È boom dei socialnetwork tra gli adolescenti. Ormai quasi tutti i giovani usano Whatsapp e si collegano ad Internet non più tramite il computer, ma con lo smartphone. Non ci sono orari definiti per chattare, anzi valgono anche le ore notturne. La quasi totalità degli adolescenti ha Internet sempre a portata di mano, in qualunque momento della giornata. E Internet, salvo qualche eccezione, si associa ai social network. Ormai non solo gli adolescenti, ma anche i preadolescenti alla soglia delle scuole medie utilizzano i social per comunicare. Essi usano con grande dimestichezza: Facebook, Whatsapp, Instagram, Ask.

Questo utilizzo di Internet nasconde i suoi rischi - Indubbiamente questo utilizzo smodato e spesso incontrollato di Internet nasconde i suoi rischi, infatti da un’indagine nazionale della Società Italiana di Pediatria su giovani di terza media emerge che: “il 15% degli intervistati ha dichiarato di aver postato un proprio “selfie” provocante, percentuale certamente sottostimata se si considera che il 48% dello stesso campione afferma contemporaneamente di avere amici e compagni che postano selfie provocanti. Tra gli altri comportamenti a rischio il 19% ha dato on line il telefono, il 16,8% ha inviato una foto, il 24,7% ha rivelato la scuola che frequenta, l’11,6% si è incontrata con lui, il 5,2% ha accettato proposte di sesso online. E se all’87,6% piace internet perché si può stare in contatto con gli amici, per il 60,2% internet è addirittura irrinunciabile” (La Stampa, 24 settembre 2014).

Il bisogno primario è collegarsi alla Rete - Il fatto che gli adolescenti ormai usino il cellulare per connettersi ad Internet, rende difficile per un genitore rendersi conto di quanto tempo spende suo figlio in rete. Infatti, non solo i giovani chattano fino a tardi la sera, ma ormai il loro primo pensiero al mattino è collegarsi sui social. Online i giovani mostrano vari aspetti di se stessi, da quello puramente estetico a quello relazionale ed infine creativo. Sperimentare, mettersi in gioco con diverse realtà serve loro come compito evolutivo per diventare adulti. Ecco perché la foto del profilo, simbolo della propria identità virtuale, cambia così spesso.

Genitori possono limitare i comportamenti rischiosi - Le risorse che hanno i genitori per prevenire comportamenti a rischio sono: il dialogo, l’ascolto, l’etica comportamentale. Come deve comportarsi un genitore davanti ad un uso così smodato di Internet del proprio figlio? Prima di tutto deve essere capace di cogliere eventuali segnali di malessere. Se in generale i giovani non sentono di essere eccessivamente controllati, possono aprirsi con i genitori quando ne sentono la necessità. Ad ogni modo è bene sempre prestare attenzione a determinati comportamenti: se il giovane rimane chiuso in camera per ore, è depresso, è taciturno, ha un calo del rendimento scolastico, è possibile che questi comportamenti possano avere un collegamento con l’utilizzo dei social.

È importante trasmettere il valore della privacy ai propri figli - Ciò significa far comprendere che se anche in rete si può pubblicare qualsiasi cosa, molto spesso ciò che viene postato non si può cancellare o almeno non definitivamente. Imparare il concetto di privacy diventa quindi basilare. Il giovane deve avere rispetto per sé e per gli altri. Ciò renderà la navigazione più sicura, ma farà sì che i giovani imparino un valore importante dell’educazione. È poi fondamentale parlare insieme ai figli, motivando le proprie ragioni e facendo degli esempi, di cosa si può inviare, postare e condividere sui social. In questo senso è particolarmente rilevante sia il problema del mettere foto provocanti di sé in rete sia quello del sesso online. Non dimentichiamo che in un clic due persone collegate ad Internet possono entrare in contatto. Dietro lo schermo ci possono essere adolescenti che improvvisano spogliarelli, ma dietro falsi profili si possono nascondere anche adulti.

Internet può essere anche una grande risorsa – D’altra parte Internet può essere anche una grande risorsa se si riesce a prenderne il meglio. Si possoni leggere e imparare molti argomenti sconosciuti. Si possono raccogliere informazioni sulle proprie passioni nella vita reale e si possono scoprire nuove attività da fare. La rete e tutto ciò che di nuovo fa scoprire possono essere un interessante argomento di dialogo con i propri figli.

Tra pochi giorni è San Valentino, la festa degli innamorati. Per molte coppie sarà una scusa in più per passare una serata romantica insieme, mentre per altre potrà essere il termometro che qualcosa non va da tempo nel rapporto. Diciamo che quindi questa giornata di festa può diventare paradossalmente più significativa per quelle coppie che ormai non si possono più definire tali, ma che non hanno il coraggio di affrontare il problema.  Ecco che allora tutto diventa una forzatura, fino a che non si prende atto della crisi. Ci sono quelle coppie che eludono la crisi, fanno finta che le difficoltà non ci siano illudendosi che le cose possano andare avanti così. Ci sono poi quelle coppie che alternano periodi di delusione e periodi di vera e propria crisi cristallizzandosi in un rapporto dove i partner non riescono a cambiare e a trasformarsi in funzione di una risoluzione dei loro problemi. Infine ci sono poi le coppie che attraversano una fase di disillusione, utile per passare da un primo impatto di delusione ad un secondo aspetto caratterizzato dalla presa di coscienza dell’altro e della sua accettazione totale. La coppia a questo punto riesce bene ad integrare le proprie differenze e difetti.

Esistono dei segnali per capire quando vi è una crisi in atto nella coppia? Certamente, eccoli:

- scarsa comunicazione: si parla poco, non si cerca il confronto con il partner e non si ha piacere nel raccontare anche aneddoti divertenti che possono essere capitati durante la giornata;

- mancanza di confronto: ognuno cerca di risolvere i problemi della coppia autonomamente, evitando il confronto con l’altro;
- calo del desiderio: un calo del desiderio può essere anche fisiologico dopo tanto tempo che una coppia è assieme, ma ciò che indica la crisi sono la scarsa complicità e la poca voglia di reinventarsi associate al desiderio di avere altri partner;
- senso di solitudine: uno o entrambi i partner si sentono soli anche in presenza dell’altro e questo porta ad una voglia di evasione dal rapporto;
- litigi molto frequenti: le liti possono servire per confrontarsi e trovare poi una mediazione rispetto ad un problema comune, ma se diventano troppo frequenti possono soffocare la relazione;
- condurre vite parallele: non si ha più il piacere di fare qualcosa insieme al partner e di condividere una propria passione, ma si opta per una conduzione della propria vita in autonomia coinvolgendo l’altro il meno possibile;
cercare di cambiare il partner: la non accettazione dell’altro ed il tentativo di cambiarlo sono indici di insoddisfazione e di insofferenza che inevitabilmente portano ad attriti e a delusioni ripetute;
- atteggiamento critico: uno dei due partner critica e incolpa l’altro dei problemi che possono esserci in casa o nella coppia;
- disprezzo: uno dei due partner utilizza il sarcasmo, lo scherno e perfino gli insulti per rivolgersi all’altro

Cosa fare quindi se uno o più segnali di crisi caratterizzano il proprio rapporto di coppia? -Innanzitutto, c’è la volonta di salvare la relazione? Se la risposta è affermativa allora il primo passo da compiere è rendersi conto che si sono date per scontate troppe cose nel rapporto e che lo stesso partner è stato trascurato. Probabilmente quando scatta il meccanismo della trascuratezza dell’altro, inevitabilmente questo comportamento diventa reciproco, cancellando tutte quelle attenzioni e gentilezze che invece fanno bene alla coppia. È importante ritrovare la voglia di sorprendere ancora il partner e di dare nuova linfa ad un rapporto stanco e deteriorato dalla routine. La presa di consapevolezza che il cambiamento e che un periodo critico sia normale attraversarli è un punto di partenza per non farsi trovare impreparati. È bene quindi ripartire da gesti quotidiani fatti di piccole attenzioni, soprese, mistero, seduzione e corteggiamento. È utile anche saper indicare con chiarezza quali sono i propri bisogni, essere sempre gentili anche quando un gesto è scontato, descrivere i problemi senza incolpare l’altro. Piccoli cambiamenti che possono dare ossigento alla relazione e farla nuovamente decollare. Questo significa diventare una coppia vincente, cioè una coppia che non evita i problemi e i conflitti, ma che ha imparato a superarli insieme.

8 Marzo 2016 at 10:37 e taggato , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Il sesso è un aspetto che riguarda la sfera più intima della vita delle persone e pertanto è difficile individuarne i confini. Nella nostra società dove molti ambiti della quotidianità hanno forti connotazioni sessuali e dove le provocazioni di immagini hanno grande impatto sessuale è difficile definire quella che è una sessualità “normale” ed una “patologica” (Cardoso, 2014).

Oggi ancora non esiste una definizione condivisa, ma comunque il National Council on Sex Addiction (NCSA, 1987) definisce la dipendenza da sesso come “persistente e crescente modalità di comportamento sessuale messo in atto nonostante il manifestarsi di conseguenze negative per sé e per gli altri”. Molti personaggi famosi hanno dichiarato di soffrire di sex addiction, tra questi: Michael Douglas, Tiger Woods, David Duchovny, Charlie Sheen, Kanye West, Russell Brand, Amber Smith, ecc.

La sex addiction si manifesta attraverso varie modalità tra cui il bisogno incontrollato di avere continui rapporti sessuali e l’incapacità di resistere all’impulso sessuale. Si parla quindi di dipendenza da sesso quando la persona adotta uno o più comportamenti sessuali che portano a conseguenze negative su svariati piani: relazionale, emozionale, fisico, finanziario, legale, lavorativo e sociale. La dipendenza sessuale è un comportamento eccessivo che se non soddisfatto porta disagio e sofferenza nella persona che la manifesta.

A livello biochimico si possono individuare tre fasi: attivazione, sazietà e fantasia. Come per le altre dipendenze, quella sessuale diventa un’abitudine con alcuni aspetti di inconsapevolezza, un rituale compulsivo con un attaccamento biologico e psicologico all’oggetto del piacere.

I sintomi di astinenza si manifestano quando l’oggetto del piacere non è disponibile e la preoccupazione comincia ad avere delle ripercussioni nella vita quotidiana della persona che cambia umore a causa dei problemi connessi alla mancata attività sessuale. Spesso si verifica lo sfruttamento di un altro soggetto a scopo sessuale (Cardoso, 2014). La persona però nega, distorce la realtà e ignora il problema, dando la colpa agli altri del proprio comportamento.

Schaeffer (2009) ha evidenziato le seguenti caratteristiche di dipendenza sessuale (Cardoso, 2014): utilizzo del sesso per affrontare i problemi; conseguenze negative legate al comportamento sessuale (il soggetto dipendente può non rendersi conto o minimizzare le conseguenze negative a cui il comportamento porta, come depressione, bassa autostima, gravidanze indesiderate, malattie, divorzi); cambi d’umore legati all’attività sessuale; incapacità di interrompere il comportamento anche a seguito di conseguenze negative (le persone possono perdere la reputazione, il lavoro e il partner per soddisfare le loro necessità sessuali); molto tempo è utilizzato per pianificare e soddisfare l’attività sessuale; sentimenti di colpa e vergogna a causa del comportamento; perpetuarsi di comportamenti a rischio o distruttivi (trovarsi in quartieri malfamati, ecc.); presenza di un circolo vizioso che prevede: preoccupazione, ritualizzazione, comportamento sessuale e disagio una volta ottenuto; tolleranza, cioè bisogno di una quantità sempre maggiore di sesso per raggiungere lo stato di eccitazione. La persona ha bisogno di comportamenti sempre più spinti e pericolosi per raggiungere lo stato di eccitazione desiderato, poiché è come se ci fosse un’assuefazione ai comportamenti precedenti; essere in disaccordo con la famiglia o con i propri valori spirituali; negare, razionalizzare o giustificare il comportamento.

La persona nega di avere un problema, minimizzando le conseguenze negative del suo comportamento; avere dei craving sessuali, cioè desideri caratterizzati da grande urgenza e impulsività. È come un bisogno incalzante del corpo, quasi doloroso; vivere una doppia vita: una sana e una dipendente, riuscendo a mantenerle distinte; usare il sesso per superare un trauma che non sa elaborare emotivamente; usare gli altri come oggetti sessuali ed esclusivamente per la propria gratificazione sessuale.

Secondo Goodman (1993) la dipendenza da sesso è un comportamento compulsivo che serve alla persona per regolare i propri stati interni che altrimenti non riuscirebbe a gestire. Il soggetto quindi da una parte non riesce a controllare il comportamento sessuale e dall’altra non riesce ad abbandonare il suo comportamento sessuale nonostante abbia delle conseguenze negative (Cardoso, 2014). La dipendenza da sesso può essere associata ad altri disturbi psichiatrici, come disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, disturbi da uso di sostanze.

Il trattamento della dipendenza da sesso include una valutazione adeguata degli aspetti sessuale, medico e psicologico. Si possono coinvolgere la famiglia ed il partner, ma può essere utile lavorare anche in gruppo per confrontare i sentimenti di vergogna provati. È utile anche impostare il trattamento con un intervento specifico per prevenire le ricadute.

Mi sono lasciato il 4 gennaio 2014 dopo una storia di 2 anni e mezzo. Il motivo per il quale mi ha lasciato è perché ha scoperto delle mie conversazioni con altre ragazze, iscrizione a siti di incontri e mi ha voluto lasciare. Premetto che dopo un anno aveva trovato delle conversazioni con altre ragazze in cui io facevo il piacione, la prima volta mi ha perdonato ma il 4 gennaio scoprendo queste altre conversazioni e iscrizioni a siti di incontri mi ha lasciato. Da 10 mesi mi sono sempre fatto sentire io riuscendo anche ad uscire con lei qualche volta in questo tempo. Siamo andati a letto insieme qualche volta, ma lei non ha mai voluto tornare con me. Lei aveva 19 anni quando ci siamo fidanzati e io 23, lei era innamorata da morire di me, ma adesso è cambiata totalmente, non si fida più e non mi vuole più sentire. Questi 10 mesi io sono stato molto insistente facendo praticamente tutto per conquistarla, sono riuscito a uscire con lei più volte ma ad oggi lei non vuole più sentirmi e dice di non chiamarla e di non scriverle più perché non c’è la fa più. Io sono davvero pentito e sto davvero in una fase di depressione, sono 10 mesi che faccio tutto il possibile per conquistarla senza esserci riuscito. Sto davvero male e non so più come reagire e andare avanti senza di lei. È circa 2 mesi che vado da uno psicologo e parlo sempre della mia difficoltà di vedere un futuro senza di questa mia ex ragazza. Ogni giorno sono triste e non so più cosa fare per migliorare questo mio stato d’animo.

Gentile lettore, per prima cosa ti chiederei: perché ti sei iscritto ad un sito di incontri? Perché intrattenevi conversazioni con altre ragazze conosciute su questo sito? Perché facevi il “piacione” con loro? Indipendentemente dalla risposta il fatto stesso che tu abbia deciso di cercare altri contatti al di fuori della relazione con la tua ragazza è indice di un problema. Forse eravate troppo giovani per una storia duratura? Avevi bisogno di fare altre esperienze, pur rimanendo con la tua partner? Magari il vostro rapporto non era così solido come pensi.

Da ciò che scrivi non c’è stato un tradimento a livello fisico, ma ciò che può aver turbato la tua ragazza è stato il fatto che tu abbia cercato all’esterno del vostro rapporto qualcosa che forse lei ha pensato di non riuscire a darti e che pertanto tu potessi essere insoddisfatto della vostra storia. L’amore è un’evoluzione continua, un perpetuo ricrearsi e rimodellarsi nel percorso della vita insieme. Ma ciò va fatto calibrandosi con il partner e non cercando all’esterno altre persone.  Scoprire un tradimento è la prova più dura che una coppia si trova ad affrontare. Anche se nel tuo caso non vi è stato un tradimento vero e proprio, hai comunque tradito la fiducia della tua ragazza. Ed è questo il punto da cui devi partire. Chiedendoti come sta lei e cosa prova ora nei tuoi confronti.

Soffermarti solo sul tuo malessere in questo momento è un atteggiamento egoistico e controproducente. A tuo sfavore gioca anche il fatto che lei ti ha già perdonato una volta e nonostante questo tu hai continuato per molto tempo a cercare contatti con altre ragazze. Sei sicuro di essere davvero pronto per un rapporto esclusivo con una ragazza oppure è solo per orgoglio che vuoi tornare con lei? Prova a chiederti: perché lei dovrebbe perdonarti una seconda volta se già tu hai tradito la sua fiducia ben due volte? Ai suoi occhi sei diventato inaffidabile, l’hai fatta soffrire, probabilmente potresti farlo ancora e lei ne è consapevole e ha deciso di stare alla larga da chi le ha fatto del male. 

Mi scrivi che sono due mesi che vai da uno psicologo. Abbi pazienza e vedrai che pian piano inizierai a stare meglio. Sicuramente anche la tua ex ragazza sta male, anche se lei a livello psicologico deve fare i conti con la sfiducia che potrà covare anche in futuro nei confronti di una relazione di coppia. Tu invece devi imparare a fare a meno di una storia a cui in passato non hai dato sufficiente importanza, forse troppo sicuro del suo amore per te. Sottolinei infatti che lei “era innamorata da morire” di te e adesso fai fatica ad accettare la fine di questo amore. Magari questi sentimenti non sono esauriti, ma sono comunque soffocati dal dolore e dalla sfiducia.

L’unica strada possibile se vuoi fare un tentativo di recupero della tua storia è proporre alla tua ex ragazza di intraprendere una terapia di coppia. Lo scopo è anche quello di parlare di voi, della vostra storia, dei vostri bisogni, dei tanti perché che magari costellano i vostri pensieri e del vostro stato d’animo, per capire se c’è ancora una speranza per poter tornare insieme.

Se lei non accettasse questa proposta, allora il mio consiglio è di allontanarti da lei, non sentirla, non vederla e chiudere qualsiasi tipo di rapporto con lei.

Il desiderio e la speranza di ricominciare una storia con la tua ex sono enormi ostacoli alla tua serenità e ancora di più il fatto che vi possiate sentire, vedere o avere anche rapporti intimi.

Il rischio è solo di soffrire in modo estenuante, logorandoti nell’illusione di tornare con lei. Quando avrai voltato pagina, lentamente ma inesorabilmente, comincerai a stare meglio. E troverai un nuovo amore. 

6 Novembre 2014 at 20:29 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Perché non possiamo essere amici? Per via del sesso. Questa è solitamente la discriminante fondamentale che segna un netto confine tra un’amicizia e un’avventura o anche una storia duratura tra un uomo e una donna. Ormai da anni però ha preso piede un tipo di rapporto che gli inglesi chiamano “friends with benefits” (FWB) e i brasiliani “amizade colorida”. In Italia si potrebbe tradurre con “amici di letto”, ma esistono anche riferimenti meno “educati”. Ad ogni modo è sicuramente un tipo di relazione in crescita in tutto il mondo. Per questo motivo la sessuologa canadese Carlen Costa ha provato a delineare delle linee guida per aiutare coloro che iniziano a intraprendere una relazione in qualità di amici di letto. Eccole di seguito.

- Una relazione di questo tipo ha una durata limitata ed è bene venire a patti con questa realtà fin da subito.

- Ci sono regole precise riguardo alla frequenza degli incontri. Di base, si va da una volta alla settimana a una volta al mese, a meno che non si tratti di una vacanza o di un weekend lungo. La chiave di tutto sta nell’affrontare il rapporto con leggerezza e senza prendersi troppo sul serio.

- Fare piccoli regali o pagare il conto di una cena va bene, ma non aspettatevi mai regali per il compleanno o per altre feste comandate né una vacanza pagata. Farsi regali fa parte di una relazione sentimentale ufficiale.

- I rapporti sessuali devono essere protetti. Sempre.

- Un amico di letto non deve mai essere un collega di lavoro, altrimenti le riunioni potrebbero diventare piuttosto imbarazzanti.

- Gli sms a sfondo erotico devono essere inviati solo di notte. Evitate di mandare messaggi durante il giorno per fare conversazione: per questo ci sono gli amici “normali” con i quali si condivide la quotidianità.

- In tal senso, si può telefonare all’altro una volta per mettersi d’accordo su dove e quando vedersi, ma senza aspettarsi una risposta immediata: ognuno ha la propria vita ed è bene non scordarlo mai. Inoltre, non ci si può arrabbiare se l’incontro non avviene.

- Siate semplici. Ovvero, lasciate spazio alle vostre fantasie e siate voi stessi. Non c’è niente di meno sexy di un amico di letto che pensa in continuazione al proprio look o alla situazione che sta vivendo, a meno che non si tratti di un gioco di ruolo.

- Non innamorarsi. Mai.

- Dormire insieme è gradito, ma non dovuto. Alcune amicizie di letto funzionano meglio se si mantiene la regola del non dormire insieme, mentre altre lo richiedono soprattutto se uno dei due viene da fuori città. In generale, però, se si abita in un raggio di 15-20 euro di taxi è sempre consigliabile tornare a dormire a casa propria.

- Osservare sempre la regola delle 72 ore. Non programmare niente che sia più lontano di 3 giorni. Eccezioni possibili: l’abitare in città diverse o l’impossibilità di evitarlo. Ma solo dopo che fin dall’inizio ci si è messi d’accordo su questo.

- Il sexting va bene, ma è meglio mettersi d’accordo prima sulle foto che volete condividere e che comunque devono farvi sentire a vostro agio. Nessuno dei due deve sentirsi obbligato a condividere scatti digitali che non gradisce né sarebbe felice di trovare una sua immagine osé in rete.

- Essere amici di letto significa divertirsi in due. Insomma, niente egoismi a letto.

- Siate aperti a sperimentare qualcosa di nuovo. In questo senso gli amici di letto sono le migliori “cavie” possibili, perché non ci sono impegni a lungo termine, né regole di galateo, ma tutto è divertimento.

- Siate onesti l’uno con l’altra. Se la relazione sta diventando pesante per entrambi o sentite di non essere più interessati al rapporto, parlatene da adulti e date un taglio netto.

- Niente drammi. Stabilite sempre le regole prima di iniziare. I giochi si fanno in due e non si gioca con le emozioni altrui. Se c’è qualcosa che non va, parlatene e siate disponibili a trovare una soluzione.

- Divertitevi! Date solo il meglio di voi stessi, perché questo tipo di relazione è un concentrato di piacere, intimità fisica, carnalità e lussuria. Può essere tutto o niente, ma l’importante è essere sempre sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda e rimanere lucidi.

La dottoressa Costa ha individuato anche altre 4 regole sulle quali però nutre qualche dubbio rispetto alla loro efficacia. Vediamo quali sono:

- Gli amici di letto non vanno mai presentati agli amici intimi o ai familiari. Questa è la distinzione fondamentale fra una relazione tradizionale e una storia da “friends with benefits”. Quando avrete coinvolto i vostri amici di letto nella vostra cerchia intima, le cose cambieranno.

- Non ci deve essere alcun contatto nelle 24 ore successive al sesso, a meno che non sia per ringraziare in maniera educata della divertente serata trascorsa o per proporre di rifarlo.

- “Darsi il cinque” come gesto celebrativo è accettabile, ma solo se entrambi festeggiate qualcosa.

- Trasformare la colazione del mattino in un brunch rischia di portare la storia su una china pericolosa.

In conclusione, essere amici di letto funziona quando entrambi riescono a vivere questo tipo di rapporto con serenità. Non dimentichiamo però che l’essere umano è predisposto a costruire legami affettivi e talvolta può accadere di innamorarsi, soprattutto alle donne, che più facilmente si lasciano coinvolgere a livello emotivo e che quindi iniziano a desiderare di tramutare l’avventura occasionale in un rapporto più stabile e duraturo. In questi casi però il rischio di non essere corrisposti e di soffrire è molto alto. È bene quindi essere sempre consapevoli dei propri bisogni, desideri e sentimenti senza nasconderli o celarli pur di non rimanere soli. Alla luce di questo è importante essere chiari riguardo alle aspettative di un rapporto basato solo sul sesso per evitare malintesi o dubbi che possono creare solo situazioni di sofferenza. Ricordatevi che alla base di questa “amizade colorida” vi è il divertimento. Di entrambi.

Un medico pediatra di 54 anni è stato arrestato dalla polizia, a Milano, per violenza sessuale su un paziente di 12 anni. L’uomo è inoltre accusato di detenzione e produzione di materiale pedopornografico e atti persecutori per aver tempestato di sms la sua vittima. L’uomo arrestato lavora in una clinica del centro di Milano che è risultata estranea ai fatti. Si sospetta che il medico abbia abusato anche di altri pazienti. Gli agenti lo hanno sottoposto a fermo dopo la denuncia dei genitori del bambino, che era stata presentata a fine marzo”.

Prendendo spunto da questa notizia pubblicata sui giornali il 26 maggio 2014, vorrei delineare il profilo del pedofilo. Il termine pedofilia sta ad indicare l’attrazione sessuale da parte di adulti nei confronti di bambini in età pubere o prepubere. In ambito psicologico e psichiatrico la pedofilia è inserita tra le parafilie, cioè disturbi nei quali il soggetto prova eccitazione sessuale attraverso oggetti inusuali o la pratica di attività sessuali insolite.

Secondo i criteri diagnostici il pedofilo per essere classificato tale deve avere almeno 16 anni e deve avere almeno 5 anni in più del bambino. Nonostante questi criteri, alcune persone con pedofilia scelgono come vittime anche adolescenti. Come nella maggior parte delle parafilie, vi è un forte sentimento soggettivo di compulsione che governa il comportamento del pedofilo.

Talvolta il pedofilo si accontenta di accarezzare i capelli del bambino, ma può anche manipolarne i genitali, incoraggiare il bambino a manipolare i suoi ed anche tentare la penetrazione. Le molestie possono ripetersi per settimane, mesi o anni, se non vengono scoperte da un adulto o se la vittima non protesta oppure non lo rivela a nessuno. In genere, le persone con pedofilia molestano bambini che conoscono, come figli dei vicini o di amici di famiglia (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2008).

È molto importante tenere separati e distinguere i concetti di pedofilia e di abuso sessuale sui minori. Se la pedofilia è un’attrazione sessuale per i bambini e la persona con tale tendenza la definiamo pedofilo, l’abuso sessuale su minore si riferisce invece all’azione di recare danno ad un minore attraverso comportamenti sessualmente connotati.

La pedofilia non è un comportamento, ma un sentimento, un atteggiamento, al limite una tendenza ad avere relazioni sessuali con un bambino. Un pedofilo è prima di tutto attratto sessualmente da bambini prepubere, mentre un abusante può avere abusato sessualmente di un minore, ma tuttavia non avere una principale attrazione verso i bambini. Quindi non necessariamente un abusante deve essere un pedofilo, dal momento che può avere rapporti abitualmente con partner adulti, ma può desiderare un rapporto con un minore, sia per curiosità che per disponibilità. D’altro canto molti pedofili mettono in pratica i loro impulsi diventando abusanti, così come molti abusanti sono in realtà pedofili.

Nella maggior parte dei casi, la pedofilia non comporta altra violenza che l’atto sessuale, ma talvolta la violenza può andare oltre quando il pedofilo decide di infliggere gravi lesioni fisiche all’oggetto della propria passione arrivando persino ad ucciderlo. Tali individui sono fondamentalmente diversi da altre persone con pedofilia, perché il loro desiderio di fare del male al bambino è almeno altrettanto forte del desiderio di ottenere gratificazione sessuale.

Poiché nella pedofilia una palese violenza fisica si manifesta solo raramente, spesso il molestatore di bambini nega di aver imposto le sue attenzioni alla vittima. Malgrado le convinzioni distorte dei perpetratori, è necessario riconoscere con molta chiarezza che l’abuso sessuale infantile comporta per sua stessa natura un terribile tradimento della fiducia e altre gravi conseguenze psicologiche.

Molti abusanti tendono a preparare la vittima così da manipolarla e renderla “complice” dell’abuso sessuale. L’abusante manipola la vittima attraverso comportamenti quali coercizione fisica e/o verbale, manipolazione emotiva, seduzione, giochi e lusinghe. Gli abusanti tendono a cercare una relazione reciprocamente confortante con i bambini e vogliono che il minore accetti e tragga piacere dal rapporto. Dal momento che hanno scarse capacità sociali, molti abusanti trovano conforto in relazioni con bambini passivi, dipendenti, psicologicamente meno minacciosi degli adulti e facili da manipolare.

In generale, il bambino non svela sempre con chiarezza l’abuso subito, ma è l’adulto che gli sta vicino che deve fare attenzione a vari elementi come:

dichiarazioni generali del bambino su argomenti sessuali o comportamenti sessualizzati con bambole, giochi, ecc.;

resoconti spontanei;

cambiamenti nel comportamento abituale (disturbi del sonno, disturbi dell’appetito, comportamenti aggressivi, senso di colpa, depressione, fobie, ecc.);

condizioni mediche (dolori addominali, traumi genitali, enuresi, malattie a trasmissione sessuale, ecc.) (Dettore e Fuligni, 1999).

Un primo passo per proteggere i bambini e cercare di debellare la piaga della pedofilia e dell’abuso sessuale sui minori è far sì che ci siano fonti di conoscenza a disposizione degli adulti e dei minori, sportelli di ascolto nelle scuole, aggiornamenti per insegnanti, formazione per i genitori e soprattutto il dialogo con i propri figli così da cogliere subito i primi segnali di un disagio.

22 Luglio 2014 at 23:55 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Ormai internet offre la possibilità di accedere a qualsiasi tipo di argomento e di poter visualizzare gratuitamente siti che prima invece erano solo a pagamento come quelli dedicati ai film a luci rosse. Una così facile accessibilità è sfruttata non solo dagli adulti, ma anche dagli adolescenti che cercano in questo modo di soddisfare le proprie curiosità sul sesso. Nel caso dei giovani, la visione di filmati pornografici può essere sviante se non esiste l’opportunità di parlarne con un adulto che spieghi effettivamente le dinamiche relazionali e la sessualità in una coppia. È importante che i giovani capiscano che il sesso pornografico riflette un aspetto esasperato della sessualità svuotata da ogni legame affettivo.

È proprio questa mancanza di relazione e di sentimento che crea forte attrazione in chi guarda questi video dove ci sono una totale mancanza di inibizione e di senso del pudore con una forte trasgressività. Nella realtà è difficile vivere questo mix di elementi legati alla libertà sessuale a meno che non ci sia una forte complicità con il proprio partner. Per tali motivi molte persone si rifugiano nella visione di film hardcore per dare spazio alle proprie fantasie e anche per alimentarle. È un comportamento comune e in forte espansione in particolare tra gli uomini che in questo modo cercano di poter vedere realizzate le proprie fantasie più recondite, di soddisfare le proprie curiosità o di allargare i confini delle proprie fantasie. D’altra parte l’immaginario maschile si nutre di stimoli visivi e pertanto l’uomo è ancora più attratto dalle immagini ad alto tasso erotico. Le scene più ricercate online sono: sesso di gruppo, bondage, feticismo, esibizionismo, fino a pratiche con le varianti più strane e trasgressive che tendono ad amplificare le fantasie hard delle persone e che comunque riscuotono un particolare successo per via della curiosità che generano.

Come può una donna reagire alla scoperta del proprio uomo che guarda siti porno? Le principali reazioni femminili comprendono gelosia e senso di inadeguatezza. Bisogna però sottolineare che la visione di questi siti è un fatto comune negli uomini anche se nella coppia non ci sono problemi. Quindi le donne dovrebbero fare alcune riflessioni in tutta serenità prima di colpevolizzare il partner, e di conseguenza reagire in diversi modi. In primo luogo, se la donna è sicura del proprio rapporto e di se stessa, il fatto che il suo uomo guardi qualche volta siti porno può lasciarla indifferente, a patto che sia ben consapevole del buon andamento della propria vita sessuale. Se invece questo comportamento del partner fa nascere dubbi, paure, insicurezze in un periodo in cui il rapporto non va già bene, allora è consigliabile parlarne con serenità esponendo le proprie emozioni e soprattutto avendo fiducia in lui e nel proprio rapporto. Probabilmente si tratta solo di un momento di evasione in cui l’uomo si rilassa o si diverte e ciò è tanto più vero se le scene hard consultate riguardano ad esempio sesso estremo. Ciò non significa che sia un desiderio del proprio partner vivere determinate esperienze, ma semplicemente è un modo per saziare la propria fantasia e, almeno con l’immaginazione, provare a vivere amplessi particolarmente trasgressivi. Anzi è proprio internet che aumenta la fantasia degli uomini che, trovando situazioni mai immaginate, sono incuriositi ed incentivati a navigare online.

Il passo successivo di chi frequenta spesso il mondo dell’hard in rete è quello di fare sesso virtuale fino a che questa non diventa una dipendenza vera e propria. L’uso di internet tende quindi a soppiantare la vita reale sia per gli adolescenti sia per gli adulti. L’aspetto importante è che ciò rimanga un aspetto contenuto e che abbia solo una funzione di ampliamento della fantasia e dell’immaginazione della persona. Se invece l’uso di internet a scopo sessuale diventa eccessivo può sfociare nel provare insoddisfazione riguardo al sesso nella vita reale, con conseguente stress e aspettative nei confronti del partner fino a sviluppare una dipendenza patologica dal sesso virtuale. Nei casi più gravi possono verificarsi disfunzione erettile e anoressia sessuale. Queste persone vanno alla ricerca continua di sensazioni forti e quindi di esperienze sessuali più estreme e trasgressive. In sostanza, ciò che è importante è mantenere un’alchimia e una fiducia nella relazione tali da lasciare il giusto spazio alla possibilità di ampliare i confini della propria fantasia a beneficio non del singolo ma della coppia.

“Basta, diamoci un taglio!”. Questa frase è particolarmente calzante se si pensa a quante volte si è ipotizzato di cambiare radicalmente qualcosa della propria immagine attraverso un semplice taglio di capelli e quanto spesso questo desiderio è collegato ad una fase di cambiamento della propria esistenza. Accade spesso che una variazione nel proprio look vada di pari passo a qualche evento importante che è capitato sia esso positivo (la nascita di un figlio, il matrimonio, una promozione nell’ambito lavorativo, una nuova casa, ecc.) o negativo (il divorzio, un  lutto, ecc.).

Il taglio di capelli è indice di una chiusura di un capitolo della propria vita e di un’apertura di una nuova pagina da scrivere. Non solo il taglio, ma anche la modifica del colore può indicare la voglia di rinnovarsi e di vedersi in modo diverso. La chioma esprime infatti  l’emotività e  la personalità di ciascuno, in particolare delle donne che optano per taglio, colore o permanente a seconda dell’immagine che desiderano dare di sé all’esterno e sulla base del potere attrattivo che pensano una determinata capigliatura possa donare loro. Infatti, la capigliatura è una variabile importante da considerare nell’attrazione fisica e nell’immagine perché può essere manipolata cambiando appunto colore, lunghezza e stile dei capelli. Storicamente la lunghezza o il taglio dei capelli si sono rivelati un segno di status, di appropriatezza nell’ambito sociale e di distinzione di sesso.

Negli uomini i capelli lunghi, già prima del musical Hair degli anni Settanta, possono indicare sia il selvaggio, sia l’artista bohémien sia i re dei Franchi, che avevano l’abitudine di esibire una lunga chioma liscia come segno di potere e maestà, per differenziarsi dai sudditi. L’imperatore romano al contrario li tagliava corti per esprimere superiorità e fino ai giorni nostri i capelli corti sono rimasti a indicare cura di sé, adesione alle regole e alto status sociale (Montefiori, Corriere della Sera, 31 dicembre 2012).

Nella mitologia e nella letteratura il colore e la lunghezza dei capelli hanno sempre avuto un importante significato simbolico; si pensi alla forza di Sansone legata alla lunghezza della sua chioma. Nelle fiabe le principesse solitamente hanno capelli lunghi e biondi, mentre le streghe hanno capelli neri. Tradizionalmente le bionde hanno rappresentato personaggi dal carattere buono come angeli, sante, ecc., mentre le brune hanno solitamente rivestito ruoli con una valenza negativa.

In una ricerca (Rich & Cash, 1993) che ha preso in esame le riviste dell’epoca si è visto come  nel 1970, rispetto al 1960, in copertina ci fosse una prevalenza di immagini con modelle bionde; ciò è significativo per le implicazioni a livello sociale nell’ambito dell’apparenza e dell’immagine. Un altro studio (Furnham & Joshi, 2008) ha dimostrato che da parte degli uomini vi è uguale preferenza per le donne more e bionde, mentre la lunghezza dei capelli non è stata considerata un fattore di attrazione. Un’altra ricerca (Weira & Fine-Davis, 1989) ha evidenziato come lo stereotipo della bionda svampita esiste negli uomini ma non nelle donne, mentre la rossa con temperamento forte è uno stereotipo che esiste sia nelle donne che negli uomini. Altro pregiudizio è che la mora o la castana siano più affidabili sia a livello personale sia lavorativo.

Da ciò si evince come gli stereotipi siano diffusi: le donne bionde avrebbero un carattere dolce e sensuale, quindi tingersi i capelli di  biondo enfatizzerebbe il desiderio di essere più seduttive; le more mostrerebbero una fisicità più istintiva, le rosse ribellione e carattere poco docile. Per gli uomini ha meno rilevanza il taglio dei capelli, ma quando avviene un cambiamento drastico nel look, come peraltro per la donna, vi sono indicatori di desiderio di: sedurre, voltare pagina, cambiare, a causa di qualcosa di molto positivo o di traumatico che è avvenuto nella propria vita.

La lunghezza dei capelli in una donna può dire tanto di lei. Una donna con i capelli corti può indicare una persona sportiva, pratica, sbarazzina, elegante o che ha poco tempo da dedicarsi. Lo stesso vale per una donna che tende a tenere i capelli raccolti: ha necessità che siano a posto e quindi anche in questo caso si evidenzia la praticità. Colei che sceglie di tenere i capelli lunghi deve sicuramente dedicarvi più  tempo e cure per non sfibrarli e mantenerli in salute; questi elementi sono indicativi di una donna attenta alla propria femminilità e che dedica tempo a se stessa. Questi elementi vanno poi di pari passo con il proprio modo di toccare, manipolare e affondare le mani nei capelli.

Quante donne quando vanno dal parrucchiere chiedono di avere lo stesso look della loro stella del cinema preferita. Pensiamo ad alcuni capelli che hanno fatto epoca: il famoso taglio scalato di Farrah Fawcett, il corto spettinato di Meg Ryan, il biondo platino di Marilyn Monroe, il corto classico di Lady Diana, la capigliatura curly di Sarah Jessica Parker, i lunghi riccioli di Julia Roberts, ecc. D’altro canto quanti maschi, soprattutto ragazzini e adolescenti, scelgono di avere la stessa chioma del loro calciatore preferito. Pensiamo infatti alle creste di giocatori famosi come: Balotelli, El Shaarawy, Hamsik, Neymar, Boateng. Molti uomini invece amano portare i capelli rasati come i marines, ai quali associano forza e virilità.

Spesso, al desiderio di emulare il taglio e il colore dei capelli di un personaggio famoso, è associata la fantasia di poterne acquisire alcune caratteristiche personali, legate a qualche ruolo cinematografico particolarmente amato, a doti sportive o fisiche. I capelli inviano molti messaggi non verbali: danno informazioni su di noi, sulla nostra vita, sul nostro stato d’animo, sulla nostra salute, sul nostro desiderio di seguire le mode oppure di ribellarci ad esse con capigliature anticonvenzionali e fuori dalle righe, sulla nostra voglia di puntare sulla seduzione o sull’eleganza.

In conclusione, come scrive Niccolò Fabi in una sua canzone: “Io vivo sempre insieme ai miei capelli nel mondo, ma quando perdo il senso e non mi sento niente io chiedo ai miei capelli di darmi la conferma che esisto e rappresento qualcosa per gli altri di unico, vero e sincero”.

Una coppia può decidere di avere un figlio dopo una scelta ponderata o un desiderio impulsivo. Qualsiasi sia il motivo che porta un uomo e una donna a scegliere di avere un bambino nulla potrà prepararli alla rivoluzione che li attende dopo la nascita del piccolo. Si tratta di un cambiamento radicale nell’equilibrio della coppia: il tempo che prima i due partner si dedicavano, dopo l’arrivo del nuovo membro della famiglia, andrà quasi completamente dedicato al piccolo.

Anche la coppia più forte può tentennare dopo uno scossone così forte. La neomamma è completamente assorbita dal figlio, sia psicologicamente sia fisicamente. La diade madre-bambino può far sentire il padre escluso soprattutto se egli non prova a trovare delle sue modalità per interagire con il bambino. L’uomo però non deve perdere di vista l’importanza del suo ruolo nel sostenere la compagna in un periodo così nuovo e stressante: ha il compito di farla sempre sentire donna e non solo mamma e di non farle perdere il contatto con la dimensione del concetto di coppia.

Il periodo critico dipende anche dalla sensazione di “sentirsi in gabbia” soprattutto da parte della madre che vede la sua vita completamente stravolta e dedicata al bambino. Questa sensazione può essere percepita anche dall’uomo, ma ciò dipende da quanto riesce a stare accanto alla compagna e aiutarla.

Anche la vita sessuale può risentirne. Da una parte c’è il periodo di pausa fisiologico dopo il parto che varia da donna a donna, ma anche il desiderio può subire interferenze a causa della stanchezza fisica per soddisfare i bisogni del neonato. Indubbiamente la nuova vita della coppia dopo la nascita di un figlio diventa piuttosto caotica.

È possibile allora prevenire o almeno aiutare a migliorare questo periodo complesso nella vita di un uomo e di una donna? Sono fattori protettivi:

- il modo in cui il padre manifesta il suo affetto sia nei confronti del bambino che della compagna;

- il modo in cui la madre coinvolge il papà nella gestione del neonato;

- la partecipazione del padre alle attività di accudimento del piccolo alleviando la madre dalle troppe incombenze;

- il dialogo rispetto a emozioni, aspettative, difficoltà, paure, incertezze, ecc.;

- le basi su cui si è costruito il rapporto di coppia;

- la cura dell’altro e non solo del neonato;

- la cura di sé, diventare mamma non significa dimenticare di essere anche una donna con accanto il proprio uomo.

E’ quindi importante che la donna conquisti nuovamente la sua forma fisica, non solo per il partner, ma soprattutto per se stessa. Anche questo aspetto ha un peso nella relazione di una coppia che ha avuto un bambino. Molte donne dopo il parto pensano di aver raggiunto lo scopo più importante della loro vita, diventare madri, e per questo motivo iniziano a trascurare se stesse, il proprio corpo e il modo di vestirsi.

In realtà, si può essere mamme ma non per questo dimenticare il tempo che prima si dedicava a se stesse. Questo punto non va sottovalutato perché ha un’ulteriore implicazione: l’uomo ha bisogno di più tempo per realizzare di essere diventato padre, sia perché l’allattamento spetta alla madre e quindi è meno coinvolto nell’atto nutritivo (a meno che il neonato non sia allattato con latte artificiale o che la madre non usi il tiralatte), sia perché solitamente interagisce meglio con il figlio quando questi ha maggiori competenze comunicative. Tali competenze con la madre non servono visto l’attaccamento più viscerale che il bambino ha nei suoi confronti dovuto ai mesi passati nella pancia durante la gravidanza e all’allattamento naturale. Non bisogna quindi dimenticare le necessità dell’uomo che apprezzerà di avere accanto a sé una donna che ancora tiene alla propria bellezza e avvenenza e che quindi sia sempre una compagna e non si trasformi solo in una madre.

È quindi necessario un periodo fisiologico di adattamento alla nascita per la coppia, ma se questa fase si prolunga troppo allora può essere utile rivolgersi ad un esperto per farsi aiutare a ritrovare una sintonia di coppia. L’eventuale aiuto va richiesto non troppo tardi, perché sono tante le coppie che dopo la nascita di un figlio, si sfaldano e si separano. Il motivo più comune è il tradimento dovuto alla perdita di punti di riferimento nella coppia e che quindi porta, solitamente l’uomo, a cercare altrove ciò che non trova più nel rapporto con la sua compagna.

Superato il periodo di assestamento, le coppie più solide riescono a ritrovare sintonia e benessere all’interno del nuovo assetto familiare. A questo punto i genitori devono riuscire a crescere il figlio trasmettendogli sensazioni positive di serenità, stabilità e affetto. Il padre e la madre devono anche ritrovare dei loro spazi di coppia dove il bambino non è coinvolto così da potersi dedicare esclusivamente l’uno all’altra: in questo modo daranno nuova linfa vitale alla relazione e il loro bambino crescerà con due genitori felici e innamorati.

L’AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome  o in italiano Sindrome da Immunodeficienza Acquisita) costituisce uno dei principali problemi per la salute pubblica. Questa malattia dal decorso infausto presenta due caratteristiche peculiari e correlate: 1) può insorgere a seguito di comportamenti irrazionali e autodistruttivi; 2) si può prevenire grazie a interventi psicologici. L’AIDS è una malattia nella quale il sistema immunitario dell’organismo è gravemente compromesso dall’HIV (virus dell’immunodeficienza umana), e ciò espone l’individuo a un rischio elevato nei confronti di malattie letali, quali il sarcoma di Kaposi, forme rare di cancro linfatico e una grande varietà di pericolose infezioni funginee, virali e batteriche. In termini strettamente medici, le persone non muoiono di AIDS, ma a causa delle infezioni e delle altre malattie fatali alle quali l’AIDS rende vulnerabili.

L’HIV si trasmette da una persona all’altra per lo più attraverso pratiche sessuali a rischio, indipendentemente da quale sia l’orientamento sessuale. L’HIV è presente nel sangue, nel liquido seminale e nelle secrezioni vaginali e può essere trasmesso solo quando i fluidi infetti entrano a contatto con il sangue e penetrano nel flusso sanguigno. L’HIV non si trasmette attraverso contatti sociali casuali. Tra i tossicodipendenti che si iniettano sostanze per via endovenosa, la condivisione di siringhe non sterilizzate può far sì che il sangue infetto da HIV di una persona passi nell’apparato circolatorio di un’altra. I bambini nati da madri sieropositive sono a rischio, perché il virus può superare la barriera della placenta e infettare il feto.

Il rischio è elevato nelle persone che abusano di droghe, anche di quelle che non vengono iniettate, probabilmente perché gli effetti delle droghe possono compromettere la capacità o la volontà di una persona di considerare le conseguenze del proprio comportamento. Negli Stati Uniti inizialmente si proclamò che l’AIDS era la malattia degli omosessuali maschi, ma in realtà da numerosi dati emerge che l’infezione è in aumento anche negli eterosessuali, sia maschi che femmine (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2008). In Africa e in parti dell’America Latina, l’AIDS colpisce principalmente gli eterosessuali, e in tutto il mondo donne sieropositive (ossia donne che hanno contratto l’infezione da HIV) danno alla luce bambini sieropositivi. Le seguenti statistiche danno un’idea della portata del problema.

Secondo i dati del rapporto Unaids 2010, nel 2009 erano 33,3 milioni le persone affette da HIV, di cui più di 30 milioni nei Paesi a basso e medio reddito, e oltre 1000 i bambini che ogni giorno si sono infettati. Si stima che nel 2009 le persone contagiate siano state 2,6 milioni e i decessi per malattie legate all’AIDS 1,8 milioni. Il Centro operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità stima che in Italia siano 150 mila le persone affette da HIV e circa 22 mila quelle affette da AIDS. Un sieropositivo su quattro non sa di essere infetto. Rispetto a venti anni fa, grazie ai progressi delle nuove terapie farmacologiche antiretrovirali, è aumentato il numero delle persone sieropositive viventi ed è diminuito il numero di persone infettate (circa 4 mila all’anno).

Riguardo alla prevenzione dell’AIDS, si presume che la modalità migliore consista nel cambiamento del comportamento. La psicologia sociale suggerisce che diverse strategie possono costituire la base di efficaci interventi di prevenzione:

-          fornire informazioni accurate sulla trasmissione dell’HIV;

-          spiegare chiaramente quali sono i rischi per la persona (ad esempio, coloro che hanno molti partner sessuali corrono rischi maggiori;);

-          identificare i segnali di situazioni ad alto rischio (ad esempio, il consumo di alcolici in una situazione sessualmente stimolante è associato ad un comportamento sessuale a più alto rischio);

-          fornire istruzioni per l’uso corretto dei profilattici, includendo istruzioni su come “erotizzarne” l’uso (suggerendo modi nei quali il profilattico può essere vissuto come sessualmente eccitante). Inoltre, porre l’accento sul fatto che usare i profilattici dà alle persone un certo grado di controllo sulla loro salute;

-          fornire un addestramento nelle abilità sociali che comprenda l’assertività sessuale (ad esempio, la capacità di resistere alle pressioni volte a ottenere un rapporto sessuale oppure quella di insistere con il partner perché si pratichi sesso sicuro) e altre competenze comunicative in grado di aiutare a preservare la relazione (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2008).

Bisogna anche dire che purtroppo la conoscenza dei danni che qualcosa può procurare non è affatto una garanzia del fatto che si eviterà di mettere in atto proprio quel comportamento nocivo. Perché non è sufficiente informare le persone con chiarezza, soprattutto se è evidente che determinati comportamenti sono pericolosi? Molte persone, ad esempio, pur sapendo che l’uso del profilattico riduce notevolmente il rischio di contrarre l’HIV, spesso evitano di adoperarlo perché ricorda loro una malattia che vogliono tenere mentalmente lontana da sé oppure perché preferiscono non prendere in considerazione il problema quando stanno per avere un rapporto sessuale. Altri arrivano a convincersi che il loro sistema immunitario è sufficientemente forte da respingere il contagio. Pertanto è fondamentale sviluppare programmi di prevenzione che siano efficaci già tra gli adolescenti, i nuovi adulti di domani.