È boom dei socialnetwork tra gli adolescenti. Ormai quasi tutti i giovani usano Whatsapp e si collegano ad Internet non più tramite il computer, ma con lo smartphone. Non ci sono orari definiti per chattare, anzi valgono anche le ore notturne. La quasi totalità degli adolescenti ha Internet sempre a portata di mano, in qualunque momento della giornata. E Internet, salvo qualche eccezione, si associa ai social network. Ormai non solo gli adolescenti, ma anche i preadolescenti alla soglia delle scuole medie utilizzano i social per comunicare. Essi usano con grande dimestichezza: Facebook, Whatsapp, Instagram, Ask.

Questo utilizzo di Internet nasconde i suoi rischi - Indubbiamente questo utilizzo smodato e spesso incontrollato di Internet nasconde i suoi rischi, infatti da un’indagine nazionale della Società Italiana di Pediatria su giovani di terza media emerge che: “il 15% degli intervistati ha dichiarato di aver postato un proprio “selfie” provocante, percentuale certamente sottostimata se si considera che il 48% dello stesso campione afferma contemporaneamente di avere amici e compagni che postano selfie provocanti. Tra gli altri comportamenti a rischio il 19% ha dato on line il telefono, il 16,8% ha inviato una foto, il 24,7% ha rivelato la scuola che frequenta, l’11,6% si è incontrata con lui, il 5,2% ha accettato proposte di sesso online. E se all’87,6% piace internet perché si può stare in contatto con gli amici, per il 60,2% internet è addirittura irrinunciabile” (La Stampa, 24 settembre 2014).

Il bisogno primario è collegarsi alla Rete - Il fatto che gli adolescenti ormai usino il cellulare per connettersi ad Internet, rende difficile per un genitore rendersi conto di quanto tempo spende suo figlio in rete. Infatti, non solo i giovani chattano fino a tardi la sera, ma ormai il loro primo pensiero al mattino è collegarsi sui social. Online i giovani mostrano vari aspetti di se stessi, da quello puramente estetico a quello relazionale ed infine creativo. Sperimentare, mettersi in gioco con diverse realtà serve loro come compito evolutivo per diventare adulti. Ecco perché la foto del profilo, simbolo della propria identità virtuale, cambia così spesso.

Genitori possono limitare i comportamenti rischiosi - Le risorse che hanno i genitori per prevenire comportamenti a rischio sono: il dialogo, l’ascolto, l’etica comportamentale. Come deve comportarsi un genitore davanti ad un uso così smodato di Internet del proprio figlio? Prima di tutto deve essere capace di cogliere eventuali segnali di malessere. Se in generale i giovani non sentono di essere eccessivamente controllati, possono aprirsi con i genitori quando ne sentono la necessità. Ad ogni modo è bene sempre prestare attenzione a determinati comportamenti: se il giovane rimane chiuso in camera per ore, è depresso, è taciturno, ha un calo del rendimento scolastico, è possibile che questi comportamenti possano avere un collegamento con l’utilizzo dei social.

È importante trasmettere il valore della privacy ai propri figli - Ciò significa far comprendere che se anche in rete si può pubblicare qualsiasi cosa, molto spesso ciò che viene postato non si può cancellare o almeno non definitivamente. Imparare il concetto di privacy diventa quindi basilare. Il giovane deve avere rispetto per sé e per gli altri. Ciò renderà la navigazione più sicura, ma farà sì che i giovani imparino un valore importante dell’educazione. È poi fondamentale parlare insieme ai figli, motivando le proprie ragioni e facendo degli esempi, di cosa si può inviare, postare e condividere sui social. In questo senso è particolarmente rilevante sia il problema del mettere foto provocanti di sé in rete sia quello del sesso online. Non dimentichiamo che in un clic due persone collegate ad Internet possono entrare in contatto. Dietro lo schermo ci possono essere adolescenti che improvvisano spogliarelli, ma dietro falsi profili si possono nascondere anche adulti.

Internet può essere anche una grande risorsa – D’altra parte Internet può essere anche una grande risorsa se si riesce a prenderne il meglio. Si possoni leggere e imparare molti argomenti sconosciuti. Si possono raccogliere informazioni sulle proprie passioni nella vita reale e si possono scoprire nuove attività da fare. La rete e tutto ciò che di nuovo fa scoprire possono essere un interessante argomento di dialogo con i propri figli.

Selfie: “Fotografia fatta a se stessi, solitamente scattata con uno smartphone o una webcam e poi condivisa sui social network”. È questa la definizione che l’Oxford Dictionary dà di un tormentone sociale e mediatico degli ultimi anni, divenuto virale nel 2013, il selfie, l’autoscatto ai tempi di Facebook e Instagram. La moda è tanto diffusa da convincere i redattori del dizionario più famoso al mondo (con la complicità di un algoritmo che ne ha verificato la ridondanza) che selfie sia proprio la parola più dirompente, utilizzata e nuova del 2013 (Corriere della Sera, 19 novembre 2013).

Facendo un passo indietro nel tempo, in particolare agli inizi del ’900, pare che sia stata la granduchessa russa Anastasia Nikolaevna, la prima ad avere l’idea di scattarsi una foto girando la sua nuova e fiammante Kodak Brownie verso lo specchio in cui si stava riflettendo la sua immagine. Tornando ad oggi, la tendenza è di fotografare anche solo alcune parti del corpo come le mani e i piedi oppure dettagli del volto oltre alla figura intera.

Il selfie è il fenomeno di questi ultimi due anni. L’esempio più famoso, e peraltro il più condiviso di sempre su Twitter (è stato ritwittato 80mila volte in tre minuti e quasi un milione nel giro di un’ora), è il selfie delle star di Hollywood scattato durante la notte degli Oscar 2014 dalla presentatrice Ellen Degeneres.

Proviamo allora a capire cosa c’è dietro questa mania. Chi usa in modo eccessivo l’autoscatto sui social network postando le proprie foto condivide moltissimi aspetti anche intimi della propria vita, ma quando sono gli adolescenti a farlo rischiano di dare troppa importanza a questa modalità di condivisione fino a credere che sia fondamentale per creare e mantenere rapporti di amicizia. Pubblicare selfie tende a soddisfare un proprio bisogno narcisistico di apparire ed essere visti dagli altri, dal momento che le fotografie ritraggono il soggetto durante la sua quotidianità.

Eccedere in tal senso però può diventare un problema. Infatti l’American Psychological Association ha riscontrato l’insorgere di una nuova patologia legata all’ossessione per i selfie. Questa patologia prende il nome di “Selfitis” e sta ad indicare un vero e proprio bisogno ossessivo-compulsivo di scattare foto a se stessi per pubblicarle poi sui social network. Questo comportamento celerebbe gravi carenze di autostima e comunque problemi legati all’intimità della persona. Gli individui infatti, anche tramite Facebook, Twitter, Instagram o altri social network, tendono a distorcere la realtà riguardante la propria vita, pubblicando foto, commenti e stati d’animo che danno una certa immagine di sé agli altri. Allo stesso tempo queste persone sono sempre in attesa dei commenti adulatori degli altri e dei “like” ad una loro foto.

Un esempio eclatante di dipendenza da selfie (selfie addict) è stato quello di Danny Bowman, un ragazzo così ossessionato dagli autoscatti da arrivare a tentare il suicidio. Danny ha iniziato a 15 anni e dopo 4 anni, all’età di 19 anni dedicava 10 ore al giorno alla ricerca dello scatto perfetto. Ben 200 scatti al giorno dal suo inseparabile smartphone. L’ossessione aveva raggiunto livelli tali da indurlo ad abbandonare la scuola. Una parabola discendente culminata con il tentativo di suicidarsi sventato dalla madre del ragazzo. In un’intervista al Mirror, Danny ha dichiarato: “Ero sempre alla ricerca del selfie perfetto e quando ho capito che non ci sarei mai riuscito ho desiderato la morte. Questa ossessione mi ha portato via gli amici, la scuola, la salute e quasi la mia vita” (…).“La gente non si rende conto che quando posta una propria immagine su internet può finire fuori controllo. Ero entusiasta quando avevo commenti positivi, ma distrutto quando avevo qualche critica” (Mirror, 23 marzo 2014).

L’esempio di Danny deve essere un monito per tanti giovani: è facile restare vittima del bisogno dell’approvazione altrui e quando questa manca, gli effetti sono devastanti. Si parla di selfie addict proprio perché si tratta di una vera e propria dipendenza come quella legata alla droga, all’alcool e al gioco d’azzardo.

Per questo motivo è importante rendersi conto che non bisogna valutare il proprio aspetto solo tramite il giudizio altrui, poiché si corre il rischio di dare troppo peso alle critiche o di crearsi delle aspettative che poi saranno inevitabilmente disilluse. A tale scopo è fondamentale fare riferimento alle proprie capacità e risorse per vivere con un sano equilibrio interiore e una buona dose di autostima. Laddove poi ci si rendesse conto di avere bisogno dell’approvazione altrui per piacersi, allora bisogna fermarsi e capire le origini di tali insicurezze per colmarle e per valorizzare se stessi per come si è, senza voler necessariamente apparire come invece gli altri si aspettano.

Cellulare e computer isolano gli adolescenti oppure migliorano le loro relazioni sociali? In passato i giovani usavano la carta da lettere, i bigliettini o il telefono fisso per comunicare, oggi invece manifestano le loro emozioni attraverso mezzi di comunicazione tecnologici che forse tolgono un po’ di romanticismo alle relazioni, ma probabilmente sono più efficaci e immediati. Molti pensano che ciò abbia un effetto negativo sui ragazzi e che alla fine questi rapporti virtuali vadano a sostituire quelli reali. Una recente ricerca (Lancini e Turuani, 2012) suggerisce che queste modalità di comunicazione siano in realtà utili punti di riferimento nel periodo complesso dell’adolescenza (Corriere della Sera, 28 giugno 2009).

Il cellulare ad esempio per un adolescente è come un diario, l’evoluzione moderna dei segreti che un tempo venivano scritti su una pagina. Perderlo significa perdere parte di un mondo fatto di ricordi, di messaggi, di fotografie. Inoltre attraverso l’uso del cellulare molti genitori possono placare molte ansie e preoccupazioni perché i figli dovrebbero essere quasi sempre rintracciabili. Usare il cellulare attraverso l’invio di sms oppure tramite messenger può anche aiutare chi soffre di timidezza a comunicare più agevolmente o comunque a mantenere più facilmente i contatti sociali. Il problema sorge quando l’uso del cellulare diventa una dipendenza (In Europa, 5 ottobre 2009).

A questo proposito il New York Times parla di adolescenti “iperconnessi”, cioè che passano la maggior parte del loro tempo usando smartphone, computer, televisione, parlando al cellulare o inviando sms. In pratica, ragazzi dagli 8 ai 18 anni trascorrono circa 12 ore al giorno usando mezzi di comunicazione multimediale. La sera o addirittura negli orari notturni i giovani scaricano musica o film (La Repubblica, 21 gennaio 2010).

I dati di un’indagine della Società Italiana di Pediatria sugli adolescenti mostrano che nel 2000 soltanto il 37% dei giovanissimi aveva in casa un computer, nella grande maggioranza senza collegamento internet; nel 2010 il 97% aveva un pc a casa e si collegava tutti i giorni. Alcuni sociologi ritengono che le paure di un isolamento dei giovani da parte dei genitori sia infondato. Anzi, i ragazzi di oggi “iperconnessi” sarebbero i più estroversi e con maggiori contatti sociali. Inoltre, i quozienti intellettivi di questa generazione sarebbero più alti di quelli delle generazioni precedenti, difatti i giovani sono capaci di moltiplicare le loro abilità grazie all’avanzamento delle tecnologie (Lancini, 2012).

Ma questa moltiplicazione di abilità, definita anche multitasking, il fare mille cose contemporaneamente come studiare ascoltando musica e chattando con gli amici, camminare mandando sms, come sta cambiando i processi cognitivi e l’uso dell’intelligenza? Si è visto come nel 2008 su 100 famiglie con almeno un ragazzo minorenne, il 51% si collega a internet ogni giorno e il 16,7% lo fa più di 3 ore al giorno. Inoltre, il 75% utilizza chat e messenger, l’80% usa di frequente youtube, il 22% ha inviato un filmato, il 41% ha un suo blog, il 50% è iscritto su facebook. Infine, il 54% ha il pc in camera e il 21,7% naviga in internet prima di addormentarsi (La Repubblica, 21 gennaio 2010).

Il problema principale è la concentrazione: i ragazzi sono bombardati da informazioni e spesso non sono in grado di selezionarle. Da una parte poi hanno la scuola che insegna un tipo di apprendimento basato sull’approfondimento e lo studio, dall’altro c’è internet che invece fornisce la possibilità di accedere in tempo reale alle più disparate informazioni rimanendo però spesso ad un livello superficiale (La Repubblica, 21 gennaio 2010). Il problema serio sopraggiunge quando il giovane non utilizza la tecnologia per i suoi fini specifici, ma per impersonare un personaggio diverso da quello che è nella vita reale oppure per trascorrere la maggior parte del tempo giocando con i videogiochi.

Il rischio più grande è che gli adolescenti non sappiano gestire questa tecnologia e tendano ad isolarsi sempre di più, facendo una vita sedentaria che li porti ad avere anche problemi di sovrappeso. Inoltre, l’esposizione a contenuti riservati ad adulti in televisione e su internet ha portato questa generazione a vivere il sesso in modo molto precoce e spesso senza le dovute informazioni.

Allora il punto focale è che i giovani imparino a sfruttare al meglio questi strumenti senza soccombere ad essi: tramite la tecnologia si può vivere meglio, ma senza diventarne schiavi. È importante quindi che la vita di un ragazzo sia ricca e piena di relazioni vere che gli riempiano la giornata. E allora ben vengano piccoli spazi del suo tempo dedicati ad inviare sms, email o a vedere il proprio profilo su facebook, ma senza che questi vadano a sostituirsi alla realtà. D’altra parte, la tecnologia, anche quella più avanzata, non potrà mai competere con il piacere che può regalare un pomeriggio trascorso con gli amici a scambiare quattro chiacchiere, una risata sincera con il migliore amico o una passeggiata mano nella mano con il partner.

La pornografia è un mondo che non conosce crisi, ma cosa accade quando sono gli adolescenti a farne uso? In primo luogo la pornografia svolge un ruolo particolare nel processo di conoscenza ed esplorazione della sessualità. L’esposizione ad immagini pornografiche in adolescenza può guidare verso un certo tipo di comportamenti e atteggiamenti che saranno più evidenti in età adulta.

Secondo la Società Italiana di Andrologia Medica e Medicina della Sessualità (SIAMS) (2011) già a 14 anni gli adolescenti cominciano a frequentare i siti pornografici. Non dimentichiamo infatti quanto Internet abbia contribuito all’espansione del prodotto hardcore sul mercato. Attraverso la rete i giovani possono fare esperienza di sesso interattivo anche grazie alle chat e ciò con l’andare del tempo comporterebbe una deprivazione delle basi che permettono di maturare sessualmente. Il sesso perderebbe il suo aspetto affettivo legato alla relazione con un partner creando assuefazione con le immagini porno. In particolare è stato evidenziato che l’eccesso di pornografia può causare anoressia sessuale, soprattutto se questo interesse è coltivato fin dall’adolescenza. L’anoressia sessuale è caratterizzata dall’assenza del desiderio di fare l’amore e dalla mancanza di fantasie erotiche e degli stimoli fisici legati alla sessualità.

Coloro che frequentano con più assiduità i siti porno sono i maschi: il 3,9% ha meno di 13 anni e il 5,8 fra 14 e 18 anni. La percentuale raddoppia fra 19 e 24 anni (10,6%) e poi fra 25 e 34 anni (22,1%), fino a raggiungere il picco fra 35 e 44 anni. Dopo i 45 anni comincia a ridursi (21,1%) e scende ulteriormente dopo i 55 anni (12%). I ricercatori della SIAMS (2011) sono arrivati a queste conclusioni attraverso un’indagine che ha coinvolto un campione di 28.000 frequentatori di siti pornografici, su un totale di 7,8 milioni di italiani.

Solitamente il giovane apre un sito porno per curiosità, ma poi questo comportamento si trasforma in una consuetudine che porta a visualizzare foto e video sempre più forti. Il rischio è che l’adolescente si chiuda in questo mondo erotico virtuale e tragga soddisfazione solo attraverso queste immagini, arrivando a perdere il senso del rapporto di coppia. Questo perché l’adolescente tenderebbe a dare enfasi ad un tipo di sesso impersonale, consolidando un’immagine di sessualità estranea a qualsiasi tipo di relazione ed escludendo così la partecipazione empatica (Bonino e Rabaglietti, 2008).

Il problema non riguarda solo gli adolescenti, ma anche gli adulti perché in generale il consumo di pornografia desensibilizza il consumatore dallo stimolo sessuale e lo porta a cercare prodotti sempre più hard (Gines, 2010). Si è detto che la rappresentazione pornografica viene cercata dai giovani anche per acquisire informazioni circa le modalità di praticare il sesso. Con ciò non si vuole affermare che la pornografia è educativa, ma probabilmente i giovani la usano per  avvicinarsi al sesso con meno timore.

Allora è giusto affermare che la pornografia è diventata la forma principale di educazione sessuale dei giovani? Secondo Naomi Wolf, una sociologa americana, tra i giovani non vi è più il corteggiamento, ma piuttosto la ricerca di una soddisfazione di un bisogno fisico senza ulteriori successivi coinvolgimenti emotivi. Oltre alla svogliatezza di stabilire legami duraturi, sono molti gli adolescenti che, attraverso social network, email o cellulare, si scambiano immagini in cui sono nudi o si mostrano in pose provocanti. Sempre secondo la Wolf un motivo risiede nella visione indiscriminata di immagini porno che mostra solo rapporti sessuali veloci, meccanici e indiscriminati.

Per altri studiosi la pornografia è il viatico per comportamenti sessualmente aggressivi. Se è vero che la pornografia ha effetti sul comportamento aggressivo di quegli adulti che presentano atteggiamenti di ostilità e impersonalità nella relazione sessuale, l’adolescenza è proprio il momento in cui questi atteggiamenti si strutturano e si consolidano. Allora ecco che la pornografia diventa un fattore di rischio per il comportamento sessuale aggressivo soprattutto per le persone che manifestano: mascolinità ostile, cioè una costellazione di tratti quali insicurezza, ostilità per le donne e piacere nel loro dominio, controllo e umiliazione; sesso impersonale, con un atteggiamento disimpegnato, ludico e privo di coinvolgimento nei confronti dell’attività sessuale. La pornografia, anche quando non è violenta, ha su alcune persone un pessimo effetto perché rinforza determinati atteggiamenti negativi (Bonino e Rabaglietti, 2008).

L’adolescenza di oggi, con il suo modo di rapportarsi alla sessualità, diventa l’emblema di una società che ha sempre fretta e che non ha la pazienza di coltivare i rapporti umani. C’è allora da chiedersi: ci sono ancora i giovani che sognano l’amore romantico oppure si va verso un appiattimento dei sentimenti e delle emozioni sacrificate in nome dell’immagine spavalda e all’avanguardia che gli adolescenti vogliono dare ai loro coetanei?

scrivereMi chiamo Anna e ho 43 anni. Quattro mesi fa ho conosciuto un uomo di 44 anni, dal primo giorno mi ha raccontato solo menzogne. La prima bugia sul suo lavoro, poi mi aveva detto che era libero invece dopo una discussione mi ha confessato di avere due figli, e di non avermi detto prima la verità per paura di perdermi. La seconda bugia è che lui era separato e viveva sotto casa loro in un altro appartamento. C’avevo creduto visto che la sera mi chiamava e stavamo al telefono per ore, ma ora non so più a cosa credere. Nella seconda e terza settimana di luglio lui è andato in vacanza con i figli e lì non ha potuto nascondermi che c’era anche lei. A quel punto mi ha dovuto raccontare tutta la verità cioè che lui vive in casa con la moglie e i figli, ma dorme sul divano da circa due anni, mi ha raccontato che è separato in casa e che fa questo solo per i figli. A questo punto non so più a cosa credere, mi ha raccontato tantissime bugie, vorrei un consiglio su come comportarmi. Ti ringrazio fin da ora, Anna.

Cara Anna, il consiglio immediato che mi viene in mente è: scappa a gambe levate da quest’uomo! D’altra parte sei tu che devi effettivamente decidere cosa fare. Chiediti cosa desideri da una relazione: vuoi bugie, menzogne, incertezze, mancate promesse? Non penso. Come non penso che questa persona sarà mai sincera con te. Devi essere tu la prima a credere di meritare di meglio: un uomo che sia onesto, affidabile e del quale non dover dubitare continuamente.

Sono un ragazzo italiano e le scrivo per raccontarle la mia storia: dopo una relazione di 4 anni e mezzo con una ragazza, finita per sua scelta, io rimasi molto male vista la durata e le aspettative. Avevo quasi 5 anni in più di lei e la nostra storia iniziò che ne aveva 17, quindi non era forse ancora matura. Finito il rapporto sa com’è, si è tristi, su facebook pubblicavo canzoni riguardanti storie che finiscono e così via. Dopo qualche mese, casualmente, conosco questa persona sul social network tramite un’amicizia in comune. Iniziamo a chiacchierare ogni tanto quando ci troviamo e via dicendo, finché un giorno decidiamo di incontrarci di persona per conoscerci. Da lì a qualche giorno lei mi invitò a casa sua una sera, poi siamo usciti qualche volta e via discorrendo. Ogni volta che andavo da lei era sempre verso sera, anche perché ha 13 anni più di me, un matrimonio alle spalle ed un figlio, quindi non voleva far vedere che frequentava un ragazzo più giovane. Mi diceva sempre di tornare dalla mia ex o di trovare un’altra persona perché lei non era adatta a me, ma non mi importava, pensando anche ad un futuro insieme. Quando mi ha conosciuto, con il suo modo di essere è riuscita a tirarmi fuori dal pozzo in cui stavo per la fine del precedente rapporto, solo chattando e ha significato tanto per me. Un giorno di punto in bianco mi disse che mi aveva visto qualcuno e non potevo più andare a casa sua perché giravano voci sul suo conto e le dava fastidio. Da lì non ci siamo più frequentati (a parte vederci una volta ogni tanto per un caffè), però lei iniziò a vedersi con un ragazzo del quale mi disse che non le importava assolutamente nulla. Per me fu una doccia fredda, perché io sono una persona sincera e credevo di aver trovato la stessa dote in una donna come lei. Un giorno pubblicai qualcosa sulla mia bacheca di facebook e si offese perché aveva capito che mi riferivo a lei e dei miei amici commentarono dandole contro (pur non sapendo chi fosse e nemmeno che il mio messaggio era riferito ad una persona che avevo frequentato). Da lì mi cancellò dagli amici e non si fece più sentire. Io la contattai e un giorno ci trovammo per parlare della situazione, ma mi attaccò dicendo che lei amava un’altra persona, dovevo lasciarla stare e altre cose anche abbastanza pesanti. Non so come uscire da questo tunnel e vorrei recuperare almeno l’amicizia con questa persona. Potrebbe darmi un consiglio? Grazie mille.

Caro lettore, perchè incaponirsi nel volere un’amicizia con una persona che invece non la desidera e non ne sente la necessità? Ora sei in questo tunnel solo perchè sei tu a volerci rimanere. Rifletti: sai benissimo che puoi reagire alla fine di una relazione perchè lo hai già fatto, anche grazie a questa persona. Riparti da questo punto, ma avendo chiaro in mente tutto ciò che hai provato e fatto quando hai iniziato piano piano a reagire alla fine della storia precedente. E non voltarti indietro: ciò che di positivo ti aspetta nella vita deve ancora arrivare!

Ho letto il suo post su Tiscali e mi sono deciso a parlarle del mio caso. Sono ormai 19 anni che va avanti questo mio problema. Circa 19 anni fa al mare, avevo 30 anni, come facevo ogni giorno, mi sono tuffato in acqua ed ho iniziato a nuotare nei vari stili (libero, rana, farfalla..), sono arrivato al largo dove non toccavo e mi sono reso conto che ero in debito di ossigeno. Sono andato in panico, credevo che non sarei più riuscito a tornare a riva, il cuore batteva all’impazzata. Sono riuscito a tornare sulla spiaggia con il cuore che batteva a mille. Da allora ho avuto sempre paura di fare sforzi che avrebbero inevitabilmente comportato un maggior battito cardiaco e quindi ho avuto paura della tachicardia. Come può comprendere ciò ha comportato un progressivo allontanamento da qualsiasi forma di attività fisica che a sua volta ha comportato una riduzione della capacità aerobica. Il classico serpente che si morde la coda. Ora mi ritrovo che non posso fare dieci graditini di scale senza fermarmi. Mi aiuti. La mia vita è una vita a metà. Cosa posso fare? La ringrazio di cuore, Giuseppe.

Caro Giuseppe, anche all’azzurra Giorgia Consiglio nella 10 km di nuoto di fondo circa due mesi fa è capitato di dover interrompere la gara per una crisi respiratoria dovuta ad un attacco di panico. La paura più grande in quei momenti è quella di morire per cui quando la tachicardia piano piano diminuisce ed il battito ritorna ad un ritmo regolare, tutto ciò che rimane è il tremendo ricordo delle sensazioni di grande paura che rendono impedente qualsiasi tentativo di approcciarsi ad una situazione analoga a quella che ha generato l’attacco di panico. Ciò che devi fare è riavvicinarti con molta gradualità a ciò che più ti spaventa e metterti alla prova anche solo per un minuto, aumentando il tempo di volta in volta, così da renderti conto che non ci sono pericoli concreti che possono danneggiarti. Non è un percorso facile da affrontare da soli, per cui ti consiglio di rivolgerti ad un esperto.

Sono fidanzata da 5 anni con un ragazzo che fa il carabiniere. Abbiamo trascorso i primi anni meravigliosamente, poi l’hanno trasferito per lavoro fuori e da lì pian piano lui ha iniziato a cambiare carattere: molto più forte, mentre io sempre più debole, più gelosa, l’opposto di come siamo sempre stati. Io vorrei tanto riuscire a ritornare come un tempo, forte e decisa, l’opposto di quello che era lui e che è diventato grazie a me. Ora mi cerca meno ed è meno attento a molti dettagli. Io ci soffro troppo, mentre quando ritorna in licenza, ritorna come prima e sto benissimo. Ma non posso stare dieci giorni bene e un mese male perchè non mi cerca più di tanto, non mi coccola, anzi ogni volta che parte mi promette che mi cerca e poi sempre la stessa cosa. Lui dice che mi ama, che anche se non mi cerca spesso non è detto che non mi pensi, ma è assurdo tutto ciò. Io credo che la colpa sia mia e della mia famiglia, gli diamo troppe certezze, troppo affetto che non ha mai visto nella sua famiglia, gli faccio vedere di essere gelosa ecc. Come dovrei comportarmi per ritornare a vivere serena e riprendere la sicurezza che mi manca per vivere questa storia? Io lo cerco sempre per prima per paura che lui non lo faccia e poi chissà magari mi lasci.

Cara lettrice, in qualche modo la soluzione al tuo problema si trova già tra le righe della tua lettera. Tu scrivi che cerchi sempre per prima il tuo ragazzo per paura che lui non lo faccia e che ti possa lasciare. Ma davvero pensi che se tu non lo cercassi così spesso lui non potrebbe lasciarti comunque? Così facendo rendi te stessa più insicura e lui più forte. Allora cerca di evitare di essere sempre tu a fare il primo passo, dai il tempo al tuo ragazzo di sentire la tua mancanza e di cercarti. Solo così avrai davvero la misura di quanto lui tiene a te. Non puoi colmare le sue mancanze ed esserne poi soddisfatta. Fai una tua vita, esci con gli amici e divertiti. Ritrova la fiducia in te stessa, che non deve dipendere da lui, ma da come riesci a gestire la tua vita indipendentemente dai fattori esterni. E se poi le cose seguiteranno ad andare male e tu continuerai a sentirti “dieci giorni bene e un mese male”, considera che forse non è la persona giusta per te.