Due sono le categorie di persone più a rischio per maltrattamento: i minori e gli anziani. In entrambi i casi infatti i soggetti interessati sono deboli perché incapaci o impossibilitati a difendersi e a denunciare i fatti.

Negli ultimi anni ci sono stati moltissimi procedimenti giudiziari legati a maltrattamenti di minori e anziani. Solo dall’inizio del 2016 ci sono stati molteplici casi accertati dai carabinieri (Panorama – Francalacci, 1 agosto 2016). Nel febbraio 2016 in una scuola a Pavullo nel Frignano, comune montano in provincia di Modena, è emerso che l’insegnante sottoponeva gli alunni a violenze fisiche come schiaffi, percosse, spinte, minacce. Una insegnante aveva persino punito una bambina lasciandola all’aperto a 700 metri di altitudine in pieno inverno. Gli alunni terrorizzati non volevano più andare a scuola. Lo stato d’animo angosciato di questi bambini ha allertato alcuni genitori che hanno sporto denuncia da cui poi è partita l’indagine.

Sempre a febbraio 2016 in un asilo di Pisa una maestra si rivolgeva così ad alcuni bambini da 1 a 3 anni: “Rincoglionito, oggi ti faccio del male, sciocco stai zitto, ti metto fuori al freddo, sei duro come il muro, a te oggi niente frutto, levati di torno, boia! Vai a piangere in bagno, con te non ci parlo”. Oltre ad insulti e urla, questa maestra picchiava anche i bambini. La donna è finita agli arresti domiciliari.

Nell’aprile 2016 una maestra di Bisceglie picchiava e offendeva i bambini che non mangiavano o non obbedivano.

Ancora nell’aprile 2016 un’educatrice di un asilo comunale di Roma maltrattava con schiaffi, scossoni e grida bambini di età compresa tra i 12 e 24 mesi.

Nell’agosto 2016 in un asilo del quartiere Bicocca di Milano il titolare e la coordinatrice della struttura sono stati arrestati. Alcuni bimbi sarebbero stati più volte legati con cinghie alle sedie, altri chiusi al buio in stanzini e trattenuti dentro a lungo terrorizzati nonostante urla e pianti disperati. In un caso è stato rilevato in ospedale anche un morso dato sul collo vicino all’orecchio ad un piccolo di circa 2 anni da parte della donna.

Molti casi riguardano anche gli anziani. Nell’ottobre 2016 ad Acerno nel salernitato sono state emesse diciotto misure cautelari nei confronti del direttore e degli operatori di una casa di cura per anziani che devono rispondere per maltrattamenti continui e aggravati. Razioni di cibo minime, schiaffi, minacce, bestemmie, strattoni. Erano queste, come dimostrano le intercettazioni audio e le riprese video agli atti dell’inchiesta, le condizioni quotidiane di vita per una trentina di anziani e sofferenti psichici ospiti in questa casa di cura. Non avevano spesso neanche il permesso di comunicare con i propri parenti e non potevano usufruire liberamente dei servizi igienici. «Posso andare in bagno?» chiede un anziano e l’assistente con crudeltà risponde: «Quando stai per morire». E poi ancora: «Ti sfondo la testa». E in sottofondo il pianto dei poveri pazienti (Corriere della Sera – Coppola, 19 ottobre 2016).

Ancora nell’ottobre 2016 anziani ultrasettantenni e anche una donna di oltre 90 anni, insultati, strattonati, vittime di violenze fisiche e morali. È accaduto in una casa di riposo di Gioia del Colle dove, stanca di subire maltrattamenti da parte di una operatrice sanitaria, un’anziana ospite ha deciso di reagire e ha raccontato tutto alla responsabile della struttura che ha messo fine alle vessazioni facendo arrestare la responsabile (La Gazzetta del Mezzogiorno – Laforgia, 22 ottobre 2016).

Riguardo agli anziani, la tendenziale crescita demografica della popolazione di età avanzata ha posto la società di fronte al problema dell’assistenza agli anziani. La persona in età senile frequentemente si trova, alla fine, a perdere la propria indipendenza per eterogenee motivazioni: giunge, quindi, ad instaurare rapporti di dipendenza domestica, medico-igienica, motoria e socio-emotiva.

È bene tenere presente che i casi di maltrattamento ai danni delle persone di età avanzata che giungono alla Magistratura sono presumibilmente una minima parte della reale presenza del fenomeno (Molinelli et al., 2007).

I casi da citare sarebbero moltissimi e questi sono solo alcuni di quelli avvenuti negli ultimi mesi. Si tratta di una lunga e vergognosa scia di violenza che colpisce i soggetti più deboli della nostra società. Come possono infatti denunciare e raccontare bambini piccolissimi o anziani spesso soli o molto malati?

I bambini sono il futuro della nostra società, mentre gli anziani rappresentano la storia e i ricordi e troppo spesso vengono dimenticati e lasciati soli. Entrambe le categorie andrebbero protette e salvaguardate da qualsiasi atto di violenza e maltrattamento nei loro confronti. I minori hanno diritto a costruire il proprio futuro su basi allegre e spensierate; gli anziani dal canto loro hanno diritto di poter vivere una vecchiaia serena.

Riguardo alla tutela dei minori, come è affermato nell’art. 3 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia, approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 20 novembre 1989, “in tutte le decisioni riguardanti i bambini che scaturiscono da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative o organi legislativi, l’interesse prevalente del bambino deve costituire oggetto di primaria considerazione”.

In quest’ottica, dopo anni di violenze, circa due mesi fa la Camera ha approvato la legge sulla videosorveglianza negli asili e nelle strutture per anziani e disabili. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato (Orizzonte Scuola, 19 ottobre 2016).

La videosorveglianza entra quindi negli asili e nelle strutture per anziani e disabili. Le immagini filmate potranno essere visionate solo dopo una segnalazione credibile o una denuncia, e solo dalla la polizia o da un pubblico ministero. Non potranno essere viste da nessun altro, neppure dal personale della scuola.

Inoltre, per l’installazione del sistema di videosorveglianza sarà necessario l’assenso dei sindacati e per la tutela della privacy, la presenza dei sistemi di videosorveglianza dovrà essere segnalata con dei cartelli a tutti quelli che accedono negli edifici monitorati.

Tale provvedimento non tocca solo l’argomento della videosorveglianza, ma entra anche nel merito di una valutazione attitudinale nell’accesso alle professioni educative e di cura ovvero test psico-attitudinali da fare al momento dell’assunzione e poi periodicamente, nonché di formazione iniziale e permanente del personale delle strutture (Orizzonte Scuola, 19 ottobre 2016).

Questo provvedimento è davvero importante, dal momento che ogni forma di violenza ai danni di un minore crea una forte destabilizzazione nello sviluppo della sua personalità, e provoca danni a breve, medio e lungo termine sul processo di crescita del bambino. Tutte le forme di maltrattamento ai danni di un minore possono generare serie conseguenze a seconda della gravità e della durata delle violenze subite.

I bambini maltrattati frequentemente manifestano: pianto costante, panico, paura, accessi di aggressività, comportamenti regressivi, rifiuto di contatto fisico di ogni tipo e ansia eccessiva per gli approcci relazionali. Inoltre, è possibile che si presenti un’eccessiva attenzione per i pericoli in generale e verso l’ambiente circostante. Sono bambini che si mostrano timidi, remissivi e paurosi in ambienti estranei, ma spesso al rientro nel loro contesto diventano aggressivi e sfogano la loro aggressività con la modalità del gioco violento. Va tenuto presente che, in età evolutiva, la psicopatologia è caratterizzata da una flessibilità dei sintomi, poiché il bambino reagisce ad un evento stressante a seconda della sua personalità e, soprattutto in base allo stadio evolutivo in cui si trova, in base alla sua storia pregressa, e al tipo di ambiente in cui vive. I sintomi che il bambino presenta in reazione ad un evento stressante sono sempre aspecifici, e soprattutto sono in relazione ai fattori protettivi e di rischio che ha sperimentato all’interno del suo ambiente familiare (Popolla, 2010).

Non dimentichiamo inoltre che la scuola è un osservatorio priviliegiato della condizione dei minori e che essi, frequentandola per molte ore al giorno e per diversi anni dovrebbero sia poter instaurare rapporti di fiducia con i propri insegnanti sia riuscire ad esprimere più liberamente se stessi, le loro esperienze e anche le loro sofferenze, e non essere invece maltrattati proprio da chi si dovrebbe prendere cura di loro (Iamartino, 2007).

In quest’ottica, la focalizzazione sull’abilità di riconoscere determinate modalità educative come forme di maltrattamento è fondamentale sia in un’ottica di prevenzione secondaria, consentendo al corpo insegnante di rilevare tecniche e prassi educative inappropriate, eventualmente agite al suo interno; sia in termini di prevenzione primaria, se si opera per incrementare la capacità dei docenti di riflettere e controllare le proprie condotte professionali, potenzialmente sfociabili in un maltrattamento dell’alunno (Caravita e Miragoli, 2007).

Grazie all’approvazione del provvedimento sull’inserimento delle telecamere negli asili e nelle case di cura, sia la scuola sia il contesto medico-assistenziale sono coinvolti in prima linea nella prevenzione del disagio e di conseguenza nella diffusione e nella somministrazione efficace di interventi volti alla promozione del benessere psicologico e della tutela della salute fisica e mentale dei bambini e degli anziani (World Health Organization, 1990; Miragoli e Caravita, 2007).

Quando si parla di bullismo solitamente si pensa all’azione di una o più figure maschili, ma in realtà sono moltissime le preadolescenti o adolescenti a mettere in atto comportamenti vessatori nei confronti di loro coetanee. Il bullismo femminile non sempre prevede l’abuso fisico, ma può essere ugualmente pericoloso e dannoso per chi lo subisce.

Le bulle hanno bisogno di dominare gli altri, si ritengono superiori e trascinando altre coetanee prendono il sopravvento sulla malcapitata di turno. Non sono in grado di tollerare la frustrazione e per questo si arrabbiano facilmente. Sono facili all’invidia e da questo sentimento sono mosse per denigrare in ogni modo la loro vittima, rea di avere qualità che a loro non appartengono.

Di solito non agiscono da sole, ma preferibilmente in gruppo, il cosiddetto “branco”, composto da ragazzine dominanti, che ha come unico scopo quello di far subire le peggiori angherie ad una sola vittima. Il branco può anche essere misto ed in questo caso le ragazzine supportano i ragazzi oppure arruolano alcune delle personalità più deboli che così possono riscattarsi da un passato anonimo o di vittima.

La vittima delle bulle solitamente è una compagna di classe (o comunque una ragazzina appartenente alla cerchia delle conoscenti coetanee) timida, con una vita familiare normale, diligente, incapace di reagire, ribellarsi o confidare a qualcuno quanto le sta capitando. L’autostima della vittima viene fortemente scalfita dalle azioni delle bulle e spesso può iniziare a manifestare una serie di disturbi prima assenti come disturbi dell’alimentazione, attacchi di panico, fobie, ecc. accompagnati da un comportamento autodenigratorio che talvolta si associa al desiderio di far parte del gruppo che tanto l’ha squalificata.

Il bullismo maschile utilizza spesso la violenza fisica, i maschi si divertono a picchiare le loro vittime magari anche filmando queste azioni per vantarsi successivamente davanti agli altri e per sedimentare il loro potere.

Il bullismo femminile invece è più sottile e subdolo, a volte quasi invisibile da parte di chi non è all’interno del gruppo. Infatti le bulle femmine, non usando solitamente la violenza fisica, preferiscono quella verbale. Le parole dette alla vittima non sono urlate, ma sussurate con una frequenza assillante e persecutoria. I contenuti sono vari: possono essere insulti oppure vere e proprie maldicenze su falsi comportamenti sessuali legati ad una particolare disponibilità o a una presunta omosessualità della vittima. Le bulle usano anche molti comportamenti non verbali per denigrare la vittima e per tenerla sotto controllo, come gli sguardi carichi di derisione o i falsi sorrisi che celano cattive intenzioni con lo scopo di impaurire e creare disagio. Le bulle escludono completamente la vittima dal gruppo. Le prese in giro possono essere esercitate per puro divertimento, ma spesso hanno lo scopo di “eliminare” una possibile rivale in qualche ambito a cui la bulla tiene particolarmente.

È quasi superfluo dire quanto i pettegolezzi, le occhiate sprezzanti, le offese sussurate o dette davanti al gruppo, le frasi denigratorie sia a livello fisico sia psicologico, possono avere serie conseguenze sulla costruzione della personalità della vittima che, come la bulla, è in una fase di completa formazione della sua vita.Per far fronte a questo serio problema sociale, come si devono comportare le famiglie delle bulle?

Spesso le origini del bullismo dipendono dal tipo di educazione ricevuta in famiglia. Un comportamento aggressivo può più facilmente nascere in una famiglia dove è mancato affetto da piccoli oppure dove i rapporti in casa sono stati gestiti in modo aggressivo sia da parte di fratelli o sorelle sia da parte dei genitori. Se in casa il modo di gestire i problemi ricade nell’uso della violenza fisica senza possibilità di confronto o dialogo, i figli probabilmente useranno lo stesso metodo nel loro mondo.

Anche se i genitori sono convinti di conoscere bene il carattere e il modo di comportarsi della propria figlia, devono comunque considerare che questi possono modificarsi in base all’influenza della compagnia frequentata. La frequentazione di persone aggressive può avere una cattiva influenza sul comportamento e può portare ad assumere tali atteggiamenti anche in ragazze che in apparenza non hanno l’indole della bulla. Quindi è importante che i genitori controllino sempre le amicizie frequentate dalle proprie figlie.

Quando una ragazza ottiene troppo facilmente ciò che desidera, anche attraverso l’uso del ricatto nei confronti dei genitori che magari cedono per mancanza di polso o per non volersi confrontare con la figlia, il rischio è che la giovane riporti lo stesso comportamento al di fuori di casa cercando di imporre alla vittima designata ciò che vuole.

Spesso i genitori idealizzano le proprie figlie non prestando ascolto alle segnalazioni della scuola. In realtà, una ragazza bulla può essere tale sono in determinati contesti, ingannando così i suoi familiari che tenderanno a difenderla a scapito di coloro che invece hanno di fronte una persona ben diversa.

Infine, se si nota che una bambina comincia a comportarsi in modo aggressivo, un possibile aiuto sta nel farle praticare uno sport così da incanalare tale aggressività ed energia in un progetto positivo e costruttivo. Infatti lo sport ha un importante ruolo nel creare disciplina e comportamento di squadra.

Sta quindi in primo luogo alle famiglie insegnare ai propri figli che la violenza in ogni sua forma va condannata; in secondo luogo sarebbe auspicabile che nella scuola venissero messi in pratica progetti volti non solo a contenere ma a prevenire azioni di bullismo.

Un medico pediatra di 54 anni è stato arrestato dalla polizia, a Milano, per violenza sessuale su un paziente di 12 anni. L’uomo è inoltre accusato di detenzione e produzione di materiale pedopornografico e atti persecutori per aver tempestato di sms la sua vittima. L’uomo arrestato lavora in una clinica del centro di Milano che è risultata estranea ai fatti. Si sospetta che il medico abbia abusato anche di altri pazienti. Gli agenti lo hanno sottoposto a fermo dopo la denuncia dei genitori del bambino, che era stata presentata a fine marzo”.

Prendendo spunto da questa notizia pubblicata sui giornali il 26 maggio 2014, vorrei delineare il profilo del pedofilo. Il termine pedofilia sta ad indicare l’attrazione sessuale da parte di adulti nei confronti di bambini in età pubere o prepubere. In ambito psicologico e psichiatrico la pedofilia è inserita tra le parafilie, cioè disturbi nei quali il soggetto prova eccitazione sessuale attraverso oggetti inusuali o la pratica di attività sessuali insolite.

Secondo i criteri diagnostici il pedofilo per essere classificato tale deve avere almeno 16 anni e deve avere almeno 5 anni in più del bambino. Nonostante questi criteri, alcune persone con pedofilia scelgono come vittime anche adolescenti. Come nella maggior parte delle parafilie, vi è un forte sentimento soggettivo di compulsione che governa il comportamento del pedofilo.

Talvolta il pedofilo si accontenta di accarezzare i capelli del bambino, ma può anche manipolarne i genitali, incoraggiare il bambino a manipolare i suoi ed anche tentare la penetrazione. Le molestie possono ripetersi per settimane, mesi o anni, se non vengono scoperte da un adulto o se la vittima non protesta oppure non lo rivela a nessuno. In genere, le persone con pedofilia molestano bambini che conoscono, come figli dei vicini o di amici di famiglia (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2008).

È molto importante tenere separati e distinguere i concetti di pedofilia e di abuso sessuale sui minori. Se la pedofilia è un’attrazione sessuale per i bambini e la persona con tale tendenza la definiamo pedofilo, l’abuso sessuale su minore si riferisce invece all’azione di recare danno ad un minore attraverso comportamenti sessualmente connotati.

La pedofilia non è un comportamento, ma un sentimento, un atteggiamento, al limite una tendenza ad avere relazioni sessuali con un bambino. Un pedofilo è prima di tutto attratto sessualmente da bambini prepubere, mentre un abusante può avere abusato sessualmente di un minore, ma tuttavia non avere una principale attrazione verso i bambini. Quindi non necessariamente un abusante deve essere un pedofilo, dal momento che può avere rapporti abitualmente con partner adulti, ma può desiderare un rapporto con un minore, sia per curiosità che per disponibilità. D’altro canto molti pedofili mettono in pratica i loro impulsi diventando abusanti, così come molti abusanti sono in realtà pedofili.

Nella maggior parte dei casi, la pedofilia non comporta altra violenza che l’atto sessuale, ma talvolta la violenza può andare oltre quando il pedofilo decide di infliggere gravi lesioni fisiche all’oggetto della propria passione arrivando persino ad ucciderlo. Tali individui sono fondamentalmente diversi da altre persone con pedofilia, perché il loro desiderio di fare del male al bambino è almeno altrettanto forte del desiderio di ottenere gratificazione sessuale.

Poiché nella pedofilia una palese violenza fisica si manifesta solo raramente, spesso il molestatore di bambini nega di aver imposto le sue attenzioni alla vittima. Malgrado le convinzioni distorte dei perpetratori, è necessario riconoscere con molta chiarezza che l’abuso sessuale infantile comporta per sua stessa natura un terribile tradimento della fiducia e altre gravi conseguenze psicologiche.

Molti abusanti tendono a preparare la vittima così da manipolarla e renderla “complice” dell’abuso sessuale. L’abusante manipola la vittima attraverso comportamenti quali coercizione fisica e/o verbale, manipolazione emotiva, seduzione, giochi e lusinghe. Gli abusanti tendono a cercare una relazione reciprocamente confortante con i bambini e vogliono che il minore accetti e tragga piacere dal rapporto. Dal momento che hanno scarse capacità sociali, molti abusanti trovano conforto in relazioni con bambini passivi, dipendenti, psicologicamente meno minacciosi degli adulti e facili da manipolare.

In generale, il bambino non svela sempre con chiarezza l’abuso subito, ma è l’adulto che gli sta vicino che deve fare attenzione a vari elementi come:

dichiarazioni generali del bambino su argomenti sessuali o comportamenti sessualizzati con bambole, giochi, ecc.;

resoconti spontanei;

cambiamenti nel comportamento abituale (disturbi del sonno, disturbi dell’appetito, comportamenti aggressivi, senso di colpa, depressione, fobie, ecc.);

condizioni mediche (dolori addominali, traumi genitali, enuresi, malattie a trasmissione sessuale, ecc.) (Dettore e Fuligni, 1999).

Un primo passo per proteggere i bambini e cercare di debellare la piaga della pedofilia e dell’abuso sessuale sui minori è far sì che ci siano fonti di conoscenza a disposizione degli adulti e dei minori, sportelli di ascolto nelle scuole, aggiornamenti per insegnanti, formazione per i genitori e soprattutto il dialogo con i propri figli così da cogliere subito i primi segnali di un disagio.

22 Luglio 2014 at 23:55 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Ormai sempre più spesso leggiamo sui quotidiani o sui tg online di casi di donne picchiate o uccise da ex mariti o ex fidanzati che non si danno pace per la fine della loro relazione. Ultimo caso è quello di Jessica Rossi, 23 anni, picchiata dal suo ex ragazzo, che ha avuto il coraggio di pubblicare le foto del suo volto per mostrare i segni delle percosse. Il caso di questa ragazza è lo spunto per tornare a parlare dei tanti casi di violenza e stalking sulle donne.

Probabilmente, il dato più importante è che, nella maggior parte dei casi in cui si verificano casi di violenza fisica o addirittura di omicidio sulle donne, esistono diversi comportamenti precedenti messi in atto dall’assassino che costituiscono altrettanti segnali di rischio spesso sottovalutati o ignorati da chi assiste alle dinamiche della coppia (amici, parenti, vicini di casa, operatori sociali, ecc.). In generale, quali sono gli elementi costitutivi dello stalking per poterli riconoscere e cercare di bloccare il comportamento prima che degeneri?

Lo stalker, un molestatore che, sulla base di sue peculiari motivazioni, individua una persona nei confronti della quale sviluppa un’intensa polarizzazione ideativo-affettiva che lo conduce a passare all’atto. Una serie ripetuta di gesti intrusivi (telefonate, lettere, e-mail, appostamenti, sorveglianze, minacce, ecc.) finalizzati alla ricerca del contatto e/o della comunicazione.

Una vittima (la persona assediata dal molestatore) che percepisce come spiacevoli, disturbanti, lesivi e inquietanti i comportamenti del molestatore, che provocano delle risposte difensive di vario genere (cambiamenti nella vita quotidiana, del numero di telefono, delle attività sociali, del lavoro, della residenza, ecc.) e una conseguente sofferenza psicologica che si manifesta con aumento dell’ansia, comparsa di depressione, con possibile incremento del consumo di alcol o tabacco per distrarsi e/o dimenticare almeno temporaneamente la fonte di stress costante.

Nei casi prolungati di “molestie assillanti”, va tenuta d’occhio soprattutto la presenza di una serie di comportamenti associati che spesso rappresentano un segno di sviluppo e di intensificazione nel percorso di stalking, come il passaggio dalle minacce esplicite agli atti di violenza su cose (danni alla proprietà) e persone (la vittima o chi si frappone al rapporto patologico vittima/molestatore). Se si riscontra questo elemento, aumentano le probabilità che si possa arrivare alla forma di violenza più estrema, cioè l’omicidio (De Luca, 2009).

Quest’ultimo punto deve essere tenuto in particolare considerazione nei casi di omicidio passionale perché tutti gli autori che si occupano dello stalking sono concordi nell’affermare che le vittime più esposte a rischi di violenze sono proprio quelle che hanno avuto una precedente relazione intima con il molestatore, e anche tutte le persone che lo stalker percepisce come ostacoli tra lui e il “congiungimento fusionale” con la vittima possono diventare obiettivi di violenza esplicita.

Sebbene le “molestie assillanti” siano composte prevalentemente da comunicazioni indesiderate (telefonate, lettere, sms, ecc.), da contatti di varia natura (pedinamenti, approcci diretti e sorveglianza) e minacce non seguite da atti concreti di violenza, tutti gli studi internazionali sul fenomeno concordano nell’evidenziare percentuali significative di violenza fisica diretta contro le donne. Ad esempio, Blaauw, Winkel et al. (2002) indicano il 56% di casi di violenza fisica diretta sulla donna, mentre Purcell (2002) il 18%.

Questi numeri confermano che, nei casi di stalking in cui le minacce si trasformano in attacchi fisici concreti, non si deve trascurare la possibilità che l’esasperazione del comportamento persecutorio possa condurre anche all’omicidio. L’attenzione è necessaria anche se, nella maggioranza dei casi, non si arriva ad atti così estremi. In ogni caso, le vittime di stalking sono donne nell’85% dei casi e le vittime di violenza sono quasi sempre le donne, quindi, quando si arriva all’omicidio, è sempre l’uomo a uccidere e la donna a soccombere.

Uno studio effettuato sull’associazione tra stalking e violenza grave (James e Farnham, 2003) ha esaminato in modo prospettico 85 stalker in consegna a un servizio di psichiatria forense situato a Londra, ed ha permesso di riscontrare che il 32% di essi si era spinto fino all’omicidio o comunque aveva compiuto delle aggressioni gravi, evidenziando come la probabilità di esprimere un livello elevato di violenza fosse correlato al fatto di mettere in atto un numero maggiore di comportamenti di molestia e ad avere intrattenuto un precedente rapporto intimo con la vittima (De Luca, 2009).

Il problema messo in luce da questa ricerca, e confermato da altri studi, è che purtroppo non è possibile predire il livello di pericolosità dei molestatori perché, spesso, non hanno un passato di condanne penali o violenze precedenti e sono apparentemente integrati nella società.

Ciò che è davvero importante è che tutte le donne che subiscono in silenzio le minacce e le violenze dei loro compagni o ex mariti e fidanzati, denuncino quanto accade loro per porre fine ad un incubo e tornare ad essere libere di vivere la propria vita con serenità e spensieratezza.

Ormai la televisione offre moltissime proposte di programmi per bambini: dai film, ai cartoni animati, alle trasmissioni di intrattenimento create ad hoc, ai programmi di creatività e manualità. Ci sono genitori che disdegnano la televisione perché non favorisce la fantasia dei bambini e li rende “imbambolati”, mentre per altri è un valido aiuto quando mancano il tempo e le energie per badare alle piccole pesti.

Sicuramente la soluzione ottimale sarebbe che almeno uno dei genitori si dedicasse a sviluppare con il proprio figlio attività ludico-ricreative che permettano di incrementare il suo lato creativo e fantasioso. Purtroppo al giorno d’oggi sono veramente pochi i genitori che hanno il privilegio di poter trascorrere così tanto tempo con i propri figli senza doversi preoccupare del lavoro o degli impegni domestici. Anzi la maggior parte dei padri e delle madri deve correre tutto il giorno per far fronte ai tanti impegni personali e dei figli, dalla scuola, allo sport, ai compiti, ecc.

Ecco quindi che di rientro a casa e stremate dalle fatiche lavorative quotidiane molte famiglie ricorrono alla televisione per avere il tempo da dedicare alle faccende di casa. Laddove sia davvero necessario avere la televisione come aiuto supplementare, penso che sia interessante valutare che tipo di programmi siano più adatti ai bambini. Innanzitutto è bene selezionare trasmissioni belle, interessanti e adatte all’età del minore. Ciò implica l’esclusione di tutto ciò che concerne la violenza a scapito anche dell’interesse dell’adulto. Se si ha il tempo è meglio guardare i programmi televisivi con i bambini in modo da spiegare ciò che viene loro proposto attraverso il video. I commenti con gli adulti sono importanti perché è bene avere presente cosa il bambino comprende di ciò che vede, ma soprattutto il significato che lui attribuisce a determinate azioni e di conseguenza che tipo di rappresentazione mentale immagazzina nella sua memoria e che uso ne farà.

Utilizzare il registratore Dvd permette di creare una videoteca ad hoc per il minore nella quale si possono pescare i film e i cartoni animati preferiti e comunque quelli più adatti, oltre che avere la possibilità di scegliere l’orario della visione. Infatti è sempre meglio definire, laddove è possibile, un quantitativo di ore giornaliero che il bambino può dedicare alla televisione affinché non ne abusi. Indiscutibilmente se un genitore riesce a promuovere attività alternative alla televisione, come sport, giochi manuali, passeggiate, sarà più facile che il tempo che rimane da dedicare alla tv sia poco e quindi più gestibile.

Normalmente i bambini amano i cartoni animati e i film d’animazione così ben congegnati e attraenti grazie anche all’utilizzo delle ultime tecnologie a livello grafico. I cartoni animati hanno una grande rilevanza nella crescita dei piccoli, in quanto sono una delle principali fonti attraverso le quali essi sviluppano l’immaginazione, la capacità di identificazione, l’empatia, l’altruismo e le regole sociali. In tal senso, la psicologa Kairen Cullen ha riscontrato che ci sono alcuni film che i bambini dovrebbero assolutamente vedere prima dei 10 anni di età. I film sono stati trovati grazie a circa 5.000 di interviste fatte ai genitori in merito a quali film guardassero i loro figli.

Il primo film che la Cullen cita è Toy Story, storia incentrata sull’amicizia tra il cowboy Woody e lo space ranger Buzz che inizialmente sono molto diversi, ma che con il tempo imparano ad apprezzare le diversità l’uno dell’altro fino a diventare grandi amici. La Cullen spiega che questo film “incoraggia i bambini a imparare di più di semplici slogan, educando e divertendo allo stesso tempo. Il suo messaggio è che tutti gli individui sono diversi e hanno un personale valore intrinseco”. Il secondo posto è occupato da Il re leone, film ambientato nella savana che ha come focus il coraggio di fronte alle sfide più ardue. Simba, il cucciolo di leone, perde il padre, re della foresta, e impara presto che deve affrontare lo zio usurpatore e le iene per onorare il genitore scomparso e ristabilire la pace nel territorio. Le altre posizioni sono occupate da: Mamma ho perso l’aereoLabyrinthIl libro della junglaMary PoppinsIl mago di OzLa storia infinitaTata Matilda e Up.

La scelta di questi film naturalmente va intesa alla luce del fatto che ciò che i bambini osservano, imparano, ascoltano da piccoli ha una grande influenza sulla loro sfera emotiva e psicologica. Ciò significa che è importante che tali pellicole forniscano ai bambini messaggi positivi e valori forti che li aiutino a costruire una moralità trasparente e strutturata.

Ogni anno milioni di bambini sono esposti a situazioni stressanti più o meno gravi che possono diventare una fonte di traumi. Gli eventi traumatici che un essere umano può vivere comprendono: disastri naturali (uragani, terremoti, inondazioni e incendi), disastri causati da errori umani (incidenti automobilistici, incidenti aerei, naufragi), atti di violenza diretta (abuso sessuale, fisico e psicologico, sparatorie, rapimenti, bombardamenti e atti terroristici) o indiretta (esposizione a violenza domestica o ad atti di violenza trasmessi dai mezzi di comunicazione), malattie gravi o procedure mediche dolorose (cancro, ustioni, ecc.) (Belaise, 2003).

La reazione delle vittime a questi eventi traumatici è di solito positiva sia che esse abbiano vissuto il trauma direttamente sia che lo abbiano subito indirettamente. Ciò vale anche per i bambini, nonostante permanga una percentuale significativa di minori che, in seguito a tali eventi, manifesta livelli molto elevati di disagio psicologico con notevoli conseguenze nella vita sociale, familiare e nei processi evolutivi, d’apprendimento e di sviluppo. Una reazione normale agli stress estremi è rappresentata dal sentirsi storditi, apatici e depressi; in un secondo momento, subentrano sintomi come irritabilità e senso d’angoscia per le perdite o i danni subiti.

Una reazione grave è definita Disturbo Post-Traumatico da Stress (Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD). Può capitare che tra il trauma e l’inizio del disturbo passi del tempo (anche anni) e più intenso e prolungato è stato l’evento traumatico, più grave sarà il PTSD. Ci sono persone che soffrono di PTSD per anni e, nel caso in cui il trauma sia stato particolarmente violento e prolungato, un soggetto non aiutato da esperti può anche rimanere per sempre vittima di tale disturbo. Dalla correlazione che c’è tra l’intervento traumatico e lo sviluppo di PTSD si evince la potenzialità che ha il trauma nel determinare questa reazione psicologica. D’altra parte, in bambini esposti a eventi traumatici meno gravi o comunque brevi, la percentuale di PTSD può scendere al di sotto del 20%, soprattutto se è trascorso un certo periodo dall’esperienza traumatica (Belaise, 2003).

Il momento che il soggetto definisce come traumatico può a volte non coincidere con quello che l’interlocutore si aspetta. Ad esempio, un adolescente ferito alla testa, in seguito a un incidente d’auto, dichiarò che il momento più traumatico fu quando lo caricarono su un’ambulanza diversa da quella del fratello e della madre. Da ciò è possibile evincere che l’evento traumatico corrisponde a una serie di percezioni, emozioni e pensieri soggettivi che una particolare situazione può aver suscitato nel soggetto (Belaise, 2003, Shaw, 2000).

I bambini con PTSD  spesso riportano altri disturbi come impulsività, distrazione e problemi dell’attenzione (dovuti all’ipervigilanza), disturbi del comportamento, disforia, scarsa emotività, evitamento sociale, dissociazione, disturbi del sonno, aggressività nel gioco, insuccesso scolastico, ritardo nello sviluppo o perdita di abilità già acquisite, ansia e disturbi psicosomatici (Belaise, 2003, Gurwitch et al, 1998).

È possibile aiutare le vittime di questi eventi traumatici a superarli e ad avere una qualità di vita soddisfacente? Sì e molto dipende dal trattamento e dalla tempestività con cui viene messo in atto. Ci sono varie tipologie di trattamento per bambini e adolescenti con PTSD. Alcuni studiosi hanno verificato l’efficacia di una psicoterapia breve, focalizzata sul trauma e l’angoscia, in un gruppo di giovani adolescenti con PTSD e depressione, esposti al terremoto in Armenia nel 1988.

Il trattamento comprendeva un’esplorazione diretta del trauma, tecniche di rilassamento e procedure di desensibilizzazione, risoluzione del conflitto attraverso modalità di focalizzazione sui ricordi non traumatici e supporto di gruppo attraverso il riconoscimento dei sintomi del PTSD negli altri soggetti. Al termine del trattamento, il gruppo di adolescenti trattati ha riportato una significativa diminuzione della sintomatologia del PTSD e di quella depressiva, mentre i soggetti non trattati hanno riportato significativi peggioramenti (Belaise, 2003, Goenjian et al, 1997).

Il tempo è un elemento molto importante nella risoluzione positiva di questi casi. Per questo motivo è auspicabile che vi siano attività di prevenzione e di monitorizzazione nelle scuole e che i genitori siano sensibilizzati rispetto al problema. La scuola, infatti, è un ambiente in cui il PTSD ha buone possibilità di essere individuato: sintomi come pensieri intrusivi e difficoltà nella concentrazione, per esempio, nella maggior parte dei casi, interferiscono con il rendimento scolastico del bambino e con il suo adattamento sociale. Gli interventi a scopo preventivo e i programmi di trattamento nelle scuole sembrano essere molto efficaci nel caso di bambini a rischio di trauma o già traumatizzati. Pertanto si potrebbero prevedere programmi nelle scuole gestiti da uno psicologo scolastico e strutturati nel seguente modo:

-          interventi, durante le lezioni, diretti sul trauma e sulle reazioni allo stress;

-          opportunità per discussioni e rilevazioni;

-          attività in piccoli gruppi;

-          tecniche proiettive come gioco, attività artistiche e racconto di storie (Belaise, 2003).

È evidente che gli interventi nelle scuole non possono sostituire i trattamenti individuali centrati sulle caratteristiche del singolo caso, ma possono contribuire ad identificare i casi più complessi (o ancora non emersi), affinché vi sia un intervento tempestivo e adeguato.

Che senso ha festeggiare la festa della donna? Nessuno in particolare ormai, anzi ogni donna dovrebbe pretendere di essere vezzeggiata tutti i giorni come l’8 marzo. Come mai tanti uomini che non hanno mai pensato di regalare dei fiori alla propria compagna, durante questa giornata fanno la fila per racimolare un rametto di mimosa per poi tornare l’indomani a comportarsi come prima? Evidentemente è solo un atteggiamento derivante dal consumismo e dalla superficialità.

E allora per vincere tale banalità perché non provare ad utilizzare questa giornata per lanciare un messaggio a tante donne che vivono in situazioni di difficoltà e disagio?

Pensiamo solo a quanti delitti di violenza contro le donne si verificano ogni giorno. Anzi si sta verificando un incremento di omicidi e maltrattamenti contro il mondo femminile: addirittura si parla di una donna vittima ogni tre giorni per mano del marito, del fidanzato o dell’ex.

Sono di questi giorni le notizie di Gabriella Falzoni strangolata con un foulard dal marito in provincia di Verona oppure di un camionista a Brescia che uccide l’ex moglie, un amico che era con lei, la figlia avuta da un’altra relazione e il suo fidanzato, ecc.

Rashida Manjoo, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, ha usato il termine “femminicidio” per riferirsi all’Italia e alla spirale di violenze che sta invadendo il nostro Paese. In particolare, è emerso che “l’omicidio da parte del proprio marito, fidanzato, ex, figlio, è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni”. Inoltre, “la violenza domestica si rivela la forma più pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il Paese, come confermano le statistiche: dal 70 all’87% dei casi si tratta di episodi all’interno della famiglia”. Secondo l’Eurispes il fenomeno è in aumento del 300%.

Purtroppo si tratta di problemi che spesso emergono nella loro piena gravità quando ormai è troppo tardi. Dobbiamo infatti considerare che ci sono alcune donne che non denunciano i soprusi subiti, mentre altre che invece si rivolgono all’autorità giudiziaria spesso non ottengono la tutela necessaria  per evitare le possibili ritorsioni a seguito della denuncia.

Si è detto che la maggior parte dei responsabili della violenza e della morte di tante donne sono i partner o gli ex partner. La violenza agita su queste donne non si manifesta all’improvviso, ma dopo una serie di episodi riconducibili allo stalking, infatti sono in aumento le denunce per questo tipo di fenomeno. È stata emanata anche una legge per proteggere le donne dagli stalker, ma continuano ad esserci morti inutili che molto probabilmente si sarebbero potute evitare. Molto spesso infatti questi omicidi non sono frutto di un raptus, ma sono l’atto finale di un lungo percorso fatto di minacce, pedinamenti, telefonate da parte del persecutore che, non essendo riuscito nell’intento di ricongiungersi con la donna “amata”, premedita l’assassinio.

Quali sono i motivi che stanno dando luogo a questa escalation di violenza? Alcuni psicologi sostengono che il potere della donna a livello sociale non è ancora sufficiente. Per altri dipende dai modelli familiari in cui si è vissuti. Chi è stato testimone o vittima di atti violenti su donne, potrebbe a sua volta emulare tali esperienze. Altri pensano invece che dipenda da un senso di inadeguatezza e di inefficacia dell’uomo che non riesce ad affermarsi nella vita professionale e nel privato ed inizia così a prevaricare la donna fino a voler assumere il pieno controllo della sua vita.

In seguito ai tanti episodi di cronaca a cui assistiamo, viene da chiedersi: come mai molte donne che hanno sporto denuncia sono state comunque uccise proprio dalla persona che avevano segnalato all’autorità competente?

Pensiamo al caso di Emiliana Femiano che il 20 dicembre 2009 sfugge al tentativo di omicidio da parte dell’ex fidanzato salvandosi grazie all’intervento di un passante. Dopo circa un anno di telefonate e pedinamenti, nel novembre del 2010 lo stesso ragazzo, agli arresti domiciliari, riesce nel suo intento: uccidere Emiliana con 66 coltellate.

Si tratta di omicidi che hanno in comune le violenze psicologiche e fisiche messe in atto dal partner che non vuole accettare la decisione della donna e che pertanto si sente in dovere di punirla per aver osato lasciarlo e magari per rifarsi una vita con un altro.

Moltissimi sono anche i casi di donne picchiate dai mariti e compagni per umiliarle e renderle delle nullità, dal momento che essi non riescono a sentirsi superiori in altro modo. Purtroppo sono poche le donne che hanno il coraggio di denunciare tali violenze, sia per paura di conseguenze su di sé e sui figli, sia per motivazioni economiche non riuscendo a sostentarsi senza l’aiuto del compagno.

È possibile cambiare lo stato delle cose? Abbiamo già toccato il fondo, non è giunto il momento di risalire?

E allora, invece di regalare una mimosa, perché non aiutare tante donne in difficoltà a trovare il coraggio di denunciare ciò che accade loro?

E ancora: lottare affinché vi sia la tutela della donna che denuncia. Per esempio, chi controlla lo stalker che perseguita una donna dopo che lei lo ha denunciato?

Forse è necessario partire da questo punto. Garantire l’incolumità a colei che decide di uscire allo scoperto e che ha voglia di ricominciare a vivere.

Ogni giorno assistiamo attoniti ad episodi di violenza che lasciano senza parole. Perché si concretizzano così tanti atti di irruenza? Gli psicologi studiano l’aggressività per cercare di capirne le origini. Alcuni studiosi affermano che l’aggressività è solo un tipo di comportamento influenzato dalle norme e dalle regole di ogni cultura. In quest’ottica la violenza dei gruppi giovanili va calata nel contesto di regole e norme che essi considerano appropriate al comportamento. Le ricerche hanno dimostrato che, ad esempio, i membri di una banda commettono atti aggressivi quando questi sono visti come “la cosa giusta da fare” in una data situazione (Moghaddam, 2002).  
Secondo la teoria dell’apprendimento sociale, il comportamento viene appreso attraverso l’osservazione, l’imitazione, le ricompense e le punizioni che riceviamo, mettendo in luce la parte appresa del comportamento aggressivo. In tal senso i mass-media, in particolare la televisione, sono una fonte di modelli per i bambini. Se ad esempio un bambino vede l’eroe di un cartone o di un telefilm che picchia e uccide una banda di persone che lo minacciano, poi potrà valutare di usare quel copione come guida per il proprio comportamento nelle situazioni in cui gli pare appropriato.
La valutazione su ciò che è giusto o meno fare dipende anche dall’educazione e dalle spiegazioni che i genitori danno ai figli riguardo a determinate scene di violenza (Moghaddam, 2002). Rimanendo sempre nell’ambito della famiglia, in genere i bambini fisicamente aggressivi hanno avuto genitori fisicamente punitivi che hanno impartito loro la disciplina mediante un modello aggressivo, con urla, schiaffi e percosse. Questi genitori hanno spesso avuto a loro volta genitori fisicamente punitivi. Tale comportamento punitivo può giungere fino al maltrattamento e, sebbene la maggior parte dei bambini maltrattati non sviluppi comportamenti criminali o non si trasformi in un genitore che maltratta i propri figli, il 30% finisce per adottare comportamenti violenti (Myers, 2009).
Anche l’eredità genetica influenza la sensibilità del sistema neurale alle sollecitazione aggressive. Il nostro temperamento, ossia il nostro livello di intensità e di reattività emotive, ci viene in parte donato alla nascita ed è influenzato dalla reattività del nostro sistema nervoso. Il temperamento di un individuo osservato durante l’infanzia di solito perdura anche in età adulta. Un bambino non aggressivo a 8 anni sarà molto probabilmente anche a 50 anni un uomo non aggressivo (Myers, 2009).
L’aggressività può anche essere stimolata dall’ambiente (caldo, rumore, sovraffollamento e inquinamento). Il fattore climatico più irritante è il caldo e le persone possono diventare più nervose quando il tempo è afoso. Il disagio connesso a una temperatura climatica elevata alimenta direttamente l’aggressività? Sebbene la conclusione possa essere plausibile, la correlazione tra temperatura e aggressività non costituisce una prova.
La presenza di alcuni composti chimici nel sangue può essere un altro fattore che influenza la sensibilità neurale alla stimolazione aggressiva. Molte ricerche indicano che il consumo di alcol scatena l’aggressività quando gli individui vengono provocati. L’alcol incrementa l’aggressività riducendo l’autoconsapevolezza delle persone e la loro capacità di valutare le conseguenze; infatti esso funziona da disinibitore, in altre parole riduce le nostre inibizioni sociali. Pertanto, sotto l’influsso dell’alcol, emergono con più forza le tendenze primarie di una persona, per cui chi è portato a mostrare affetto diventerà più espansivo e chi tende alla violenza diventerà aggressivo. Analogamente, dopo l’ingestione di alcol, le persone che sono soggette alla pressione sociale verso l’aggressività o che sono frustrate o provocate, avvertono minori restrizioni o inibizioni a commettere atti violenti (Aronson, Wilson e Akert, 2010).
Altri ricercatori sostengono che la frustrazione, cioè qualsiasi cosa che impedisca di raggiungere uno scopo, evoca uno stato di istigazione ad agire in maniera aggressiva e che l’aggressività è sempre preceduta da un qualche tipo di frustrazione. Non è detto che l’energia aggressiva esploda direttamente contro ciò che l’ha originata. Secondo il meccanismo della dislocazione, si impara a inibire le ritorsioni dirette, soprattutto quando altri potrebbero disapprovarci o punirci, e a trasferire l’ostilità dislocandola su bersagli più sicuri.
D’altra parte quando una persona cova ira o rancore a causa di una precedente provocazione, persino un’offesa insignificante può innescare un’azione dirompente eccessiva. Questo fenomeno di aggressività dislocata aiuta a comprendere perché una persona precedentemente provocata e ancora in preda all’ira, una volta alla guida della sua auto, potrebbe rispondere a gesti o a comportamenti lievemente offensivi di altri guidatori con vere e proprie reazioni di rabbia intensa e con gesti sconsiderati oppure compiere atti violenti in seguito a lievi critiche da parte del coniuge (Myers, 2009). Molti sono gli studi in corso in questo campo, ma non dimentichiamo che spesso la violenza genera altra violenza.

disperazioneUna donna di 41 anni di Crema (Cremona) si è uccisa con il gas insieme alla figlia di due anni. La donna non era sposata. La figlia era nata da una relazione con un primario dell’ospedale di Crema, che l’aveva riconosciuta. Il rapporto con la madre della bambina, che non aveva altri figli, sembra fosse finito da tempo. Un’amica della vittima ha confidato ai cronisti che la donna aveva manifestato timori per il futuro suo e della figlia: non aveva problemi economici, ma non lavorava ed era depressa (Il Giornale, 21 luglio 2011).

Ancora madri che uccidono i propri figli. Cosa si scatena nelle mente di queste donne che le porta ad uccidere ciò che loro stesse hanno concepito? Quali modalità adottano per porre fine alla vita del figlio? Il modus operandi più frequente utilizzato dalle madri per uccidere è il soffocamento seguito dallo strangolamento. Altre modalità comprendono: percosse con diversi strumenti che provocano il trauma cranico, annegamento, accoltellamento, defenestrazione, avvelenamento, asfissia da gas, ecc. (Mastronardi e Villanova, 2008). Resnick (1969) ha proposto una classificazione che comprende cinque categorie di infanticidio, sottolineando come il periodo più a rischio per un minore è quello fino a sei anni di vita.

Le categorie individuate da Resnick comprendono il figlicidio:
- altruistico: in questo caso la madre spesso si suicida dopo aver ucciso il figlio malato (suicidio allargato) per salvarlo da una vita di sofferenze. A questo comportamento si associa la Sindrome di Beck, cioè una visione pessimistica di sé e del proprio futuro;
- con elevata componente psicotica: la madre uccide il figlio dando ascolto ad allucinazioni che le “ordinano” di commettere il brutale gesto;
-  di un bambino indesiderato: si verifica quando il figlio è nato da una relazione extraconiugale o perché la madre è troppo giovane e immatura. In questo caso i tentativi di suicidio della donna sono scarsi;
-  accidentale: la madre, già abituata a picchiare il figlio, ne causa la morte a causa di un gesto impulsivo in seguito alle urla e ai pianti del bambino. La donna spesso soffre di disturbi di personalità e irritabilità. Spesso si tratta di donne che hanno subito violenza da piccole e il marito è poco partecipe ai problemi della famiglia;
- per vendetta sul coniuge.

Mastronardi (2006) propone un’altra classificazione delle motivazioni che portano all’infanticidio dividendoli in due blocchi: il primo riguarda le madri che sono responsabili penalmente e quindi imputabili ed il secondo che invece comprende le donne per le quali sussistono cause psicopatologiche che ne compromettono parzialmente o totalmente la capacità di intendere e di volere.

In generale, al di là delle singole classificazioni, i moventi che spingono una madre ad uccidere il proprio figlio sono molteplici e concatenati a livello psicologico, sociale e relazionale. Possono verificarsi casi in cui una madre ha vissuto di recente una grave perdita affettiva (lutto o separazione), si sente isolata a livello sociale, subisce violenza tra le mura domestiche, ha una bassa autostima, desidera essere indipendente ed ha paura di avere dei vincoli in vista di una relazione presente o futura, soffre di disturbo narcisistico o istrionico di personalità, soffre di depressione, ecc.

È importante quindi che una donna viva la gravidanza e la successiva nascita di un figlio con serenità, aspetto che le è garantito dalla vicinanza e dall’amore del partner e delle persone a lei care.

Se sfortunatamente dovesse mancare uno di questi elementi, alla base di tutto c’è l’idea che la società dovrebbe trasmettere alle donne di non temere di perdere il proprio ruolo sociale e lavorativo per una maternità, di non far sentire la nascita di un figlio come un peso, come qualcosa che blocca il progredire della loro vita sociale e professionale, che non sia una preoccupazione per paura di non avere sufficienti guadagni per sostentarlo, ma che le porti a ripartire da qualcosa di nuovo e di bello senza sentirsi sole.

vacanza-donna-solaDomanda – Cara Dott.ssa, sono una ragazza di 26 anni fidanzata da 11 anni. Un anno fa ho scoperto che il mio fidanzato mi ha tradito; una storia durata tre mesi anche se si conoscevano da anni (anch’io la conoscevo) due anni prima del tradimento si erano scambiati dei messaggi piccanti ma poi era finita lì; poi l’anno scorso sono stati insieme. Dopo la mia scoperta lui mi ha detto che è stato un errore, che non c’è stato sentimento da parte sua e che è me che ama. Io ho deciso di perdonarlo, lo amo troppo. Però quando ci separiamo (lui lavora e quindi stiamo lontano) mi sento triste perché penso a quel pensiero che non mi vuole abbandonare. Vorrei essere serena al mille per mille e invece penso che era così tutto perfetto. È normale che avrei voluto tanto che ciò non fosse mai accaduto, ma è successo. La nostra intimità va bene, anzi forse meglio di prima, però il pensiero di quello che è successo non mi abbandona mai. A volte mi chiedo se ho fatto la scelta giusta a perdonarlo, ma non riesco a pensare di separarmi da lui. Lo amo tantissimo però c’è anche la delusione di ciò che mi ha fatto e mi chiedo se quando era con l’altra pensava al male che mi avrebbe provocato. Io credo in lui quando dice che è me che vuole; mi ha detto che è stato uno sbaglio, un errore, che si è pentito. La cosa che mi fa male è il fatto che due anni prima si erano scambiati dei messaggi piccanti, ma poi l’anno scorso non è riuscito a resistere alla tentazione e mi ha tradita. Questo mi fa male, l’amore che prova per me non è riuscito a fermarlo dal compiere il tradimento. Quando sto insieme a lui è una meraviglia, ma non appena ci separiamo, riaffiorano sempre gli stessi pensieri e le stesse domande; forse in 11 anni il nostro rapporto si era appiattito? E lui è stato il più debole? La prego mi risponda. Grazie in anticipo, F. 

Risposta – Cara F., elaborare un tradimento è un passo molto difficile perché le reazioni possono essere molteplici. Dopo la scoperta o la confessione la persona tradita può reagire con rabbia e delusione per poi lasciare immediatamente il partner oppure rimanere ancorata al sentimento pensando di non poter fare a meno dell’altra persona. Elemento imprescindibile se si opta per rimanere insieme al partner nonostante il tradimento, è il perdono. Perdonare e lasciarsi alle spalle un tradimento non è cosa facile, come altrettanto difficile è chiudere un rapporto che dura da tanti anni. Il problema più evidente che emerge con il tempo è di non riuscire a riporre più la stessa fiducia di un tempo nell’altro. Si vive con l’angoscia che la situazione possa verificarsi nuovamente con ulteriori ferite e sofferenze. Allora il pensiero è sempre lì, soprattutto quando lui non c’è. Se un rapporto subisce il passare del tempo è evidente che la soluzione non bisogna cercarla all’esterno, ma all’interno della coppia attraverso il dialogo. Sicuramente il tuo ragazzo è stato più debole, ma vista la situazione precedente dei messaggi, non è stato nemmeno capace di evitare il verificarsi degli eventi. A questo punto devi pensare solamente a te stessa e al tuo benessere. Probabilmente da una parte vorresti lasciarlo per ciò che ti ha fatto ma ciò ti farebbe soffrire, dall’altra stare con lui ti procura altrettanta sofferenza per la perdita di fiducia nei suoi confronti che ti fa vivere in uno stato di paura e di tensione costante. Ciò che ti consiglio è riflettere, prendendoti del tempo, su ciò che ti farebbe stare bene veramente. Hai tutta una vita davanti e la tua scelta la condizionerà pesantemente. Se decidi di continuare a stare con il tuo ragazzo devi riuscire a lasciarti alle spalle il tradimento e tornare a fidarti di lui, altrimenti il peso dell’incertezza su cosa fa lui diventerà con il tempo insostenibile. Se invece pensi che è meglio ricominciare da sola, ricordati che ci sono tante persone con cui potrai ricominciare da capo, magari più felice e spensierata.

Domanda –  Gentile Dott.ssa, ho 22 anni e le scrivo per sottoporle una domanda. Tre settimane fa ho conosciuto un ragazzo, grande affinità, grande dialogo, grande feeling. Abbiamo iniziato ad uscire. Lui è partito in quarta con frasi del tipo “mi piaci tanto in tutti i sensi”, “mi fai stare bene”, “sei riuscita in poco tempo a darmi cose che altri non mi hanno dato in mesi”. Oltre a questo chiamate molto piacevoli e ripetute durante la giornata. Dove sta l’inghippo? Dopo due settimane di frequentazione alla grande, dopo che io ho espresso il desiderio di parlargli perché volevo rallentare perché sentivo che la cosa andava troppo veloce, mi ha scaricata via sms dicendo che ha capito di non essere pronto ad una cosa seria perché non sta bene con se stesso. Inutile dire che ho pensato subito fosse una banale scusa per scaricarmi visto che non ha ottenuto nulla, ora però non lo so mi stanno venendo i dubbi, magari è vero. Il grande problema è che nonostante io lo conosca poco e non mi sia mai fidata del tutto, devo dire che mi piace molto perché c’era un feeling particolare, anche a livello mentale, che non avevo mai trovato con nessuno prima. Esattamente non so nemmeno cosa voglio chiederle, però le sarei grata se mi desse un qualche consiglio. La ringrazio molto, A. 

Risposta – Cara A., purtroppo capita spesso di valutare male le persone. All’inizio sembra di aver trovato qualcuno di speciale che poi tanto speciale non era. In fondo il tuo istinto non ha sbagliato visto che avevi espresso il desiderio di parlare con questo ragazzo. Nonostante ci sia stato un feeling particolare, evita di struggerti e di perdere tempo stando male per una persona che è sparita senza motivi particolari. Probabilmente adesso sei ferita nell’orgoglio oppure sei spaesata per aver subito un comportamento che tu mai avresti messo in atto, cioè sparire senza spiegazioni. Vai avanti per la tua strada e vedrai che troverai persone rispettose di te e di cui potrai fidarti.

Domanda – Gent.ma dott.ssa sono un ragazzo di 26 anni e da circa un anno e mezzo sono fidanzato con una ragazza di 23 anni. Sia io che lei abbiamo affrontato, prima di questa storia, due storie molto importanti di circa 6 anni con i rispettivi partner. Nel novembre del 2009 ci siamo conosciuti e abbiamo iniziato a frequentarci. Nel marzo del 2010 è iniziata la crisi di coppia in quanto il suo ex ragazzo si è fatto risentire. A giugno del 2010 la mia ragazza mi confessa che da gennaio del 2010 a quel momento mi ha tradito con il suo ex. Presa dal senso di colpa e dalla vergogna del gesto mi ha detto che voleva, se io la perdonavo, continuare la nostra storia e io accettai, consapevole delle conseguenze dell’orribile gesto del tradimento. Tutto prosegue abbastanza bene fino ad ottobre del 2010 quando lei manda dei messaggi al suo ex scrivendole che per lei lui era tutto, che lo era sempre stato e che non vedeva l’ora di vederlo. Io preso dal panico decido di parlarle e la sua risposta è stata che era in un momento di difficoltà e ha deciso di scrivere a questa persona. Preciso che la loro storia è finita perché lei non era più innamorata di lui, lui non le dava più attenzioni da un anno e perché lo vedeva solo più come un amico e non come compagno. Passano i mesi e arriviamo ai giorni attuali (preciso che da ottobre ad oggi lei nei miei confronti è cambiata tantissimo in positivo, sono sicuro o quasi che lei abbia dimenticato questa persona). La scorsa settimana la chiama un amico d’infanzia e sapendo che era disoccupata le chiede di andare a lavorare presso il suo locale. Questo locale è frequentato spesso dal suo ex anche perché il titolare di questo locale è suo cugino e lei decide di parlarmene liberamente per capire se mi avrebbe turbato questa cosa. Ieri sera ho parlato con la mia ragazza dicendole che anche se lei andava a lavorare lì dentro io mi sarei fidato di lei e non avrei più fatto trasparire la mia gelosia. Lei mi ha sempre detto che non è completamente innamorata di me a causa dei miei comportamenti e che comunque vede in me il futuro se le cose tra di noi si assesteranno. Chi sa se Lei dottoressa può aiutarmi con qualche consiglio in merito. La ringrazio tantissimo dell’attenzione e spero con tutto il cuore in una sua risposta. 

Risposta – Caro lettore, partiamo da un presupposto fondamentale in una relazione sentimentale: i primi periodi in cui due persone stanno insieme sono i più coinvolgenti e passionali, dove niente e nessuno può distrarre dall’altra persona. Nel tuo caso invece dopo solo 4 mesi inizia la crisi, durante la quale la tua ragazza ti tradisce con il suo ex.  La tua partner all’epoca della storia con il suo ex l’ha lasciato per varie motivazioni, poi ha cambiato idea e ha ricominciato a frequentarlo a tua insaputa, confessandoti successivamente il tradimento ma volendo rimanere con te. Probabilmente la tua ragazza non sapendo bene che decisione prendere, ha tenuto in piedi due storie parallele e ad oggi afferma che “non è completamente innamorata di te” a causa dei tuoi comportamenti. L’aspetto paradossale è che tu sei stato tradito, ma le regole le detta sempre lei. Non dovrebbe essere il contrario? Tu sei stato ferito dai suoi comportamenti e tu devi decidere, a prescindere dalle sue promesse, se è veramente lei che vuoi accanto.  

Domanda – Carissima dott.ssa, mi chiamo Vanessa ho 18 anni e da un po’ di tempo sono sempre triste e mi chiedevo non è che sono in depressione? È già da qualche anno che le cose non mi stanno andando bene. Due anni fa ho iniziato a subire maltrattamenti psicofisici da parte dei miei genitori, c’è stato un periodo in cui mio padre mi picchiava tutte le sere perché mia madre lo chiamava (dato che sono divorziati) perché doveva farmi ragionare, perché sono pure sua figlia, e la soluzione per loro era picchiarmi e insultarmi. Sono pure finita in ospedale ed ero seguita da una psicologa, ma ormai avevo perso le speranze. L’unica soluzione era andarmene via e me ne sono andata, anche se dopo mia madre è venuta a prendermi e mi ha portata nel paese di sua mamma in Portogallo. I familiari non capiscono l’italiano e come ci sentivano discutere dicevano sempre che mia madre aveva ragione e una sera, durante una cena di cugini, mia madre si è presentata al ristorante e mi ha picchiata solo perché c’era anche il mio ragazzo, allora sono andata disperata al bar di mio zio a cercare conforto ma un altro fratello di mia madre ubriaco mi ha picchiata cercando di obbligarmi a salire in macchina per riportarmi da mia madre e lì sono scappata nella città del mio ragazzo per quasi un anno, finché anche lì una mia zia da cui stavo vivendo da quando me ne ero andata da mia madre, ha deciso che non voleva più avermi in casa e sono tornata in Italia. Dopo alcuni mesi ho avuto un incidente in macchina con i miei familiari. Poi mia madre ha voluto che me ne andassi di casa e così sono andata a vivere dal mio ragazzo, solo che comunque mi sento male con me stessa perché penso che ho fatto solo danni, è da tre mesi che piango e mi butto le colpe addosso e continuo a pensare di essere inutile. Non so che fare per cercare di non pensare a quello che ho subito e ora cerco aiuto rivolgendomi a lei, crede che sono depressa? Cosa dovrei fare per non pensare più a queste cose? Grazie in anticipo, Vanessa. 

Risposta – Cara Vanessa, quale persona non sarebbe triste, demoralizzata e sfiduciata nell’essere trattata in questo modo dalle persone che invece dovrebbero accudirla? È normale che essere colpiti così duramente a livello psicofisico porti a farsi delle domande, a chiedersi se c’è qualcosa che non va in se stessi, assumendosi le responsabilità per gli errori degli altri o sentendosi in colpa per ciò che è accaduto per tanto tempo. Il mio consiglio è di rivolgerti ad un consultorio ed ai servizi sociali per far presente la tua situazione, parallelamente potrai decidere di seguire una psicoterapia che ti permetta di ricostruire un equilibrio psicologico ed emotivo per affrontare la vita in modo più fiducioso.

19 Luglio 2011 at 12:13 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink