È boom dei socialnetwork tra gli adolescenti. Ormai quasi tutti i giovani usano Whatsapp e si collegano ad Internet non più tramite il computer, ma con lo smartphone. Non ci sono orari definiti per chattare, anzi valgono anche le ore notturne. La quasi totalità degli adolescenti ha Internet sempre a portata di mano, in qualunque momento della giornata. E Internet, salvo qualche eccezione, si associa ai social network. Ormai non solo gli adolescenti, ma anche i preadolescenti alla soglia delle scuole medie utilizzano i social per comunicare. Essi usano con grande dimestichezza: Facebook, Whatsapp, Instagram, Ask.

Questo utilizzo di Internet nasconde i suoi rischi - Indubbiamente questo utilizzo smodato e spesso incontrollato di Internet nasconde i suoi rischi, infatti da un’indagine nazionale della Società Italiana di Pediatria su giovani di terza media emerge che: “il 15% degli intervistati ha dichiarato di aver postato un proprio “selfie” provocante, percentuale certamente sottostimata se si considera che il 48% dello stesso campione afferma contemporaneamente di avere amici e compagni che postano selfie provocanti. Tra gli altri comportamenti a rischio il 19% ha dato on line il telefono, il 16,8% ha inviato una foto, il 24,7% ha rivelato la scuola che frequenta, l’11,6% si è incontrata con lui, il 5,2% ha accettato proposte di sesso online. E se all’87,6% piace internet perché si può stare in contatto con gli amici, per il 60,2% internet è addirittura irrinunciabile” (La Stampa, 24 settembre 2014).

Il bisogno primario è collegarsi alla Rete - Il fatto che gli adolescenti ormai usino il cellulare per connettersi ad Internet, rende difficile per un genitore rendersi conto di quanto tempo spende suo figlio in rete. Infatti, non solo i giovani chattano fino a tardi la sera, ma ormai il loro primo pensiero al mattino è collegarsi sui social. Online i giovani mostrano vari aspetti di se stessi, da quello puramente estetico a quello relazionale ed infine creativo. Sperimentare, mettersi in gioco con diverse realtà serve loro come compito evolutivo per diventare adulti. Ecco perché la foto del profilo, simbolo della propria identità virtuale, cambia così spesso.

Genitori possono limitare i comportamenti rischiosi - Le risorse che hanno i genitori per prevenire comportamenti a rischio sono: il dialogo, l’ascolto, l’etica comportamentale. Come deve comportarsi un genitore davanti ad un uso così smodato di Internet del proprio figlio? Prima di tutto deve essere capace di cogliere eventuali segnali di malessere. Se in generale i giovani non sentono di essere eccessivamente controllati, possono aprirsi con i genitori quando ne sentono la necessità. Ad ogni modo è bene sempre prestare attenzione a determinati comportamenti: se il giovane rimane chiuso in camera per ore, è depresso, è taciturno, ha un calo del rendimento scolastico, è possibile che questi comportamenti possano avere un collegamento con l’utilizzo dei social.

È importante trasmettere il valore della privacy ai propri figli - Ciò significa far comprendere che se anche in rete si può pubblicare qualsiasi cosa, molto spesso ciò che viene postato non si può cancellare o almeno non definitivamente. Imparare il concetto di privacy diventa quindi basilare. Il giovane deve avere rispetto per sé e per gli altri. Ciò renderà la navigazione più sicura, ma farà sì che i giovani imparino un valore importante dell’educazione. È poi fondamentale parlare insieme ai figli, motivando le proprie ragioni e facendo degli esempi, di cosa si può inviare, postare e condividere sui social. In questo senso è particolarmente rilevante sia il problema del mettere foto provocanti di sé in rete sia quello del sesso online. Non dimentichiamo che in un clic due persone collegate ad Internet possono entrare in contatto. Dietro lo schermo ci possono essere adolescenti che improvvisano spogliarelli, ma dietro falsi profili si possono nascondere anche adulti.

Internet può essere anche una grande risorsa – D’altra parte Internet può essere anche una grande risorsa se si riesce a prenderne il meglio. Si possoni leggere e imparare molti argomenti sconosciuti. Si possono raccogliere informazioni sulle proprie passioni nella vita reale e si possono scoprire nuove attività da fare. La rete e tutto ciò che di nuovo fa scoprire possono essere un interessante argomento di dialogo con i propri figli.

L’avvento di internet e dei social network ha fatto sì che questi ultimi siano diventati lo strumento attraverso il quale molte persone, soprattutto i giovani, possano esprimere se stesse con la possibilità di condividere il proprio mondo con gli altri. D’altra parte i social network hanno creato un terreno ideale per lo sviluppo in altra forma di molti problemi dei giovani, come il bullismo che diventa cyberbullismo laddove è generato nella rete.

Il cyberbullismo sfrutta la comunicazione digitale ed in questo modo il cyberbullo ha l’opportunità di rimanere anonimo oppure di fingersi qualcun altro, avendo così la possibilità di non uscire allo scoperto, anche se ogni comunicazione digitale lascia comunque delle tracce, rendendo vani i tentativi di rimanere anonimi (Tonioni, 2014).

Il cyberbullo, spalleggiato dai molti spettatori, non pone limiti alle persecuzioni nei confronti della sua vittima.

Le modalità digitali usate per denigrare, ridicolizzare oppure offendere sono molte e per lo più sconosciute agli adulti.

Una prima modalità si chiama “flaming” sono litigi online caratterizzati da termini violenti e volgari che possono coinvolgere una singola persona o un gruppo di amici.

L’”harassment” è la spedizione ossessiva e ripetuta di messaggi denigratori fino a diventare una vera e propria molestia.

Put down” significa denigrare qualcuno attraverso email, sms, post, con l’obiettivo di ledere la reputazione della vittima agli occhi degli altri.

Masquerade” riguarda la sostituzione di persona con lo scopo di spedire messaggi a nome altrui, dopo essere entrati nel suo account o pubblicare contenuti offensivi o volgari che screditano la vittima.

Exposure” è la rivelazione di informazioni inventate o estorte sulla vita privata della vittima senza che questa possa rimediare in alcun modo.

Trickery” si manifesta come un tradimento affettivo, in quanto si ottiene la fiducia della vittima che in buona fede rivela confidenze del suo privato che prontamente vengono messe in piazza dal bullo.

Exclusion” si verifica quando una persona viene esclusa bruscamente e con intenzione da un gruppo online, una chat o un gioco interattivo.

Cyberstalking” è un invio ripetuto di messaggi denigratori, comprese minacce esplicite, che hanno lo scopo di impaurire la vittima e che possono sfociare in episodi di aggressione fisica.

Cyberbashing” si verifica quando la vittima viene aggredita o molestata mentre altri riprendono la scena con la telecamera del cellulare. Le immagini vengono poi postate in rete, visibili a tutti e commentate (Tonioni, 2014).

Nell’ambiente scolastico è difficile scrollarsi di dosso determinate etichette, così la vittima inizia a soffrire fino a manifestare stati d’ansia, disistima, depressione, abbandono scolastico e, solo nei casi più gravi, anche il suicidio. Dal canto suo, il bullo diventa schiavo della sua aggressività e del ruolo che si è costruito.

Il fulcro del cyberbullismo sta in un difetto della comunicazione affettiva tra figli e genitori. In particolare l’assenza genitoriale bullizza i bambini e gli adolescenti, cioè li rende incapaci di gestire le emozioni provate e di esprimerne il significato a parole. Sia le vittime sia i bulli non sanno tradurre a parole ciò che provano. In certi casi, non riescono nemmeno a capire quello che provano tanto da dissociarsi da determinate situazioni negative: i bulli da quello che fanno e le vittime da ciò che subiscono.

I genitori di un piccolo bullo avranno l’inclinazione a giustificare il suo comportamento, negando i problemi e mostrandosi risentiti, perchè considerano il figlio vittima della situazione. I genitori di una piccola vittima, invece, proveranno paura e ansia per il figlio, impegnato nelle prime relazioni sociali, e una sorta di diffidenza nei confronti degli altri bambini e delle loro famiglie. In entrambi i casi, i genitori si sentono in colpa e spesso chiedono continue conferme a educatori e insegnanti sul fatto che il loro figlio non abbia problemi, il che mostra come comportamenti opposti possano avere la stessa radice (Tonioni, 2014).

Per questi motivi tutta la società può e deve dare il suo contributo perché il cyberbullismo rappresenta un problema sociale che riguarda non solo le parti coinvolte, ma tutti coloro che perseguono nella loro vita l’educazione e il rispetto per gli altri. In quest’ottica non bisogna abbassare la soglia di attenzione nei confronti dei bulli che altrimenti sono portati a pensare di poter agire indisturbati.

Fondamentale è la prevenzione che da una parte aiuta ad identificare immediatamente quei piccoli segnali di bullismo che potrebbero evolversi in un vero e proprio comportamento delinquenziale del bullo, e dall’altra riduce il rischio che la vittima possa sviluppare problemi legati alla sfera affettiva e relazionale.

Selfie: “Fotografia fatta a se stessi, solitamente scattata con uno smartphone o una webcam e poi condivisa sui social network”. È questa la definizione che l’Oxford Dictionary dà di un tormentone sociale e mediatico degli ultimi anni, divenuto virale nel 2013, il selfie, l’autoscatto ai tempi di Facebook e Instagram. La moda è tanto diffusa da convincere i redattori del dizionario più famoso al mondo (con la complicità di un algoritmo che ne ha verificato la ridondanza) che selfie sia proprio la parola più dirompente, utilizzata e nuova del 2013 (Corriere della Sera, 19 novembre 2013).

Facendo un passo indietro nel tempo, in particolare agli inizi del ’900, pare che sia stata la granduchessa russa Anastasia Nikolaevna, la prima ad avere l’idea di scattarsi una foto girando la sua nuova e fiammante Kodak Brownie verso lo specchio in cui si stava riflettendo la sua immagine. Tornando ad oggi, la tendenza è di fotografare anche solo alcune parti del corpo come le mani e i piedi oppure dettagli del volto oltre alla figura intera.

Il selfie è il fenomeno di questi ultimi due anni. L’esempio più famoso, e peraltro il più condiviso di sempre su Twitter (è stato ritwittato 80mila volte in tre minuti e quasi un milione nel giro di un’ora), è il selfie delle star di Hollywood scattato durante la notte degli Oscar 2014 dalla presentatrice Ellen Degeneres.

Proviamo allora a capire cosa c’è dietro questa mania. Chi usa in modo eccessivo l’autoscatto sui social network postando le proprie foto condivide moltissimi aspetti anche intimi della propria vita, ma quando sono gli adolescenti a farlo rischiano di dare troppa importanza a questa modalità di condivisione fino a credere che sia fondamentale per creare e mantenere rapporti di amicizia. Pubblicare selfie tende a soddisfare un proprio bisogno narcisistico di apparire ed essere visti dagli altri, dal momento che le fotografie ritraggono il soggetto durante la sua quotidianità.

Eccedere in tal senso però può diventare un problema. Infatti l’American Psychological Association ha riscontrato l’insorgere di una nuova patologia legata all’ossessione per i selfie. Questa patologia prende il nome di “Selfitis” e sta ad indicare un vero e proprio bisogno ossessivo-compulsivo di scattare foto a se stessi per pubblicarle poi sui social network. Questo comportamento celerebbe gravi carenze di autostima e comunque problemi legati all’intimità della persona. Gli individui infatti, anche tramite Facebook, Twitter, Instagram o altri social network, tendono a distorcere la realtà riguardante la propria vita, pubblicando foto, commenti e stati d’animo che danno una certa immagine di sé agli altri. Allo stesso tempo queste persone sono sempre in attesa dei commenti adulatori degli altri e dei “like” ad una loro foto.

Un esempio eclatante di dipendenza da selfie (selfie addict) è stato quello di Danny Bowman, un ragazzo così ossessionato dagli autoscatti da arrivare a tentare il suicidio. Danny ha iniziato a 15 anni e dopo 4 anni, all’età di 19 anni dedicava 10 ore al giorno alla ricerca dello scatto perfetto. Ben 200 scatti al giorno dal suo inseparabile smartphone. L’ossessione aveva raggiunto livelli tali da indurlo ad abbandonare la scuola. Una parabola discendente culminata con il tentativo di suicidarsi sventato dalla madre del ragazzo. In un’intervista al Mirror, Danny ha dichiarato: “Ero sempre alla ricerca del selfie perfetto e quando ho capito che non ci sarei mai riuscito ho desiderato la morte. Questa ossessione mi ha portato via gli amici, la scuola, la salute e quasi la mia vita” (…).“La gente non si rende conto che quando posta una propria immagine su internet può finire fuori controllo. Ero entusiasta quando avevo commenti positivi, ma distrutto quando avevo qualche critica” (Mirror, 23 marzo 2014).

L’esempio di Danny deve essere un monito per tanti giovani: è facile restare vittima del bisogno dell’approvazione altrui e quando questa manca, gli effetti sono devastanti. Si parla di selfie addict proprio perché si tratta di una vera e propria dipendenza come quella legata alla droga, all’alcool e al gioco d’azzardo.

Per questo motivo è importante rendersi conto che non bisogna valutare il proprio aspetto solo tramite il giudizio altrui, poiché si corre il rischio di dare troppo peso alle critiche o di crearsi delle aspettative che poi saranno inevitabilmente disilluse. A tale scopo è fondamentale fare riferimento alle proprie capacità e risorse per vivere con un sano equilibrio interiore e una buona dose di autostima. Laddove poi ci si rendesse conto di avere bisogno dell’approvazione altrui per piacersi, allora bisogna fermarsi e capire le origini di tali insicurezze per colmarle e per valorizzare se stessi per come si è, senza voler necessariamente apparire come invece gli altri si aspettano.

Cellulare e computer isolano gli adolescenti oppure migliorano le loro relazioni sociali? In passato i giovani usavano la carta da lettere, i bigliettini o il telefono fisso per comunicare, oggi invece manifestano le loro emozioni attraverso mezzi di comunicazione tecnologici che forse tolgono un po’ di romanticismo alle relazioni, ma probabilmente sono più efficaci e immediati. Molti pensano che ciò abbia un effetto negativo sui ragazzi e che alla fine questi rapporti virtuali vadano a sostituire quelli reali. Una recente ricerca (Lancini e Turuani, 2012) suggerisce che queste modalità di comunicazione siano in realtà utili punti di riferimento nel periodo complesso dell’adolescenza (Corriere della Sera, 28 giugno 2009).

Il cellulare ad esempio per un adolescente è come un diario, l’evoluzione moderna dei segreti che un tempo venivano scritti su una pagina. Perderlo significa perdere parte di un mondo fatto di ricordi, di messaggi, di fotografie. Inoltre attraverso l’uso del cellulare molti genitori possono placare molte ansie e preoccupazioni perché i figli dovrebbero essere quasi sempre rintracciabili. Usare il cellulare attraverso l’invio di sms oppure tramite messenger può anche aiutare chi soffre di timidezza a comunicare più agevolmente o comunque a mantenere più facilmente i contatti sociali. Il problema sorge quando l’uso del cellulare diventa una dipendenza (In Europa, 5 ottobre 2009).

A questo proposito il New York Times parla di adolescenti “iperconnessi”, cioè che passano la maggior parte del loro tempo usando smartphone, computer, televisione, parlando al cellulare o inviando sms. In pratica, ragazzi dagli 8 ai 18 anni trascorrono circa 12 ore al giorno usando mezzi di comunicazione multimediale. La sera o addirittura negli orari notturni i giovani scaricano musica o film (La Repubblica, 21 gennaio 2010).

I dati di un’indagine della Società Italiana di Pediatria sugli adolescenti mostrano che nel 2000 soltanto il 37% dei giovanissimi aveva in casa un computer, nella grande maggioranza senza collegamento internet; nel 2010 il 97% aveva un pc a casa e si collegava tutti i giorni. Alcuni sociologi ritengono che le paure di un isolamento dei giovani da parte dei genitori sia infondato. Anzi, i ragazzi di oggi “iperconnessi” sarebbero i più estroversi e con maggiori contatti sociali. Inoltre, i quozienti intellettivi di questa generazione sarebbero più alti di quelli delle generazioni precedenti, difatti i giovani sono capaci di moltiplicare le loro abilità grazie all’avanzamento delle tecnologie (Lancini, 2012).

Ma questa moltiplicazione di abilità, definita anche multitasking, il fare mille cose contemporaneamente come studiare ascoltando musica e chattando con gli amici, camminare mandando sms, come sta cambiando i processi cognitivi e l’uso dell’intelligenza? Si è visto come nel 2008 su 100 famiglie con almeno un ragazzo minorenne, il 51% si collega a internet ogni giorno e il 16,7% lo fa più di 3 ore al giorno. Inoltre, il 75% utilizza chat e messenger, l’80% usa di frequente youtube, il 22% ha inviato un filmato, il 41% ha un suo blog, il 50% è iscritto su facebook. Infine, il 54% ha il pc in camera e il 21,7% naviga in internet prima di addormentarsi (La Repubblica, 21 gennaio 2010).

Il problema principale è la concentrazione: i ragazzi sono bombardati da informazioni e spesso non sono in grado di selezionarle. Da una parte poi hanno la scuola che insegna un tipo di apprendimento basato sull’approfondimento e lo studio, dall’altro c’è internet che invece fornisce la possibilità di accedere in tempo reale alle più disparate informazioni rimanendo però spesso ad un livello superficiale (La Repubblica, 21 gennaio 2010). Il problema serio sopraggiunge quando il giovane non utilizza la tecnologia per i suoi fini specifici, ma per impersonare un personaggio diverso da quello che è nella vita reale oppure per trascorrere la maggior parte del tempo giocando con i videogiochi.

Il rischio più grande è che gli adolescenti non sappiano gestire questa tecnologia e tendano ad isolarsi sempre di più, facendo una vita sedentaria che li porti ad avere anche problemi di sovrappeso. Inoltre, l’esposizione a contenuti riservati ad adulti in televisione e su internet ha portato questa generazione a vivere il sesso in modo molto precoce e spesso senza le dovute informazioni.

Allora il punto focale è che i giovani imparino a sfruttare al meglio questi strumenti senza soccombere ad essi: tramite la tecnologia si può vivere meglio, ma senza diventarne schiavi. È importante quindi che la vita di un ragazzo sia ricca e piena di relazioni vere che gli riempiano la giornata. E allora ben vengano piccoli spazi del suo tempo dedicati ad inviare sms, email o a vedere il proprio profilo su facebook, ma senza che questi vadano a sostituirsi alla realtà. D’altra parte, la tecnologia, anche quella più avanzata, non potrà mai competere con il piacere che può regalare un pomeriggio trascorso con gli amici a scambiare quattro chiacchiere, una risata sincera con il migliore amico o una passeggiata mano nella mano con il partner.