Due sono le categorie di persone più a rischio per maltrattamento: i minori e gli anziani. In entrambi i casi infatti i soggetti interessati sono deboli perché incapaci o impossibilitati a difendersi e a denunciare i fatti.

Negli ultimi anni ci sono stati moltissimi procedimenti giudiziari legati a maltrattamenti di minori e anziani. Solo dall’inizio del 2016 ci sono stati molteplici casi accertati dai carabinieri (Panorama – Francalacci, 1 agosto 2016). Nel febbraio 2016 in una scuola a Pavullo nel Frignano, comune montano in provincia di Modena, è emerso che l’insegnante sottoponeva gli alunni a violenze fisiche come schiaffi, percosse, spinte, minacce. Una insegnante aveva persino punito una bambina lasciandola all’aperto a 700 metri di altitudine in pieno inverno. Gli alunni terrorizzati non volevano più andare a scuola. Lo stato d’animo angosciato di questi bambini ha allertato alcuni genitori che hanno sporto denuncia da cui poi è partita l’indagine.

Sempre a febbraio 2016 in un asilo di Pisa una maestra si rivolgeva così ad alcuni bambini da 1 a 3 anni: “Rincoglionito, oggi ti faccio del male, sciocco stai zitto, ti metto fuori al freddo, sei duro come il muro, a te oggi niente frutto, levati di torno, boia! Vai a piangere in bagno, con te non ci parlo”. Oltre ad insulti e urla, questa maestra picchiava anche i bambini. La donna è finita agli arresti domiciliari.

Nell’aprile 2016 una maestra di Bisceglie picchiava e offendeva i bambini che non mangiavano o non obbedivano.

Ancora nell’aprile 2016 un’educatrice di un asilo comunale di Roma maltrattava con schiaffi, scossoni e grida bambini di età compresa tra i 12 e 24 mesi.

Nell’agosto 2016 in un asilo del quartiere Bicocca di Milano il titolare e la coordinatrice della struttura sono stati arrestati. Alcuni bimbi sarebbero stati più volte legati con cinghie alle sedie, altri chiusi al buio in stanzini e trattenuti dentro a lungo terrorizzati nonostante urla e pianti disperati. In un caso è stato rilevato in ospedale anche un morso dato sul collo vicino all’orecchio ad un piccolo di circa 2 anni da parte della donna.

Molti casi riguardano anche gli anziani. Nell’ottobre 2016 ad Acerno nel salernitato sono state emesse diciotto misure cautelari nei confronti del direttore e degli operatori di una casa di cura per anziani che devono rispondere per maltrattamenti continui e aggravati. Razioni di cibo minime, schiaffi, minacce, bestemmie, strattoni. Erano queste, come dimostrano le intercettazioni audio e le riprese video agli atti dell’inchiesta, le condizioni quotidiane di vita per una trentina di anziani e sofferenti psichici ospiti in questa casa di cura. Non avevano spesso neanche il permesso di comunicare con i propri parenti e non potevano usufruire liberamente dei servizi igienici. «Posso andare in bagno?» chiede un anziano e l’assistente con crudeltà risponde: «Quando stai per morire». E poi ancora: «Ti sfondo la testa». E in sottofondo il pianto dei poveri pazienti (Corriere della Sera – Coppola, 19 ottobre 2016).

Ancora nell’ottobre 2016 anziani ultrasettantenni e anche una donna di oltre 90 anni, insultati, strattonati, vittime di violenze fisiche e morali. È accaduto in una casa di riposo di Gioia del Colle dove, stanca di subire maltrattamenti da parte di una operatrice sanitaria, un’anziana ospite ha deciso di reagire e ha raccontato tutto alla responsabile della struttura che ha messo fine alle vessazioni facendo arrestare la responsabile (La Gazzetta del Mezzogiorno – Laforgia, 22 ottobre 2016).

Riguardo agli anziani, la tendenziale crescita demografica della popolazione di età avanzata ha posto la società di fronte al problema dell’assistenza agli anziani. La persona in età senile frequentemente si trova, alla fine, a perdere la propria indipendenza per eterogenee motivazioni: giunge, quindi, ad instaurare rapporti di dipendenza domestica, medico-igienica, motoria e socio-emotiva.

È bene tenere presente che i casi di maltrattamento ai danni delle persone di età avanzata che giungono alla Magistratura sono presumibilmente una minima parte della reale presenza del fenomeno (Molinelli et al., 2007).

I casi da citare sarebbero moltissimi e questi sono solo alcuni di quelli avvenuti negli ultimi mesi. Si tratta di una lunga e vergognosa scia di violenza che colpisce i soggetti più deboli della nostra società. Come possono infatti denunciare e raccontare bambini piccolissimi o anziani spesso soli o molto malati?

I bambini sono il futuro della nostra società, mentre gli anziani rappresentano la storia e i ricordi e troppo spesso vengono dimenticati e lasciati soli. Entrambe le categorie andrebbero protette e salvaguardate da qualsiasi atto di violenza e maltrattamento nei loro confronti. I minori hanno diritto a costruire il proprio futuro su basi allegre e spensierate; gli anziani dal canto loro hanno diritto di poter vivere una vecchiaia serena.

Riguardo alla tutela dei minori, come è affermato nell’art. 3 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia, approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 20 novembre 1989, “in tutte le decisioni riguardanti i bambini che scaturiscono da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative o organi legislativi, l’interesse prevalente del bambino deve costituire oggetto di primaria considerazione”.

In quest’ottica, dopo anni di violenze, circa due mesi fa la Camera ha approvato la legge sulla videosorveglianza negli asili e nelle strutture per anziani e disabili. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato (Orizzonte Scuola, 19 ottobre 2016).

La videosorveglianza entra quindi negli asili e nelle strutture per anziani e disabili. Le immagini filmate potranno essere visionate solo dopo una segnalazione credibile o una denuncia, e solo dalla la polizia o da un pubblico ministero. Non potranno essere viste da nessun altro, neppure dal personale della scuola.

Inoltre, per l’installazione del sistema di videosorveglianza sarà necessario l’assenso dei sindacati e per la tutela della privacy, la presenza dei sistemi di videosorveglianza dovrà essere segnalata con dei cartelli a tutti quelli che accedono negli edifici monitorati.

Tale provvedimento non tocca solo l’argomento della videosorveglianza, ma entra anche nel merito di una valutazione attitudinale nell’accesso alle professioni educative e di cura ovvero test psico-attitudinali da fare al momento dell’assunzione e poi periodicamente, nonché di formazione iniziale e permanente del personale delle strutture (Orizzonte Scuola, 19 ottobre 2016).

Questo provvedimento è davvero importante, dal momento che ogni forma di violenza ai danni di un minore crea una forte destabilizzazione nello sviluppo della sua personalità, e provoca danni a breve, medio e lungo termine sul processo di crescita del bambino. Tutte le forme di maltrattamento ai danni di un minore possono generare serie conseguenze a seconda della gravità e della durata delle violenze subite.

I bambini maltrattati frequentemente manifestano: pianto costante, panico, paura, accessi di aggressività, comportamenti regressivi, rifiuto di contatto fisico di ogni tipo e ansia eccessiva per gli approcci relazionali. Inoltre, è possibile che si presenti un’eccessiva attenzione per i pericoli in generale e verso l’ambiente circostante. Sono bambini che si mostrano timidi, remissivi e paurosi in ambienti estranei, ma spesso al rientro nel loro contesto diventano aggressivi e sfogano la loro aggressività con la modalità del gioco violento. Va tenuto presente che, in età evolutiva, la psicopatologia è caratterizzata da una flessibilità dei sintomi, poiché il bambino reagisce ad un evento stressante a seconda della sua personalità e, soprattutto in base allo stadio evolutivo in cui si trova, in base alla sua storia pregressa, e al tipo di ambiente in cui vive. I sintomi che il bambino presenta in reazione ad un evento stressante sono sempre aspecifici, e soprattutto sono in relazione ai fattori protettivi e di rischio che ha sperimentato all’interno del suo ambiente familiare (Popolla, 2010).

Non dimentichiamo inoltre che la scuola è un osservatorio priviliegiato della condizione dei minori e che essi, frequentandola per molte ore al giorno e per diversi anni dovrebbero sia poter instaurare rapporti di fiducia con i propri insegnanti sia riuscire ad esprimere più liberamente se stessi, le loro esperienze e anche le loro sofferenze, e non essere invece maltrattati proprio da chi si dovrebbe prendere cura di loro (Iamartino, 2007).

In quest’ottica, la focalizzazione sull’abilità di riconoscere determinate modalità educative come forme di maltrattamento è fondamentale sia in un’ottica di prevenzione secondaria, consentendo al corpo insegnante di rilevare tecniche e prassi educative inappropriate, eventualmente agite al suo interno; sia in termini di prevenzione primaria, se si opera per incrementare la capacità dei docenti di riflettere e controllare le proprie condotte professionali, potenzialmente sfociabili in un maltrattamento dell’alunno (Caravita e Miragoli, 2007).

Grazie all’approvazione del provvedimento sull’inserimento delle telecamere negli asili e nelle case di cura, sia la scuola sia il contesto medico-assistenziale sono coinvolti in prima linea nella prevenzione del disagio e di conseguenza nella diffusione e nella somministrazione efficace di interventi volti alla promozione del benessere psicologico e della tutela della salute fisica e mentale dei bambini e degli anziani (World Health Organization, 1990; Miragoli e Caravita, 2007).

È boom dei socialnetwork tra gli adolescenti. Ormai quasi tutti i giovani usano Whatsapp e si collegano ad Internet non più tramite il computer, ma con lo smartphone. Non ci sono orari definiti per chattare, anzi valgono anche le ore notturne. La quasi totalità degli adolescenti ha Internet sempre a portata di mano, in qualunque momento della giornata. E Internet, salvo qualche eccezione, si associa ai social network. Ormai non solo gli adolescenti, ma anche i preadolescenti alla soglia delle scuole medie utilizzano i social per comunicare. Essi usano con grande dimestichezza: Facebook, Whatsapp, Instagram, Ask.

Questo utilizzo di Internet nasconde i suoi rischi - Indubbiamente questo utilizzo smodato e spesso incontrollato di Internet nasconde i suoi rischi, infatti da un’indagine nazionale della Società Italiana di Pediatria su giovani di terza media emerge che: “il 15% degli intervistati ha dichiarato di aver postato un proprio “selfie” provocante, percentuale certamente sottostimata se si considera che il 48% dello stesso campione afferma contemporaneamente di avere amici e compagni che postano selfie provocanti. Tra gli altri comportamenti a rischio il 19% ha dato on line il telefono, il 16,8% ha inviato una foto, il 24,7% ha rivelato la scuola che frequenta, l’11,6% si è incontrata con lui, il 5,2% ha accettato proposte di sesso online. E se all’87,6% piace internet perché si può stare in contatto con gli amici, per il 60,2% internet è addirittura irrinunciabile” (La Stampa, 24 settembre 2014).

Il bisogno primario è collegarsi alla Rete - Il fatto che gli adolescenti ormai usino il cellulare per connettersi ad Internet, rende difficile per un genitore rendersi conto di quanto tempo spende suo figlio in rete. Infatti, non solo i giovani chattano fino a tardi la sera, ma ormai il loro primo pensiero al mattino è collegarsi sui social. Online i giovani mostrano vari aspetti di se stessi, da quello puramente estetico a quello relazionale ed infine creativo. Sperimentare, mettersi in gioco con diverse realtà serve loro come compito evolutivo per diventare adulti. Ecco perché la foto del profilo, simbolo della propria identità virtuale, cambia così spesso.

Genitori possono limitare i comportamenti rischiosi - Le risorse che hanno i genitori per prevenire comportamenti a rischio sono: il dialogo, l’ascolto, l’etica comportamentale. Come deve comportarsi un genitore davanti ad un uso così smodato di Internet del proprio figlio? Prima di tutto deve essere capace di cogliere eventuali segnali di malessere. Se in generale i giovani non sentono di essere eccessivamente controllati, possono aprirsi con i genitori quando ne sentono la necessità. Ad ogni modo è bene sempre prestare attenzione a determinati comportamenti: se il giovane rimane chiuso in camera per ore, è depresso, è taciturno, ha un calo del rendimento scolastico, è possibile che questi comportamenti possano avere un collegamento con l’utilizzo dei social.

È importante trasmettere il valore della privacy ai propri figli - Ciò significa far comprendere che se anche in rete si può pubblicare qualsiasi cosa, molto spesso ciò che viene postato non si può cancellare o almeno non definitivamente. Imparare il concetto di privacy diventa quindi basilare. Il giovane deve avere rispetto per sé e per gli altri. Ciò renderà la navigazione più sicura, ma farà sì che i giovani imparino un valore importante dell’educazione. È poi fondamentale parlare insieme ai figli, motivando le proprie ragioni e facendo degli esempi, di cosa si può inviare, postare e condividere sui social. In questo senso è particolarmente rilevante sia il problema del mettere foto provocanti di sé in rete sia quello del sesso online. Non dimentichiamo che in un clic due persone collegate ad Internet possono entrare in contatto. Dietro lo schermo ci possono essere adolescenti che improvvisano spogliarelli, ma dietro falsi profili si possono nascondere anche adulti.

Internet può essere anche una grande risorsa – D’altra parte Internet può essere anche una grande risorsa se si riesce a prenderne il meglio. Si possoni leggere e imparare molti argomenti sconosciuti. Si possono raccogliere informazioni sulle proprie passioni nella vita reale e si possono scoprire nuove attività da fare. La rete e tutto ciò che di nuovo fa scoprire possono essere un interessante argomento di dialogo con i propri figli.

Settembre è il periodo dei test di ammissione e delle iscrizioni alle Università.

La scelta del percorso formativo da seguire dopo la scuola superiore è complessa perché non sempre si possono tenere in considerazione esclusivamente le propensioni individuali, ma è necessario dare un’occhiata a ciò che offre il mercato del lavoro. Il giovane deve scegliere la propria formazione futura sulla base degli esiti scolastici e delle aspettative relative all’avvenire professionale, tenendo conto anche di ciò che offre il mercato del lavoro.

L’orientamento professionale può essere molto utile in questi casi. I problemi legati all’orientamento dipendono dal modo in cui è organizzato il lavoro e dalla ripartizione degli impieghi, aspetti che a loro volta sono legati al modo in cui è organizzata la formazione all’interno della scuola. D’altra parte la persona che si trova a dover scegliere riguardo al proprio futuro professionale, deve inevitabilmente fronteggiare il problema del modo in cui le attività lavorative si collegano con le altre dimensioni della sua vita. Le riflessioni sulla scelta formativa comprendono inevitabilmente: lo stile di vita che si vorrebbe condurre, il tipo di persona che si vorrebbe diventare, i valori importanti, ecc. In fondo, ciascuno di noi dovrebbe chiedersi cosa è importante nella propria vita: un particolare impegno di lavoro, un determinato investimento familiare oppure l’autorealizzazione in un progetto personale (Guichard, 2009)?

Affinché la scelta della formazione professionale futura possa essere più “semplice” è necessario quindi incrociare le aspettative personali con le offerte del mercato del lavoro. In particolare, è utile svolgere un bilancio di competenze, così suddiviso:

1) scoprire, precisare e analizzare le proprie competenze;

2) elaborare un progetto personale o professionale;

3) mettere in relazione le proprie competenze con le opportunità e le offerte del mondo del lavoro.

È fondamentale essere concreti e realisti nel costruire un progetto e conoscere il mercato del lavoro, le procedure per accedervi, dei prerequisiti e delle condizioni da soddisfare per evitare la sconfitta (Guichard, 2009).

Al giorno d’oggi per un giovane, non può prescindere da questo punti, al fine di fare una scelta consapevole e di successo.

Per questo motivo è fondamentale il contatto e il lavoro sinergico tra la scuola, l’università e le aziende in modo da far intercettare posti di lavoro fruibili dai giovani che devono magari ancora scegliere il percorso di studio superiore o universitario.

È necessario in tal senso che da una parte la scuola faccia orientamento, ma che essa stessa a sua volta sia orientata laddove le aziende hanno bisogno di posti di lavoro.

In particolare, in Toscana vi è stato un lavoro di coordinamento che ha visto protagonisti, fra gli altri, il Comune di Firenze, la Camera di Commercio e la Città metropolitana che ha portato alla scoperta che alle grandi aziende servono mille posti di lavoro in cinque anni (Mugnaini, La Nazione, 3 marzo 2015).

Il presidente della Camera di Commercio di Firenze, Leonardo Bassilichi, ha affermato che: C’è una occupazione che sottaceva che può essere ancora più alimentata se si raccoglie l’esigenza di tutti. Stiamo realizzando un programma pluriennale per poter indirizzare la nostra scuola. Oggi usiamo slogan: ma conta di più che domani, leggendo il giornale, genitori e figli si confrontino sulle prospettive di lavoro” (Firenze, 3 marzo 2015).

Quest’attività di coordinamento ha portato ad individuare quali saranno i profili più cercati nei prossimi anni:“Per quanto riguarda le lauree, si va dagli ingegneri “finance” (meccanici, termostrutturali, analisti) ai laureati in fisica (progettisti ottici) ma entrambi con esperienza di lavoro. Per questo motivo, è fondamentale un percorso “professionalizzante”, con esperienza in azienda, nel triennio universitario. Ancora: tirano gli architetti, gli specialisti in logistica, i commerciali per l’estero (quindi con conoscenza di lingue), informatici esperti nel “cloud”. Tra i tecnici, fondamentali quelli di cantiere e gestionali, per lo sviluppo di prodotti, collaudatori ottici, meccanici, ma anche calzolai e aggiuntatrici. Ma occorre anche ampliare le modalità con cui si confrontano formazione, università e aziende: con seminari aziendali all’interno di corsi di studio, esperienza lavorativa in azienda pre-diploma, un anno di esperienza lavorativa in azienda prima della laurea”(Fatucchi, Corriere Fiorentino, 3 marzo 2015).

In questo articolo ho riportato la realtà della Toscana, ma ciò vuole essere solo uno spunto su come orientarsi e per comprendere in che direzione i giovani devono cercare nell’ambito della propria Regione.

Ritengo che questo segnale di apertura tra scuola, università e aziende sia fondamentale per aiutare i giovani a scegliere un percorso formativo e professionale che dia maggiori certezze rispetto al futuro lavorativo e che possa regalare maggiore serenità anche ai genitori su quello che sarà il futuro, non solo professionale ma anche personale, dei loro figli.

L’avvento di internet e dei social network ha fatto sì che questi ultimi siano diventati lo strumento attraverso il quale molte persone, soprattutto i giovani, possano esprimere se stesse con la possibilità di condividere il proprio mondo con gli altri. D’altra parte i social network hanno creato un terreno ideale per lo sviluppo in altra forma di molti problemi dei giovani, come il bullismo che diventa cyberbullismo laddove è generato nella rete.

Il cyberbullismo sfrutta la comunicazione digitale ed in questo modo il cyberbullo ha l’opportunità di rimanere anonimo oppure di fingersi qualcun altro, avendo così la possibilità di non uscire allo scoperto, anche se ogni comunicazione digitale lascia comunque delle tracce, rendendo vani i tentativi di rimanere anonimi (Tonioni, 2014).

Il cyberbullo, spalleggiato dai molti spettatori, non pone limiti alle persecuzioni nei confronti della sua vittima.

Le modalità digitali usate per denigrare, ridicolizzare oppure offendere sono molte e per lo più sconosciute agli adulti.

Una prima modalità si chiama “flaming” sono litigi online caratterizzati da termini violenti e volgari che possono coinvolgere una singola persona o un gruppo di amici.

L’”harassment” è la spedizione ossessiva e ripetuta di messaggi denigratori fino a diventare una vera e propria molestia.

Put down” significa denigrare qualcuno attraverso email, sms, post, con l’obiettivo di ledere la reputazione della vittima agli occhi degli altri.

Masquerade” riguarda la sostituzione di persona con lo scopo di spedire messaggi a nome altrui, dopo essere entrati nel suo account o pubblicare contenuti offensivi o volgari che screditano la vittima.

Exposure” è la rivelazione di informazioni inventate o estorte sulla vita privata della vittima senza che questa possa rimediare in alcun modo.

Trickery” si manifesta come un tradimento affettivo, in quanto si ottiene la fiducia della vittima che in buona fede rivela confidenze del suo privato che prontamente vengono messe in piazza dal bullo.

Exclusion” si verifica quando una persona viene esclusa bruscamente e con intenzione da un gruppo online, una chat o un gioco interattivo.

Cyberstalking” è un invio ripetuto di messaggi denigratori, comprese minacce esplicite, che hanno lo scopo di impaurire la vittima e che possono sfociare in episodi di aggressione fisica.

Cyberbashing” si verifica quando la vittima viene aggredita o molestata mentre altri riprendono la scena con la telecamera del cellulare. Le immagini vengono poi postate in rete, visibili a tutti e commentate (Tonioni, 2014).

Nell’ambiente scolastico è difficile scrollarsi di dosso determinate etichette, così la vittima inizia a soffrire fino a manifestare stati d’ansia, disistima, depressione, abbandono scolastico e, solo nei casi più gravi, anche il suicidio. Dal canto suo, il bullo diventa schiavo della sua aggressività e del ruolo che si è costruito.

Il fulcro del cyberbullismo sta in un difetto della comunicazione affettiva tra figli e genitori. In particolare l’assenza genitoriale bullizza i bambini e gli adolescenti, cioè li rende incapaci di gestire le emozioni provate e di esprimerne il significato a parole. Sia le vittime sia i bulli non sanno tradurre a parole ciò che provano. In certi casi, non riescono nemmeno a capire quello che provano tanto da dissociarsi da determinate situazioni negative: i bulli da quello che fanno e le vittime da ciò che subiscono.

I genitori di un piccolo bullo avranno l’inclinazione a giustificare il suo comportamento, negando i problemi e mostrandosi risentiti, perchè considerano il figlio vittima della situazione. I genitori di una piccola vittima, invece, proveranno paura e ansia per il figlio, impegnato nelle prime relazioni sociali, e una sorta di diffidenza nei confronti degli altri bambini e delle loro famiglie. In entrambi i casi, i genitori si sentono in colpa e spesso chiedono continue conferme a educatori e insegnanti sul fatto che il loro figlio non abbia problemi, il che mostra come comportamenti opposti possano avere la stessa radice (Tonioni, 2014).

Per questi motivi tutta la società può e deve dare il suo contributo perché il cyberbullismo rappresenta un problema sociale che riguarda non solo le parti coinvolte, ma tutti coloro che perseguono nella loro vita l’educazione e il rispetto per gli altri. In quest’ottica non bisogna abbassare la soglia di attenzione nei confronti dei bulli che altrimenti sono portati a pensare di poter agire indisturbati.

Fondamentale è la prevenzione che da una parte aiuta ad identificare immediatamente quei piccoli segnali di bullismo che potrebbero evolversi in un vero e proprio comportamento delinquenziale del bullo, e dall’altra riduce il rischio che la vittima possa sviluppare problemi legati alla sfera affettiva e relazionale.

Quando si parla di bullismo solitamente si pensa all’azione di una o più figure maschili, ma in realtà sono moltissime le preadolescenti o adolescenti a mettere in atto comportamenti vessatori nei confronti di loro coetanee. Il bullismo femminile non sempre prevede l’abuso fisico, ma può essere ugualmente pericoloso e dannoso per chi lo subisce.

Le bulle hanno bisogno di dominare gli altri, si ritengono superiori e trascinando altre coetanee prendono il sopravvento sulla malcapitata di turno. Non sono in grado di tollerare la frustrazione e per questo si arrabbiano facilmente. Sono facili all’invidia e da questo sentimento sono mosse per denigrare in ogni modo la loro vittima, rea di avere qualità che a loro non appartengono.

Di solito non agiscono da sole, ma preferibilmente in gruppo, il cosiddetto “branco”, composto da ragazzine dominanti, che ha come unico scopo quello di far subire le peggiori angherie ad una sola vittima. Il branco può anche essere misto ed in questo caso le ragazzine supportano i ragazzi oppure arruolano alcune delle personalità più deboli che così possono riscattarsi da un passato anonimo o di vittima.

La vittima delle bulle solitamente è una compagna di classe (o comunque una ragazzina appartenente alla cerchia delle conoscenti coetanee) timida, con una vita familiare normale, diligente, incapace di reagire, ribellarsi o confidare a qualcuno quanto le sta capitando. L’autostima della vittima viene fortemente scalfita dalle azioni delle bulle e spesso può iniziare a manifestare una serie di disturbi prima assenti come disturbi dell’alimentazione, attacchi di panico, fobie, ecc. accompagnati da un comportamento autodenigratorio che talvolta si associa al desiderio di far parte del gruppo che tanto l’ha squalificata.

Il bullismo maschile utilizza spesso la violenza fisica, i maschi si divertono a picchiare le loro vittime magari anche filmando queste azioni per vantarsi successivamente davanti agli altri e per sedimentare il loro potere.

Il bullismo femminile invece è più sottile e subdolo, a volte quasi invisibile da parte di chi non è all’interno del gruppo. Infatti le bulle femmine, non usando solitamente la violenza fisica, preferiscono quella verbale. Le parole dette alla vittima non sono urlate, ma sussurate con una frequenza assillante e persecutoria. I contenuti sono vari: possono essere insulti oppure vere e proprie maldicenze su falsi comportamenti sessuali legati ad una particolare disponibilità o a una presunta omosessualità della vittima. Le bulle usano anche molti comportamenti non verbali per denigrare la vittima e per tenerla sotto controllo, come gli sguardi carichi di derisione o i falsi sorrisi che celano cattive intenzioni con lo scopo di impaurire e creare disagio. Le bulle escludono completamente la vittima dal gruppo. Le prese in giro possono essere esercitate per puro divertimento, ma spesso hanno lo scopo di “eliminare” una possibile rivale in qualche ambito a cui la bulla tiene particolarmente.

È quasi superfluo dire quanto i pettegolezzi, le occhiate sprezzanti, le offese sussurate o dette davanti al gruppo, le frasi denigratorie sia a livello fisico sia psicologico, possono avere serie conseguenze sulla costruzione della personalità della vittima che, come la bulla, è in una fase di completa formazione della sua vita.Per far fronte a questo serio problema sociale, come si devono comportare le famiglie delle bulle?

Spesso le origini del bullismo dipendono dal tipo di educazione ricevuta in famiglia. Un comportamento aggressivo può più facilmente nascere in una famiglia dove è mancato affetto da piccoli oppure dove i rapporti in casa sono stati gestiti in modo aggressivo sia da parte di fratelli o sorelle sia da parte dei genitori. Se in casa il modo di gestire i problemi ricade nell’uso della violenza fisica senza possibilità di confronto o dialogo, i figli probabilmente useranno lo stesso metodo nel loro mondo.

Anche se i genitori sono convinti di conoscere bene il carattere e il modo di comportarsi della propria figlia, devono comunque considerare che questi possono modificarsi in base all’influenza della compagnia frequentata. La frequentazione di persone aggressive può avere una cattiva influenza sul comportamento e può portare ad assumere tali atteggiamenti anche in ragazze che in apparenza non hanno l’indole della bulla. Quindi è importante che i genitori controllino sempre le amicizie frequentate dalle proprie figlie.

Quando una ragazza ottiene troppo facilmente ciò che desidera, anche attraverso l’uso del ricatto nei confronti dei genitori che magari cedono per mancanza di polso o per non volersi confrontare con la figlia, il rischio è che la giovane riporti lo stesso comportamento al di fuori di casa cercando di imporre alla vittima designata ciò che vuole.

Spesso i genitori idealizzano le proprie figlie non prestando ascolto alle segnalazioni della scuola. In realtà, una ragazza bulla può essere tale sono in determinati contesti, ingannando così i suoi familiari che tenderanno a difenderla a scapito di coloro che invece hanno di fronte una persona ben diversa.

Infine, se si nota che una bambina comincia a comportarsi in modo aggressivo, un possibile aiuto sta nel farle praticare uno sport così da incanalare tale aggressività ed energia in un progetto positivo e costruttivo. Infatti lo sport ha un importante ruolo nel creare disciplina e comportamento di squadra.

Sta quindi in primo luogo alle famiglie insegnare ai propri figli che la violenza in ogni sua forma va condannata; in secondo luogo sarebbe auspicabile che nella scuola venissero messi in pratica progetti volti non solo a contenere ma a prevenire azioni di bullismo.

La scuola è finita. Molti ragazzi stanno affrontando la maturità e poi li attendono le agognate vacanze. A questo punto inizia la diatriba per andare in vacanza con gli amici piuttosto che con i genitori. Ma quand’è il momento giusto in cui i genitori possono dare maggiore indipendenza ai propri ragazzi?

L’adolescenza è un periodo di passaggio dall’infanzia all’età adulta e pertanto difficile da gestire. Inizia una fase che spinge il giovane verso l’indipendenza ed è un passaggio fondamentale relativo a ciò che un figlio deve fare per crescere in modo positivo. Ciò significa credere nelle proprie idee e nei propri sogni, ma anche avere bisogno dell’appoggio delle persone care per riuscire a realizzarsi e a crescere con la giusta autostima. Un adolescente si può sentire inadeguato rispetto ai suoi pari o alle richieste dei genitori, ma è anche importante che trovi la sua strada per imparare ad accettarsi e avere fiducia in sé. È importante quindi avere il sostegno emotivo della famiglia, ma è anche giusto seguire il proprio percorso sulla base dell’educazione e dei valori ricevuti.

Un adolescente deve rendersi conto di come l’adulto si rapporta con lui. I genitori apprensivi che eccedono nelle raccomandazioni ottengono l’effetto di crescere un figlio insicuro e ribelle e di ingolfarne il processo di maturazione. Essere genitori apprensivi e ripetitivi non aiuta, anzi! Quindi i figli devono essere capaci di discriminare i consigli “giusti” per la loro crescita, da quelli dettati solo dall’ansia. Innanzitutto un giovane deve partire dal tipo di rapporto che ha con il genitore. Se è un rapporto amicale basato sulla fiducia allora sarà più facile seguire i consigli degli adulti. Ma se invece il genitore tende a imporre il suo pensiero allora il figlio deve avere il coraggio di percorrere la sua strada senza sensi di colpa. In che modo?

I figli hanno ricevuto un’educazione e dei valori, ma si confrontano anche con gli amici e con se stessi. Crescere quindi vuol dire anche confrontarsi con il mondo esterno e lo si fa meglio se ci si documenta, non vivendo nell’ignoranza solo copiando ciò che fanno i pari (che magari li portano sulla cattiva strada). Quindi studiare, leggere, viaggiare, conoscere, scoprire cosa fanno gli altri giovani coetanei può mettere tutto in una giusta prospettiva.

È bene cercare di comunicare con serenità il proprio pensiero ai genitori cercando un confronto con loro. Sicuramente dimostrare di essere giovani responsabili e con la testa sulle spalle li rassicurerà e farà sì che loro diano più fiducia. La parola d’ordine dunque è crescita. Per crescere bisogna essere autonomi e non aver paura di abbandonare il nido e di tagliare il cordone ombelicale dalla propria famiglia. Ci sono alcuni genitori che non capiscono quando è il momento di lasciare andare i figli. In questi casi bisogna avere il coraggio di “mollare gli ormeggi” ed iniziare a navigare da soli tenendo a mente e facendo tesoro degli insegnamenti degli adulti.

Pensiamo agli animali: la madre segue i figli, li nutre, insegna loro a procurarsi il cibo e a difendersi dai predatori, ma poi arriva un giorno in cui lascia che i figli affrontino da soli la vita e i suoi pericoli. Quel giorno sembra sempre troppo presto e si pensa “ma quell’animaletto non ce la farà mai a sopravvivere” e invece quasi sempre vediamo che se la cava alla grande. Molti genitori non si rendono conto che spesso anche se hanno le migliori intenzioni ottengono effetti negativi o deleteri. Per questo motivo, tornando al tema delle vacanze, è importante che un padre e una madre capiscano quando è il momento di lasciare andare il proprio figlio alla scoperta del mondo e di cosa c’è là fuori.

Un giovane in vacanza da solo avrà modo di conoscere realtà diverse, scoprire aspetti di sé sconosciuti e attingere a risorse che nemmeno pensava di avere. Ciò non significa fare cose pazze o trasgredire a tutti i costi, ma affrontare la vita con prontezza, intelligenza, capacità di discernimento, con l’obiettivo di crescere a tutto tondo. Basta poi pensare a quell’uccellino che la mamma ha fatto volare giù dal nido. Magari di primo impatto pare che sia stato spinto a farlo troppo presto, ma in realtà quello era il momento giusto. E se non saranno i genitori a lasciare andare i propri figli, saranno loro che troveranno la voglia e impareranno presto a volare in alto con le loro forze.

L’atto di togliersi la vita è un gesto che lascia in chi vive l’amaro in bocca soprattutto se chi decide di compiere questo gesto è un adolescente. Si cerca allora di ripercorrere la vita del giovane per cogliere eventuali fratture che si sarebbero potute interpretare come richieste d’aiuto silenziose e permettere a qualcuno di intervenire in tempo.

Gli adulti spesso tendono a minimizzare i problemi relazionali degli adolescenti perché si pongono da un’altra prospettiva. Avendo anni di esperienza alle spalle, l’adulto tende a valutare la vita dei giovani nella sua evoluzione verso il futuro, perdendo di vista le difficoltà nel presente che un ragazzo può vivere come insormontabili. È difficile per un giovane non tenere conto del giudizio dei coetanei che, quando porta all’emarginazione, genera una sofferenza che può sfociare in atteggiamenti di chiusura e ripiegamento su di sé oppure in atti impulsivi e decisioni avventate (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Talvolta l’emarginazione e l’isolamento, magari portati all’esasperazione, sono motivi sufficienti per indurre un giovane al suicidio. Può capitare che un ragazzo che non segue il gruppo, ma che se ne discosta, sia emarginato. Può essere il caso, ad esempio, di giovani intellettualmente dotati, interessati alla cultura, poco attratti dai passatempi dei compagni e non attenti alle mode. Essi scelgono di essere se stessi fino in fondo, ma scoprono con il tempo che è anche la strada più difficile da percorrere. Non seguire la massa, ma differenziarsi, soprattutto in un’età come l’adolescenza, richiede grande autostima e forza interiore che un giovane ancora non possiede in maniera tale da riuscire ad affrontare un gruppo di pari che gli si schiera contro.

Nell’adolescenza l’identità che si aveva in qualità di bambini deve essere abbandonata per acquisirne un’altra, ma in questa fase di transizione si è più fragili e si cerca l’approvazione del gruppo o di un amico con il quale si condividono gusti e interessi. Se il gruppo non c’è o è ostile o se manca il conforto di un amico, il livello di vulnerabilità aumenta, anche perché è più facile che un adolescente confidi la sua disperazione ad un amico piuttosto che ai genitori.

Per questo motivo, pensando ad un intervento rivolto ai ragazzi a rischio, sarebbe auspicabile inserire maggiori spazi di condivisione delle idee e dei problemi così da sensibilizzare i giovani ad un mutuo aiuto. Indubbiamente non è facile trovare in un ragazzo i segnali che funzionino da campanello d’allarme per chi gli vive accanto. Il giovane, che magari già aveva manifestato indicatori di disagio, può agire d’impulso sull’onda di una forte emozione negativa o della sensazione di un fallimento irrimediabile e mettere in atto il comportamento suicida. Dalle statistiche emerge che circa il 70-75% dei giovani invierebbe nel periodo che precede il suicidio alcuni segnali che, se colti, potrebbero salvarli. Possono ad esempio confidare ad amici, a volte ai familiari, di voler morire. Questi segnali sono una tacita richiesta d’aiuto spesso sottovalutata (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Proviamo ad elencare alcuni stati di difficoltà che non sono necessariamente precursori di un suicidio, ma dovrebbero essere considerati con attenzione da parte dell’adulto in quanto sono comunque indicatori di disagio: comportamenti ostili e aggressività manifesta, consumo di alcol e droga, assenza di coinvolgimento, di partecipazione emotiva e atteggiamenti passivi rispetto alle attività quotidiane e alle relazioni, cambiamenti nelle abitudini alimentari e nel sonno, paura della separazione (ad esempio: la fine di un rapporto sentimentale, il divorzio dei genitori), difficoltà di concentrazione, brusco cambiamento della personalità (ad esempio, una ragazza normalmente gioviale che all’improvviso si chiude in se stessa e non esce più), improvvisi cambiamenti di umore (fasi di intenso cattivo umore si alternano a momenti di grande entusiasmo), comportamenti a rischio (alcuni giovani si lanciano in azioni spericolate sfidando troppo da vicino la morte), drastico abbassamento del rendimento scolastico e della motivazione allo studio, perdita o mancanza di amici.

Vi sono poi alcuni fattori che, con alla base alcuni degli indicatori precedenti, possono far presagire il rischio di un suicidio: perdere una persona cara, vivere con un senso di totale impotenza come se nulla abbia più importanza, essere ossessionati dalla morte, scrivere le proprie ultima volontà (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009). In conclusione, ci sono fattori scatenanti e fattori predisponenti che, sommandosi e potenziandosi, finiscono per creare una miscela esplosiva. È importante che non soltanto gli adulti, ma anche i ragazzi, conoscano questi segnali e vi prestino attenzione. Spesso, infatti, gli amici e i coetanei si trovano nella posizione migliore per notarli e salvare la vita di una persona cara. D’altra parte si può chiedere aiuto in tanti modi, anche solo con gli occhi, silenziosamente.

I bambini si sentono in colpa? Sono consapevoli che le loro azioni possono avere conseguenze negative sugli altri? A partire da che età sono in grado di riconoscere e capire quando hanno danneggiato qualcun altro? Trovare una risposta a questi interrogativi è importante perché la colpa come mediatore della coscienza morale svolge un ruolo importante nella comprensione delle regole morali ed etiche.

Secondo alcuni ricercatori è possibile notare segnali di colpa già in bambini di due anni, un’età in cui il minore inizia a cogliere le differenze tra sé e gli altri e a capire che anche le altre persone provano emozioni e sentimenti che possono essere influenzati dal proprio comportamento. La piena capacità del minore di cogliere le emozioni arriva dai tre anni in poi. Per provare senso di colpa il bambino deve avere consapevolezza della propria identità. Diversi ricercatori sostengono che il sentimento di colpa sia legato alla capacità del bambino di sperimentare empatia nei confronti degli altri. Il dispiacere empatico per il dolore percepito nell’altro si trasforma in senso di colpa nel momento in cui il minore si rende conto di essere la causa del disagio altrui.

Un’altra spiegazione alla base del senso di colpa è l’ansia di separazione o da esclusione. Si tratta della paura di perdere i legami affettivi importanti e del timore di essere allontanati dalle persone. Il bambino, ad esempio, è in grado già molto precocemente di far arrabbiare la mamma disubbidendole, tuttavia il disagio provocato dalla colpa gli consente di percepire la soglia che non deve essere oltrepassata, per non perdere le cure e l’affetto di cui ha bisogno (Di Blasio e Vitali, 2001).

Nel corso del tempo aumentano le situazioni in cui il bambino percepisce i sensi di colpa mostrando una sensibilità sempre più raffinata. Da piccolo si sente in colpa per aver detto una bugia, per aver preso un giocattolo al fratello, per aver fatto arrabbiare i genitori o per aver fatto male a un compagno. In futuro potrà sviluppare sensi di colpa qualora non riuscisse ad aiutare una persona sofferente o venisse meno ad un impegno preso o alla parola data.

La tendenza dei bambini a riparare ad un danno fatto viene favorita se i genitori ricorrono sistematicamente nell’educazione del figlio a spiegazioni di tipo affettivo, come: “Non è bello fare così” oppure a proibizioni seguite da spiegazioni empatiche: “Non vedi che Marco è ferito? Non spingerlo” o ancora ad affermazioni basate su regole precise: “Non si deve mai picchiare nessuno per non far soffrire le persone” e di ritiro affettivo: “Quando mi ferisci o fai del male agli altri, non ti voglio vicino”.

Tra le diverse categorie educative, il ricorso a regole precise e assolute è particolarmente efficace, in quanto crea una combinazione ideale di sentimenti di colpa empatica associati a modalità riparative. Un’altra pratica educativa molto comune consiste nell’indurre direttamente sensi di colpa attraverso frasi come: “Sei responsabile per aver fatto male a Luca”, “È colpa tua se hai preso un brutto voto, dovevi studiare di più”, “Hai rotto il giocattolo di tuo fratello, ora riparalo”. Tali attribuzioni hanno l’effetto di orientare il comportamento dei bambini verso il riconoscimento e l’acquisizione delle regole date.

In ambito educativo, nelle situazioni di violazione involontaria delle regole da parte del bambino, l’induzione del senso di colpa è una tecnica molto efficace. Mentre nel caso di disubbidienze intenzionali è particolarmente utile ricorrere a un controllo coercitivo, cioè richiedere al bambino di riparare al danno fatto attraverso sanzioni, punizioni o altro. All’interno di un modello educativo finalizzato a far comprendere l’effetto negativo di comportamenti dannosi per gli altri, un uso moderato di interventi coercitivi da parte dei genitori può contribuire a promuovere nel bambino un elevato livello di consapevolezza circa la gravità delle sue azioni.

In ogni caso, qualsiasi intervento utilizzato dai genitori deve essere inserito in un quadro di supporto psicologico e di disponibilità emotiva nei confronti del bambino. È fondamentale ricordare che l’efficacia dell’educazione dipende dalla coerenza e dalla concordanza delle azioni e delle regole messe in atto da entrambi i genitori (Di Blasio e Vitali, 2001). Ad ogni modo, le pratiche educative della famiglia d’origine andranno poi a confrontarsi e ad integrarsi con quelle che il bambino riceve dall’ambiente extrafamiliare (scuola, ambiente sportivo, ecc.).

Difatti, l’interiorizzazione di appropriate norme morali e sociali è il presupposto di una buona socializzazione. La coscienza morale è lo strumento che abbiamo per capire se ciò che facciamo è giusto o sbagliato e, attraverso il senso di colpa, ci comunica se uno standard etico culturalmente condiviso è stato violato. In una società come quella attuale dove il senso della famiglia va disgregandosi, il rispetto nei confronti del prossimo è labile, l’egoismo la fa da padrone, il sistema di valori è fragile e troppo frequentemente basato sul ritorno economico, è sempre più urgente che i giovani vadano incontro alla vita con un bagaglio educativo composto da elementi di fiducia, lealtà e rispetto verso l’altro.

In psicologia quando si parla di minori spesso si tende a confrontarsi esclusivamente con problemi o difficoltà, ma esistono anche altre realtà come quella dei bambini con particolari talenti. Ad esempio un bambino che a 3 anni già dimostra di conoscere i numeri, saper leggere, avere un linguaggio ricco, essere curioso e manifestare interesse verso la musica, l’arte o altre materie, probabilmente è un bimbo plusdotato. Un bambino/ragazzo viene definito plusdotato quando ha uno sviluppo cognitivo superiore allo sviluppo normale per un bambino della sua età.

È importante riconoscere per tempo un bambino plusdotato in modo tale che le caratteristiche di personalità vadano di pari passo con le condizioni ambientali in cui sta crescendo per esprimere appieno il suo potenziale. Può capitare che questi bambini siano incompresi in quanto, ad esempio a scuola, apprendendo molto prima degli altri e in modo più agevole, nel tempo rimanente tendono ad agitarsi e a distrarsi. Ciò si verifica anche perché il programma di studio può rivelarsi troppo semplice per loro. Capita che talvolta essi vengano diagnosticati come bambini affetti da sindrome d’attenzione e iperattività fuorviando inizialmente anche una persona esperta. Tale confusione si può comunque mettere da parte, osservando il comportamento del minore plusdotato quando si affronta un argomento nuovo e stimolante: a quel punto egli si concentra totalmente su quanto di nuovo può apprendere. Questi bambini imparano in modo intuitivo, creativo, non seguendo sequenze ordinate e organizzate come i compagni di classe.

Questo talento cognitivo è misurabile attraverso il Quoziente Intellettivo (QI) che nella media delle persone si assesta attorno ad un valore compreso tra 85 e 115. I bambini ad alto potenziale cognitivo hanno un QI tra 125-130 e 160. Il bimbo plusdotato è spesso un bambino difficile che ha incontrato da subito problemi d’integrazione a scuola. In classe, egli spesso evita di farsi notare troppo; consapevole della sua differenza, cerca di nasconderla facendo a volte volontariamente degli errori. Egli non ama imparare a memoria, è raramente un bravo studente. Contando esclusivamente sulla sua memoria, manca di metodo e di organizzazione, è insaziabile sugli argomenti che lo appassionano e cambia frequentemente le sue aree d’interesse (Associazione Svizzera per i bambini ad alto potenziale cognitivo).

I suoi talenti possono toccare sfere diverse: musica, matematica, creatività, ecc. Alcuni ricercatori affermano che circa l’8-10% della popolazione di studenti sono bambini plusdotati. Per loro è importante poter usufruire di programmi ad hoc o comunque, come avviene in altri Paesi, seguire il programma di classi avanzate, essere supportati da uno psicologo se necessario e frequentare scuole speciali. L’importante è non soffocare questi talenti, ma imparare a valorizzarli in quanto possono essere un risorsa per tutti.

Ecco in sintesi 7 indizi per capire quando ci si trova davanti ad un bimbo plusdotato di 3-4 anni (Corriere della Sera, 4 settembre 2009):

1)      dopo aver ascoltato una fiaba due o tre volte, ricorda tutto a memoria e interrompe per correggere se viene modificata una frase o una parola;

2)      memorizza con estrema facilità i luoghi e i percorsi: ad esempio riesce a ricostruire ed anticipare la strada da casa alla scuola materna;

3)      comprende i sentimenti degli altri e si identifica con loro: quando vede un altro bambino che piange o sta male, gli si avvicina, gli chiede come va, si siede al suo fianco;

4)      non si accontenta delle risposte secche, del tipo “è così e basta”: chiede di sapere il perché di un avvenimento, a volte polemizza sulla motivazione che gli viene data;

5)      ha un lessico molto ricco, sa utilizzare bene i verbi, parla con grande proprietà di linguaggio: varia molto gli aggettivi, conosce un numero elevato di parole;

6)      se sta facendo qualcosa che gli interessa, è molto difficile distrarlo. Ha una grande capacità di concentrazione e anche un senso di responsabilità elevato: “se mi sono preso un impegno devo portarlo a termine”;

7)  se gli viene chiesto di rifare o ristudiare qualcosa che ha già imparato prima, dimostra noia o disinteresse: non perché non abbia voglia di impegnarsi, ma perché gli sembra inutile.

Questi bambini speciali hanno un grande bisogno di complessità, pertanto si demotivano facilmente davanti a problemi troppo facili, mentre sono stimolati da una sfida intellettuale che per altri sarebbe irraggiungibile. È fondamentale che siano sostenuti e incoraggiati dagli insegnanti e dalla famiglia. Al fine di svilupparne al massimo il potenziale si possono considerare varie soluzioni, tenendo conto della personalità e della maturità del bambino. È possibile quindi modificare il programma di studi attraverso: accelerazione, arricchimento e approfondimento. L’accelerazione consiste nel rispettare il ritmo di sviluppo intellettuale del ragazzo.

Si realizza nel salto di classe di un anno o di due anni per un giovane con un QI superiore a 145. L’arricchimento permette all’allievo un maggiore accesso alle informazioni, permettendogli di colmare la sua curiosità intellettuale, aumentare le discipline o gli argomenti di studio. L’approfondimento comporta lo studio più completo degli argomenti trattati nel programma “ufficiale”. Si tratta quindi di andare a fondo delle cose in una determinata area (Associazione Svizzera per i bambini ad alto potenziale cognitivo).

È importante che questi bambini abbiano la possibilità di sviluppare il loro potenziale. Pertanto prima si riesce a riconoscere un bambino plusdotato, tanto più egli si realizzerà ed avrà la possibilità di vivere in armonia con se stesso e con gli altri, mettendo al servizio della società il suo talento.

Gli adolescenti si trovano sospesi in un mondo che fa loro abbandonare l’età infantile per approdare gradualmente in quella adulta. Il percorso è lungo e difficile e spesso i giovani cercano delle scorciatoie, come quella di fumare, per sentirsi grandi. Il fumo assume per alcuni adolescenti la funzione di affermazione anticipata dell’essere adulto.

Il fumare rappresenta un comportamento, criticato dal punto di vista della salute ma accettato nel mondo degli adulti, pertanto gli adolescenti ritengono che il fumo sia il modo facile di potersi affermare nella società in qualità di adulti. Molte ricerche infatti indicano che c’è un’alta correlazione tra i ragazzi che fumano e che mettono in pratica altri comportamenti a rischio, come avere rapporti sessuali precoci e fare uso di alcol (Bonino, 2005).

I ricercatori hanno riscontrato che sono più inclini a fumare i giovani che sembrano più smarriti nel loro mondo adolescenziale e meno capaci di trovare soddisfazione in altri campi. Sono ragazzi che hanno meno sostegno e regole da parte della famiglia d’origine e non mettono in pratica progetti tesi a valorizzare la propria autostima e a dare un senso di progettualità alla propria vita e al proprio futuro. Infatti questi giovani hanno spesso una visione negativa e pessimistica del futuro, in cui non vedono prospettive di realizzazione personale.

Gli adolescenti che non usano il fumo per anticipare l’età adulta, pare che vivano meglio il periodo dell’adolescenza, guidati dalla famiglia. Sono giovani che pensano di seguire un percorso scolastico lungo, trovando soddisfazione in ciò che fanno e con stimoli legati alla vita futura. Per loro il periodo dell’adolescenza è vissuto con meno conflittualità e pertanto con minore voglia di anticipare i comportamenti adulti, come il fumare (Bonino, 2005).

Gli adolescenti che non fumano hanno un approccio più positivo alla scuola rispetto a coloro che fumano che invece hanno risultati peggiori. In sostanza i giovani non fumatori vivono meglio la loro condizione di studenti da cui traggono soddisfazione, oltre ad avere un rapporto con la famiglia positivo e sereno che offre loro la possibilità di confrontarsi e riuscire a seguire le regole date loro dagli adulti. Ciò non li rende dipendenti in senso negativo, ma piuttosto capaci di poter fare determinate esperienze nell’età giusta. Infatti i giovani che assumono anticipatamente il ruolo da adulto, lo pagano poi a lungo termine, in quanto costituirà un limite a realizzazioni migliori e più fruttuose.

I ricercatori ritengono che i giovani che non hanno bisogno di affermarsi attraverso il fumo ed altri comportamenti da adulti, sono in grado di vivere altre forme più mature che riguardano la sfera degli adulti, come: assumersi le responsabilità, avere la capacità di progettare il futuro, sviluppare la partecipazione sociale. Un aspetto interessante è che i giovani che scelgono di anticipare l’età adulta adottando comportamenti come il fumo, quasi sempre lo fanno all’insaputa dei genitori. Questo atteggiamento trasgressivo si associa anche al rischio che crea eccitazione. Nonostante la tendenza  all’omogeneità di comportamento tra i due sessi, nelle femmine sembra assumere una vena più trasgressiva.

Vi è un’alta correlazione tra tutti i comportamenti a rischio e ciò significa che non si presentano in forma isolata, ma piuttosto come una costellazione di comportamenti simili che portano a seguire un determinato stile di vita (Bonino, 2005). Nella decisione di iniziare a fumare, fondamentale è l’approvazione del gruppo e il fatto che gli amici fumino. Il fumo in questo frangente non è un comportamento solitario, ma di gruppo, tanto da portare i fumatori a non avere amici che non fumano.

Ciò conferma il fatto che i giovani tendono a rafforzare la propria identità scegliendo amici e compagni simili a se stessi. Di conseguenza, i gruppi si costituiscono e tendono a differenziarsi sempre più in base a questa caratteristica e crescendo i fumatori hanno un numero sempre più alto di amici fumatori. Il fumare inoltre sembra facilitare l’inserimento nel gruppo, al punto che i ragazzi che non fumano si sentono più facilmente tagliati fuori dalle attività svolte dai ragazzi della loro età, temono di non riuscire a farsi degli amici e si sentono socialmente più incerti.

Il fumo è un modo per fare cose da grandi e non più da bambini. In questo senso il fumo viene inteso come un rito di legame, come modalità ritualizzata di entrare in relazione con il gruppo, di unire i partecipanti e di accomunarli. Il fumo infatti condivide molti dei tratti dei comportamenti ritualizzati, caratterizzati da ridondanza, esagerazione e semplificazione del gesto. Pensiamo alla sequenza rituale del fumo: dalla richiesta o dall’offerta, all’accensione, all’inalazione, allo sbuffo, allo scambio della sigaretta accesa.

Gli adolescenti provenienti da famiglie con uno stile educativo permissivo risultano maggiormente coinvolti nel fumo; al contrario uno stile educativo autorevole svolge un ruolo protettivo, sia riguardo al coinvolgimento che allo smettere di fumare. È fondamentale la copresenza del sostegno empatico e della fermezza genitoriale tale da indurre una minore esigenza di trasgressione, un minore orientamento verso il gruppo e una maggiore accettazione della propria condizione adolescenziale (Bonino, 2005).

In conclusione, è chiaro come i giovani nel periodo dell’adolescenza cerchino in ogni modo di mettere in atto comportamenti (che andranno a sedimentarsi nell’età adulta) che permettano loro di affermare la propria identità e di costruire una rete di relazioni sociali e affettive. Ci sono giovani che riescono a raggiungere tali obiettivi senza mettere in pericolo la propria vita, mentre altri optano per i comportamenti a rischio. È per questo motivo che sono fondamentali le attività di promozione della salute e di prevenzione dei comportamenti che mettono a repentaglio il proprio benessere, messi in atto nelle scuole e nelle famiglie attraverso il dialogo, il confronto, l’esempio e la condivisione.