Due sono le categorie di persone più a rischio per maltrattamento: i minori e gli anziani. In entrambi i casi infatti i soggetti interessati sono deboli perché incapaci o impossibilitati a difendersi e a denunciare i fatti.

Negli ultimi anni ci sono stati moltissimi procedimenti giudiziari legati a maltrattamenti di minori e anziani. Solo dall’inizio del 2016 ci sono stati molteplici casi accertati dai carabinieri (Panorama – Francalacci, 1 agosto 2016). Nel febbraio 2016 in una scuola a Pavullo nel Frignano, comune montano in provincia di Modena, è emerso che l’insegnante sottoponeva gli alunni a violenze fisiche come schiaffi, percosse, spinte, minacce. Una insegnante aveva persino punito una bambina lasciandola all’aperto a 700 metri di altitudine in pieno inverno. Gli alunni terrorizzati non volevano più andare a scuola. Lo stato d’animo angosciato di questi bambini ha allertato alcuni genitori che hanno sporto denuncia da cui poi è partita l’indagine.

Sempre a febbraio 2016 in un asilo di Pisa una maestra si rivolgeva così ad alcuni bambini da 1 a 3 anni: “Rincoglionito, oggi ti faccio del male, sciocco stai zitto, ti metto fuori al freddo, sei duro come il muro, a te oggi niente frutto, levati di torno, boia! Vai a piangere in bagno, con te non ci parlo”. Oltre ad insulti e urla, questa maestra picchiava anche i bambini. La donna è finita agli arresti domiciliari.

Nell’aprile 2016 una maestra di Bisceglie picchiava e offendeva i bambini che non mangiavano o non obbedivano.

Ancora nell’aprile 2016 un’educatrice di un asilo comunale di Roma maltrattava con schiaffi, scossoni e grida bambini di età compresa tra i 12 e 24 mesi.

Nell’agosto 2016 in un asilo del quartiere Bicocca di Milano il titolare e la coordinatrice della struttura sono stati arrestati. Alcuni bimbi sarebbero stati più volte legati con cinghie alle sedie, altri chiusi al buio in stanzini e trattenuti dentro a lungo terrorizzati nonostante urla e pianti disperati. In un caso è stato rilevato in ospedale anche un morso dato sul collo vicino all’orecchio ad un piccolo di circa 2 anni da parte della donna.

Molti casi riguardano anche gli anziani. Nell’ottobre 2016 ad Acerno nel salernitato sono state emesse diciotto misure cautelari nei confronti del direttore e degli operatori di una casa di cura per anziani che devono rispondere per maltrattamenti continui e aggravati. Razioni di cibo minime, schiaffi, minacce, bestemmie, strattoni. Erano queste, come dimostrano le intercettazioni audio e le riprese video agli atti dell’inchiesta, le condizioni quotidiane di vita per una trentina di anziani e sofferenti psichici ospiti in questa casa di cura. Non avevano spesso neanche il permesso di comunicare con i propri parenti e non potevano usufruire liberamente dei servizi igienici. «Posso andare in bagno?» chiede un anziano e l’assistente con crudeltà risponde: «Quando stai per morire». E poi ancora: «Ti sfondo la testa». E in sottofondo il pianto dei poveri pazienti (Corriere della Sera – Coppola, 19 ottobre 2016).

Ancora nell’ottobre 2016 anziani ultrasettantenni e anche una donna di oltre 90 anni, insultati, strattonati, vittime di violenze fisiche e morali. È accaduto in una casa di riposo di Gioia del Colle dove, stanca di subire maltrattamenti da parte di una operatrice sanitaria, un’anziana ospite ha deciso di reagire e ha raccontato tutto alla responsabile della struttura che ha messo fine alle vessazioni facendo arrestare la responsabile (La Gazzetta del Mezzogiorno – Laforgia, 22 ottobre 2016).

Riguardo agli anziani, la tendenziale crescita demografica della popolazione di età avanzata ha posto la società di fronte al problema dell’assistenza agli anziani. La persona in età senile frequentemente si trova, alla fine, a perdere la propria indipendenza per eterogenee motivazioni: giunge, quindi, ad instaurare rapporti di dipendenza domestica, medico-igienica, motoria e socio-emotiva.

È bene tenere presente che i casi di maltrattamento ai danni delle persone di età avanzata che giungono alla Magistratura sono presumibilmente una minima parte della reale presenza del fenomeno (Molinelli et al., 2007).

I casi da citare sarebbero moltissimi e questi sono solo alcuni di quelli avvenuti negli ultimi mesi. Si tratta di una lunga e vergognosa scia di violenza che colpisce i soggetti più deboli della nostra società. Come possono infatti denunciare e raccontare bambini piccolissimi o anziani spesso soli o molto malati?

I bambini sono il futuro della nostra società, mentre gli anziani rappresentano la storia e i ricordi e troppo spesso vengono dimenticati e lasciati soli. Entrambe le categorie andrebbero protette e salvaguardate da qualsiasi atto di violenza e maltrattamento nei loro confronti. I minori hanno diritto a costruire il proprio futuro su basi allegre e spensierate; gli anziani dal canto loro hanno diritto di poter vivere una vecchiaia serena.

Riguardo alla tutela dei minori, come è affermato nell’art. 3 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia, approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 20 novembre 1989, “in tutte le decisioni riguardanti i bambini che scaturiscono da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative o organi legislativi, l’interesse prevalente del bambino deve costituire oggetto di primaria considerazione”.

In quest’ottica, dopo anni di violenze, circa due mesi fa la Camera ha approvato la legge sulla videosorveglianza negli asili e nelle strutture per anziani e disabili. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato (Orizzonte Scuola, 19 ottobre 2016).

La videosorveglianza entra quindi negli asili e nelle strutture per anziani e disabili. Le immagini filmate potranno essere visionate solo dopo una segnalazione credibile o una denuncia, e solo dalla la polizia o da un pubblico ministero. Non potranno essere viste da nessun altro, neppure dal personale della scuola.

Inoltre, per l’installazione del sistema di videosorveglianza sarà necessario l’assenso dei sindacati e per la tutela della privacy, la presenza dei sistemi di videosorveglianza dovrà essere segnalata con dei cartelli a tutti quelli che accedono negli edifici monitorati.

Tale provvedimento non tocca solo l’argomento della videosorveglianza, ma entra anche nel merito di una valutazione attitudinale nell’accesso alle professioni educative e di cura ovvero test psico-attitudinali da fare al momento dell’assunzione e poi periodicamente, nonché di formazione iniziale e permanente del personale delle strutture (Orizzonte Scuola, 19 ottobre 2016).

Questo provvedimento è davvero importante, dal momento che ogni forma di violenza ai danni di un minore crea una forte destabilizzazione nello sviluppo della sua personalità, e provoca danni a breve, medio e lungo termine sul processo di crescita del bambino. Tutte le forme di maltrattamento ai danni di un minore possono generare serie conseguenze a seconda della gravità e della durata delle violenze subite.

I bambini maltrattati frequentemente manifestano: pianto costante, panico, paura, accessi di aggressività, comportamenti regressivi, rifiuto di contatto fisico di ogni tipo e ansia eccessiva per gli approcci relazionali. Inoltre, è possibile che si presenti un’eccessiva attenzione per i pericoli in generale e verso l’ambiente circostante. Sono bambini che si mostrano timidi, remissivi e paurosi in ambienti estranei, ma spesso al rientro nel loro contesto diventano aggressivi e sfogano la loro aggressività con la modalità del gioco violento. Va tenuto presente che, in età evolutiva, la psicopatologia è caratterizzata da una flessibilità dei sintomi, poiché il bambino reagisce ad un evento stressante a seconda della sua personalità e, soprattutto in base allo stadio evolutivo in cui si trova, in base alla sua storia pregressa, e al tipo di ambiente in cui vive. I sintomi che il bambino presenta in reazione ad un evento stressante sono sempre aspecifici, e soprattutto sono in relazione ai fattori protettivi e di rischio che ha sperimentato all’interno del suo ambiente familiare (Popolla, 2010).

Non dimentichiamo inoltre che la scuola è un osservatorio priviliegiato della condizione dei minori e che essi, frequentandola per molte ore al giorno e per diversi anni dovrebbero sia poter instaurare rapporti di fiducia con i propri insegnanti sia riuscire ad esprimere più liberamente se stessi, le loro esperienze e anche le loro sofferenze, e non essere invece maltrattati proprio da chi si dovrebbe prendere cura di loro (Iamartino, 2007).

In quest’ottica, la focalizzazione sull’abilità di riconoscere determinate modalità educative come forme di maltrattamento è fondamentale sia in un’ottica di prevenzione secondaria, consentendo al corpo insegnante di rilevare tecniche e prassi educative inappropriate, eventualmente agite al suo interno; sia in termini di prevenzione primaria, se si opera per incrementare la capacità dei docenti di riflettere e controllare le proprie condotte professionali, potenzialmente sfociabili in un maltrattamento dell’alunno (Caravita e Miragoli, 2007).

Grazie all’approvazione del provvedimento sull’inserimento delle telecamere negli asili e nelle case di cura, sia la scuola sia il contesto medico-assistenziale sono coinvolti in prima linea nella prevenzione del disagio e di conseguenza nella diffusione e nella somministrazione efficace di interventi volti alla promozione del benessere psicologico e della tutela della salute fisica e mentale dei bambini e degli anziani (World Health Organization, 1990; Miragoli e Caravita, 2007).

Perché sovente un’amicizia di un disabile viene scambiata per innamoramento? Sono un disabile, sono entrato per caso nel suo sito e ho trovato le sue risposte in diversi ambiti soddisfacenti. Vengo al mio quesito. Ho avuto un’amicizia con una collega di lavoro ma poi per diverse situazioni e per una frase mal interpretata ho rovinato la nostra amicizia. Io avevo un debole per lei, cosa normalissima tra esseri umani, e capita a chiunque dire una frase che ognuno di noi poi può interpretare come vuole. Per anni non ci siamo più parlati poiché lei mi ha detto che io ero innamorato di lei (premessa stiamo parlando di una donna sposata). So bene che nei luoghi di lavoro bisogna essere accorti a certe situazioni, ma tutto ciò solo perché io sono un disabile? Oggi dopo diversi anni non ci penso più e siamo ritornati a salutarci, ma io vorrei chiarire il perché lei avesse questi dubbi nei miei confronti. È giusto che le parli o lascio perdere il tutto e la tratto come una semplice collega nel rispetto dei ruoli tra persone comuni? Grazie Giuseppe

Gentile Giuseppe, ti ringrazio della tua lettera perché mi dà l’opportunità di trattare un tema che non avevo mai affrontato nella mia rubrica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità propone una classificazione generale delle menomazioni, delle disabilità e degli handicap e ci indica che “l’handicap è la condizione di svantaggio conseguente ad un deficit (menomazione o disabilità) che limita l’adempimento del ruolo normale per tale soggetto, in relazione all’età, sesso e fattori socioculturali”. Una maturazione della coscienza collettiva, attraverso una serie di leggi e provvedimenti, ha portato a riconoscere il valore e la dignità di una persona disabile nel partecipare alla vita lavorativa e sociale. C’è stata infatti un’evoluzione dalla completa istituzionalizzazione ed esclusione dalla vita comune (attraverso leggi che, fin dal 1923 con la riforma Gentile, introdussero il concetto di inserimento, inizialmente mantenendo classi speciali ed il ricovero in istituto per determinate minorazioni fisiche e psichiche) fino all’obbligo dell’inserimento di tutti i disabili nelle strutture normali. In particolare, le più recenti leggi 104/92 e 68/99 forniscono le indicazioni più esaustive riguardo all’integrazione sociale e lavorativa per la tutela dei diritti dei disabili. Al di là di qualsiasi aspetto legislativo, è importante che vi sia una convergenza rispetto all’integrazione e alla qualità della vita, prendendo in considerazione i vari contesti della vita di una persona: affettivo, culturale, spirituale, quotidiano, ecc. Grazie al supporto della tecnologia il disabile oggi riesce a superare molte delle barriere architettoniche che incontra durante la sua giornata, anche se ancora tanto si deve fare in questa direzione (Causin e De Pieri, 2006).

D’altra parte l’obiettivo è andare incontro ad una normalizzazione della vita di un disabile. Per normalizzazione si intende che l’esistenza di una persona disabile possa adeguarsi agli standard di vita dei normodotati. Ciò significa essere autonomi nella pratica della vita quotidiana, come fare la spesa, lavarsi, pulire la casa, fare telefonate, ecc. Nell’ambito delle relazioni interpersonali è importante riuscire ad esprimersi ugualmente con entrambi i sessi in modo non stereotipato; nel contesto sociale significa avere un lavoro che permetta di essere autonomi economicamente e di potersi integrare completamente nella società. In sintesi, l’obiettivo della normalizzazione è  fare in modo che il disabile sia in grado di gestire la propria vita nel modo più autonomo possibile rispetto alle proprie capacità (Causin e De Pieri, 2006). Fatta questa premessa teorica per contestualizzare il problema, Giuseppe, la situazione che mi poni capita molto frequentemente negli ambienti lavorativi. Ora bisogna distinguere varie modalità di comportamento e risoluzione delle infatuazioni tra colleghi. C’è chi ne è lusingato ma lascia che la cosa rimanga solo a livello platonico, c’è chi intesse una relazione clandestina all’insaputa dei colleghi, c’è chi non è capace di gestire questi sentimenti altrui e decide di mettere una certa distanza tra sé e l’altra persona e c’è chi invece sceglie di vivere la propria storia alla luce del sole.

Nella tua lettera scrivi che “sovente un’amicizia di un disabile viene scambiata per innamoramento”. Non credo che la donna a cui ti riferisci, per di più sposata, abbia deciso di allontanarsi da te per via della tua disabilità in senso stretto. Piuttosto potrebbe essersi sentita in difficoltà nel non sapere come comportarsi con te per non farti soffrire. In questo caso, ci si scontra con l’ignoranza o i pregiudizi in merito a come può vivere l’emotività di un sentimento o la sessualità chi è disabile, il quale invece può innamorarsi, condividere emozioni e gesti affettuosi, così come può anche vivere semplicemente un’amicizia sincera. Quando si parla di amore, passione, sessualità a volte le persone normodotate sono a disagio perché pensano che il disabile non possa percepire nel modo giusto le sensazioni e gli affetti, ritenendo in modo erroneo, che ciò che è adatto per loro non lo sia per il disabile. La vita affettiva e sessuale delle persone con disabilità è un argomento troppo spesso messo sotto silenzio, su cui si addensano imbarazzi, equivoci, ignoranza e pregiudizi. Partendo dal presupposto che ognuno cerca di condurre la propria esistenza all’insegna del benessere fisico e psicologico, ma rendendosi anche conto che chi, per una malattia o a causa di un incidente, vive una condizione di disagio e di dolore per non poter realizzare la maggior parte delle proprie aspirazioni, appare particolarmente evidente la discrepanza nella qualità della vita tra chi è disabile e chi non lo è. La tua collega può aver pensato che tu, come disabile, non avessi le risorse per affrontare una delusione e quindi ha preferito troncare ogni rapporto. D’altra parte lei stessa forse non ha trovato in sé le modalità psicologiche per affrontare il tuo “debole” per lei, si è trovata in difficoltà e non è stata capace di risolvere il problema in altro modo. In conclusione, mi pare di capire che vorresti un chiarimento, perché no? Ormai è passato tanto tempo e una chiacchierata, nel rispetto dell’altra persona, potrà magari ricreare un clima di serenità tra di voi e far nascere un rapporto basato sulla stima e la fiducia reciproca.

Che senso ha festeggiare la festa della donna? Nessuno in particolare ormai, anzi ogni donna dovrebbe pretendere di essere vezzeggiata tutti i giorni come l’8 marzo. Come mai tanti uomini che non hanno mai pensato di regalare dei fiori alla propria compagna, durante questa giornata fanno la fila per racimolare un rametto di mimosa per poi tornare l’indomani a comportarsi come prima? Evidentemente è solo un atteggiamento derivante dal consumismo e dalla superficialità.

E allora per vincere tale banalità perché non provare ad utilizzare questa giornata per lanciare un messaggio a tante donne che vivono in situazioni di difficoltà e disagio?

Pensiamo solo a quanti delitti di violenza contro le donne si verificano ogni giorno. Anzi si sta verificando un incremento di omicidi e maltrattamenti contro il mondo femminile: addirittura si parla di una donna vittima ogni tre giorni per mano del marito, del fidanzato o dell’ex.

Sono di questi giorni le notizie di Gabriella Falzoni strangolata con un foulard dal marito in provincia di Verona oppure di un camionista a Brescia che uccide l’ex moglie, un amico che era con lei, la figlia avuta da un’altra relazione e il suo fidanzato, ecc.

Rashida Manjoo, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, ha usato il termine “femminicidio” per riferirsi all’Italia e alla spirale di violenze che sta invadendo il nostro Paese. In particolare, è emerso che “l’omicidio da parte del proprio marito, fidanzato, ex, figlio, è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni”. Inoltre, “la violenza domestica si rivela la forma più pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il Paese, come confermano le statistiche: dal 70 all’87% dei casi si tratta di episodi all’interno della famiglia”. Secondo l’Eurispes il fenomeno è in aumento del 300%.

Purtroppo si tratta di problemi che spesso emergono nella loro piena gravità quando ormai è troppo tardi. Dobbiamo infatti considerare che ci sono alcune donne che non denunciano i soprusi subiti, mentre altre che invece si rivolgono all’autorità giudiziaria spesso non ottengono la tutela necessaria  per evitare le possibili ritorsioni a seguito della denuncia.

Si è detto che la maggior parte dei responsabili della violenza e della morte di tante donne sono i partner o gli ex partner. La violenza agita su queste donne non si manifesta all’improvviso, ma dopo una serie di episodi riconducibili allo stalking, infatti sono in aumento le denunce per questo tipo di fenomeno. È stata emanata anche una legge per proteggere le donne dagli stalker, ma continuano ad esserci morti inutili che molto probabilmente si sarebbero potute evitare. Molto spesso infatti questi omicidi non sono frutto di un raptus, ma sono l’atto finale di un lungo percorso fatto di minacce, pedinamenti, telefonate da parte del persecutore che, non essendo riuscito nell’intento di ricongiungersi con la donna “amata”, premedita l’assassinio.

Quali sono i motivi che stanno dando luogo a questa escalation di violenza? Alcuni psicologi sostengono che il potere della donna a livello sociale non è ancora sufficiente. Per altri dipende dai modelli familiari in cui si è vissuti. Chi è stato testimone o vittima di atti violenti su donne, potrebbe a sua volta emulare tali esperienze. Altri pensano invece che dipenda da un senso di inadeguatezza e di inefficacia dell’uomo che non riesce ad affermarsi nella vita professionale e nel privato ed inizia così a prevaricare la donna fino a voler assumere il pieno controllo della sua vita.

In seguito ai tanti episodi di cronaca a cui assistiamo, viene da chiedersi: come mai molte donne che hanno sporto denuncia sono state comunque uccise proprio dalla persona che avevano segnalato all’autorità competente?

Pensiamo al caso di Emiliana Femiano che il 20 dicembre 2009 sfugge al tentativo di omicidio da parte dell’ex fidanzato salvandosi grazie all’intervento di un passante. Dopo circa un anno di telefonate e pedinamenti, nel novembre del 2010 lo stesso ragazzo, agli arresti domiciliari, riesce nel suo intento: uccidere Emiliana con 66 coltellate.

Si tratta di omicidi che hanno in comune le violenze psicologiche e fisiche messe in atto dal partner che non vuole accettare la decisione della donna e che pertanto si sente in dovere di punirla per aver osato lasciarlo e magari per rifarsi una vita con un altro.

Moltissimi sono anche i casi di donne picchiate dai mariti e compagni per umiliarle e renderle delle nullità, dal momento che essi non riescono a sentirsi superiori in altro modo. Purtroppo sono poche le donne che hanno il coraggio di denunciare tali violenze, sia per paura di conseguenze su di sé e sui figli, sia per motivazioni economiche non riuscendo a sostentarsi senza l’aiuto del compagno.

È possibile cambiare lo stato delle cose? Abbiamo già toccato il fondo, non è giunto il momento di risalire?

E allora, invece di regalare una mimosa, perché non aiutare tante donne in difficoltà a trovare il coraggio di denunciare ciò che accade loro?

E ancora: lottare affinché vi sia la tutela della donna che denuncia. Per esempio, chi controlla lo stalker che perseguita una donna dopo che lei lo ha denunciato?

Forse è necessario partire da questo punto. Garantire l’incolumità a colei che decide di uscire allo scoperto e che ha voglia di ricominciare a vivere.