È del 3 novembre (Tgcom24.it, 3 novembre 2016) la notizia che Francesco (nome di fantasia), un sedicenne romano, vive da 3 anni chiuso in camera, rifiuta qualsiasi contatto umano, vive a letto, mangia di nascosto e l’unico contatto con il mondo esterno è rappresentato dal suo computer.

Francesco è un Hikikomori, uno dei tantissimi giovani che pian piano si isolano e staccano qualsiasi rapporto con il mondo circostante.

“Mio figlio è sempre stato introverso – ricorda la madre Michela – era sempre in disparte a scuola per sua indole. E’ il primo di tre fratelli e si sentiva responsabile. Poi la separazione da mio marito lo ha sconvolto, spingendolo nel suo mondo”.

Progressivamente il suo mondo ha avuto quattro pareti come confini, come orizzonte una persiana quasi sempre chiusa e come vie di fuga il pc e il cellulare. Niente scuola da due anni, niente amici, niente contatti umani. “Riesco ad entrare nella sua camera per portare del cibo qualche volta – dice la donna – ma lui è schivo e attacca la litania: Quando te ne vai? oppure Sei ancora qua?. (…) L’universo di Francesco è fatto di giornate tutte identiche. “La sua routine, prima di iniziare la nuova terapia, era sempre la stessa – rivela Michela - con la sveglia verso le 14,30-15,30, niente pranzo, un po’ di giochi come Fifa 2016, un po’ di serie come “Lost” al tablet. Quindi una veloce merenda sempre in camera. A cena quando, raramente, è di buon umore esce, prende il cibo e rientra. Ma più di una volta l’ho sentito muoversi di notte, di nascosto verso le due, per farsi qualcosa da mangiare e rientrare in camera. Si addormenta alle quattro”. Così un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra mentre fuori il mondo corre sempre più veloce minuto dopo minuto (Tgcom24.it, 3 novembre 2016).

Hikikomori significa letteralmente stare in disparte, isolarsi e si usa per fare riferimento a giovani e adolescenti che si ritirano dalla vita sociale per mesi o anni, trascorrendo le giornate nella propria camera da letto senza avere contatti diretti con il mondo circostante.

I casi in Italia sono circa 20-30 mila, in Francia quasi 80 mila, mentre in Giappone si parla di 1 milione di casi, numero che corrisponde a circa l’1% dell’intera popolazione giapponese (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Gli Hikikomori sono giovani che soffrono particolarmente la pressione sociale relativa alla realizzazione personale tipica della moderna società e che hanno la reazione di isolarsi per sfuggire a questo meccanismo troppo pesante da sostenere per loro.

In particolare, le pressioni esterne possono provenire dalla famiglia, dagli amici, dalla società e sono molto più difficili da affrontare proprio nel periodo dell’adolescenza, età critica sia per lo sviluppo sia per i primi reali confronti con le difficoltà della vita.

Le aspettative sociali spesso riguardano: il rendimento scolastico (“devi prendere dei buoni voti”), la carriera professionale (“devi trovare un buon lavoro/un lavoro fisso), i rapporti interpersonali (“devi essere divertente, attraente”; “devi trovarti un/una partner”), ecc.

La gestione che l’adolescente riesce ad avere della sua vita è spesso ben diversa da quella che si aspettano i genitori, gli insegnanti ed i coetanei. Questo divario tra realtà e aspettative crea un disagio nel giovane, ma quando questo gap diventa troppo grande gli adolescenti sentono di aver fallito nella loro realizzazione personale. Proprio il senso di fallimento e di impotenza può far emergere nel giovane un senso di rifiuto nei confronti di coloro che sono all’origine delle aspettative sociali che ha disatteso. Il giovane pian piano si allontana da tutto il suo mondo composto da genitori, insegnanti, amici fino a ritirarsi e ad isolarsi completamente (Crepaldi, 2013).

Gli Hikikomori utilizzano molto Internet e proprio l’uso della Rete è al centro di un’ampia discussione per capire se il rapporto tra Hikikomori e web sia la causa o l’effetto del disturbo. In tal senso esistono due teorie: secondo la prima gli Hikikomori nascono proprio a causa di Internet che attrae e isola dal mondo esterno. La seconda invece sostiene che i giovani stanno male perché non reggono il peso del confronto con gli altri e le aspettative sociali e si isolano. Solo in un secondo momento, già isolati a casa, usano il web per crearsi una vita virtuale più gestibile e meno pressante (Grosso, 2015).

Quest’ultima teoria è quella a mio avviso più valida e l’uso della Rete da parte degli Hikikomori va inteso come una conseguenza dell’isolamento e non come una causa. Questa tesi è avvalorata dal fatto che il fenomeno è nato in Giappone ancora prima della diffusione di Internet ed allora l’isolamento dei giovani ritirati in casa era totale. In quest’ottica l’uso del web può essere considerato un fattore positivo perché evita il completo isolamento del giovane e gli consente di mantenere relazioni sociali ed un contatto virtuale con il mondo circostante (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Riguardo alle modalità di cura degli Hikikomori il percorso comprende colloqui psicoterapeutici attuabili, almeno inizialmente, attraverso l’unica apertura possibile nel loro mondo cioè Internet e quindi tramite Skype o attraverso le chat.

24 Novembre 2016 at 00:13 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Selfie: “Fotografia fatta a se stessi, solitamente scattata con uno smartphone o una webcam e poi condivisa sui social network”. È questa la definizione che l’Oxford Dictionary dà di un tormentone sociale e mediatico degli ultimi anni, divenuto virale nel 2013, il selfie, l’autoscatto ai tempi di Facebook e Instagram. La moda è tanto diffusa da convincere i redattori del dizionario più famoso al mondo (con la complicità di un algoritmo che ne ha verificato la ridondanza) che selfie sia proprio la parola più dirompente, utilizzata e nuova del 2013 (Corriere della Sera, 19 novembre 2013).

Facendo un passo indietro nel tempo, in particolare agli inizi del ’900, pare che sia stata la granduchessa russa Anastasia Nikolaevna, la prima ad avere l’idea di scattarsi una foto girando la sua nuova e fiammante Kodak Brownie verso lo specchio in cui si stava riflettendo la sua immagine. Tornando ad oggi, la tendenza è di fotografare anche solo alcune parti del corpo come le mani e i piedi oppure dettagli del volto oltre alla figura intera.

Il selfie è il fenomeno di questi ultimi due anni. L’esempio più famoso, e peraltro il più condiviso di sempre su Twitter (è stato ritwittato 80mila volte in tre minuti e quasi un milione nel giro di un’ora), è il selfie delle star di Hollywood scattato durante la notte degli Oscar 2014 dalla presentatrice Ellen Degeneres.

Proviamo allora a capire cosa c’è dietro questa mania. Chi usa in modo eccessivo l’autoscatto sui social network postando le proprie foto condivide moltissimi aspetti anche intimi della propria vita, ma quando sono gli adolescenti a farlo rischiano di dare troppa importanza a questa modalità di condivisione fino a credere che sia fondamentale per creare e mantenere rapporti di amicizia. Pubblicare selfie tende a soddisfare un proprio bisogno narcisistico di apparire ed essere visti dagli altri, dal momento che le fotografie ritraggono il soggetto durante la sua quotidianità.

Eccedere in tal senso però può diventare un problema. Infatti l’American Psychological Association ha riscontrato l’insorgere di una nuova patologia legata all’ossessione per i selfie. Questa patologia prende il nome di “Selfitis” e sta ad indicare un vero e proprio bisogno ossessivo-compulsivo di scattare foto a se stessi per pubblicarle poi sui social network. Questo comportamento celerebbe gravi carenze di autostima e comunque problemi legati all’intimità della persona. Gli individui infatti, anche tramite Facebook, Twitter, Instagram o altri social network, tendono a distorcere la realtà riguardante la propria vita, pubblicando foto, commenti e stati d’animo che danno una certa immagine di sé agli altri. Allo stesso tempo queste persone sono sempre in attesa dei commenti adulatori degli altri e dei “like” ad una loro foto.

Un esempio eclatante di dipendenza da selfie (selfie addict) è stato quello di Danny Bowman, un ragazzo così ossessionato dagli autoscatti da arrivare a tentare il suicidio. Danny ha iniziato a 15 anni e dopo 4 anni, all’età di 19 anni dedicava 10 ore al giorno alla ricerca dello scatto perfetto. Ben 200 scatti al giorno dal suo inseparabile smartphone. L’ossessione aveva raggiunto livelli tali da indurlo ad abbandonare la scuola. Una parabola discendente culminata con il tentativo di suicidarsi sventato dalla madre del ragazzo. In un’intervista al Mirror, Danny ha dichiarato: “Ero sempre alla ricerca del selfie perfetto e quando ho capito che non ci sarei mai riuscito ho desiderato la morte. Questa ossessione mi ha portato via gli amici, la scuola, la salute e quasi la mia vita” (…).“La gente non si rende conto che quando posta una propria immagine su internet può finire fuori controllo. Ero entusiasta quando avevo commenti positivi, ma distrutto quando avevo qualche critica” (Mirror, 23 marzo 2014).

L’esempio di Danny deve essere un monito per tanti giovani: è facile restare vittima del bisogno dell’approvazione altrui e quando questa manca, gli effetti sono devastanti. Si parla di selfie addict proprio perché si tratta di una vera e propria dipendenza come quella legata alla droga, all’alcool e al gioco d’azzardo.

Per questo motivo è importante rendersi conto che non bisogna valutare il proprio aspetto solo tramite il giudizio altrui, poiché si corre il rischio di dare troppo peso alle critiche o di crearsi delle aspettative che poi saranno inevitabilmente disilluse. A tale scopo è fondamentale fare riferimento alle proprie capacità e risorse per vivere con un sano equilibrio interiore e una buona dose di autostima. Laddove poi ci si rendesse conto di avere bisogno dell’approvazione altrui per piacersi, allora bisogna fermarsi e capire le origini di tali insicurezze per colmarle e per valorizzare se stessi per come si è, senza voler necessariamente apparire come invece gli altri si aspettano.

“Sono un centro dell’NBA di 34 anni. Sono nero. E sono gay. Non intendevo essere il primo atleta dichiaratamente gay di un torneo americano professionistico a squadre. Dal momento che lo sono, sono felice di parlarne. Non volevo essere il bambino che alza la mano in classe dicendo: “Sono diverso”. Se fosse per me, qualcuno altro avrebbe già potuto farlo. Nessuno l’ha fatto, ed è per questo che sto alzando la mano (…)” (tradotto da Sport Illustrated, 29 aprile 2013).

Bastano poche parole per far cadere una barriera. Jason Collins, veterano di 713 partite che nel 2012-13 ne ha giocate 38 tra Washington e Boston, ci ha messo 34 anni per realizzare di essere omosessuale e ha deciso di abbattere il muro, diventando il primo giocatore in attività apertamente gay negli sport professionistici di squadra più importanti degli Usa.

La notizia ha destato molto clamore, probabilmente perché avvenuta nell’ambito del mondo dello sport, in cui gli uomini hanno un’immagine virile da preservare. Questa notizia è stata preceduta da tante altre ammissioni di omosessualità nel mondo dello sport, della musica o dello spettacolo; basti pensare a: Martina Navratilova, Ricky Martin, Jodie Foster, ecc.

Sono molti però gli omosessuali che vorrebbero dichiarare chi sono davvero agli altri, ma che per tanti motivi non ci riescono. Quali sono i problemi legati all’esprimere ciò che si è davvero e come farlo?

Fare coming out rispetto alla propria natura sessuale è importante perché collegato al concetto di identità e di accettazione di sé. Chi riesce a dichiararsi di fronte ad amici, parenti, colleghi, seppur con difficoltà, successivamente ne trarrà giovamento in quanto comunicare al mondo esterno ciò che si è senza paura e senza più doversi o volersi nascondere ha moltissimi benefici sulla salute e sulla psiche. Purtroppo il percorso di chi è omosessuale e decide di dichiararsi non è così semplice. Innanzitutto la prima difficoltà è l’auto-accettazione; se prima non si è fatto questo passo come si può condividere con qualcun altro la propria natura? In questo caso è necessario concentrarsi su se stessi, il proprio stato d’animo e il proprio benessere. Come si sta vivendo l’omosessualità? Con senso di colpa, vergogna, imbarazzo, confusione oppure con serenità e gioia? Per i giovani e gli adulti che hanno scoperto da poco di essere attratti da persone dello stesso sesso il primo passo da fare è capire che non c’è nulla di sbagliato nell’essere omosessuali. Successivamente è fondamentale “ascoltarsi”, sentire le proprie emozioni e imparare a condividerle e a confrontarsi con altri, magari tramite un’associazione. Questo passaggio è necessario per superare la frequente fase in cui si rifiuta la propria omosessualità per poi passare all’essere rassegnati perché si pensa che non si potrà mai avere una vita normale e che ci si dovrà sempre nascondere. Questa fase può durare anche tutta la vita se si rimane legati ai condizionamenti sociali e alla paura di non essere accettati. Per questo motivo è importante condividere queste difficoltà con persone che vivono lo stesso problema o che l’hanno già superato. Parlarne aiuta a normalizzare la situazione e ad accettarsi per come si è. A questo punto non si avrà più paura di parlarne con gli altri. Molto spesso è anche il sentimento forte verso il proprio partner che aiuta a trovare la forza di uscire allo scoperto. Chi invece ha già fatto outing ma ha avuto problemi, deve fare i conti con la chiusura mentale che spesso la società impone con i suoi preconcetti e pregiudizi inculcati nelle persone.

La famiglia tende a riprodurre se stessa come unico modello di unione nella società, pertanto un figlio gay irrimediabilmente si sente incompreso in partenza e in grande difficoltà rispetto alla possibilità di comunicare la propria natura sessuale. Rispetto ai propri familiari bisogna lasciare loro il tempo di accettare la situazione, parlarne e cercare di rispondere alle loro domande (che sicuramente ci sono). I genitori, condizionati dagli stereotipi sociali, possono pensare di aver fatto qualcosa di sbagliato nell’educare il proprio figlio o la propria figlia, ma in questo vanno rassicurati e spesso anche “rieducati”. Spesso l’ignoranza crea molte barriere psicologiche per cui è bene far conoscere ai propri familiari il mondo dell’omosessualità senza che vengano lasciati soli a dare libero sfogo alle loro fantasie senza che vi siano fondamenti con la realtà. È bene comunque lasciare loro il tempo di assimilare l’informazione: d’altra parte quanto è stato lungo il percorso di auto-accettazione?

Se si hanno problemi sul lavoro è importante inquadrare bene la situazione. L’omosessualità non deve essere un elemento discriminante nell’ambito lavorativo. Parlarne con tono professionale a colleghi o al superiore può essere un primo passo per dare il tempo di sedare pettegolezzi o pregiudizi. La professionalità sul lavoro è la risposta a condizionamenti sociali e ai preconcetti. Con gli amici il dialogo e la condivisione delle proprie difficoltà sono gli elementi chiave per cercare un punto di incontro e di accettazione. Allo stesso tempo, si ha anche modo di scoprire la vera amicizia che non ha paura di supportare la persona in un periodo difficile e particolare della propria vita.

I bambini si sentono in colpa? Sono consapevoli che le loro azioni possono avere conseguenze negative sugli altri? A partire da che età sono in grado di riconoscere e capire quando hanno danneggiato qualcun altro? Trovare una risposta a questi interrogativi è importante perché la colpa come mediatore della coscienza morale svolge un ruolo importante nella comprensione delle regole morali ed etiche.

Secondo alcuni ricercatori è possibile notare segnali di colpa già in bambini di due anni, un’età in cui il minore inizia a cogliere le differenze tra sé e gli altri e a capire che anche le altre persone provano emozioni e sentimenti che possono essere influenzati dal proprio comportamento. La piena capacità del minore di cogliere le emozioni arriva dai tre anni in poi. Per provare senso di colpa il bambino deve avere consapevolezza della propria identità. Diversi ricercatori sostengono che il sentimento di colpa sia legato alla capacità del bambino di sperimentare empatia nei confronti degli altri. Il dispiacere empatico per il dolore percepito nell’altro si trasforma in senso di colpa nel momento in cui il minore si rende conto di essere la causa del disagio altrui.

Un’altra spiegazione alla base del senso di colpa è l’ansia di separazione o da esclusione. Si tratta della paura di perdere i legami affettivi importanti e del timore di essere allontanati dalle persone. Il bambino, ad esempio, è in grado già molto precocemente di far arrabbiare la mamma disubbidendole, tuttavia il disagio provocato dalla colpa gli consente di percepire la soglia che non deve essere oltrepassata, per non perdere le cure e l’affetto di cui ha bisogno (Di Blasio e Vitali, 2001).

Nel corso del tempo aumentano le situazioni in cui il bambino percepisce i sensi di colpa mostrando una sensibilità sempre più raffinata. Da piccolo si sente in colpa per aver detto una bugia, per aver preso un giocattolo al fratello, per aver fatto arrabbiare i genitori o per aver fatto male a un compagno. In futuro potrà sviluppare sensi di colpa qualora non riuscisse ad aiutare una persona sofferente o venisse meno ad un impegno preso o alla parola data.

La tendenza dei bambini a riparare ad un danno fatto viene favorita se i genitori ricorrono sistematicamente nell’educazione del figlio a spiegazioni di tipo affettivo, come: “Non è bello fare così” oppure a proibizioni seguite da spiegazioni empatiche: “Non vedi che Marco è ferito? Non spingerlo” o ancora ad affermazioni basate su regole precise: “Non si deve mai picchiare nessuno per non far soffrire le persone” e di ritiro affettivo: “Quando mi ferisci o fai del male agli altri, non ti voglio vicino”.

Tra le diverse categorie educative, il ricorso a regole precise e assolute è particolarmente efficace, in quanto crea una combinazione ideale di sentimenti di colpa empatica associati a modalità riparative. Un’altra pratica educativa molto comune consiste nell’indurre direttamente sensi di colpa attraverso frasi come: “Sei responsabile per aver fatto male a Luca”, “È colpa tua se hai preso un brutto voto, dovevi studiare di più”, “Hai rotto il giocattolo di tuo fratello, ora riparalo”. Tali attribuzioni hanno l’effetto di orientare il comportamento dei bambini verso il riconoscimento e l’acquisizione delle regole date.

In ambito educativo, nelle situazioni di violazione involontaria delle regole da parte del bambino, l’induzione del senso di colpa è una tecnica molto efficace. Mentre nel caso di disubbidienze intenzionali è particolarmente utile ricorrere a un controllo coercitivo, cioè richiedere al bambino di riparare al danno fatto attraverso sanzioni, punizioni o altro. All’interno di un modello educativo finalizzato a far comprendere l’effetto negativo di comportamenti dannosi per gli altri, un uso moderato di interventi coercitivi da parte dei genitori può contribuire a promuovere nel bambino un elevato livello di consapevolezza circa la gravità delle sue azioni.

In ogni caso, qualsiasi intervento utilizzato dai genitori deve essere inserito in un quadro di supporto psicologico e di disponibilità emotiva nei confronti del bambino. È fondamentale ricordare che l’efficacia dell’educazione dipende dalla coerenza e dalla concordanza delle azioni e delle regole messe in atto da entrambi i genitori (Di Blasio e Vitali, 2001). Ad ogni modo, le pratiche educative della famiglia d’origine andranno poi a confrontarsi e ad integrarsi con quelle che il bambino riceve dall’ambiente extrafamiliare (scuola, ambiente sportivo, ecc.).

Difatti, l’interiorizzazione di appropriate norme morali e sociali è il presupposto di una buona socializzazione. La coscienza morale è lo strumento che abbiamo per capire se ciò che facciamo è giusto o sbagliato e, attraverso il senso di colpa, ci comunica se uno standard etico culturalmente condiviso è stato violato. In una società come quella attuale dove il senso della famiglia va disgregandosi, il rispetto nei confronti del prossimo è labile, l’egoismo la fa da padrone, il sistema di valori è fragile e troppo frequentemente basato sul ritorno economico, è sempre più urgente che i giovani vadano incontro alla vita con un bagaglio educativo composto da elementi di fiducia, lealtà e rispetto verso l’altro.

In psicologia quando si parla di minori spesso si tende a confrontarsi esclusivamente con problemi o difficoltà, ma esistono anche altre realtà come quella dei bambini con particolari talenti. Ad esempio un bambino che a 3 anni già dimostra di conoscere i numeri, saper leggere, avere un linguaggio ricco, essere curioso e manifestare interesse verso la musica, l’arte o altre materie, probabilmente è un bimbo plusdotato. Un bambino/ragazzo viene definito plusdotato quando ha uno sviluppo cognitivo superiore allo sviluppo normale per un bambino della sua età.

È importante riconoscere per tempo un bambino plusdotato in modo tale che le caratteristiche di personalità vadano di pari passo con le condizioni ambientali in cui sta crescendo per esprimere appieno il suo potenziale. Può capitare che questi bambini siano incompresi in quanto, ad esempio a scuola, apprendendo molto prima degli altri e in modo più agevole, nel tempo rimanente tendono ad agitarsi e a distrarsi. Ciò si verifica anche perché il programma di studio può rivelarsi troppo semplice per loro. Capita che talvolta essi vengano diagnosticati come bambini affetti da sindrome d’attenzione e iperattività fuorviando inizialmente anche una persona esperta. Tale confusione si può comunque mettere da parte, osservando il comportamento del minore plusdotato quando si affronta un argomento nuovo e stimolante: a quel punto egli si concentra totalmente su quanto di nuovo può apprendere. Questi bambini imparano in modo intuitivo, creativo, non seguendo sequenze ordinate e organizzate come i compagni di classe.

Questo talento cognitivo è misurabile attraverso il Quoziente Intellettivo (QI) che nella media delle persone si assesta attorno ad un valore compreso tra 85 e 115. I bambini ad alto potenziale cognitivo hanno un QI tra 125-130 e 160. Il bimbo plusdotato è spesso un bambino difficile che ha incontrato da subito problemi d’integrazione a scuola. In classe, egli spesso evita di farsi notare troppo; consapevole della sua differenza, cerca di nasconderla facendo a volte volontariamente degli errori. Egli non ama imparare a memoria, è raramente un bravo studente. Contando esclusivamente sulla sua memoria, manca di metodo e di organizzazione, è insaziabile sugli argomenti che lo appassionano e cambia frequentemente le sue aree d’interesse (Associazione Svizzera per i bambini ad alto potenziale cognitivo).

I suoi talenti possono toccare sfere diverse: musica, matematica, creatività, ecc. Alcuni ricercatori affermano che circa l’8-10% della popolazione di studenti sono bambini plusdotati. Per loro è importante poter usufruire di programmi ad hoc o comunque, come avviene in altri Paesi, seguire il programma di classi avanzate, essere supportati da uno psicologo se necessario e frequentare scuole speciali. L’importante è non soffocare questi talenti, ma imparare a valorizzarli in quanto possono essere un risorsa per tutti.

Ecco in sintesi 7 indizi per capire quando ci si trova davanti ad un bimbo plusdotato di 3-4 anni (Corriere della Sera, 4 settembre 2009):

1)      dopo aver ascoltato una fiaba due o tre volte, ricorda tutto a memoria e interrompe per correggere se viene modificata una frase o una parola;

2)      memorizza con estrema facilità i luoghi e i percorsi: ad esempio riesce a ricostruire ed anticipare la strada da casa alla scuola materna;

3)      comprende i sentimenti degli altri e si identifica con loro: quando vede un altro bambino che piange o sta male, gli si avvicina, gli chiede come va, si siede al suo fianco;

4)      non si accontenta delle risposte secche, del tipo “è così e basta”: chiede di sapere il perché di un avvenimento, a volte polemizza sulla motivazione che gli viene data;

5)      ha un lessico molto ricco, sa utilizzare bene i verbi, parla con grande proprietà di linguaggio: varia molto gli aggettivi, conosce un numero elevato di parole;

6)      se sta facendo qualcosa che gli interessa, è molto difficile distrarlo. Ha una grande capacità di concentrazione e anche un senso di responsabilità elevato: “se mi sono preso un impegno devo portarlo a termine”;

7)  se gli viene chiesto di rifare o ristudiare qualcosa che ha già imparato prima, dimostra noia o disinteresse: non perché non abbia voglia di impegnarsi, ma perché gli sembra inutile.

Questi bambini speciali hanno un grande bisogno di complessità, pertanto si demotivano facilmente davanti a problemi troppo facili, mentre sono stimolati da una sfida intellettuale che per altri sarebbe irraggiungibile. È fondamentale che siano sostenuti e incoraggiati dagli insegnanti e dalla famiglia. Al fine di svilupparne al massimo il potenziale si possono considerare varie soluzioni, tenendo conto della personalità e della maturità del bambino. È possibile quindi modificare il programma di studi attraverso: accelerazione, arricchimento e approfondimento. L’accelerazione consiste nel rispettare il ritmo di sviluppo intellettuale del ragazzo.

Si realizza nel salto di classe di un anno o di due anni per un giovane con un QI superiore a 145. L’arricchimento permette all’allievo un maggiore accesso alle informazioni, permettendogli di colmare la sua curiosità intellettuale, aumentare le discipline o gli argomenti di studio. L’approfondimento comporta lo studio più completo degli argomenti trattati nel programma “ufficiale”. Si tratta quindi di andare a fondo delle cose in una determinata area (Associazione Svizzera per i bambini ad alto potenziale cognitivo).

È importante che questi bambini abbiano la possibilità di sviluppare il loro potenziale. Pertanto prima si riesce a riconoscere un bambino plusdotato, tanto più egli si realizzerà ed avrà la possibilità di vivere in armonia con se stesso e con gli altri, mettendo al servizio della società il suo talento.

La crisi economica ha creato una serie di situazioni insostenibili per molte persone che hanno deciso di togliersi la vita non riuscendo a trovare altre vie d’uscita. Sono 32 gli imprenditori che si sono suicidati in Italia dall’inizio del 2012, per cause legate anche alla crisi economica. È quanto rileva la Cgia di Mestre. La regione più colpita da questo dramma, sottolinea la Cgia, è il Veneto, con 10 vittime. La crisi economica, comunque, fa strage anche tra i lavoratori. In due anni c’è stata una vera e propria escalation di suicidi dovuti a difficoltà economiche, a licenziamenti o a situazioni legate all’impossibilità di trovare lavoro (La Repubblica, 3 maggio 2012).

Il suicidio è una drammatica espressione di disagio sociale, tanto da essere la prima causa di morte prematura. Per questo motivo negli ultimi anni, il tema del suicidio sta ricevendo un’attenzione costantemente crescente in tutto il mondo, con molte nazioni impegnate a sviluppare programmi di prevenzione al fine di ridurre quest’epidemia globale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima circa 1 milione di morti per suicidio annue e lo riporta tra le 20 principali cause globali di morte (WHO, 2012). I tassi di suicidio variano considerevolmente da nazione a nazione e, probabilmente, non tutte le morti vengono registrate e riportate in maniera omogenea e veritiera (in Cina, ad esempio, si ritiene che il numero di suicidi sia sottostimato per questioni economiche). In Europa, attualmente si riscontrano percentuali maggiori nei paesi del nord-est rispetto a quelli del sud (La Stampa, 10 maggio 2012).

È importante tenere in considerazione che il comportamento suicida non è mai la conseguenza di una singola causa o di un singolo fattore di stress, ma di numerosi fattori biologici, psicologici e sociali che interagiscono. I disturbi psicologici (depressione, disturbi dell’umore, dipendenza da sostanze, schizofrenia, ecc.) sono indubbiamente fattori di alto rischio per il suicidio. Le persone depresse a rischio di suicidio evidenziano alti livelli di disperazione e senso di inutilità, pensiero suicidario continuo e precedenti tentativi di togliersi la vita. Laddove vi sia la combinazione con abuso di alcol, la probabilità che il suicidio vada a buon fine al primo tentativo è molto più alta.

Riguardo alle persone che soffrono di disturbi dell’umore, può accadere che una piccola percentuale di questi pazienti tenti di uccidersi. In questo caso i fattori di rischio riguardano: comportamenti autolesivi, storia familiare di suicidio, depressione, repentini cambiamenti del tono dell’umore, abuso di alcool o droghe. Fattori precipitanti, soprattutto in persone che abusano di alcol, sono sintomi depressivi marcati ed eventi di vita stressanti, in particolare la rottura di legami affettivi. Ma cosa accade nella mente della persona che vuole togliersi la vita?

Prima di tutto la maggior parte delle persone non decide di suicidarsi in maniera improvvisa, eccetto i casi di persone con gravi disturbi psichiatrici. In generale, ci vuole tempo e con la mente la persona esamina tutte le possibilità per riuscire a risolvere un problema che gli rende la vita impossibile. Ad un tratto può balenare nella testa l’idea del suicidio, che quasi immediatamente la persona rifiuta cercando altre vie d’uscita.

Se purtroppo per il soggetto non esistono altre soluzioni allora ecco che si ripresenta l’opzione suicidio. La mente prova a rifiutarla ancora. La persona si sente come in un tunnel con due sole soluzioni: una opzione che risolve tutti i problemi come per magia oppure il suicidio. In questo senso l’idea di togliersi la vita non rispecchia tanto il desiderio di morire, quanto piuttosto la voglia di porre fine ad un dolore insopportabile e ad un senso di impotenza e di incapacità di intervenire positivamente nei confronti della propria vita. Via via il suicidio si concretizza e prende forma come l’unica opzione possibile. A questo punto la mente inizia ad immaginarlo e a pianificarlo.

Le motivazioni che spingono qualcuno a suicidarsi, come la depressione e un senso di malessere generale, possono rendere la persona arida, senza speranza, passiva, incapace di soffrire e di reagire di fronte alle difficoltà della vita. Altri motivi comprendono un trauma, una situazione disperata, una grave delusione. In questo caso non è importante l’evento scatenante, ma il significato che questo ha per l’individuo. La vita per lui è diventata insostenibile. Il bilancio della propria esistenza è negativo e l’individuo pensa che i suoi cari starebbero meglio senza di lui che ha causato loro solo sofferenze. C’è poi chi si suicida pensando così di “vendicarsi” dell’indifferenza delle persone a lui vicine che in questo modo si accorgerebbero di lui, anche se troppo tardi.

La persona che si uccide vuole recidere qualsiasi legame con il mondo, ma allo stesso tempo è inevitabile che lasci un messaggio. Quasi sempre chi si suicida comunica una rivendicazione, un’accusa verso chi poteva intervenire e non ha voluto o non ha potuto fare nulla perché questa tragedia si verificasse. In realtà, chi si toglie la vita lascia anche un altro messaggio. Il suicidio non è la soluzione ai problemi. Proprio quando tutto appare insopportabile, bisogna uscire da quella visione univoca e restrittiva che non lascia intravedere vie d’uscita, ma chiedere aiuto. Anche solo questo tentativo avrà aperto uno squarcio nel buio della solitudine e avrà permesso di fare entrare quella luce che illuminerà la strada verso nuove soluzioni.

igienemenopausa-610x405Io ho un problema con mia moglie (46 anni abbiamo 2 figli di 21 e 17 anni). È entrata in menopausa a febbraio e dal mese di maggio io non posso neppure sfiorarla o stare nella stessa stanza dove si trova lei. Io la amo ed i miei sentimenti in questi 25 anni si sono sempre più giorno per giorno rafforzati, ma non so come aiutarla. Stiamo andando da 1,5 mesi 1 volta a settimana separatamente da uno psicologo e da uno psichiatra (che mi ha riempito di medicinali) ma entrambi non mi dannoalcuna risposta su quale è il motivo, mi rispondono capita. Ma io dentro soffro e non solo per me ma soprattutto per lei e i nostri figli. Io non so più come comportarmi, anche perché uno dei medici mi dice che devo tenere i miei spazi, la mia parte di letto anche se lei soffre, mangiare al mio posto vicino a lei (anche se io tento di stare il più possibile lontano da lei per lasciarle tempo libero e di pensare). L’altro medico mi dice di andare via di casa e lasciarla sola con i figli in modo che lei possa avere il tempo è per riflettere e capire cosa ha. Sono disperato e non so come aiutare lei e andare avanti io.


Caro lettore, la menopausa è un periodo della vita di una donna caratterizzato da molti cambiamenti. Pertanto può risultare un passaggio difficile e critico per alcune donne impreparate ad affrontare questa nuova fase della vita che compare tra i 45 e i 55 anni. La menopausa corrisponde alla cessazione del periodo fertile della donna, quando il ciclo mestruale e l’attività delle ovaie si interrompono. Di conseguenza l’organismo inizia a produrre meno estrogeni, responsabili dei molteplici cambiamenti a livello fisiologico e psicologico per la donna. Nelle donne in menopausa cambia anche il metabolismo, per cui il fabbisogno calorico diminuisce e la donna può più facilmente ingrassare. È importante quindi seguire una corretta alimentazione ed un’attività fisica, utili anche per contrastare l’osteoporosi, spesso conseguenza della mancanza di estrogeni.

Le variazioni ormonali si accompagnano ad una sintomatologia fisiologica, contraddistinta ad esempio da vampate di calore, e ad una psicologica che può essere caratterizzata da disturbi del sonno, ansia, irritabilità, depressione, diminuzione del desiderio sessuale. Sicuramente il carattere e la personalità della donna, oltre che il contesto familiare e sociale, influiscono sull’andamento della menopausa e sul superamento più o meno sereno di questa fase di vita. La difficoltà principale risiede nell’accettare il termine del ciclo mestruale e di conseguenza dell’età fertile. Proprio per questo motivo le risorse psicologiche che la donna possiede e che si è creata durante la sua esistenza sono fondamentali per affrontare al meglio questo periodo. Quindi il lavoro, la famiglia, gli interessi e la cultura possono essere fattori protettivi rispetto alle difficoltà di questo periodo.

Un po’ come accade quando una bambina con lo sviluppo diventa donna attraverso tutta una serie di cambiamenti fisiologici e psicologici, così da adulta si trova a dover accettare il passare degli anni e la consapevolezza che il proprio corpo non possa più procreare. La difficoltà in tal senso sarà tanto maggiore quanto più ci sarà stato un investimento sull’aspetto estetico del proprio corpo. Quindi la cosa migliore è riuscire a ristrutturare positivamente questo cambiamento e la propria identità femminile, coltivando interessi sopiti o inesplorati. Ciò vale ancora di più se gli impegni come madre sono venuti meno a causa del trasferimento dei figli in altra dimora.

In pratica, questo periodo di transizione può diventare un’occasione per crescere a livello personale, soprattutto se la donna usa questa fase come spartiacque tra il suo passato e il tempo a venire, facendo un bilancio della propria vita. È fondamentale assumere un atteggiamento positivo e sviluppare la capacità e la voglia di incanalare il proprio affetto verso se stesse alla ricerca di una nuova armonia tra il proprio corpo e le persone che ci sono vicine. Ciò influirà anche sulla vita sessuale, non più “spinta” dalle cariche ormonali, ma da un sano desiderio di benessere psicofisico, senza i vincoli legati alla contraccezione o al desiderio di avere figli.

In conclusione, caro lettore, ciò che è importante capire è quale disturbo accompagna la menopausa di sua moglie. Ad esempio, se si tratta di depressione è fondamentale che vi sia un supporto farmacologico, accompagnato da una psicoterapia. Alla base deve esserci comunque il suo affetto e quello di tutta la vostra famiglia e degli amici. Pertanto rimanga a casa con sua moglie, provi a trovare un interesse comune o un’attività da svolgere insieme nel tempo libero, la aiuti a ritrovare una sua dimensione nella vostra vita quotidiana ed una nuova sintonia di coppia.

disperazioneUna donna di 41 anni di Crema (Cremona) si è uccisa con il gas insieme alla figlia di due anni. La donna non era sposata. La figlia era nata da una relazione con un primario dell’ospedale di Crema, che l’aveva riconosciuta. Il rapporto con la madre della bambina, che non aveva altri figli, sembra fosse finito da tempo. Un’amica della vittima ha confidato ai cronisti che la donna aveva manifestato timori per il futuro suo e della figlia: non aveva problemi economici, ma non lavorava ed era depressa (Il Giornale, 21 luglio 2011).

Ancora madri che uccidono i propri figli. Cosa si scatena nelle mente di queste donne che le porta ad uccidere ciò che loro stesse hanno concepito? Quali modalità adottano per porre fine alla vita del figlio? Il modus operandi più frequente utilizzato dalle madri per uccidere è il soffocamento seguito dallo strangolamento. Altre modalità comprendono: percosse con diversi strumenti che provocano il trauma cranico, annegamento, accoltellamento, defenestrazione, avvelenamento, asfissia da gas, ecc. (Mastronardi e Villanova, 2008). Resnick (1969) ha proposto una classificazione che comprende cinque categorie di infanticidio, sottolineando come il periodo più a rischio per un minore è quello fino a sei anni di vita.

Le categorie individuate da Resnick comprendono il figlicidio:
- altruistico: in questo caso la madre spesso si suicida dopo aver ucciso il figlio malato (suicidio allargato) per salvarlo da una vita di sofferenze. A questo comportamento si associa la Sindrome di Beck, cioè una visione pessimistica di sé e del proprio futuro;
- con elevata componente psicotica: la madre uccide il figlio dando ascolto ad allucinazioni che le “ordinano” di commettere il brutale gesto;
-  di un bambino indesiderato: si verifica quando il figlio è nato da una relazione extraconiugale o perché la madre è troppo giovane e immatura. In questo caso i tentativi di suicidio della donna sono scarsi;
-  accidentale: la madre, già abituata a picchiare il figlio, ne causa la morte a causa di un gesto impulsivo in seguito alle urla e ai pianti del bambino. La donna spesso soffre di disturbi di personalità e irritabilità. Spesso si tratta di donne che hanno subito violenza da piccole e il marito è poco partecipe ai problemi della famiglia;
- per vendetta sul coniuge.

Mastronardi (2006) propone un’altra classificazione delle motivazioni che portano all’infanticidio dividendoli in due blocchi: il primo riguarda le madri che sono responsabili penalmente e quindi imputabili ed il secondo che invece comprende le donne per le quali sussistono cause psicopatologiche che ne compromettono parzialmente o totalmente la capacità di intendere e di volere.

In generale, al di là delle singole classificazioni, i moventi che spingono una madre ad uccidere il proprio figlio sono molteplici e concatenati a livello psicologico, sociale e relazionale. Possono verificarsi casi in cui una madre ha vissuto di recente una grave perdita affettiva (lutto o separazione), si sente isolata a livello sociale, subisce violenza tra le mura domestiche, ha una bassa autostima, desidera essere indipendente ed ha paura di avere dei vincoli in vista di una relazione presente o futura, soffre di disturbo narcisistico o istrionico di personalità, soffre di depressione, ecc.

È importante quindi che una donna viva la gravidanza e la successiva nascita di un figlio con serenità, aspetto che le è garantito dalla vicinanza e dall’amore del partner e delle persone a lei care.

Se sfortunatamente dovesse mancare uno di questi elementi, alla base di tutto c’è l’idea che la società dovrebbe trasmettere alle donne di non temere di perdere il proprio ruolo sociale e lavorativo per una maternità, di non far sentire la nascita di un figlio come un peso, come qualcosa che blocca il progredire della loro vita sociale e professionale, che non sia una preoccupazione per paura di non avere sufficienti guadagni per sostentarlo, ma che le porti a ripartire da qualcosa di nuovo e di bello senza sentirsi sole.

diritti_umani_tratta02È il mestiere più vecchio del mondo e non conosce crisi: la prostituzione. Nonostante vi siano molte donne che ricorrono al cosiddetto gigolò a pagamento, sono gli uomini che fanno maggior uso della prostituzione.

Secondo alcuni dati europei, a far ricorso alla prostituzione sarebbe il 10 per cento cir­ca della popolazione, mentre in Italia ci sa­rebbero almeno 70.000 prostitute, tra italiane e straniere. I clienti sono essenzialmente di due tipi: quelli che ricorro­no alle escort, termine usato per definire le accompagnatrici di lusso oppure le ragazze che si prostituiscono in appartamento, e i clienti delle prostitute che lavorano sulla strada oppure dei trans. È difficile fare un identikit del cliente medio data la trasversalità della popolazione che si rivolge alle prostitute. Possono infatti essere persone istruite o ignoranti, single ma anche sposate e con figli o comunque con una partner fissa.

Ad ogni modo volendo specificare, i clienti delle escort sono principalmente giovani, spesso single, occupati e con un livello di scolarizzazione medio-alto, mentre chi ricorre alla prostitu­zione da strada ha un’età più elevata, un livel­lo di scolarità più basso e di solito è sposato (Cicerone, 2008). Molti pensano che coloro che vanno con le prostitute sono uomini che hanno problemi sessuali oppure che hanno una vita solitaria, ma in realtà sono tanti quelli che hanno una vita sociale normale, sposati, con figli e un buon livello di istruzione.

Quindi quali sono le motivazioni che spingono un uomo a pagare una donna per fare sesso? Una delle preoccupazioni degli uomini è conquistare. Non si sa quanto ciò dipenda dagli stereotipi, dalla necessità di dimostrare la propria virilità o da una mancanza di autostima, sta di fatto che molti uomini hanno la necessità di avere rapporti sessuali con altre donne nonostante siano già impegnati. Per coloro che invece non hanno una relazione stabile il rapporto sessuale con una prostituta permette di evitare coinvolgimenti emotivi e sentimentali e allo stesso tempo di soddisfare le proprie necessità e le proprie fantasie. Questa soluzione diventa patologica nel momento in cui la persona vi fa ricorso per rifuggire l’universo femminile “normale” per difficoltà di interazione e di confronto, rinforzando un senso di isolamento sempre maggiore.

Per la tipologia di maschio che ricorre alle prostitute per problemi sessuali, il problema insorge laddove egli faccia cilecca anche in questo contesto e si trovi ad essere deriso e preso in giro dalla donna che ha pagato. In questi casi la reazione può essere di una maggiore chiusura in se stesso oppure può sfociare in una rabbia che può scatenarsi contro la prostituta che, nei casi più gravi, diventa vittima di tale violenza.

L’uomo che decide di cercare una prostituta con cui fare sesso in qualche modo è come se andasse a “caccia” risvegliando l’istinto predatorio. L’uomo già assapora il piacere con la fantasia e inizia ad esempio a girare in macchina, guardando le varie prostitute e ripassando anche più volte in cerca della propria “preda”, come un cacciatore che perlustra il terreno prima di attaccare la vittima. In alcuni casi il piacere di cacciare e scovare la preda può essere anche più appagante rispetto all’atto sessuale.

Tra le altre motivazioni che spingono gli uomini a fare sesso con le prostitute c’è il bisogno di dominare, di umiliare la donna con l’idea che questo dimostri la propria superiorità di maschio. In questo gli uomini sono influenzati dalla visione di film pornografici dove la prerogativa è quella della donna sempre disponibile a fare sesso e pronta a farsi sottomettere e umiliare, anche attraverso pratiche sessuali estreme e perverse che l’uomo non chiederebbe mai alla propria compagna (De Luca, 2009). Forse le fantasie erotiche dei clienti delle prostitute, come quella di interpretare un film porno, possono spiegare in parte il successo delle molte fiere dell’erotismo sorte negli ultimi anni.

Anche la prostituzione va di pari passo con la modernizzazione della società e allora ecco che molti uomini anziché cercare le prostitute in strada, le cercano nelle chat. La prostituzione, il mestiere più vecchio del mondo, purtroppo rimarrà tale perché riesce ad adattarsi ai cambiamenti della società, alle sue tante perversioni, ai mutamenti dovuti alla tecnologia e alla frenesia del mondo moderno.