Tra pochi giorni è San Valentino, la festa degli innamorati. Per molte coppie sarà una scusa in più per passare una serata romantica insieme, mentre per altre potrà essere il termometro che qualcosa non va da tempo nel rapporto. Diciamo che quindi questa giornata di festa può diventare paradossalmente più significativa per quelle coppie che ormai non si possono più definire tali, ma che non hanno il coraggio di affrontare il problema.  Ecco che allora tutto diventa una forzatura, fino a che non si prende atto della crisi. Ci sono quelle coppie che eludono la crisi, fanno finta che le difficoltà non ci siano illudendosi che le cose possano andare avanti così. Ci sono poi quelle coppie che alternano periodi di delusione e periodi di vera e propria crisi cristallizzandosi in un rapporto dove i partner non riescono a cambiare e a trasformarsi in funzione di una risoluzione dei loro problemi. Infine ci sono poi le coppie che attraversano una fase di disillusione, utile per passare da un primo impatto di delusione ad un secondo aspetto caratterizzato dalla presa di coscienza dell’altro e della sua accettazione totale. La coppia a questo punto riesce bene ad integrare le proprie differenze e difetti.

Esistono dei segnali per capire quando vi è una crisi in atto nella coppia? Certamente, eccoli:

- scarsa comunicazione: si parla poco, non si cerca il confronto con il partner e non si ha piacere nel raccontare anche aneddoti divertenti che possono essere capitati durante la giornata;

- mancanza di confronto: ognuno cerca di risolvere i problemi della coppia autonomamente, evitando il confronto con l’altro;
- calo del desiderio: un calo del desiderio può essere anche fisiologico dopo tanto tempo che una coppia è assieme, ma ciò che indica la crisi sono la scarsa complicità e la poca voglia di reinventarsi associate al desiderio di avere altri partner;
- senso di solitudine: uno o entrambi i partner si sentono soli anche in presenza dell’altro e questo porta ad una voglia di evasione dal rapporto;
- litigi molto frequenti: le liti possono servire per confrontarsi e trovare poi una mediazione rispetto ad un problema comune, ma se diventano troppo frequenti possono soffocare la relazione;
- condurre vite parallele: non si ha più il piacere di fare qualcosa insieme al partner e di condividere una propria passione, ma si opta per una conduzione della propria vita in autonomia coinvolgendo l’altro il meno possibile;
cercare di cambiare il partner: la non accettazione dell’altro ed il tentativo di cambiarlo sono indici di insoddisfazione e di insofferenza che inevitabilmente portano ad attriti e a delusioni ripetute;
- atteggiamento critico: uno dei due partner critica e incolpa l’altro dei problemi che possono esserci in casa o nella coppia;
- disprezzo: uno dei due partner utilizza il sarcasmo, lo scherno e perfino gli insulti per rivolgersi all’altro

Cosa fare quindi se uno o più segnali di crisi caratterizzano il proprio rapporto di coppia? -Innanzitutto, c’è la volonta di salvare la relazione? Se la risposta è affermativa allora il primo passo da compiere è rendersi conto che si sono date per scontate troppe cose nel rapporto e che lo stesso partner è stato trascurato. Probabilmente quando scatta il meccanismo della trascuratezza dell’altro, inevitabilmente questo comportamento diventa reciproco, cancellando tutte quelle attenzioni e gentilezze che invece fanno bene alla coppia. È importante ritrovare la voglia di sorprendere ancora il partner e di dare nuova linfa ad un rapporto stanco e deteriorato dalla routine. La presa di consapevolezza che il cambiamento e che un periodo critico sia normale attraversarli è un punto di partenza per non farsi trovare impreparati. È bene quindi ripartire da gesti quotidiani fatti di piccole attenzioni, soprese, mistero, seduzione e corteggiamento. È utile anche saper indicare con chiarezza quali sono i propri bisogni, essere sempre gentili anche quando un gesto è scontato, descrivere i problemi senza incolpare l’altro. Piccoli cambiamenti che possono dare ossigento alla relazione e farla nuovamente decollare. Questo significa diventare una coppia vincente, cioè una coppia che non evita i problemi e i conflitti, ma che ha imparato a superarli insieme.

8 Marzo 2016 at 10:37 e taggato , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Finalmente arriva l’estate e la possibilità per moltissime persone di andare in ferie. Le vacanze rappresentano un periodo più o meno lungo in cui ci si può riposare e rilassare. In realtà le ferie possono trasformarsi nel peggiore degli incubi: marito e moglie passano tutta la giornata insieme senza interruzioni derivanti dal lavoro o da altri impegni. Ciò può dare linfa vitale al rapporto, ma anche essere assolutamente deleterio perché la miccia del litigio è sempre pronta a prendere fuoco.

Le vacanze prevedono un cambiamento dei ritmi di vita che non sono gli stessi per la coppia e ancora meno il concetto di riposo è lo stesso per tutti. C’è chi ama rimanere in spiaggia nelle ore più calde a prendere il sole, chi invece vuole fare il sonnellino pomeridiano, chi desidera giocare tutto il giorno a racchettoni o a beachvolley, ecc. Ogni piccola differenza nella gestione delle attività quotidiane può trasformarsi in un motivo di litigio.

La rottura di una coppia pertanto non dipende dalla vacanza estiva, che può far emergere prepotentemente una crisi già in atto. Se due persone che hanno già dei problemi si trovano sole 24 ore su 24 devono affrontare di petto i loro problemi. Possono riuscirci attraverso il dialogo, consolidando il loro rapporto e recuperando attimi di intimità persi. D’altra parte però si possono anche creare troppe aspettative che puntualmente vengono disilluse e le tante ore trascorse insieme possono diventare occasioni per numerosi litigi. Ci si può rendere conto che gli interessi comuni sono diventati sempre meno e che anche il desiderio sessuale si è affievolito.

Riguardo al posto dove trascorrere le ferie, è importante scegliere una meta che metta d’accordo entrambi. Se le opzioni sono opposte (ad esempio: mare vs montagna) e la coppia non trova un punto d’accordo, la soluzione è quella di scendere ad un compromesso: trascorrere qualche giorno in un posto che piace a lei e qualche altro giorno in un altro luogo che interessa a lui. Importante è non mettere da parte i propri desideri che potrebbero riemergere prepotentemente durante la vacanza e creare solo malcontento e frustrazione.

Trovare il compromesso è un elemento fondamentale per il buon andamento della vita di coppia. In merito alle attività da svolgere in vacanza, durante il soggiorno è importante che entrambi i partner cerchino di assecondare i desideri dell’altro senza sacrificare i propri. Se a lui piace andare in kayak lei può provare ad accompagnarlo, viceversa se lei vuole fare un corso di ballo, lui può cimentarsi nell’attività di ballerino per qualche ora. È bene non dimenticare che la vacanza può essere anche l’occasione per scoprire nuove e inaspettatamente piacevoli sfaccettature del partner. Quindi perché non provare a cimentarsi in qualcosa che non si è mai tentato? Bisogna però anche sentirsi liberi di evitare attività che proprio non si ha voglia o paura di fare. Stare insieme deve essere un piacere e non una costrizione. Quindi se lui vuole dedicarsi ad attività spericolate deve sentirsi libero di farle senza che lei glielo possa rinfacciare o viceversa. L’aspetto positivo è che ci sarà poi uno spazio comune in cui raccontarsi le emozioni e le sensazioni provate per condividerle comunque con il partner. Alcune coppie, più o meno consce del loro stato di crisi oppure perché annoiate, decidono di trascorrere le vacanze insieme ad un gruppo di amici, tentando così di colmare quelle lacune ormai presenti nel rapporto oppure di trascorrere vacanze separate. La vacanza potrebbe anche risultare più divertente, ma il problema della coppia è solo rimandato.

Ecco allora un decalogo “salvacoppia” per l’estate.

1. Trovate un compromesso sulla meta delle vacanze.

2. Trovate dei compromessi sulle attività da fare in vacanza.

3. Viaggiate leggeri (fate una valigia con poche cose indispensabili. Ciò vi agevolerà negli spostamenti, eviterà di creare disordine in camera e vi permetterà di avere sempre le cose a disposizione. A volte sono anche questi piccoli dettagli a creare l’opportunità per malumori o discussioni.).

4. La vacanza deve essere uno spazio dedicato alla coppia (se la coppia è annoiata, colmare i vuoti attraverso la presenza di amici equivale solo a rimandare il problema).

5. Evitate di fare vacanze separate se la coppia ha dei problemi (altro discorso invece vale se la coppia è solida. In questo caso, la vacanza da soli può essere un’occasione per fare ciò che piace rispettando l’autonomia dell’altro).

6. Accantonate Internet e il cellulare (almeno per un po’! A parte gli scherzi considerate quanto tempo togliete al partner quando siete al telefono. Una soluzione è concordare insieme il tempo da dedicare all’utilizzo di Internet e del cellulare per motivi lavorativi. Ad esempio, definite degli orari in cui farne uso. Nel frattempo il partner può dedicarsi ad altre attività di suo interesse in totale libertà).

7. Dividetevi i compiti (per un equilibrio di coppia è importante che sia stabilita una divisione equa dei compiti, soprattutto in vacanza dove entrambi i partner hanno diritto a svagarsi e a riposarsi. Semplicemente basta dividersi le cose da fare per risparmiare tempo e per poterlo dedicare maggiormente alle attività più piacevoli. Quindi se lei lava i piatti, lui può caricare la lavatrice e poi stendere i panni, ecc. La collaborazione in questo senso può anche creare un nuova dimensione di complicità nella coppia).

8. Definite insieme le spese da affrontare (nella coppia l’aspetto economico è spesso fonte di discussioni. Definire un tetto massimo di spesa e una quota per gli extra può essere utile ad evitare problemi).

9. Sperimentate nuove attività (fare insieme cose diverse da quelle a cui si è abituati, può essere utile a superare i propri limiti ma anche a spaziare e a dare nuovo ossigeno alla coppia).

10. Rispettate il bisogno di solitudine dell’altro (può capitare che anche in vacanza si abbia bisogno di un po’ di tempo da dedicare solo a se stessi. È importante quindi lasciare all’altro la possibilità di isolarsi senza che vi sia la sensazione che questo sia imposto o comunque costretto).

E buone vacanze.

28 Agosto 2015 at 15:30 e taggato , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Quando si parla di bullismo solitamente si pensa all’azione di una o più figure maschili, ma in realtà sono moltissime le preadolescenti o adolescenti a mettere in atto comportamenti vessatori nei confronti di loro coetanee. Il bullismo femminile non sempre prevede l’abuso fisico, ma può essere ugualmente pericoloso e dannoso per chi lo subisce.

Le bulle hanno bisogno di dominare gli altri, si ritengono superiori e trascinando altre coetanee prendono il sopravvento sulla malcapitata di turno. Non sono in grado di tollerare la frustrazione e per questo si arrabbiano facilmente. Sono facili all’invidia e da questo sentimento sono mosse per denigrare in ogni modo la loro vittima, rea di avere qualità che a loro non appartengono.

Di solito non agiscono da sole, ma preferibilmente in gruppo, il cosiddetto “branco”, composto da ragazzine dominanti, che ha come unico scopo quello di far subire le peggiori angherie ad una sola vittima. Il branco può anche essere misto ed in questo caso le ragazzine supportano i ragazzi oppure arruolano alcune delle personalità più deboli che così possono riscattarsi da un passato anonimo o di vittima.

La vittima delle bulle solitamente è una compagna di classe (o comunque una ragazzina appartenente alla cerchia delle conoscenti coetanee) timida, con una vita familiare normale, diligente, incapace di reagire, ribellarsi o confidare a qualcuno quanto le sta capitando. L’autostima della vittima viene fortemente scalfita dalle azioni delle bulle e spesso può iniziare a manifestare una serie di disturbi prima assenti come disturbi dell’alimentazione, attacchi di panico, fobie, ecc. accompagnati da un comportamento autodenigratorio che talvolta si associa al desiderio di far parte del gruppo che tanto l’ha squalificata.

Il bullismo maschile utilizza spesso la violenza fisica, i maschi si divertono a picchiare le loro vittime magari anche filmando queste azioni per vantarsi successivamente davanti agli altri e per sedimentare il loro potere.

Il bullismo femminile invece è più sottile e subdolo, a volte quasi invisibile da parte di chi non è all’interno del gruppo. Infatti le bulle femmine, non usando solitamente la violenza fisica, preferiscono quella verbale. Le parole dette alla vittima non sono urlate, ma sussurate con una frequenza assillante e persecutoria. I contenuti sono vari: possono essere insulti oppure vere e proprie maldicenze su falsi comportamenti sessuali legati ad una particolare disponibilità o a una presunta omosessualità della vittima. Le bulle usano anche molti comportamenti non verbali per denigrare la vittima e per tenerla sotto controllo, come gli sguardi carichi di derisione o i falsi sorrisi che celano cattive intenzioni con lo scopo di impaurire e creare disagio. Le bulle escludono completamente la vittima dal gruppo. Le prese in giro possono essere esercitate per puro divertimento, ma spesso hanno lo scopo di “eliminare” una possibile rivale in qualche ambito a cui la bulla tiene particolarmente.

È quasi superfluo dire quanto i pettegolezzi, le occhiate sprezzanti, le offese sussurate o dette davanti al gruppo, le frasi denigratorie sia a livello fisico sia psicologico, possono avere serie conseguenze sulla costruzione della personalità della vittima che, come la bulla, è in una fase di completa formazione della sua vita.Per far fronte a questo serio problema sociale, come si devono comportare le famiglie delle bulle?

Spesso le origini del bullismo dipendono dal tipo di educazione ricevuta in famiglia. Un comportamento aggressivo può più facilmente nascere in una famiglia dove è mancato affetto da piccoli oppure dove i rapporti in casa sono stati gestiti in modo aggressivo sia da parte di fratelli o sorelle sia da parte dei genitori. Se in casa il modo di gestire i problemi ricade nell’uso della violenza fisica senza possibilità di confronto o dialogo, i figli probabilmente useranno lo stesso metodo nel loro mondo.

Anche se i genitori sono convinti di conoscere bene il carattere e il modo di comportarsi della propria figlia, devono comunque considerare che questi possono modificarsi in base all’influenza della compagnia frequentata. La frequentazione di persone aggressive può avere una cattiva influenza sul comportamento e può portare ad assumere tali atteggiamenti anche in ragazze che in apparenza non hanno l’indole della bulla. Quindi è importante che i genitori controllino sempre le amicizie frequentate dalle proprie figlie.

Quando una ragazza ottiene troppo facilmente ciò che desidera, anche attraverso l’uso del ricatto nei confronti dei genitori che magari cedono per mancanza di polso o per non volersi confrontare con la figlia, il rischio è che la giovane riporti lo stesso comportamento al di fuori di casa cercando di imporre alla vittima designata ciò che vuole.

Spesso i genitori idealizzano le proprie figlie non prestando ascolto alle segnalazioni della scuola. In realtà, una ragazza bulla può essere tale sono in determinati contesti, ingannando così i suoi familiari che tenderanno a difenderla a scapito di coloro che invece hanno di fronte una persona ben diversa.

Infine, se si nota che una bambina comincia a comportarsi in modo aggressivo, un possibile aiuto sta nel farle praticare uno sport così da incanalare tale aggressività ed energia in un progetto positivo e costruttivo. Infatti lo sport ha un importante ruolo nel creare disciplina e comportamento di squadra.

Sta quindi in primo luogo alle famiglie insegnare ai propri figli che la violenza in ogni sua forma va condannata; in secondo luogo sarebbe auspicabile che nella scuola venissero messi in pratica progetti volti non solo a contenere ma a prevenire azioni di bullismo.

Ci sono periodi nella vita in cui ci si sente oppressi e sopraffatti dagli eventi, come se fosse impossibile gestirli ma anzi come se essi ci muovessero come fuscelli al vento senza alcuna possibilità di affrontarli. Allora si inizia a sentirsi passivi, inerti, stanchi. La quotidianità prende il sopravvento, come tutti i doveri e le cose pratiche da sbrigare. Alla fine ci si trova stremati ma insoddisfatti perché quello che manca è il tempo da dedicare a se stessi e ai propri cari.

È in queste fasi della vita che a qualcuno può balenare nella mente l’idea di fuggire per crearsi una vita diversa in un luogo dove la frenesia lascia il posto alla rilassatezza. Molti pensano a mete caraibiche dove poter vivere con poco, ma riuscendo ad avere tempo per se stessi. Ciò che è interessante valutare non è tanto la fattibilità economica e organizzativa di una scelta del genere, quanto piuttosto cosa nasconde il desiderio di mollare tutto per ricominciare.

Soprattutto un desiderio di questo tipo ha senso portarlo fino in fondo solo se è davvero un obiettivo autentico e non un espediente provvisorio per allontanare altri problemi che non si riesce a risolvere. In questo caso infatti la voglia di fuggire cela la voglia di lasciarsi tutto alle spalle. Quando i doveri e i sacrifici prendono il sopravvento sui momenti piacevoli ci si sente come in gabbia e di conseguenza, per praticità e necessità spesso si è costretti a chiudere in un cassetto i propri sogni. Le necessità della famiglia diventano primarie e si iniziano a dimenticare i propri desideri.

I momenti di crisi sono importanti perché portano cambiamenti. La crisi porta al progresso e alla possibilità di sfruttare al meglio la propria inventiva con responsabilità e desiderio di crescita. Ad un tratto ci si rende conto di aver raggiunto un limite, di aver compiuto un ciclo e che si ha la necessità di cercare nuove prospettive e motivazioni. D’altra parte non bisogna dimenticare che ogni cambiamento ha un prezzo da pagare che si può tramutare in sofferenza personale, in conflitti con gli altri, in paure e sensi di colpa.

Ma quali sono i segnali per capire che si sta andando verso un punto di rottura? Si possono verificare malesseri fisici come emicrania, gastriti e sintomi psicologici come senso di svogliatezza nell’affrontare la giornata, mancanza di vitalità, visione incompleta di se stessi. A volte non è necessario pensare a come realizzare una decisione così drastica, ma basta rendersi conto che ovunque la realtà presenta i suoi problemi e i suoi sacrifici, anche in un luogo all’apparenza paradisiaco.

Prima ancora di addossare eventuali colpe di questo blocco evolutivo personale a terze persone, è bene provare a guardarsi dentro e capire l’origine di questo malessere. Il rischio altrimenti è che la stessa situazione si possa ricreare dopo un certo lasso di tempo in un altro ambito (lavorativo, sentimentale o familiare).

Prima ancora di cercare il cambiamento verso l’esterno, bisogna provare a cercare l’evoluzione dentro se stessi.

Probabilmente la necessità primaria è quella di ricominciare a sentirsi liberi, leggeri e senza vincoli o condizionamenti.

Una prima cosa da fare è iniziare a lavorare sulla propria libertà. Quindi è bene crearsi dei piccoli momenti di svago, dedicandosi nuovamente ad un hobby accantonato per il poco tempo a disposizione. Ogni giorno bisogna provare a fare qualcosa che ci faccia sorridere, e soprattutto fare qualcosa che amiamo e che ci dia nuovamente quel senso di leggerezza e di spensieratezza che abbiamo perso.

Proviamo a ricercare il benessere interiore attraverso pochi ma fondamentali aspetti legati alla realizzazione personale: senso di autonomia e libertà, senso di utilità, capacità di mantenere legami profondi con le persone care, buona autostima.

Indubbiamente le grandi passioni regalano altrettante soddisfazioni, ma talvolta anche delusioni cocenti. Per questo motivo, è bene ricominciare da piccoli ma significativi cambiamenti da fare ogni giorno.

D’altra parte, la felicità sta nelle piccole cose quotidiane, come: La prima sorsata di birra. È l’unica che conta. Le altre, sempre più lunghe, sempre più insignificanti, danno solo un appesantimento tiepido, un’abbondanza sprecata. L’ultima, forse, riacquista, con la delusione di finire, una parvenza di potere… ma la prima sorsata!” (Delerm, 1998).

Ognuno di noi può avere una sua personale “prima sorsata di birra”, cioè un gesto, un momento inaspettato e non cercato che però regala attimi di evasione e allontana la noia e la fatica.

E allora forse non diremo più “non posso”, ma “potrei…” affrontando ogni giorno con occhi diversi e ricominciando a sognare. Infatti il sogno è il primo indicatore di chi riesce a vivere una vita all’insegna della leggerezza, ascoltando i propri desideri e pensando a come essi possano prendere forma. Il senso di concretezza e la praticità aiuteranno poi nella messa in pratica di quei sogni realizzabili e che possono regalare piccole soddisfazioni che si tramutano in attimi di felicità.

Quando una storia d’amore finisce spesso uno dei due partner subisce la scelta della rottura, meno frequenti sono le situazioni in cui i due partner decidono di chiudere la relazione di comune accordo. Ma se la persona lasciata nonostante tutto non si rassegna e vuole provare a riconquistare il vecchio amore e tornare insieme, cosa potrebbe fare? E soprattutto quali errori dovrebbe evitare di compiere?

Nel caso in cui si voglia provare a riconquistare un ex, innanzitutto, bisogna valutare i motivi che hanno portato i due a lasciarsi, chi ha lasciato l’altro e soprattutto le motivazioni della separazione. Altra valutazione è: perché si vuole tornare proprio con quella persona? È veramente speciale, non si riesce a voltare pagina oppure non si ha abbastanza fiducia in se stessi per pensare di riuscire a trovare un altro partner?

Inoltre, qualora si pensi che le divergenze si possano appianare dopo essersi lasciati, si deve considerare che i comportamenti e i modi di pensare radicati sono molto difficili da modificare, per cui se si decide di tornare con un ex, lo si deve fare ben consapevoli delle sue debolezze o dei suoi atteggiamenti critici. A parte un periodo iniziale di quiete, dopo un certo lasso di tempo è altamente probabile che la coppia ricaschi nelle vecchie modalità di confronto e di discussione. Una soluzione potrebbe essere quella di parlare con uno psicoterapeuta per apprendere nuove modalità di confronto che siano costruttive e positive rispetto alle precedenti.

Probabilmente alla base della rottura ci sono state delle richieste non accolte o dei comportamenti sbagliati. È importante che vi sia un dialogo chiarificatore riguardo ai rispettivi obiettivi. Inoltre, è necessario far convergere tutti i propri sforzi nel dimostrare con fatti concreti  di essere cambiati. A volte è il senso di solitudine che spinge a ricercare un vecchio amore, ma ciò capita più spesso se la persona è isolata, non ha amici con cui uscire e reagire alla fine del rapporto. In realtà anche chi esce tutte le sere a divertirsi dopo la fine di una storia può accusare un senso di solitudine pur trovandosi circondato da persone, musica, balli, divertimento, ecc.

È fondamentale riuscire a vedere la propria storia e l’ex da una prospettiva più distaccata per avere le idee chiare. A volte le abitudini e la vita impostata con certi ritmi sono indici di rassicurazione che a volte le persone stentano ad abbandonare. Altre volte si tratta di voler placare il proprio orgoglio ferito, per cui una volta tornati insieme all’ex, si scopre di non avere in realtà più tanta voglia di andare avanti nel rapporto. Bisogna quindi avere il coraggio di ragionare e valutare se è necessario voltare pagina. Il tempo è un elemento importante, come anche l’apertura a una nuova vita. Se dopo anche molti mesi e nuove conoscenze, si è ancora convinti che l’ex sia la persona giusta, vale la pena riprovare a tornare insieme attraverso il dialogo ed un confronto schietto e sincero. Ciascuno dei due partner potrebbe fare delle richieste ben precise all’altro per ripartire da zero e provare ad evitare di commettere nuovamente i vecchi errori.

Nel tentativo di riconquistare un vecchio amore è importante mettere in atto alcuni comportamenti, come:

- evitare di tempestarlo di telefonate, sms, regali, ecc.;

- non essere assillanti, anche se l’ex si dimostra disponibile al dialogo;

- cercare prima di tutto di recuperare un equilibrio psicologico anche senza l’ex. Ciò aiuterà a vedere le cose da una giusta prospettiva;

- analizzare insieme le motivazioni della rottura e cercare di capire se sono recuperabili;

- farsi desiderare e non lasciare che tutto sia scontato.

D’altra parte, come capire se tornare con un ex è la cosa giusta? Ecco alcuni consigli:

- lasciarsi può essere un’opportunità di crescita e di voltare pagina. È importante cercare di capire se il sentimento era ormai in decadenza e quindi ora si ha davvero la possibilità di ricominciare una nuova vita;

- spesso si pensa che dopo quella persona non ci sarà più nessun altro e invece si possono avere anche sorprese inaspettate, basta avere fiducia e pazienza;

- si è davvero sicuri che quella persona andava bene per noi? A volte il malessere di uno dei due partner rispecchia anche quello dell’altro che magari non ha avuto la capacità di rendersene conto;

- la voglia di tornare con l’ex nasconde la paura di abbandonare vecchie abitudini, amicizie in comune, una vita ormai costruita insieme oppure è davvero la persona con cui si vuole vivere la propria vita?

- i primi tempi la nostalgia per l’ex può essere normale, basta non scambiarla per amore.

Infine, un ultimo consiglio: a volte bisogna avere il coraggio di voltare pagina per essere liberi di trovare ciò che davvero si sta cercando da una vita. L’aspetto importante è il modo in cui si cerca di reagire ripartendo da se stessi. Bisogna darsi tempo e spazio per capire, per ritrovarsi e cogliere ciò di cui si ha davvero bisogno.

L’atto di togliersi la vita è un gesto che lascia in chi vive l’amaro in bocca soprattutto se chi decide di compiere questo gesto è un adolescente. Si cerca allora di ripercorrere la vita del giovane per cogliere eventuali fratture che si sarebbero potute interpretare come richieste d’aiuto silenziose e permettere a qualcuno di intervenire in tempo.

Gli adulti spesso tendono a minimizzare i problemi relazionali degli adolescenti perché si pongono da un’altra prospettiva. Avendo anni di esperienza alle spalle, l’adulto tende a valutare la vita dei giovani nella sua evoluzione verso il futuro, perdendo di vista le difficoltà nel presente che un ragazzo può vivere come insormontabili. È difficile per un giovane non tenere conto del giudizio dei coetanei che, quando porta all’emarginazione, genera una sofferenza che può sfociare in atteggiamenti di chiusura e ripiegamento su di sé oppure in atti impulsivi e decisioni avventate (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Talvolta l’emarginazione e l’isolamento, magari portati all’esasperazione, sono motivi sufficienti per indurre un giovane al suicidio. Può capitare che un ragazzo che non segue il gruppo, ma che se ne discosta, sia emarginato. Può essere il caso, ad esempio, di giovani intellettualmente dotati, interessati alla cultura, poco attratti dai passatempi dei compagni e non attenti alle mode. Essi scelgono di essere se stessi fino in fondo, ma scoprono con il tempo che è anche la strada più difficile da percorrere. Non seguire la massa, ma differenziarsi, soprattutto in un’età come l’adolescenza, richiede grande autostima e forza interiore che un giovane ancora non possiede in maniera tale da riuscire ad affrontare un gruppo di pari che gli si schiera contro.

Nell’adolescenza l’identità che si aveva in qualità di bambini deve essere abbandonata per acquisirne un’altra, ma in questa fase di transizione si è più fragili e si cerca l’approvazione del gruppo o di un amico con il quale si condividono gusti e interessi. Se il gruppo non c’è o è ostile o se manca il conforto di un amico, il livello di vulnerabilità aumenta, anche perché è più facile che un adolescente confidi la sua disperazione ad un amico piuttosto che ai genitori.

Per questo motivo, pensando ad un intervento rivolto ai ragazzi a rischio, sarebbe auspicabile inserire maggiori spazi di condivisione delle idee e dei problemi così da sensibilizzare i giovani ad un mutuo aiuto. Indubbiamente non è facile trovare in un ragazzo i segnali che funzionino da campanello d’allarme per chi gli vive accanto. Il giovane, che magari già aveva manifestato indicatori di disagio, può agire d’impulso sull’onda di una forte emozione negativa o della sensazione di un fallimento irrimediabile e mettere in atto il comportamento suicida. Dalle statistiche emerge che circa il 70-75% dei giovani invierebbe nel periodo che precede il suicidio alcuni segnali che, se colti, potrebbero salvarli. Possono ad esempio confidare ad amici, a volte ai familiari, di voler morire. Questi segnali sono una tacita richiesta d’aiuto spesso sottovalutata (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Proviamo ad elencare alcuni stati di difficoltà che non sono necessariamente precursori di un suicidio, ma dovrebbero essere considerati con attenzione da parte dell’adulto in quanto sono comunque indicatori di disagio: comportamenti ostili e aggressività manifesta, consumo di alcol e droga, assenza di coinvolgimento, di partecipazione emotiva e atteggiamenti passivi rispetto alle attività quotidiane e alle relazioni, cambiamenti nelle abitudini alimentari e nel sonno, paura della separazione (ad esempio: la fine di un rapporto sentimentale, il divorzio dei genitori), difficoltà di concentrazione, brusco cambiamento della personalità (ad esempio, una ragazza normalmente gioviale che all’improvviso si chiude in se stessa e non esce più), improvvisi cambiamenti di umore (fasi di intenso cattivo umore si alternano a momenti di grande entusiasmo), comportamenti a rischio (alcuni giovani si lanciano in azioni spericolate sfidando troppo da vicino la morte), drastico abbassamento del rendimento scolastico e della motivazione allo studio, perdita o mancanza di amici.

Vi sono poi alcuni fattori che, con alla base alcuni degli indicatori precedenti, possono far presagire il rischio di un suicidio: perdere una persona cara, vivere con un senso di totale impotenza come se nulla abbia più importanza, essere ossessionati dalla morte, scrivere le proprie ultima volontà (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009). In conclusione, ci sono fattori scatenanti e fattori predisponenti che, sommandosi e potenziandosi, finiscono per creare una miscela esplosiva. È importante che non soltanto gli adulti, ma anche i ragazzi, conoscano questi segnali e vi prestino attenzione. Spesso, infatti, gli amici e i coetanei si trovano nella posizione migliore per notarli e salvare la vita di una persona cara. D’altra parte si può chiedere aiuto in tanti modi, anche solo con gli occhi, silenziosamente.

La sfida più importante che una persona e i suoi familiari devono affrontare e gestire è il limite della vita, la morte. Quando l’individuo diventa anziano e si rende conto di non essere immortale e che la sua prospettiva di vita è finita sente la realtà di una fine che si avvicina sempre di più e può provare paura della morte, paura di soffrire e di non riuscire ad affrontarla con dignità. Questa paura è più presente quando l’anziano è malato.

Alcune persone pensano di ricorrere al suicidio. La probabilità di usare questa forma di controllo della propria morte aumenta dopo i 65 anni soprattutto per gli uomini soli, socialmente isolati, depressi o con disturbi psichici; per le donne, invece, tale probabilità non subisce variazioni durante l’arco della vita (De Beni, Borella e Mammarella, 2009).

In realtà tutte le paure hanno origine dalla consapevolezza che un giorno moriremo. Questo è l’elemento irrisolvibile che crea tutte le altre paure. Una possibile soluzione consiste nell’accettare la condizione di esseri che nascono e muoiono. Non c’è un modo particolare con cui si esorcizzano le proprie paure. Molto dipende dall’età, dall’esperienza e anche dalle caratteristiche di ogni persona. C’è chi si rifiuta di pensare alla morte, chi invece la sfida continuamente per sondare i suoi limiti (ad esempio, chi pratica sport estremi) e chi accetta gli eventi come capitano (Oliverio Ferraris, 2002).

La paura della morte è connessa a tutta una serie di altre paure:

-          di soffrire fisicamente, di diventare dipendenti e di non avere più il controllo sul proprio corpo;
-          della solitudine e dell’isolamento;
-          di non esistere più;
-          dell’umiliazione;
-          dell’impatto della propria morte su chi resta vivo, anche a livello economico;
-          della morte di altri, della loro sofferenza fisica ed emotiva;
-          di non riuscire a completare quello che ci si era prefissati (“prima di morire devo ancora terminare quell’impresa”) o di assistere a determinati eventi (“prima di morire vorrei                     avere dei nipotini”);
-          della punizione, soprattutto per le persone credenti.

Tutti questi timori non vengono provati necessariamente allo stesso modo da ogni individuo; alcuni rivestono maggiore importanza rispetto ad altri, mostrando la variabilità individuale di ciascuno di fronte alla morte.

Secondo lo studioso Erikson, la vecchiaia è quella fase della vita in cui si deve cercare di bilanciare la ricerca di integrità dell’Io con la disperazione determinata anche dall’avvicinarsi a questo inevitabile appuntamento. La risoluzione di questo conflitto porterebbe alla saggezza, virtù associata a questa fase di vita. Erikson a tal proposito enfatizza come il compito dell’anziano sia quello di dare un senso alla propria vita, integrando le perdite che ha subito. La disperazione è quindi una parte dominante di tale processo, così come la solitudine legata alla morte dei propri cari. Le emozioni negative che si possono associare a questa fase vengono denominate crisi della vita; esse sono in parte dovute e spiegate dalla minore energia fisica e psicologica, che l’anziano deve comunque saper gestire e amministrare per affrontare la quotidianità (De Beni, Borella e Mammarella, 2009).

Se il pensare alla propria morte è complesso e angosciante, affrontare le ansie e le paure della morte degli altri non è più facile. In letteratura viene riportato che il morire altrui evochi nei sopravvissuti emozioni negative che variano tra la paura, la rabbia, la tristezza e la depressione. Il morente dovrebbe potersi trovare in un contesto che lo sostiene, che diminuisce lo stress, le sofferenze fisiche ed emotive. Spesso avviene invece che le richieste emotive del paziente siano evase da reazioni non adeguate, non solo di familiari ma anche di infermieri e medici non preparati a gestire tale situazione. Stress, senso di impotenza, mancanza di accettazione portano alla messa in atto di meccanismi di difesa e di protezione verso se stessi quali il negare tale realtà, evitare il contatto, verbale, oculare e fisico con il morente e con i suoi familiari.

La morte può costituire un tabù anche per coloro che per mestiere sono più esposti a questo tipo di realtà (medici, infermieri, operatori sanitari) e che non sempre sono preparati ad affrontare il tema della terminalità. È però diritto dell’anziano, così come di ogni paziente, essere al corrente di quello che potrebbe accadere, in quanto la morte è qualcosa che ci appartiene (De Beni, Borella e Mammarella, 2009).

E ciò è tanto più vero se pensiamo che ciò che spaventa di più della morte è l’ignoto, il vuoto, il pensiero che di noi non ci sarà più traccia, la perdita di un amore, dell’affetto delle persone care, delle gioie e dei dolori della vita, ma in particolare la consapevolezza che non si può sfuggire alla morte.

Forse dovremmo provare a tornare un po’ bambini, perché essi vivono la vita con quell’innocente senso di onnipotenza che li rende spavaldi e impavidi di fronte a qualsiasi pericolo. In questo modo potremmo affrontare la morte con rispetto, ma con un pizzico di incoscienza che ci renderebbe più coraggiosi e allo stesso tempo potremmo riuscire ad apprezzare di più la vita e ciò che di bello ci accade ogni giorno.

La crisi economica ha creato una serie di situazioni insostenibili per molte persone che hanno deciso di togliersi la vita non riuscendo a trovare altre vie d’uscita. Sono 32 gli imprenditori che si sono suicidati in Italia dall’inizio del 2012, per cause legate anche alla crisi economica. È quanto rileva la Cgia di Mestre. La regione più colpita da questo dramma, sottolinea la Cgia, è il Veneto, con 10 vittime. La crisi economica, comunque, fa strage anche tra i lavoratori. In due anni c’è stata una vera e propria escalation di suicidi dovuti a difficoltà economiche, a licenziamenti o a situazioni legate all’impossibilità di trovare lavoro (La Repubblica, 3 maggio 2012).

Il suicidio è una drammatica espressione di disagio sociale, tanto da essere la prima causa di morte prematura. Per questo motivo negli ultimi anni, il tema del suicidio sta ricevendo un’attenzione costantemente crescente in tutto il mondo, con molte nazioni impegnate a sviluppare programmi di prevenzione al fine di ridurre quest’epidemia globale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima circa 1 milione di morti per suicidio annue e lo riporta tra le 20 principali cause globali di morte (WHO, 2012). I tassi di suicidio variano considerevolmente da nazione a nazione e, probabilmente, non tutte le morti vengono registrate e riportate in maniera omogenea e veritiera (in Cina, ad esempio, si ritiene che il numero di suicidi sia sottostimato per questioni economiche). In Europa, attualmente si riscontrano percentuali maggiori nei paesi del nord-est rispetto a quelli del sud (La Stampa, 10 maggio 2012).

È importante tenere in considerazione che il comportamento suicida non è mai la conseguenza di una singola causa o di un singolo fattore di stress, ma di numerosi fattori biologici, psicologici e sociali che interagiscono. I disturbi psicologici (depressione, disturbi dell’umore, dipendenza da sostanze, schizofrenia, ecc.) sono indubbiamente fattori di alto rischio per il suicidio. Le persone depresse a rischio di suicidio evidenziano alti livelli di disperazione e senso di inutilità, pensiero suicidario continuo e precedenti tentativi di togliersi la vita. Laddove vi sia la combinazione con abuso di alcol, la probabilità che il suicidio vada a buon fine al primo tentativo è molto più alta.

Riguardo alle persone che soffrono di disturbi dell’umore, può accadere che una piccola percentuale di questi pazienti tenti di uccidersi. In questo caso i fattori di rischio riguardano: comportamenti autolesivi, storia familiare di suicidio, depressione, repentini cambiamenti del tono dell’umore, abuso di alcool o droghe. Fattori precipitanti, soprattutto in persone che abusano di alcol, sono sintomi depressivi marcati ed eventi di vita stressanti, in particolare la rottura di legami affettivi. Ma cosa accade nella mente della persona che vuole togliersi la vita?

Prima di tutto la maggior parte delle persone non decide di suicidarsi in maniera improvvisa, eccetto i casi di persone con gravi disturbi psichiatrici. In generale, ci vuole tempo e con la mente la persona esamina tutte le possibilità per riuscire a risolvere un problema che gli rende la vita impossibile. Ad un tratto può balenare nella testa l’idea del suicidio, che quasi immediatamente la persona rifiuta cercando altre vie d’uscita.

Se purtroppo per il soggetto non esistono altre soluzioni allora ecco che si ripresenta l’opzione suicidio. La mente prova a rifiutarla ancora. La persona si sente come in un tunnel con due sole soluzioni: una opzione che risolve tutti i problemi come per magia oppure il suicidio. In questo senso l’idea di togliersi la vita non rispecchia tanto il desiderio di morire, quanto piuttosto la voglia di porre fine ad un dolore insopportabile e ad un senso di impotenza e di incapacità di intervenire positivamente nei confronti della propria vita. Via via il suicidio si concretizza e prende forma come l’unica opzione possibile. A questo punto la mente inizia ad immaginarlo e a pianificarlo.

Le motivazioni che spingono qualcuno a suicidarsi, come la depressione e un senso di malessere generale, possono rendere la persona arida, senza speranza, passiva, incapace di soffrire e di reagire di fronte alle difficoltà della vita. Altri motivi comprendono un trauma, una situazione disperata, una grave delusione. In questo caso non è importante l’evento scatenante, ma il significato che questo ha per l’individuo. La vita per lui è diventata insostenibile. Il bilancio della propria esistenza è negativo e l’individuo pensa che i suoi cari starebbero meglio senza di lui che ha causato loro solo sofferenze. C’è poi chi si suicida pensando così di “vendicarsi” dell’indifferenza delle persone a lui vicine che in questo modo si accorgerebbero di lui, anche se troppo tardi.

La persona che si uccide vuole recidere qualsiasi legame con il mondo, ma allo stesso tempo è inevitabile che lasci un messaggio. Quasi sempre chi si suicida comunica una rivendicazione, un’accusa verso chi poteva intervenire e non ha voluto o non ha potuto fare nulla perché questa tragedia si verificasse. In realtà, chi si toglie la vita lascia anche un altro messaggio. Il suicidio non è la soluzione ai problemi. Proprio quando tutto appare insopportabile, bisogna uscire da quella visione univoca e restrittiva che non lascia intravedere vie d’uscita, ma chiedere aiuto. Anche solo questo tentativo avrà aperto uno squarcio nel buio della solitudine e avrà permesso di fare entrare quella luce che illuminerà la strada verso nuove soluzioni.

Gli adolescenti si trovano sospesi in un mondo che fa loro abbandonare l’età infantile per approdare gradualmente in quella adulta. Il percorso è lungo e difficile e spesso i giovani cercano delle scorciatoie, come quella di fumare, per sentirsi grandi. Il fumo assume per alcuni adolescenti la funzione di affermazione anticipata dell’essere adulto.

Il fumare rappresenta un comportamento, criticato dal punto di vista della salute ma accettato nel mondo degli adulti, pertanto gli adolescenti ritengono che il fumo sia il modo facile di potersi affermare nella società in qualità di adulti. Molte ricerche infatti indicano che c’è un’alta correlazione tra i ragazzi che fumano e che mettono in pratica altri comportamenti a rischio, come avere rapporti sessuali precoci e fare uso di alcol (Bonino, 2005).

I ricercatori hanno riscontrato che sono più inclini a fumare i giovani che sembrano più smarriti nel loro mondo adolescenziale e meno capaci di trovare soddisfazione in altri campi. Sono ragazzi che hanno meno sostegno e regole da parte della famiglia d’origine e non mettono in pratica progetti tesi a valorizzare la propria autostima e a dare un senso di progettualità alla propria vita e al proprio futuro. Infatti questi giovani hanno spesso una visione negativa e pessimistica del futuro, in cui non vedono prospettive di realizzazione personale.

Gli adolescenti che non usano il fumo per anticipare l’età adulta, pare che vivano meglio il periodo dell’adolescenza, guidati dalla famiglia. Sono giovani che pensano di seguire un percorso scolastico lungo, trovando soddisfazione in ciò che fanno e con stimoli legati alla vita futura. Per loro il periodo dell’adolescenza è vissuto con meno conflittualità e pertanto con minore voglia di anticipare i comportamenti adulti, come il fumare (Bonino, 2005).

Gli adolescenti che non fumano hanno un approccio più positivo alla scuola rispetto a coloro che fumano che invece hanno risultati peggiori. In sostanza i giovani non fumatori vivono meglio la loro condizione di studenti da cui traggono soddisfazione, oltre ad avere un rapporto con la famiglia positivo e sereno che offre loro la possibilità di confrontarsi e riuscire a seguire le regole date loro dagli adulti. Ciò non li rende dipendenti in senso negativo, ma piuttosto capaci di poter fare determinate esperienze nell’età giusta. Infatti i giovani che assumono anticipatamente il ruolo da adulto, lo pagano poi a lungo termine, in quanto costituirà un limite a realizzazioni migliori e più fruttuose.

I ricercatori ritengono che i giovani che non hanno bisogno di affermarsi attraverso il fumo ed altri comportamenti da adulti, sono in grado di vivere altre forme più mature che riguardano la sfera degli adulti, come: assumersi le responsabilità, avere la capacità di progettare il futuro, sviluppare la partecipazione sociale. Un aspetto interessante è che i giovani che scelgono di anticipare l’età adulta adottando comportamenti come il fumo, quasi sempre lo fanno all’insaputa dei genitori. Questo atteggiamento trasgressivo si associa anche al rischio che crea eccitazione. Nonostante la tendenza  all’omogeneità di comportamento tra i due sessi, nelle femmine sembra assumere una vena più trasgressiva.

Vi è un’alta correlazione tra tutti i comportamenti a rischio e ciò significa che non si presentano in forma isolata, ma piuttosto come una costellazione di comportamenti simili che portano a seguire un determinato stile di vita (Bonino, 2005). Nella decisione di iniziare a fumare, fondamentale è l’approvazione del gruppo e il fatto che gli amici fumino. Il fumo in questo frangente non è un comportamento solitario, ma di gruppo, tanto da portare i fumatori a non avere amici che non fumano.

Ciò conferma il fatto che i giovani tendono a rafforzare la propria identità scegliendo amici e compagni simili a se stessi. Di conseguenza, i gruppi si costituiscono e tendono a differenziarsi sempre più in base a questa caratteristica e crescendo i fumatori hanno un numero sempre più alto di amici fumatori. Il fumare inoltre sembra facilitare l’inserimento nel gruppo, al punto che i ragazzi che non fumano si sentono più facilmente tagliati fuori dalle attività svolte dai ragazzi della loro età, temono di non riuscire a farsi degli amici e si sentono socialmente più incerti.

Il fumo è un modo per fare cose da grandi e non più da bambini. In questo senso il fumo viene inteso come un rito di legame, come modalità ritualizzata di entrare in relazione con il gruppo, di unire i partecipanti e di accomunarli. Il fumo infatti condivide molti dei tratti dei comportamenti ritualizzati, caratterizzati da ridondanza, esagerazione e semplificazione del gesto. Pensiamo alla sequenza rituale del fumo: dalla richiesta o dall’offerta, all’accensione, all’inalazione, allo sbuffo, allo scambio della sigaretta accesa.

Gli adolescenti provenienti da famiglie con uno stile educativo permissivo risultano maggiormente coinvolti nel fumo; al contrario uno stile educativo autorevole svolge un ruolo protettivo, sia riguardo al coinvolgimento che allo smettere di fumare. È fondamentale la copresenza del sostegno empatico e della fermezza genitoriale tale da indurre una minore esigenza di trasgressione, un minore orientamento verso il gruppo e una maggiore accettazione della propria condizione adolescenziale (Bonino, 2005).

In conclusione, è chiaro come i giovani nel periodo dell’adolescenza cerchino in ogni modo di mettere in atto comportamenti (che andranno a sedimentarsi nell’età adulta) che permettano loro di affermare la propria identità e di costruire una rete di relazioni sociali e affettive. Ci sono giovani che riescono a raggiungere tali obiettivi senza mettere in pericolo la propria vita, mentre altri optano per i comportamenti a rischio. È per questo motivo che sono fondamentali le attività di promozione della salute e di prevenzione dei comportamenti che mettono a repentaglio il proprio benessere, messi in atto nelle scuole e nelle famiglie attraverso il dialogo, il confronto, l’esempio e la condivisione.

Qualcuno una volta ha detto: “il cane è il miglior amico dell’uomo”. Considerando tutti i “pets” (gatti, criceti, conigli, ecc.) e non solo il cane, c’è da dire che, sebbene gli animali domestici forniscano ai loro proprietari numerosi benefici diretti (ad esempio, tenendo lontani i ladri o gli animali nocivi come i ratti, ecc.), essi possono apportare anche influenze positive a livello psicologico. Infatti, alcune ricerche dimostrano che i proprietari di cani che hanno avuto un infarto, un anno dopo tale episodio muoiono in minore percentuale rispetto a chi non ha animali (rispettivamente 1% vs 7%; Friedmann e Thomas, 1995). Ugualmente, pazienti medicalizzati con animali (in particolare con cani) hanno bisogno di meno visite mediche rispetto a coloro che non hanno animali domestici (Siegel, 1990) e persone sieropositive soffrono meno di depressione rispetto a persone senza animali (Shoda, Stayton e Martin, 2011).

Una ragione per cui probabilmente i proprietari di animali hanno tanti benefici è perché l’animale rappresenta un’importante fonte di sostegno sociale. Numerose ricerche dimostrano che avere una buona rete sociale migliora la salute a livello psicologico e fisiologico. In una meta-analisi di 81 studi, alcuni autori hanno riscontrato che un buon sostegno sociale migliora le funzioni cardiovascolari, endocrine e immunitarie. A supporto di questi risultati, altri ricercatori hanno riscontrato che una scarsa rete sociale aumenta gli indici di mortalità. Inoltre un buon sostegno sociale è fortemente collegato ad un’alta autostima.

Un sondaggio condotto da Associated Press (2009, 2010) evidenzia che il 50% dei proprietari di animali considera il proprio amico “come un membro della famiglia”, il 30% riporta che l’animale dorme con sé nel letto e il 25% delle persone sposate o conviventi afferma che l’animale è un “ascoltatore migliore del coniuge”. È quindi chiaro come avere rapporti interpersonali abbia un effetto psicologico positivo sul proprio benessere, al contrario l’essere esclusi socialmente dagli altri porta a conseguenze deleterie. Quindi se l’animale è psicologicamente “vicino” al padrone, ciò può offrire benefici positivi come la vicinanza di qualsiasi altra persona. Inoltre, quando una persona si sente sola, vede il proprio animale come un modo per avere sostegno sociale. In questo senso, quando i proprietari sono soli, tendono ad umanizzare il proprio animale, presumibilmente per compensare il distacco dall’ambiente sociale (Shoda, Stayton e Martin, 2011).

D’altra parte rivolgere cure ed attenzioni ad un animale domestico permette di capire cosa significa essere responsabili di un’altra vita, spostando l’attenzione sull’utilità di ciò che si fa per l’animale con effetti positivi per la propria autostima. Gli animali si rivelano anche un sostegno morale in tanti periodi difficili della vita, ad esempio quando si perde una persona cara oppure nei momenti di solitudine. Non sempre le persone sono disponibili o in grado di comprendere i periodi di difficoltà che si possono attraversare nella vita, mentre un animale è sempre pronto ad offrire la sua compagnia ed il suo amore. Accarezzare un animale dopo una giornata carica di tensione, aiuta a rilassarsi e a lasciare da parte le preoccupazioni, abbassando i livelli di stress. Infatti, alcuni studi hanno dimostrato che accarezzare un animale, come un cane o un gatto, può abbassare la frequenza cardiaca, indurre una respirazione più lenta e profonda e abbassare la pressione sanguigna. Tutti questi effetti riducono la probabilità di avere un infarto o un ictus.

Ci sono tante persone che preferiscono non prendere un animale adducendo i più svariati motivi: “sporca, costa, ecc.”, ma in realtà il focus riguarda come ogni persona tende a soddisfare i propri bisogni. Chi fa questo tipo di valutazioni mettendo in secondo piano l’aspetto relazionale e altruistico dell’affetto per un animale, probabilmente tende a considerare solo i bisogni primari e materiali legati alla sopravvivenza, come il dormire, mangiare, guadagnare, ecc. C’è chi poi non vuole “l’impegno” di dover badare ad un animale e preferisce essere libero di gestire la propria vita senza vincoli. Altro discorso vale per chi invece vorrebbe un animale ma non può tenerlo per motivi lavorativi e quindi di disponibilità di tempo da potergli dedicare.

Un animale ha bisogno di cure e attenzioni quotidiane e non è pensabile l’idea di prenderlo per  poi parcheggiarlo a casa come un pacco. Occuparsi di un animale ha tra i tanti effetti positivi, quello di spingere una persona a fare esercizio fisico. I proprietari di animali sono più invogliati di altri a fare movimento. In particolare, un cane ha bisogno di camminare e quindi l’essere in qualche modo costretti a portarlo a passeggio fa sì che ciò si ripercuota positivamente anche sul benessere fisico del proprietario. Questo si rivela anche un modo per conoscere altre persone ugualmente amanti degli animali e con le quali condividere questa passione.

I vantaggi non sono solo per gli adulti, ma anche per i bambini. Grazie alla presenza di un animale, il bambino potrà incrementare il suo senso di responsabilità, di affetto e di empatia, migliorare le capacità comunicative e relazionali e apprendere valori positivi come la lealtà, il rispetto e l’amore per se stessi, per gli altri e per gli animali. Valori che si porterà dietro per tutta la vita e che lo renderanno una persona migliore.