Quando gettare via anche il più piccolo oggetto diventa un trauma troppo difficile da superare fino a rovinare la vita di chi ne è vittima, si è di fronte ad una sindrome denominata disposofobia o Compulsive Hoarding Syndrome.

Esiste addirittura una serie TV su questa patologia: “accumulatori Seriali”, dove si raccontano i casi più scioccanti di chi ha lasciato che gli oggetti prendessero il sopravvento sulla propria esistenza.

La disposofobia è un disturbo psicologico caratterizzato da una seriale tendenza ad accumulare compulsivamente (si può anche definire disturbo da accumulo) qualsiasi oggetto anche se inutile o deperibile senza avere poi la capacità di disfarsene perché “un giorno o l’altro potrebbero servire”. Alcuni accumulano particolari tipi di oggetti, come giornali, bricolage o indumenti. Altri, affetti da una condizione nota come sindrome di Diogene, conservano i rifiuti, compresi vecchi contenitori, cibo andato a male o rifiuti umani. Infine, ci sono gli accumulatori di animali, persone che raccolgono molti più animali di quanti possano mantenerne in condizioni adeguate, mettendo a rischio la salute e la sicurezza propria e degli animali (Harmon, 2012).

Una delle caratteristiche peculiari dei soggetti con disposofobia è un forte attaccamento nei confronti delle cose che posseggono, talvolta attribuendo ad esse un forte senso identitario. Ecco che lo scenario di doversi sbarazzare di cose a cui sentono di essere molto legati affettivamente può essere esperito dalla persona come molto doloroso.

È proprio la difficoltà a buttare via le cose che può portare ad occupare significativamente gli spazi di casa, fino ad ostacolare le normali attività quotidiane come cucinare, pulire, camminare e addirittura dormire.

L’accaparratore (hoarder) ha paura di buttare e di disfarsi di qualsiasi cosa, fino ad accumulare in modo patologico ogni oggetto che attrae la sua attenzione. Lo spazio occupato dalle “collezioni” può arrivare ad ingombrare gran parte dello spazio in casa.

Molti di noi sentono la propria casa o il proprio spazio di lavoro più affollato del dovuto o di quanto servirebbe alla nostra serenità mentale. Ma nelle persone a cui è stato diagnosticato il disturbo da accumulo di solito questo comportamento arriva a livelli straordinari (Harmon, 2012).

Sepolti in casa, letteralmente sommersi da oggetti di qualsiasi tipo. È questa l’immagine che più di ogni altra caratterizza le persone affette da disposofobia.

L’enorme quantità di oggetti accumulati dall’hoarder può mettere in pericolo la sua salute e la sua sicurezza. Infatti, a causa delle scarse condizioni igieniche in cui vive, la persona affetta da disposofobia può ammalarsi, cadere, farsi male o scatenare un incendio che può anche coinvolgere i vicini. Un altro elemento che caratterizza questa patologia è il progressivo isolamento a cui tende l’hoarder a causa dell’imbarazzo e della vergogna che prova nell’invitare ospiti nella propria casa. Ciò può essere motivo di discussioni con i familiari e con i vicini. Tali conflitti possono portare anche alla rottura dei pochi rapporti interpersonali che ha l’accaparratore il quale vede aggravarsi il suo stato psicologico fino a trovarsi in uno stato di totale degrado e abbandono.

Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, DSM V) nel quale la disposofobia (HD, Hoarding Disorder) ha acquisito lo status di disturbo con criteri diagnostici propri, la diagnosi di HD può essere fatta se il comportamento di accumulo non è ascrivibile ad altra condizione medica generale o ad altro disturbo mentale (APA, American Psychiatric Association, 2013).

In tal senso, talvolta i soggetti affetti da disposofobia pensano che gli oggetti abbiano dei veri e propri sentimenti. Il paziente ossessivo-compulsivo, invece, anche nei casi in cui manifesta una sintomatologia di accumulo, non è in alcun modo interessato al valore emotivo o affettivo dell’oggetto, ma piuttosto non se ne libera per motivi superstiziosi perché pensa che quell’oggetto possa proteggerlo da qualche evento negativo.

Il paziente con disturbo da accumulo invece non riesce a buttare via gli oggetti perché questi fanno parte integrante della sua identità personale, dei suoi ricordi e liberarsene lo porterebbe a dover affrontare a una vera e propria esperienza di lutto.

Riguardo al trattamento di questa patologia vale il concetto secondo cui per qualsiasi disturbo psicologico, il soggetto interessato deve rendersi conto di avere un problema. Alcune indicazioni di base per persone che manifestano la disposofobia sono: stabilire un numero massimo di oggetti da conservare ed evitare di isolarsi. Se questi suggerimenti non bastano allora è necessario iniziare una psicoterapia che ha come obiettivo sostituire il bisogno di accumulare con interessi nuovi che vadano a creare una diversa gestione del tempo libero.

“Canta che ti passa” recita il detto. È proprio vero perché sia la musica sia il canto sono dei potenti antistress. Cantare quindi fa bene alla salute e alla psiche: aumenta la funzionalità del sistema immunitario, favorisce il rilascio di ormoni e di serotonina, fa diminuire il livello di cortisolo (un ormone la cui produzione aumenta in condizioni di stress), riduce le tensioni muscolari, implica una respirazione più regolare e profonda tanto da aumentare l’ossigenazione nel sangue e migliorare la funzionalità cardiaca, favorisce la dilatazione dei vasi sanguigni come quando si ride o si assumono farmaci specifici. La musica e di conseguenza i suoni sono un messaggio universale da tutti compreso e con effetto immediato a livello psicofisico. D’altra parte uno tra i primi sensi utilizzati dal feto è proprio l’udito: quando il piccolo ascolta la voce della mamma e impara a distinguerla dalle altre, sa anche riconoscere le varie intonazioni a seconda delle emozioni che la madre sta vivendo.

Cantare aiuta a rilassarsi e a buttare fuori le sensazioni e le emozioni negative vissute durante la giornata. Ciò vale in modo particolare per tutti coloro che non si occupano di musica per lavoro. Quindi anche solo canticchiare una canzone mentre si passeggia o si torna a casa oppure cantare sotto la doccia sono tutte azioni che migliorano l’umore, allontanano la stanchezza, fanno iniziare o terminare in modo positivo una giornata perchè favoriscono il rilascio di ormoni e sostanze come la serotonina e le endorfine. In particolare sono molte le persone che cantano sotto la doccia o anche in macchina quando sono sole. L’effetto è benefico e liberatorio perchè la persona è sola e sente di poter dare libero sfogo alla sua energia, può cantare ciò che vuole senza timore di essere giudicata o criticata o presa in giro, assecondando anche lo stato d’animo del momento e quindi scegliendo la musica più adatta al suo umore.

Di fatto la persona sotto la doccia canta per se stessa e ciò le regala un senso di libertàimpagabile, privo di valutazioni, di timori o di aspettative di persone che ascoltano. Coloro che intonano una canzone da soli sotto la doccia o in casa possono tirare fuori la parte più infantile di se stessi o anche provocatoria, perché potrebbero decidere di imitare cantanti famosi, scimmiottarne i movimenti, improvvisare anche qualche passo di danza, tutto con un unico scopo: divertirsi a fare qualcosa che in presenza d’altri non farebbero mai. Per molte persone infatti esibirsi davanti a qualcuno, anche solo per svago, diventa un problema serio. Il timore di cantare in pubblico può derivare da molteplici motivi: insicurezza personale, consapevolezza di essere stonati (ma ciò spesso non è un deterrente, anzi), bassa autostima, timore di essere giudicati. Rispetto a quelle che si vergognano, per le persone esibizioniste prevale il senso di benessere e divertimento derivante dal cantare. La persona che canta in pubblico vuole comunicare qualcosa di sé agli altri sia attraverso le parole sia con i gesti che accompagnano la sua performance. In ogni caso prevale il piacere di essere ascoltati e guardati dagli altri anche se le doti canore possono lasciare a desiderare.

D’altra parte cantare insieme ad altre persone, come ad esempio in un coro, aumenta la sicurezza in se stessi, fa sentire parte di un gruppo coeso e migliora l’umore. Infatti il coro è tradizionalmente usato in tutto il mondo durante i riti di moltissime religioni per i suoi effetti rilassanti, energizzanti e coinvolgenti. Molte ricerche hanno evidenziato come nelle persone che cantano in coro aumenti la percezione di benessere e allo stesso tempo si viva la presenza degli altri come uno stimolo ad impegnarsi con regolarità. Alcune malattie senili, come la demenza, possono essere affrontate dai pazienti, partecipando ad un coro, così da mantenere la mente sempre in esercizio grazie alla necessità di ricordare le parole e la musica dei brani. Inoltre, presupposto fondamentale di chi canta in coro non è emergere, ma piuttosto amalgamare la propria voce con quella degli altri così da creare un insieme armonico equilibrato e omogeneo. Quindi, a meno che non ci sia qualche voce solista che deve emergere in alcuni casi prestabiliti, nel coro non bisogna cercare di mettersi in evidenza, evitando quindi situazioni di rivalità o narcisismo.

Anzi il coro crea una clima di solidarietà, unione, rilassatezza e senso di protezione. Far parte di un gruppo vocale significa prima di tutto condividere una passione, ma anche momenti gratificanti derivanti da un benessere comune. L’ansia tende a scomparire, così come la timidezza si riduce notevolmente grazie alla possibilità di mescolare la propria voce con quella degli altri coristi. Il corista canta con forza e intensità sviluppando una sensazione liberatoria e di armonia con gli altri e con se stesso. Infatti, dopo una giornata di lavoro, fatica e stress, cantare con tutta la propria energia fa sentire davvero bene. Anche ritrovarsi con gli altri elementi del gruppo e avere la possibilità di creare nuove amicizie, fa superare la pigrizia e la voglia di rimanere a casa magari stanchi e stressati. Cantare fa bene. Ed è bello cantare per il piacere di farlo, con orgoglio e passione, con la certezza poi di sentirsi più leggeri e sereni.

È di pochi giorni fa la notizia secondo cui una giovane mamma di 28 anni è morta nel dare alla luce un bebè a Orthez, nei Pirenei Francesi, perché l’anestesista quando è stata chiamata urgentemente in sala operatoria era ubriaca. Anche al momento del fermo, l’anestesista sarebbe risultata in stato di ebbrezza.

Spesso i media riportano casi di pazienti che, a seguito di cure o diagnosi sbagliate, hanno subito gravi danni fisici con conseguenze anche a livello psicologico. Nel peggiore dei casi questi errori hanno portato al decesso della persona. Altri esempi recenti di presunti casi di malasanità: un uomo si presenta al pronto soccorso manifestando dolori al petto e alla gola, ma non viene considerato grave. Dopo circa tre ore l’uomo muore a seguito di un episodio improvviso di dispnea grave seguita da arresto respiratorio (Repubblica, 13 settembre 2014); una donna di 35 anni a seguito di un incidente in motorino viene operata al naso e durante l’operazione entra in coma e muore (Repubblica, 19 settembre 2014); un parto cesareo nell’ospedale della Murgia, e una bambina nata senza vita dopo molte ore di travaglio. Si tratta del terzo caso che si verifica nel nuovo ospedale, inaugurato nei mesi scorsi dopo 17 anni di lavori, che coinvolge piccoli deceduti (Repubblica, 20 settembre 2014); una donna contrae un tumore al seno sinistro ma all’ospedale di Rimini viene sottoposta a 22 sedute di radioterapia al seno sbagliato, cioè a quello sano (Corriere Romagna, 26 febbraio 2014); una donna lamenta dolori post operatori e si scopre che erano stati dimenticati garze e ferri nella pancia (Repubblica, 19 giugno 2014); fino allo scambio di embrioni durante la fecondazione eterologa, per cui una donna al quarto mese di gravidanza scopre di avere in grembo due gemelli con un altro patrimonio genetico (Repubblica, 13 aprile 2014).

Il tema della gestione del rischio clinico è molto sentito e attuale nel mondo medico-sanitario e gioca ormai un ruolo fondamentale nella valutazione qualitativa del sistema sanitario. Per rischio clinico si intende la probabilità che un paziente possa essere vittima di un evento avverso, cioè possa subire un danno o un disagio imputabile, anche se in modo involontario, alle cure mediche prestate nell’ambito di una struttura sanitaria.

Gli eventi avversi possono derivare da molteplici cause. Indubbiamente i fattori individuali e professionali rappresentano una parte importante della pratica clinica, ma sono solo alcuni elementi. Quando si hanno danni al paziente, i fattori individuali possono essere soltanto l’ultimo anello, anche se il più visibile, di una catena di errori, dovuta soprattutto al contesto e ai processi nei quali l’operatore sanitario lavora. Quindi è necessario prendere in considerazione sia gli errori del personale medico e infermieristico, ma anche il malfunzionamento dei macchinari o dei dispositivi medici, ecc.. Gli eventi avversi possono nascere dal risultato di un’indagine diagnostica, e in questo caso, se l’errore è identificato, generalmente richiede la ripetizione del test, con conseguenti sprechi. Nel caso invece in cui l’errore non sia identificato, si possono verificare danni ancora peggiori a causa di una terapia sbagliata. Questi errori, oltre ai danni al paziente, comportano ingenti costi, a partire dalla richiesta di risarcimento oppure per la ripetizione del percorso diagnostico (che peraltro non sempre è clinicamente ripetibile).

Le tre categorie - Le attività che possono generare eventi avversi ad alto rischio clinico dannosi per il paziente si possono dividere in tre gruppi: 1) le attività diagnostiche (errori o ritardi nella diagnosi, esami invasivi evitabili, ecc.); 2) le attività terapeutiche farmacologiche o radiologiche (errori di prescrizioni, errori nella scelta della terapia, errori nella prescrizione dei farmaci, ecc.); 3) gli interventi chirurgici (errori nella valutazione di idoneità del paziente all’intervento, errori nella valutazione dei rischi dell’intervento rispetto all’efficacia e/o rispetto alle complicanze o effetti collaterali, ecc.) (Perrella e Leggeri, 2007). È necessario specificare che per la realizzazione del piano di gestione del rischio clinico sono necessari operatori tecnico-sanitari con differenti ruoli e a diversi livelli del sistema sanitario in maniera coordinata ed integrata. Solo l’attività combinata di queste diverse figure può garantire la diffusione e la messa in atto del piano in maniera capillare sull’intero territorio. In particolare, gli attori coinvolti nel sistema di gestione del rischio clinico sono identificabili in:

- operatore sanitario-utente (tutti i lavoratori che con differenti ruoli – medici, infermieri professionali ecc. – operano nella struttura sanitaria nei reparti a rischio di errore umano più elevato);

- delegato alla sicurezza (operatore tecnico o sanitario referente per la gestione del rischio clinico);

- clinical risk manager (dirigente di area biomedica-infermieristica, politecnica o psico-sociale responsabile del sistema di gestione del rischio clinico).

In conclusione, è fondamentale accrescere la consapevolezza degli operatori sanitari in merito alle problematiche legate alla sicurezza dei pazienti e tradurre tali acquisizioni nella quotidiana pratica professionale con l’obiettivo di migliorare la qualità e la sicurezza delle cure rivolte al paziente.

È iniziato il nuovo anno ed è convinzione comune che ad esso si affianchi l’inizio di una vita piena di novità ed eventi positivi. Indubbiamente l’atteggiamento verso le situazioni che la vita ci porta ad affrontare è la chiave per risolverle in modo positivo o quantomeno per evitare di esserne sopraffatti. Allora il primo passo da fare è recuperare la fiducia in se stessi senza accusarsi in modo troppo negativo dei propri sbagli, ma con la volontà di comprendere i propri errori per evitare di ripeterli. In seconda battuta è necessario lasciarsi alle spalle vecchi rancori (che sono come una zavorra e tengono ancorati al passato) e guardare al futuro con la voglia di realizzare un progetto, anche piccolo, dedicato solo a se stessi. È bene anche circondarsi di persone che caricano di energia positiva e donano serenità e benessere. Molto spesso non si riesce a scrollarsi di dosso il passato perché si tende ad evitare di pensare all’evento che ha causato i malesseri e ad avere atteggiamenti fortemente critici verso chi è ritenuto responsabile dell’evento negativo. Al contrario invece bisogna cercare di trovare qualcosa di positivo anche in ciò che è accaduto.

Anno nuovo, vita nuova - Molte sono le cause per cui si rimane bloccati in una sorta di limbo senza avere la capacità di fare delle scelte significative per se stessi: senso di colpa, sfiducia in sé, senso di inadeguatezza e scarsa autostima. Le origini di questi “blocchi” psicologici risiedono nel passato, in particolare nell’infanzia o in situazioni vissute in modo traumatico. Ad esempio, è stata tradita la fiducia riposta in una persona importante oppure si è stati lasciati senza una spiegazione soddisfacente. Queste delusioni provocano una generale sfiducia rivolta sia a se stessi sia negli altri che si tramuta in una costante paura di rimanere delusi e in un atteggiamento difensivo che limita il contatto con gli altri. Se invece in passato sono state fatte delle scelte che poi non hanno avuto l’esito sperato ma che anzi si sono rivelate deleterie, probabilmente, provati dai sensi di colpa, si avrà paura di ripetere gli stessi errori e si preferirà non prendere alcuna decisione rimanendo in uno stato di immobilità frustrante e demotivante. Il senso di inadeguatezza può trovare le sue radici nel tentativo di soddisfare le aspettative di genitori spesso troppo esigenti e poco presenti nella vita dei propri figli. Il compiacimento del genitore può aver creato una sorta di circolo vizioso per cui il bambino tende a reprimere la sua vera natura e la sua spontaneità solo per avere l’approvazione del genitore con un comportamento che da adulto avrà lo scopo di essere benvoluto e apprezzato da tutti.

Pensieri negativi influiscano sulla propria autostima – Per costruire qualcosa di nuovo, per iniziare l’anno facendo davvero qualcosa per se stessi, bisogna pensare ad un nuovo progetto che sia davvero il proprio e non suggerito da qualcun altro, concentrandovi solo energie positive, presupposto per ricominciare davvero con una nuova sicurezza. Durante il percorso verso l’obiettivo è bene svolgere una sorta di monitoraggio di come stanno andando le cose: sono nella giusta direzione? Come mi sento? Le mie aspettative sono eccessive? Queste domande hanno lo scopo di calibrare meglio le proprie forze ed eventualmente aggiustare il tiro per poi poter raccogliere i frutti di tanti sforzi, senza prefiggersi mete impossibili o dettate da altri. È importante quindi valutare la fattibilità dei propri progetti, le risorse a disposizione e quanto i pensieri negativi influiscano sulla propria autostima. Essere troppo critici verso se stessi e denigrarsi con frasi come “Non sono capace di combinare nulla di buono nella vita” rendono solo tutto più difficile, per questo è fondamentale cambiare atteggiamento verso se stessi, impostando una visione mentale positiva volta a considerare il proprio impegno e gli obiettivi raggiunti attraverso la libera iniziativa e la possibilità di scegliere. I pensieri negativi con il passare del tempo si sedimentano e diventano vere e proprie convinzioni. La bassa autostima crea una sorta di profezia che si auto-avvera: l’essere convinti di non essere in grado di raggiungere un determinato obiettivo avrà come esito una sicura sconfitta.

Il futuro è nelle nostre mani, nessuno verrà a cercarci se non siamo noi a proporci - Si possono fare ogni giorno piccole cose dedicate al prendersi cura di sé che con il tempo diventeranno sempre più significative ponendosi sempre traguardi raggiungibili e realizzabili. Indubbiamente è indispensabile mettere al centro della propria vita se stessi e le proprie esigenze: solo così si avrà la misura dei propri desideri. Mettere da parte tutte le paure e le convinzioni scaturite dal passato daranno l’opportunità di scoprire la propria vera identità. Inizialmente è fondamentale porsi obiettivi minimi e semplici. Raggiungerli darà la fiducia necessaria per prospettarne di nuovi e più importanti fino a raggiungere quella tanto agognata sicurezza in se stessi e nelle proprie scelte.

4 Aprile 2014 at 10:31 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

San Valentino è una di quelle feste come il Natale che presuppone la presenza di persone speciali accanto. Pertanto chi è felicemente in coppia deve solo decidere se festeggiare o no, mentre chi non  ha un partner può trovarsi nella triste situazione di immalinconirsi solo alla vista di una scatola di cioccolatini. Altra storia vale per chi è in coppia ma non ha voglia di festeggiare né il 14 febbraio né altri giorni dell’anno. Per queste persone è pensato questo articolo nel tentativo di indicare una strada a quelle coppie che da festeggiare hanno ben poco, ma che alla fin fine vorrebbero ancora un motivo per ritrovare la voglia di scriversi un bigliettino d’amore, regalare una rosa rossa o aspettare con emozione di rivedere il partner.

Il 14 febbraio spesso si rivela la scusa più banale per acquistare un regalo per il compagno o la compagna o per passare una serata romantica insieme. Ben venga la festa degli innamorati se è solo l’inizio di una serie di novità e se si pensa che da sempre si inneggia alla quotidianità delle sorprese, dei baci, delle carezze e degli spazi dedicati alla coppia troppo spesso trascurati.

Recuperare un rapporto in crisi non è poca cosa. Molto dipende da quanto tempo si sta assieme, dall’età dei partner, dalle esperienze vissute, da quanto tempo durano i problemi e dalla rispettiva capacità di dialogo. Proviamo a trovare alcune possibili soluzioni per ristabilire un’intesa di coppia.

Uno dei motivi principali di una crisi in un rapporto è la routine. Le abitudini con il tempo prendono il sopravvento, prevalgono stanchezza e pigrizia, si perde lo slancio di fare cose improvvisate. Questo è il momento per ritrovare un contesto in grado di far riaffiorare la voglia di stare insieme, inserendo qualche novità, come un fine settimana romantico lontano da tutto ciò che è legato alla quotidianità.

Un altro elemento critico riguarda le argomentazioni su cui ci si focalizza durante un litigio: di solito vengono evidenziate mancanze e difetti del partner. Si può invece provare a fare un passo indietro nel passato, a riscoprire i motivi per cui ci si è innamorati e a confrontarsi con il partner su questi elementi. Una visione positiva dopo tante discussioni non può che essere uno stimolo per riflettere su quanto sta accadendo all’interno del rapporto.

Inoltre, durante un litigio è importante cercare di ascoltare cosa ha da dire l’altro e non fare finta di nulla dando libero sfogo a tutta la propria frustrazione. Il rischio è che con il passare del tempo le discussioni diventino sterili e non sfocino invece in un confronto sincero.

È importante a questo punto ritagliarsi degli spazi da condividere, come probabilmente avveniva all’inizio del rapporto. È necessaria anche l’idea di ritrovare quei piccoli gesti affettuosi dell’innamoramento. Non dare mai per scontato il rapporto è una regola fondamentale da non dimenticare.

Un altro errore è sentirsi troppo sicuri del partner, senza che vi sia più la voglia di conquistarlo perché ormai il suo amore è dato per scontato.

E allora bisogna darsi da fare e trovare una buona idea per il giorno degli innamorati, ma anche per tutti i giorni a venire. Questo non significa prodigarsi in regali tutto l’anno, anche perché data la crisi economica attuale il progetto risulterebbe probabilmente fallimentare ancor prima di cominciare, ma piuttosto di trovare tanti modi per comunicare il proprio amore che non necessitino di denaro, ma solo di fantasia e sentimento.

Anzi forse l’idea di impegnarsi nel dimostrare il proprio amore senza l’aiuto di un regalo rende tutto più impegnativo e per questo più ricco di significato per la coppia in crisi. Invece di cercare un regalo in un negozio, è più utile trovare un modo per esprimere il proprio amore in modo originale, organizzando una sorpresa, una gita romantica, compiendo gesti affettuosi e ricchi di attenzioni o semplicemente pronunciando più spesso la frase: “Ti amo”. D’altra parte sono queste le cose importanti che mantengono vivo un rapporto.

E allora ben venga San Valentino se questo giorno indica una ripartenza della vita di coppia, fatta di condivisione, voglia di intimità, di coesione e di trascorrere più tempo possibile con il partner. Antoine de Saint-Exupéry scriveva: “È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. Se i petali della vostra rosa sono caduti, non importa, prendete un seme, piantate il vostro fiore e questa volta prendetevi cura di lui tutti i giorni, finché non sarà cresciuto di nuovo, bello come e più di prima.

Le donne amano fare shopping, comprare vestiti, borse, accessori ed in particolare scarpe! Perché le donne amano così tanto lo scarpe da riempirne armadi e scarpiere, fino a non sapere dove metterle tutte? Le scarpe rispecchiano la personalità di chi le indossa, il modo di affrontare la giornata e gli impegni quotidiani. Talvolta la passione nelle calzature può sfociare nel feticismo sia per quanto vengono amate le scarpe sia per quanto vengono adorati i piedi. Sia il piede che la scarpa sono due emblemi del feticismo e possono sedurre molto più di una scollatura.

Uomini e donne sono affascinati dalle scarpe, ma in modo diverso. Per le donne sono un irresistibile oggetto del desiderio e uno strumento di seduzione, per gli uomini sono un fattore di attrazione erotica. Allora largo alle moltissime possibilità di scelta: stivali, ballerine, sneakers, mocassini, tronchetti, zoccoli, zeppe, sandali, con tacco a spillo, ecc. La scelta della scarpa non è cosa da poco, anche perché è legata alla postura, per cui una donna che avanza con i tacchi alti avrà movenze molto diverse da colei che cammina con scarpe sportive.

La scelta della scarpa può rivelare tanto di chi la possiede. Ad esempio la donna che sceglie di indossare scarpe con il tacco a spillo solitamente punta alla raffinatezza, a mostrarsi sensuale, non vuole mai rinunciare alla sua femminilità. D’altra parte il modo di camminare su un paio di tacchi alti è molto più sexy rispetto a chi passeggia con un paio di scarpe senza tacco. La scelta di indossare solo e sempre scarpe con il tacco può indicare una certa insicurezza che la scarpa va a colmare, data la consapevolezza che l’universo maschile è sempre attratto dallo stiletto.

Le donne che scelgono le ballerine sono piuttosto sicure di se stesse, non sentono il bisogno di indossare scarpe con il tacco per sentirsi femminili ed in grado di conquistare un uomo, non guardano solo all’aspetto esteriore delle cose, ma puntano alla praticità senza dimenticare lo stile. Altre optano per scarpe particolari, che danno nell’occhio: queste donne amano essere sempre sopra la righe, distinguersi dalla massa e farsi notare. Hanno molta fiducia in se stesse e non tengono in considerazione cosa pensano le persone del loro look audace.

Molte scelgono la scarpa sportiva: sono amanti della praticità e della comodità, sono molto attive, adorano il look casual e amano sentirsi giovani. Stanno comunque attente alla moda, magari scegliendo scarpe pratiche, ma trendy, ricche di colori e tecnologiche. Solitamente sono donne molto pragmatiche e dirette nel rapporto con gli altri. Le donne che scelgono i mocassini amano le cose classiche, tradizionali e comode. Questa scelta tende a rivelare una mancanza di fantasia e il desiderio di manifestare sempre serietà e sobrietà.

Coloro che indossano le zeppe amano il tacco anche se in una versione più stabile che permette di camminare a lungo e con maggiore comodità. Questo stile indica la necessità di coniugare la femminilità con il desiderio di rimanere attive, dinamiche e indipendenti. È possibile anche fare qualche collegamento con il mondo onirico ed il suo significato nell’ambito delle scarpe. Ad esempio, sognare di cercare senza successo una scarpa può essere indice di un periodo difficile della propria vita, dovuto ad un lutto o ad una separazione; sognare di camminare indossando scarpe strette può significare che si sta vivendo una relazione sentimentale  soffocante o insoddisfacente; al contrario sognare di camminare con scarpe troppo larghe potrebbe indicare una eccessiva fiducia in se stessi. Infine, andare in giro con scarpe rotte o a piedi scalzi denoterebbe un periodo complicato che non si riesce a risolvere.

Le scarpe sono quindi collegate al rapporto uomo-donna, alla seduzione, alla personalità, allo stile, al modo di affrontare la vita e anche al tipo di partner che si desidera. Infatti nel telefilm Sex and the City, la protagonista Carrie, personaggio amante della moda e in particolare delle scarpe, dice: “gli uomini sono come le scarpe col tacco. Ci sono quelli belli che fanno male, quelli che non ti piacciono fin dall’inizio, quelli irraggiungibili che non potranno mai essere tuoi, quelli che affascinano in partenza ma poi capisci che non sono niente di speciale e infine quelli che non ti stancherai mai di avere con te”. Allora si potrebbe azzardare nell’affermare: dimmi che scarpa indossi e ti dirò, non solo chi sei, ma anche che partner avrai.

Il consumismo giovanile è notevolmente aumentato negli ultimi anni tanto da portare a considerare i bambini e gli adolescenti un vero e proprio target determinante per chi si occupa di marketing. Da una parte infatti i giovani influenzano la famiglia sulle compere da fare e dall’altra hanno loro stessi un potere d’acquisto. Il bambino è entrato a far parte della domanda di beni e servizi sul mercato e per questo è destinato ad essere fidelizzato in qualità di consumatore fin dai primi anni d’età.

I bambini e gli adolescenti sono un’importante fonte di profitto e di persuasione rispetto alle decisioni economiche familiari. Già a partire dalle interazioni e dai confronti con i coetanei, essi crescono seguendo l’onda del facile acquisto e dell’immediata gratificazione, elementi delle attuali leggi di mercato, rischiando così di acquisire esclusivamente i valori materialistici, individualistici e del possesso e perdendo il senso ed il valore delle cose (Olivero e Russo, 2009).

Nelle ore libere da altri impegni infatti i bambini passano molto tempo a guardare la televisione (ricca di messaggi pubblicitari) o nei supermercati e nei negozi a fare acquisti con i genitori, diventando così perfetti conoscitori dei prodotti in vendita, delle marche e degli slogan. È per tali motivi che il mercato dei prodotti per l’infanzia è in continua espansione. Le aziende investono moltissimi soldi nella realizzazione di comunicazioni pubblicitarie suggestive specifiche per un pubblico di più piccoli. Il bambino assiste a questi messaggi pubblicitari quando guarda la televisione o è al computer, quando cammina per strada o si reca nei negozi, al cinema o quando sfoglia un giornalino.

Il mercato considera il bambino un consumatore immediato. È cioè il consumatore ideale perché ingenuo (o ritenuto tale) e a cui è possibile vendere qualsiasi cosa. Spesso i genitori accontentano i figli che desiderano acquistare prodotti superflui, anche per sedare il senso di colpa per il poco tempo dedicato loro. A volte sono i figli che autonomamente comprano gli oggetti che desiderano grazie ai soldi che ricevono settimanalmente dai genitori.

I bambini sono considerati anche mediatori dei consumi degli adulti, diventano cioè degli strumenti per le aziende in quanto possiedono un gran potere, ossia quello di influenzare i genitori. Le aziende riescono a guidare i consumi delle famiglie grazie all’influenza che hanno sui figli. Non solo le pubblicità destinate ai prodotti per l’infanzia, ma spesso anche quelle rivolte ad un pubblico adulto hanno come focus i bambini.

Infatti il bambino quando riconosce un prodotto di una particolare marca pubblicizzata, per esempio in televisione, chiederà ai genitori di comprarlo finché non sarà riuscito nel suo intento. Questa tecnica viene definita pester power (o nag factor), ossia il “potere di assillare”, che può creare problemi nel rapporto genitore-figlio a causa della rabbia o dei pianti che scatena se il prodotto non viene acquistato, così da indurre il genitore stremato ad accontentare il bambino per vederlo soddisfatto. Il fattore “assillo” viene particolarmente sfruttato dai pubblicitari che tentano di approfondire come spingere ancora di più i bambini ad essere pressanti nei confronti dei genitori (Olivero e Russo, 2009).

Una campagna pubblicitaria ben congegnata può mettere in crisi il rapporto genitore-bambino: il piccolo recepisce dalla pubblicità che determinati prodotti sono per lui e non accetta che l’adulto gli neghi il possesso di quel prodotto. Se il messaggio pubblicitario è in netto contrasto con la visione dei genitori, essi dovranno convincere con fatica e pazienza il figlio a lasciare da parte il messaggio e a seguire le proprie indicazioni educative; qualora i genitori non avessero la pazienza necessaria, i messaggi pubblicitari, nuovi educatori di molti bambini di oggi, l’avranno vinta. In quest’ultimo caso i genitori avranno perso autorevolezza e sicurezza, mentre i figli si abitueranno a sentirsi gratificati attraverso l’acquisto di determinati beni, crescendo senza sviluppare capacità quali l’autocritica, la riflessione e il ragionamento che potrebbero guidarli all’ascolto dei propri bisogni fisici e mentali (Oliverio Ferraris).

Inoltre i bambini sono anche i futuri consumatori e di conseguenza le aziende cercano di fidelizzarli creando da subito un rapporto positivo con la loro marca (brand), attraverso lo slogan o la confezione, che acquisisce per il piccolo consumatore una risonanza emotiva che dovrebbe “condizionarlo” anche negli anni a seguire, così da renderlo dipendente da quel prodotto per molto tempo. La merce per attirare un bambino deve evocare sensazioni piacevoli quali protezione, affetto, sicurezza oppure avventura, divertimento, curiosità. Elementi accattivanti per i bambini più piccoli sono gli animali, i jingle orecchiabili, i colori, brevi episodi di vita quotidiana e le confezioni, belle, divertenti e colorate. Altre tecniche comprendono la possibilità di regalare figurine o un elemento di una collezione di giocattoli insieme al bene di consumo.

Tutti questi aspetti generano il rischio di crescere figli dediti solo all’omologazione con i pari per sentirsi accettati e che non riescono a sviluppare un Io individuale forte e sicuro. Per questo motivo è necessario cogliere i reali bisogni dei bambini e degli adolescenti per evitare che crescano passivi, deboli e privi della capacità di affrontare le difficoltà di una vita futura.