 104/92 e 68/99 forniscono le indicazioni più esaustive riguardo all’integrazione sociale e lavorativa per la tutela dei diritti dei disabili. Al di là di qualsiasi aspetto legislativo, è importante che vi sia una convergenza rispetto all’integrazione e alla qualità della vita, prendendo in considerazione i vari contesti della vita di una persona: affettivo, culturale, spirituale, quotidiano, ecc. Grazie al supporto della tecnologia il disabile oggi riesce a superare molte delle barriere architettoniche che incontra durante la sua giornata, anche se ancora tanto si deve fare in questa direzione (Causin e De Pieri, 2006).

D’altra parte l’obiettivo è andare incontro ad una normalizzazione della vita di un disabile. Per normalizzazione si intende che l’esistenza di una persona disabile possa adeguarsi agli standard di vita dei normodotati. Ciò significa essere autonomi nella pratica della vita quotidiana, come fare la spesa, lavarsi, pulire la casa, fare telefonate, ecc. Nell’ambito delle relazioni interpersonali è importante riuscire ad esprimersi ugualmente con entrambi i sessi in modo non stereotipato; nel contesto sociale significa avere un lavoro che permetta di essere autonomi economicamente e di potersi integrare completamente nella società. In sintesi, l’obiettivo della normalizzazione è  fare in modo che il disabile sia in grado di gestire la propria vita nel modo più autonomo possibile rispetto alle proprie capacità (Causin e De Pieri, 2006). Fatta questa premessa teorica per contestualizzare il problema, Giuseppe, la situazione che mi poni capita molto frequentemente negli ambienti lavorativi. Ora bisogna distinguere varie modalità di comportamento e risoluzione delle infatuazioni tra colleghi. C’è chi ne è lusingato ma lascia che la cosa rimanga solo a livello platonico, c’è chi intesse una relazione clandestina all’insaputa dei colleghi, c’è chi non è capace di gestire questi sentimenti altrui e decide di mettere una certa distanza tra sé e l’altra persona e c’è chi invece sceglie di vivere la propria storia alla luce del sole.

Nella tua lettera scrivi che “sovente un’amicizia di un disabile viene scambiata per innamoramento”. Non credo che la donna a cui ti riferisci, per di più sposata, abbia deciso di allontanarsi da te per via della tua disabilità in senso stretto. Piuttosto potrebbe essersi sentita in difficoltà nel non sapere come comportarsi con te per non farti soffrire. In questo caso, ci si scontra con l’ignoranza o i pregiudizi in merito a come può vivere l’emotività di un sentimento o la sessualità chi è disabile, il quale invece può innamorarsi, condividere emozioni e gesti affettuosi, così come può anche vivere semplicemente un’amicizia sincera. Quando si parla di amore, passione, sessualità a volte le persone normodotate sono a disagio perché pensano che il disabile non possa percepire nel modo giusto le sensazioni e gli affetti, ritenendo in modo erroneo, che ciò che è adatto per loro non lo sia per il disabile. La vita affettiva e sessuale delle persone con disabilità è un argomento troppo spesso messo sotto silenzio, su cui si addensano imbarazzi, equivoci, ignoranza e pregiudizi. Partendo dal presupposto che ognuno cerca di condurre la propria esistenza all’insegna del benessere fisico e psicologico, ma rendendosi anche conto che chi, per una malattia o a causa di un incidente, vive una condizione di disagio e di dolore per non poter realizzare la maggior parte delle proprie aspirazioni, appare particolarmente evidente la discrepanza nella qualità della vita tra chi è disabile e chi non lo è. La tua collega può aver pensato che tu, come disabile, non avessi le risorse per affrontare una delusione e quindi ha preferito troncare ogni rapporto. D’altra parte lei stessa forse non ha trovato in sé le modalità psicologiche per affrontare il tuo “debole” per lei, si è trovata in difficoltà e non è stata capace di risolvere il problema in altro modo. In conclusione, mi pare di capire che vorresti un chiarimento, perché no? Ormai è passato tanto tempo e una chiacchierata, nel rispetto dell’altra persona, potrà magari ricreare un clima di serenità tra di voi e far nascere un rapporto basato sulla stima e la fiducia reciproca.

L’atto di togliersi la vita è un gesto che lascia in chi vive l’amaro in bocca soprattutto se chi decide di compiere questo gesto è un adolescente. Si cerca allora di ripercorrere la vita del giovane per cogliere eventuali fratture che si sarebbero potute interpretare come richieste d’aiuto silenziose e permettere a qualcuno di intervenire in tempo.

Gli adulti spesso tendono a minimizzare i problemi relazionali degli adolescenti perché si pongono da un’altra prospettiva. Avendo anni di esperienza alle spalle, l’adulto tende a valutare la vita dei giovani nella sua evoluzione verso il futuro, perdendo di vista le difficoltà nel presente che un ragazzo può vivere come insormontabili. È difficile per un giovane non tenere conto del giudizio dei coetanei che, quando porta all’emarginazione, genera una sofferenza che può sfociare in atteggiamenti di chiusura e ripiegamento su di sé oppure in atti impulsivi e decisioni avventate (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Talvolta l’emarginazione e l’isolamento, magari portati all’esasperazione, sono motivi sufficienti per indurre un giovane al suicidio. Può capitare che un ragazzo che non segue il gruppo, ma che se ne discosta, sia emarginato. Può essere il caso, ad esempio, di giovani intellettualmente dotati, interessati alla cultura, poco attratti dai passatempi dei compagni e non attenti alle mode. Essi scelgono di essere se stessi fino in fondo, ma scoprono con il tempo che è anche la strada più difficile da percorrere. Non seguire la massa, ma differenziarsi, soprattutto in un’età come l’adolescenza, richiede grande autostima e forza interiore che un giovane ancora non possiede in maniera tale da riuscire ad affrontare un gruppo di pari che gli si schiera contro.

Nell’adolescenza l’identità che si aveva in qualità di bambini deve essere abbandonata per acquisirne un’altra, ma in questa fase di transizione si è più fragili e si cerca l’approvazione del gruppo o di un amico con il quale si condividono gusti e interessi. Se il gruppo non c’è o è ostile o se manca il conforto di un amico, il livello di vulnerabilità aumenta, anche perché è più facile che un adolescente confidi la sua disperazione ad un amico piuttosto che ai genitori.

Per questo motivo, pensando ad un intervento rivolto ai ragazzi a rischio, sarebbe auspicabile inserire maggiori spazi di condivisione delle idee e dei problemi così da sensibilizzare i giovani ad un mutuo aiuto. Indubbiamente non è facile trovare in un ragazzo i segnali che funzionino da campanello d’allarme per chi gli vive accanto. Il giovane, che magari già aveva manifestato indicatori di disagio, può agire d’impulso sull’onda di una forte emozione negativa o della sensazione di un fallimento irrimediabile e mettere in atto il comportamento suicida. Dalle statistiche emerge che circa il 70-75% dei giovani invierebbe nel periodo che precede il suicidio alcuni segnali che, se colti, potrebbero salvarli. Possono ad esempio confidare ad amici, a volte ai familiari, di voler morire. Questi segnali sono una tacita richiesta d’aiuto spesso sottovalutata (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Proviamo ad elencare alcuni stati di difficoltà che non sono necessariamente precursori di un suicidio, ma dovrebbero essere considerati con attenzione da parte dell’adulto in quanto sono comunque indicatori di disagio: comportamenti ostili e aggressività manifesta, consumo di alcol e droga, assenza di coinvolgimento, di partecipazione emotiva e atteggiamenti passivi rispetto alle attività quotidiane e alle relazioni, cambiamenti nelle abitudini alimentari e nel sonno, paura della separazione (ad esempio: la fine di un rapporto sentimentale, il divorzio dei genitori), difficoltà di concentrazione, brusco cambiamento della personalità (ad esempio, una ragazza normalmente gioviale che all’improvviso si chiude in se stessa e non esce più), improvvisi cambiamenti di umore (fasi di intenso cattivo umore si alternano a momenti di grande entusiasmo), comportamenti a rischio (alcuni giovani si lanciano in azioni spericolate sfidando troppo da vicino la morte), drastico abbassamento del rendimento scolastico e della motivazione allo studio, perdita o mancanza di amici.

Vi sono poi alcuni fattori che, con alla base alcuni degli indicatori precedenti, possono far presagire il rischio di un suicidio: perdere una persona cara, vivere con un senso di totale impotenza come se nulla abbia più importanza, essere ossessionati dalla morte, scrivere le proprie ultima volontà (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009). In conclusione, ci sono fattori scatenanti e fattori predisponenti che, sommandosi e potenziandosi, finiscono per creare una miscela esplosiva. È importante che non soltanto gli adulti, ma anche i ragazzi, conoscano questi segnali e vi prestino attenzione. Spesso, infatti, gli amici e i coetanei si trovano nella posizione migliore per notarli e salvare la vita di una persona cara. D’altra parte si può chiedere aiuto in tanti modi, anche solo con gli occhi, silenziosamente.

Avere in casa un cane e prendersi cura di lui è un’esperienza appagante e arricchente, soprattutto per un bambino che ne trarrà tanti insegnamenti utili per la sua crescita e per il suo futuro. Il cane diventerà per il bambino un amico fedele e insostituibile e in compenso il piccolo si prenderà cura del suo amico a quattro zampe, dandogli da mangiare o portandolo a spasso.

I bambini vivono con i cani un’intesa speciale, dettata anche dal fatto che questi animali mantengono un aspetto puerile, tanto che spesso gli adulti si stupiscono nell’osservare dei bambini piccoli giocare serenamente con cani di grossa taglia, come se fossero due cuccioli.

Un presupposto importante che va spiegato al bambino è che il cane non è un regalo o un giocattolo, ma un essere vivente che prova gioia alla presenza del padrone o nel giocare con altri cani, delusione per l’assenza di qualcuno che si prenda cura di lui, dolore per la perdita di una persona che lo ha accudito con amore.

Far crescere un bambino con un animale è un progetto educativo che aiuta il piccolo a responsabilizzarsi verso chi è più debole e ad assumere un atteggiamento altruistico anche da adulto. Il bambino si abitua al contatto fisico intenso che può dare la vicinanza di un animale, fatto di carezze e di giochi, ma anche di cure come, ad esempio, pettinare il cane.

La presenza di un animale domestico, soprattutto nel primo periodo di vita, può sviluppare sentimenti di empatia con il “pet” e di conseguenza migliorare le capacità relazionali con gli altri. Il rapporto che bambino e cane costruiscono è basato su un affetto incondizionato e intimo.

Il bambino che cresce con un cane rivestirà ruoli diversi a seconda del periodo di vita in cui si trovano entrambi: il bimbo sarà colui che si prende cura del cane cucciolo, ma sarà invece protetto dal cane che viene introdotto in casa in età già adulta.

La presenza di un animale in casa può essere un valido sostegno affettivo per un bambino. Molti genitori sono spaventati dai problemi igienici che potrebbero derivare dal possedere un animale domestico, ma se l’animale che vive in famiglia è sano non può essere di nessun rischio per la salute del bambino (un animale si considera sano quando è regolarmente vaccinato e sottoposto a controlli periodici dal veterinario). Naturalmente, la casa ha bisogno di maggiori cure e attenzioni rispetto alla pulizia degli ambienti.

Il bambino può trarre moltissimi vantaggi psicologici dall’avere un amico a quattro zampe. Prima di tutto l’amicizia con un animale, come il cane o il gatto (con i quali è più immediata l’interazione), stimola il bisogno del bambino di dare e ricevere affetto. Inoltre, accudire un animale e sapere che il suo benessere dipende in buona misura dalle proprie cure, per un bimbo rappresenta un’esperienza formativa importante che fa sviluppare un forte senso di responsabilità e altruismo. Prendendosi cura di un altro essere vivente, il bambino comprende i propri limiti, ma anche quelli degli altri. Assume una visione più aperta verso il mondo, impara a comunicare e ad accettare il prossimo. Anche la dimensione della natura e della vita in senso lato assumono una forte valenza: il bambino osserva l’animale che nasce, si accoppia, gioca, cresce, soffre, muore.

Partecipare al ciclo di vita del suo animale, permette al bambino di entrare in contatto con i grandi temi della vita che normalmente gli sono preclusi dagli adulti. Infatti, la separazione dovuta alla morte del suo fedele amico, pur essendo un evento penoso per il bambino, rappresenta un primo passo verso la vita che purtroppo avrà in serbo per lui altri distacchi dolorosi.

Sfortunatamente capita spesso che per seguire la moda oppure per accontentare un capriccio del proprio figlio, alcuni genitori acquistino con superficialità animali domestici o addirittura esotici, sradicati dal proprio mondo naturale e costretti a condurre una vita umanizzata e sofferente. Privati dei loro punti di forza questi animali diventano dipendenti in tutto e per tutto del loro padrone che diviene l’unico mediatore con il mondo esterno. In questo modo il rapporto tra animale e uomo è squilibrato e insano, tanto che gli animali tendono ad essere considerati degli oggetti o risultano antropomorfizzati.

Cosa insegnare dunque ai bambini affinché instaurino un rapporto sano ed equilibrato con il loro amico a quattro zampe? Gli adulti devono istruire i figli a rispettare il cane, a non fargli i dispetti come tirargli la coda o dargli colpi addosso, altrimenti si rischia che l’animale, soprattutto se cucciolo, si senta minacciato da comportamenti che il bambino invece mette in atto per giocare. Inoltre, un animale non si sente più amato se viene coccolato oltre misura, ma è felice quando vengono rispettati i suoi spazi e i suoi ritmi e quando si sente libero.

Infine, un piccolo suggerimento per chi vuole prendere un cagnolino per il proprio bambino. Si sa, ci sono tanti cani di razza bellissimi, ma non dimentichiamo che nei canili ci sono centinaia di animali meravigliosi che aspettano solo di trovare un nuovo padrone che si prenda cura di loro in cambio di un amore incondizionato.