È boom dei socialnetwork tra gli adolescenti. Ormai quasi tutti i giovani usano Whatsapp e si collegano ad Internet non più tramite il computer, ma con lo smartphone. Non ci sono orari definiti per chattare, anzi valgono anche le ore notturne. La quasi totalità degli adolescenti ha Internet sempre a portata di mano, in qualunque momento della giornata. E Internet, salvo qualche eccezione, si associa ai social network. Ormai non solo gli adolescenti, ma anche i preadolescenti alla soglia delle scuole medie utilizzano i social per comunicare. Essi usano con grande dimestichezza: Facebook, Whatsapp, Instagram, Ask.

Questo utilizzo di Internet nasconde i suoi rischi - Indubbiamente questo utilizzo smodato e spesso incontrollato di Internet nasconde i suoi rischi, infatti da un’indagine nazionale della Società Italiana di Pediatria su giovani di terza media emerge che: “il 15% degli intervistati ha dichiarato di aver postato un proprio “selfie” provocante, percentuale certamente sottostimata se si considera che il 48% dello stesso campione afferma contemporaneamente di avere amici e compagni che postano selfie provocanti. Tra gli altri comportamenti a rischio il 19% ha dato on line il telefono, il 16,8% ha inviato una foto, il 24,7% ha rivelato la scuola che frequenta, l’11,6% si è incontrata con lui, il 5,2% ha accettato proposte di sesso online. E se all’87,6% piace internet perché si può stare in contatto con gli amici, per il 60,2% internet è addirittura irrinunciabile” (La Stampa, 24 settembre 2014).

Il bisogno primario è collegarsi alla Rete - Il fatto che gli adolescenti ormai usino il cellulare per connettersi ad Internet, rende difficile per un genitore rendersi conto di quanto tempo spende suo figlio in rete. Infatti, non solo i giovani chattano fino a tardi la sera, ma ormai il loro primo pensiero al mattino è collegarsi sui social. Online i giovani mostrano vari aspetti di se stessi, da quello puramente estetico a quello relazionale ed infine creativo. Sperimentare, mettersi in gioco con diverse realtà serve loro come compito evolutivo per diventare adulti. Ecco perché la foto del profilo, simbolo della propria identità virtuale, cambia così spesso.

Genitori possono limitare i comportamenti rischiosi - Le risorse che hanno i genitori per prevenire comportamenti a rischio sono: il dialogo, l’ascolto, l’etica comportamentale. Come deve comportarsi un genitore davanti ad un uso così smodato di Internet del proprio figlio? Prima di tutto deve essere capace di cogliere eventuali segnali di malessere. Se in generale i giovani non sentono di essere eccessivamente controllati, possono aprirsi con i genitori quando ne sentono la necessità. Ad ogni modo è bene sempre prestare attenzione a determinati comportamenti: se il giovane rimane chiuso in camera per ore, è depresso, è taciturno, ha un calo del rendimento scolastico, è possibile che questi comportamenti possano avere un collegamento con l’utilizzo dei social.

È importante trasmettere il valore della privacy ai propri figli - Ciò significa far comprendere che se anche in rete si può pubblicare qualsiasi cosa, molto spesso ciò che viene postato non si può cancellare o almeno non definitivamente. Imparare il concetto di privacy diventa quindi basilare. Il giovane deve avere rispetto per sé e per gli altri. Ciò renderà la navigazione più sicura, ma farà sì che i giovani imparino un valore importante dell’educazione. È poi fondamentale parlare insieme ai figli, motivando le proprie ragioni e facendo degli esempi, di cosa si può inviare, postare e condividere sui social. In questo senso è particolarmente rilevante sia il problema del mettere foto provocanti di sé in rete sia quello del sesso online. Non dimentichiamo che in un clic due persone collegate ad Internet possono entrare in contatto. Dietro lo schermo ci possono essere adolescenti che improvvisano spogliarelli, ma dietro falsi profili si possono nascondere anche adulti.

Internet può essere anche una grande risorsa – D’altra parte Internet può essere anche una grande risorsa se si riesce a prenderne il meglio. Si possoni leggere e imparare molti argomenti sconosciuti. Si possono raccogliere informazioni sulle proprie passioni nella vita reale e si possono scoprire nuove attività da fare. La rete e tutto ciò che di nuovo fa scoprire possono essere un interessante argomento di dialogo con i propri figli.

Il sesso è un aspetto che riguarda la sfera più intima della vita delle persone e pertanto è difficile individuarne i confini. Nella nostra società dove molti ambiti della quotidianità hanno forti connotazioni sessuali e dove le provocazioni di immagini hanno grande impatto sessuale è difficile definire quella che è una sessualità “normale” ed una “patologica” (Cardoso, 2014).

Oggi ancora non esiste una definizione condivisa, ma comunque il National Council on Sex Addiction (NCSA, 1987) definisce la dipendenza da sesso come “persistente e crescente modalità di comportamento sessuale messo in atto nonostante il manifestarsi di conseguenze negative per sé e per gli altri”. Molti personaggi famosi hanno dichiarato di soffrire di sex addiction, tra questi: Michael Douglas, Tiger Woods, David Duchovny, Charlie Sheen, Kanye West, Russell Brand, Amber Smith, ecc.

La sex addiction si manifesta attraverso varie modalità tra cui il bisogno incontrollato di avere continui rapporti sessuali e l’incapacità di resistere all’impulso sessuale. Si parla quindi di dipendenza da sesso quando la persona adotta uno o più comportamenti sessuali che portano a conseguenze negative su svariati piani: relazionale, emozionale, fisico, finanziario, legale, lavorativo e sociale. La dipendenza sessuale è un comportamento eccessivo che se non soddisfatto porta disagio e sofferenza nella persona che la manifesta.

A livello biochimico si possono individuare tre fasi: attivazione, sazietà e fantasia. Come per le altre dipendenze, quella sessuale diventa un’abitudine con alcuni aspetti di inconsapevolezza, un rituale compulsivo con un attaccamento biologico e psicologico all’oggetto del piacere.

I sintomi di astinenza si manifestano quando l’oggetto del piacere non è disponibile e la preoccupazione comincia ad avere delle ripercussioni nella vita quotidiana della persona che cambia umore a causa dei problemi connessi alla mancata attività sessuale. Spesso si verifica lo sfruttamento di un altro soggetto a scopo sessuale (Cardoso, 2014). La persona però nega, distorce la realtà e ignora il problema, dando la colpa agli altri del proprio comportamento.

Schaeffer (2009) ha evidenziato le seguenti caratteristiche di dipendenza sessuale (Cardoso, 2014): utilizzo del sesso per affrontare i problemi; conseguenze negative legate al comportamento sessuale (il soggetto dipendente può non rendersi conto o minimizzare le conseguenze negative a cui il comportamento porta, come depressione, bassa autostima, gravidanze indesiderate, malattie, divorzi); cambi d’umore legati all’attività sessuale; incapacità di interrompere il comportamento anche a seguito di conseguenze negative (le persone possono perdere la reputazione, il lavoro e il partner per soddisfare le loro necessità sessuali); molto tempo è utilizzato per pianificare e soddisfare l’attività sessuale; sentimenti di colpa e vergogna a causa del comportamento; perpetuarsi di comportamenti a rischio o distruttivi (trovarsi in quartieri malfamati, ecc.); presenza di un circolo vizioso che prevede: preoccupazione, ritualizzazione, comportamento sessuale e disagio una volta ottenuto; tolleranza, cioè bisogno di una quantità sempre maggiore di sesso per raggiungere lo stato di eccitazione. La persona ha bisogno di comportamenti sempre più spinti e pericolosi per raggiungere lo stato di eccitazione desiderato, poiché è come se ci fosse un’assuefazione ai comportamenti precedenti; essere in disaccordo con la famiglia o con i propri valori spirituali; negare, razionalizzare o giustificare il comportamento.

La persona nega di avere un problema, minimizzando le conseguenze negative del suo comportamento; avere dei craving sessuali, cioè desideri caratterizzati da grande urgenza e impulsività. È come un bisogno incalzante del corpo, quasi doloroso; vivere una doppia vita: una sana e una dipendente, riuscendo a mantenerle distinte; usare il sesso per superare un trauma che non sa elaborare emotivamente; usare gli altri come oggetti sessuali ed esclusivamente per la propria gratificazione sessuale.

Secondo Goodman (1993) la dipendenza da sesso è un comportamento compulsivo che serve alla persona per regolare i propri stati interni che altrimenti non riuscirebbe a gestire. Il soggetto quindi da una parte non riesce a controllare il comportamento sessuale e dall’altra non riesce ad abbandonare il suo comportamento sessuale nonostante abbia delle conseguenze negative (Cardoso, 2014). La dipendenza da sesso può essere associata ad altri disturbi psichiatrici, come disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, disturbi da uso di sostanze.

Il trattamento della dipendenza da sesso include una valutazione adeguata degli aspetti sessuale, medico e psicologico. Si possono coinvolgere la famiglia ed il partner, ma può essere utile lavorare anche in gruppo per confrontare i sentimenti di vergogna provati. È utile anche impostare il trattamento con un intervento specifico per prevenire le ricadute.

L’avvento di internet e dei social network ha fatto sì che questi ultimi siano diventati lo strumento attraverso il quale molte persone, soprattutto i giovani, possano esprimere se stesse con la possibilità di condividere il proprio mondo con gli altri. D’altra parte i social network hanno creato un terreno ideale per lo sviluppo in altra forma di molti problemi dei giovani, come il bullismo che diventa cyberbullismo laddove è generato nella rete.

Il cyberbullismo sfrutta la comunicazione digitale ed in questo modo il cyberbullo ha l’opportunità di rimanere anonimo oppure di fingersi qualcun altro, avendo così la possibilità di non uscire allo scoperto, anche se ogni comunicazione digitale lascia comunque delle tracce, rendendo vani i tentativi di rimanere anonimi (Tonioni, 2014).

Il cyberbullo, spalleggiato dai molti spettatori, non pone limiti alle persecuzioni nei confronti della sua vittima.

Le modalità digitali usate per denigrare, ridicolizzare oppure offendere sono molte e per lo più sconosciute agli adulti.

Una prima modalità si chiama “flaming” sono litigi online caratterizzati da termini violenti e volgari che possono coinvolgere una singola persona o un gruppo di amici.

L’”harassment” è la spedizione ossessiva e ripetuta di messaggi denigratori fino a diventare una vera e propria molestia.

Put down” significa denigrare qualcuno attraverso email, sms, post, con l’obiettivo di ledere la reputazione della vittima agli occhi degli altri.

Masquerade” riguarda la sostituzione di persona con lo scopo di spedire messaggi a nome altrui, dopo essere entrati nel suo account o pubblicare contenuti offensivi o volgari che screditano la vittima.

Exposure” è la rivelazione di informazioni inventate o estorte sulla vita privata della vittima senza che questa possa rimediare in alcun modo.

Trickery” si manifesta come un tradimento affettivo, in quanto si ottiene la fiducia della vittima che in buona fede rivela confidenze del suo privato che prontamente vengono messe in piazza dal bullo.

Exclusion” si verifica quando una persona viene esclusa bruscamente e con intenzione da un gruppo online, una chat o un gioco interattivo.

Cyberstalking” è un invio ripetuto di messaggi denigratori, comprese minacce esplicite, che hanno lo scopo di impaurire la vittima e che possono sfociare in episodi di aggressione fisica.

Cyberbashing” si verifica quando la vittima viene aggredita o molestata mentre altri riprendono la scena con la telecamera del cellulare. Le immagini vengono poi postate in rete, visibili a tutti e commentate (Tonioni, 2014).

Nell’ambiente scolastico è difficile scrollarsi di dosso determinate etichette, così la vittima inizia a soffrire fino a manifestare stati d’ansia, disistima, depressione, abbandono scolastico e, solo nei casi più gravi, anche il suicidio. Dal canto suo, il bullo diventa schiavo della sua aggressività e del ruolo che si è costruito.

Il fulcro del cyberbullismo sta in un difetto della comunicazione affettiva tra figli e genitori. In particolare l’assenza genitoriale bullizza i bambini e gli adolescenti, cioè li rende incapaci di gestire le emozioni provate e di esprimerne il significato a parole. Sia le vittime sia i bulli non sanno tradurre a parole ciò che provano. In certi casi, non riescono nemmeno a capire quello che provano tanto da dissociarsi da determinate situazioni negative: i bulli da quello che fanno e le vittime da ciò che subiscono.

I genitori di un piccolo bullo avranno l’inclinazione a giustificare il suo comportamento, negando i problemi e mostrandosi risentiti, perchè considerano il figlio vittima della situazione. I genitori di una piccola vittima, invece, proveranno paura e ansia per il figlio, impegnato nelle prime relazioni sociali, e una sorta di diffidenza nei confronti degli altri bambini e delle loro famiglie. In entrambi i casi, i genitori si sentono in colpa e spesso chiedono continue conferme a educatori e insegnanti sul fatto che il loro figlio non abbia problemi, il che mostra come comportamenti opposti possano avere la stessa radice (Tonioni, 2014).

Per questi motivi tutta la società può e deve dare il suo contributo perché il cyberbullismo rappresenta un problema sociale che riguarda non solo le parti coinvolte, ma tutti coloro che perseguono nella loro vita l’educazione e il rispetto per gli altri. In quest’ottica non bisogna abbassare la soglia di attenzione nei confronti dei bulli che altrimenti sono portati a pensare di poter agire indisturbati.

Fondamentale è la prevenzione che da una parte aiuta ad identificare immediatamente quei piccoli segnali di bullismo che potrebbero evolversi in un vero e proprio comportamento delinquenziale del bullo, e dall’altra riduce il rischio che la vittima possa sviluppare problemi legati alla sfera affettiva e relazionale.

Ormai sempre più spesso leggiamo sui quotidiani o sui tg online di casi di donne picchiate o uccise da ex mariti o ex fidanzati che non si danno pace per la fine della loro relazione. Ultimo caso è quello di Jessica Rossi, 23 anni, picchiata dal suo ex ragazzo, che ha avuto il coraggio di pubblicare le foto del suo volto per mostrare i segni delle percosse. Il caso di questa ragazza è lo spunto per tornare a parlare dei tanti casi di violenza e stalking sulle donne.

Probabilmente, il dato più importante è che, nella maggior parte dei casi in cui si verificano casi di violenza fisica o addirittura di omicidio sulle donne, esistono diversi comportamenti precedenti messi in atto dall’assassino che costituiscono altrettanti segnali di rischio spesso sottovalutati o ignorati da chi assiste alle dinamiche della coppia (amici, parenti, vicini di casa, operatori sociali, ecc.). In generale, quali sono gli elementi costitutivi dello stalking per poterli riconoscere e cercare di bloccare il comportamento prima che degeneri?

Lo stalker, un molestatore che, sulla base di sue peculiari motivazioni, individua una persona nei confronti della quale sviluppa un’intensa polarizzazione ideativo-affettiva che lo conduce a passare all’atto. Una serie ripetuta di gesti intrusivi (telefonate, lettere, e-mail, appostamenti, sorveglianze, minacce, ecc.) finalizzati alla ricerca del contatto e/o della comunicazione.

Una vittima (la persona assediata dal molestatore) che percepisce come spiacevoli, disturbanti, lesivi e inquietanti i comportamenti del molestatore, che provocano delle risposte difensive di vario genere (cambiamenti nella vita quotidiana, del numero di telefono, delle attività sociali, del lavoro, della residenza, ecc.) e una conseguente sofferenza psicologica che si manifesta con aumento dell’ansia, comparsa di depressione, con possibile incremento del consumo di alcol o tabacco per distrarsi e/o dimenticare almeno temporaneamente la fonte di stress costante.

Nei casi prolungati di “molestie assillanti”, va tenuta d’occhio soprattutto la presenza di una serie di comportamenti associati che spesso rappresentano un segno di sviluppo e di intensificazione nel percorso di stalking, come il passaggio dalle minacce esplicite agli atti di violenza su cose (danni alla proprietà) e persone (la vittima o chi si frappone al rapporto patologico vittima/molestatore). Se si riscontra questo elemento, aumentano le probabilità che si possa arrivare alla forma di violenza più estrema, cioè l’omicidio (De Luca, 2009).

Quest’ultimo punto deve essere tenuto in particolare considerazione nei casi di omicidio passionale perché tutti gli autori che si occupano dello stalking sono concordi nell’affermare che le vittime più esposte a rischi di violenze sono proprio quelle che hanno avuto una precedente relazione intima con il molestatore, e anche tutte le persone che lo stalker percepisce come ostacoli tra lui e il “congiungimento fusionale” con la vittima possono diventare obiettivi di violenza esplicita.

Sebbene le “molestie assillanti” siano composte prevalentemente da comunicazioni indesiderate (telefonate, lettere, sms, ecc.), da contatti di varia natura (pedinamenti, approcci diretti e sorveglianza) e minacce non seguite da atti concreti di violenza, tutti gli studi internazionali sul fenomeno concordano nell’evidenziare percentuali significative di violenza fisica diretta contro le donne. Ad esempio, Blaauw, Winkel et al. (2002) indicano il 56% di casi di violenza fisica diretta sulla donna, mentre Purcell (2002) il 18%.

Questi numeri confermano che, nei casi di stalking in cui le minacce si trasformano in attacchi fisici concreti, non si deve trascurare la possibilità che l’esasperazione del comportamento persecutorio possa condurre anche all’omicidio. L’attenzione è necessaria anche se, nella maggioranza dei casi, non si arriva ad atti così estremi. In ogni caso, le vittime di stalking sono donne nell’85% dei casi e le vittime di violenza sono quasi sempre le donne, quindi, quando si arriva all’omicidio, è sempre l’uomo a uccidere e la donna a soccombere.

Uno studio effettuato sull’associazione tra stalking e violenza grave (James e Farnham, 2003) ha esaminato in modo prospettico 85 stalker in consegna a un servizio di psichiatria forense situato a Londra, ed ha permesso di riscontrare che il 32% di essi si era spinto fino all’omicidio o comunque aveva compiuto delle aggressioni gravi, evidenziando come la probabilità di esprimere un livello elevato di violenza fosse correlato al fatto di mettere in atto un numero maggiore di comportamenti di molestia e ad avere intrattenuto un precedente rapporto intimo con la vittima (De Luca, 2009).

Il problema messo in luce da questa ricerca, e confermato da altri studi, è che purtroppo non è possibile predire il livello di pericolosità dei molestatori perché, spesso, non hanno un passato di condanne penali o violenze precedenti e sono apparentemente integrati nella società.

Ciò che è davvero importante è che tutte le donne che subiscono in silenzio le minacce e le violenze dei loro compagni o ex mariti e fidanzati, denuncino quanto accade loro per porre fine ad un incubo e tornare ad essere libere di vivere la propria vita con serenità e spensieratezza.

L’atto di togliersi la vita è un gesto che lascia in chi vive l’amaro in bocca soprattutto se chi decide di compiere questo gesto è un adolescente. Si cerca allora di ripercorrere la vita del giovane per cogliere eventuali fratture che si sarebbero potute interpretare come richieste d’aiuto silenziose e permettere a qualcuno di intervenire in tempo.

Gli adulti spesso tendono a minimizzare i problemi relazionali degli adolescenti perché si pongono da un’altra prospettiva. Avendo anni di esperienza alle spalle, l’adulto tende a valutare la vita dei giovani nella sua evoluzione verso il futuro, perdendo di vista le difficoltà nel presente che un ragazzo può vivere come insormontabili. È difficile per un giovane non tenere conto del giudizio dei coetanei che, quando porta all’emarginazione, genera una sofferenza che può sfociare in atteggiamenti di chiusura e ripiegamento su di sé oppure in atti impulsivi e decisioni avventate (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Talvolta l’emarginazione e l’isolamento, magari portati all’esasperazione, sono motivi sufficienti per indurre un giovane al suicidio. Può capitare che un ragazzo che non segue il gruppo, ma che se ne discosta, sia emarginato. Può essere il caso, ad esempio, di giovani intellettualmente dotati, interessati alla cultura, poco attratti dai passatempi dei compagni e non attenti alle mode. Essi scelgono di essere se stessi fino in fondo, ma scoprono con il tempo che è anche la strada più difficile da percorrere. Non seguire la massa, ma differenziarsi, soprattutto in un’età come l’adolescenza, richiede grande autostima e forza interiore che un giovane ancora non possiede in maniera tale da riuscire ad affrontare un gruppo di pari che gli si schiera contro.

Nell’adolescenza l’identità che si aveva in qualità di bambini deve essere abbandonata per acquisirne un’altra, ma in questa fase di transizione si è più fragili e si cerca l’approvazione del gruppo o di un amico con il quale si condividono gusti e interessi. Se il gruppo non c’è o è ostile o se manca il conforto di un amico, il livello di vulnerabilità aumenta, anche perché è più facile che un adolescente confidi la sua disperazione ad un amico piuttosto che ai genitori.

Per questo motivo, pensando ad un intervento rivolto ai ragazzi a rischio, sarebbe auspicabile inserire maggiori spazi di condivisione delle idee e dei problemi così da sensibilizzare i giovani ad un mutuo aiuto. Indubbiamente non è facile trovare in un ragazzo i segnali che funzionino da campanello d’allarme per chi gli vive accanto. Il giovane, che magari già aveva manifestato indicatori di disagio, può agire d’impulso sull’onda di una forte emozione negativa o della sensazione di un fallimento irrimediabile e mettere in atto il comportamento suicida. Dalle statistiche emerge che circa il 70-75% dei giovani invierebbe nel periodo che precede il suicidio alcuni segnali che, se colti, potrebbero salvarli. Possono ad esempio confidare ad amici, a volte ai familiari, di voler morire. Questi segnali sono una tacita richiesta d’aiuto spesso sottovalutata (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Proviamo ad elencare alcuni stati di difficoltà che non sono necessariamente precursori di un suicidio, ma dovrebbero essere considerati con attenzione da parte dell’adulto in quanto sono comunque indicatori di disagio: comportamenti ostili e aggressività manifesta, consumo di alcol e droga, assenza di coinvolgimento, di partecipazione emotiva e atteggiamenti passivi rispetto alle attività quotidiane e alle relazioni, cambiamenti nelle abitudini alimentari e nel sonno, paura della separazione (ad esempio: la fine di un rapporto sentimentale, il divorzio dei genitori), difficoltà di concentrazione, brusco cambiamento della personalità (ad esempio, una ragazza normalmente gioviale che all’improvviso si chiude in se stessa e non esce più), improvvisi cambiamenti di umore (fasi di intenso cattivo umore si alternano a momenti di grande entusiasmo), comportamenti a rischio (alcuni giovani si lanciano in azioni spericolate sfidando troppo da vicino la morte), drastico abbassamento del rendimento scolastico e della motivazione allo studio, perdita o mancanza di amici.

Vi sono poi alcuni fattori che, con alla base alcuni degli indicatori precedenti, possono far presagire il rischio di un suicidio: perdere una persona cara, vivere con un senso di totale impotenza come se nulla abbia più importanza, essere ossessionati dalla morte, scrivere le proprie ultima volontà (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009). In conclusione, ci sono fattori scatenanti e fattori predisponenti che, sommandosi e potenziandosi, finiscono per creare una miscela esplosiva. È importante che non soltanto gli adulti, ma anche i ragazzi, conoscano questi segnali e vi prestino attenzione. Spesso, infatti, gli amici e i coetanei si trovano nella posizione migliore per notarli e salvare la vita di una persona cara. D’altra parte si può chiedere aiuto in tanti modi, anche solo con gli occhi, silenziosamente.

Qual è un modo per far durare un matrimonio? Litigare in modo costruttivo. Attraverso uno studio pubblicato sul Journal of Marriage and Family da un gruppo di studiosi americani dell’Università del Michigan si è constatato che far finta che non ci siano problemi molto spesso porta al divorzio. Anzi il rischio è più alto quando nella coppia uno dei due partner vuole discutere, ma l’altro preferisce lasciare perdere la conversazione.

Gli studiosi hanno esaminato i matrimoni di 373 coppie intervistate quattro volte nel corso di 16 anni, dal 1986 al 2002, rilevando che i coniugi che discutevano costruttivamente avevano tassi di divorzio più bassi. Dallo studio è emerso che il 29% dei mariti e il 21% delle mogli hanno riferito di non avere avuto nessun conflitto nel primo anno di matrimonio,  mentre quasi la metà delle coppie (il 46%) nel 2002 era divorziata  (Il Sole 24 ore, 7 ottobre 2010). Le coppie che cercano di litigare in maniera più “costruttiva”, cercando di immedesimarsi nei panni del coniuge, senza assumere atteggiamenti egoistici, tantomeno violenti, hanno una maggior probabilità di far funzionare il loro matrimonio, rispetto alle coppie che non amano litigare o lo fanno troppo violentemente.

In base a questa premessa si può affermare che litigare fa bene, ma bisogna saperlo fare nel modo giusto. A questo punto però è opportuno chiedersi: quando si litiga con le persone a cui si tiene in modo particolare, i sentimenti negativi si protraggono a lungo oppure possono svaniscono in breve tempo? Le modalità e l’esito di un litigio dipendono dalle caratteristiche della relazione. Se la relazione è di tipo cooperativo è più probabile che i partner utilizzino strategie costruttive, come la negoziazione e il compromesso, per trovare una soluzione positiva. Al contrario una relazione competitiva favorisce uno sviluppo negativo ed un’amplificazione del processo conflittuale.

Il conflitto può essere quindi condotto con modalità differenti che portano a esiti diversi. Gli stili costruttivi di conflitto possono portare ad una conclusione serena del litigio attraverso una riconciliazione emotiva che rassicura i partner e riafferma la positività del loro legame. Gli stili competitivi conducono prevalentemente a un esito negativo dato da un aumento delle questioni conflittuali che porta inevitabilmente la coppia a covare risentimento (Marta e Lanz, 2009).

In uno studio svolto su 2000 coppie, alcuni ricercatori hanno visto che i matrimoni sani non sono necessariamente privi di conflitti. Piuttosto, sono contrassegnati dall’abilità a riconciliare le differenze e a superare le critiche con affetto. Nei matrimoni di successo, le interazioni positive (sorridere, toccarsi, farsi complimenti, ridere) superano le interazioni negative (sarcasmo, disapprovazione, insulti) con un rapporto di almeno 5 a 1.

Quindi non sono le liti a predire il divorzio, ma piuttosto l’essere freddi e disillusi. Le coppie che hanno successo nel matrimonio hanno imparato a tollerare le reazioni istintive e le mortificazioni, a litigare con onestà (esprimendo i sentimenti senza insultare) e a depersonalizzare i conflitti con commenti come: “So che non è colpa tua”. Andrebbero meglio le relazioni infelici se i partner si mettessero d’accordo per agire di più come le coppie felici: lamentandosi e criticandosi meno? Convalidandosi e accettandosi di più? Riservando del tempo a dar voce alle loro preoccupazioni? Come gli atteggiamenti seguono i comportamenti, i sentimenti seguono le azioni? (Marta e Lanz, 2009).

Robert Stenberg (1988) ritiene che la passione di un idillio iniziale può evolvere in amore duraturo, ma occorre impegnarsi: “-Vivere felicemente anche dopo- non ha bisogno di essere un mito, ma perché diventi realtà la felicità deve essere basata su configurazioni diverse di sentimenti reciproci nei vari momenti di una relazione. Le coppie che si aspettano che la passione duri per sempre o che la loro intimità rimanga immodificata, si ritrovano deluse. Noi dobbiamo costantemente lavorare alla comprensione, costruzione e ricostruzione della nostra relazione d’amore. Le relazioni sono come edifici e si deteriorano nel tempo se non vengono conservate e migliorate. Non possiamo aspettarci che una relazione si prenda semplicemente cura di se stessa, non più di quanto possiamo aspettarci da un edificio. Piuttosto, dobbiamo prenderci la responsabilità di rendere la nostra relazione la migliore possibile”.

Un ultimo semplice consiglio: quando si discute, non bisogna mai andare a letto senza che la lite sia stata risolta. Covare la rabbia fa sì che il rancore aumenti e che la relazione vada via via deteriorandosi.

L’AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome  o in italiano Sindrome da Immunodeficienza Acquisita) costituisce uno dei principali problemi per la salute pubblica. Questa malattia dal decorso infausto presenta due caratteristiche peculiari e correlate: 1) può insorgere a seguito di comportamenti irrazionali e autodistruttivi; 2) si può prevenire grazie a interventi psicologici. L’AIDS è una malattia nella quale il sistema immunitario dell’organismo è gravemente compromesso dall’HIV (virus dell’immunodeficienza umana), e ciò espone l’individuo a un rischio elevato nei confronti di malattie letali, quali il sarcoma di Kaposi, forme rare di cancro linfatico e una grande varietà di pericolose infezioni funginee, virali e batteriche. In termini strettamente medici, le persone non muoiono di AIDS, ma a causa delle infezioni e delle altre malattie fatali alle quali l’AIDS rende vulnerabili.

L’HIV si trasmette da una persona all’altra per lo più attraverso pratiche sessuali a rischio, indipendentemente da quale sia l’orientamento sessuale. L’HIV è presente nel sangue, nel liquido seminale e nelle secrezioni vaginali e può essere trasmesso solo quando i fluidi infetti entrano a contatto con il sangue e penetrano nel flusso sanguigno. L’HIV non si trasmette attraverso contatti sociali casuali. Tra i tossicodipendenti che si iniettano sostanze per via endovenosa, la condivisione di siringhe non sterilizzate può far sì che il sangue infetto da HIV di una persona passi nell’apparato circolatorio di un’altra. I bambini nati da madri sieropositive sono a rischio, perché il virus può superare la barriera della placenta e infettare il feto.

Il rischio è elevato nelle persone che abusano di droghe, anche di quelle che non vengono iniettate, probabilmente perché gli effetti delle droghe possono compromettere la capacità o la volontà di una persona di considerare le conseguenze del proprio comportamento. Negli Stati Uniti inizialmente si proclamò che l’AIDS era la malattia degli omosessuali maschi, ma in realtà da numerosi dati emerge che l’infezione è in aumento anche negli eterosessuali, sia maschi che femmine (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2008). In Africa e in parti dell’America Latina, l’AIDS colpisce principalmente gli eterosessuali, e in tutto il mondo donne sieropositive (ossia donne che hanno contratto l’infezione da HIV) danno alla luce bambini sieropositivi. Le seguenti statistiche danno un’idea della portata del problema.

Secondo i dati del rapporto Unaids 2010, nel 2009 erano 33,3 milioni le persone affette da HIV, di cui più di 30 milioni nei Paesi a basso e medio reddito, e oltre 1000 i bambini che ogni giorno si sono infettati. Si stima che nel 2009 le persone contagiate siano state 2,6 milioni e i decessi per malattie legate all’AIDS 1,8 milioni. Il Centro operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità stima che in Italia siano 150 mila le persone affette da HIV e circa 22 mila quelle affette da AIDS. Un sieropositivo su quattro non sa di essere infetto. Rispetto a venti anni fa, grazie ai progressi delle nuove terapie farmacologiche antiretrovirali, è aumentato il numero delle persone sieropositive viventi ed è diminuito il numero di persone infettate (circa 4 mila all’anno).

Riguardo alla prevenzione dell’AIDS, si presume che la modalità migliore consista nel cambiamento del comportamento. La psicologia sociale suggerisce che diverse strategie possono costituire la base di efficaci interventi di prevenzione:

-          fornire informazioni accurate sulla trasmissione dell’HIV;

-          spiegare chiaramente quali sono i rischi per la persona (ad esempio, coloro che hanno molti partner sessuali corrono rischi maggiori;);

-          identificare i segnali di situazioni ad alto rischio (ad esempio, il consumo di alcolici in una situazione sessualmente stimolante è associato ad un comportamento sessuale a più alto rischio);

-          fornire istruzioni per l’uso corretto dei profilattici, includendo istruzioni su come “erotizzarne” l’uso (suggerendo modi nei quali il profilattico può essere vissuto come sessualmente eccitante). Inoltre, porre l’accento sul fatto che usare i profilattici dà alle persone un certo grado di controllo sulla loro salute;

-          fornire un addestramento nelle abilità sociali che comprenda l’assertività sessuale (ad esempio, la capacità di resistere alle pressioni volte a ottenere un rapporto sessuale oppure quella di insistere con il partner perché si pratichi sesso sicuro) e altre competenze comunicative in grado di aiutare a preservare la relazione (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2008).

Bisogna anche dire che purtroppo la conoscenza dei danni che qualcosa può procurare non è affatto una garanzia del fatto che si eviterà di mettere in atto proprio quel comportamento nocivo. Perché non è sufficiente informare le persone con chiarezza, soprattutto se è evidente che determinati comportamenti sono pericolosi? Molte persone, ad esempio, pur sapendo che l’uso del profilattico riduce notevolmente il rischio di contrarre l’HIV, spesso evitano di adoperarlo perché ricorda loro una malattia che vogliono tenere mentalmente lontana da sé oppure perché preferiscono non prendere in considerazione il problema quando stanno per avere un rapporto sessuale. Altri arrivano a convincersi che il loro sistema immunitario è sufficientemente forte da respingere il contagio. Pertanto è fondamentale sviluppare programmi di prevenzione che siano efficaci già tra gli adolescenti, i nuovi adulti di domani.

Gli adolescenti si trovano sospesi in un mondo che fa loro abbandonare l’età infantile per approdare gradualmente in quella adulta. Il percorso è lungo e difficile e spesso i giovani cercano delle scorciatoie, come quella di fumare, per sentirsi grandi. Il fumo assume per alcuni adolescenti la funzione di affermazione anticipata dell’essere adulto.

Il fumare rappresenta un comportamento, criticato dal punto di vista della salute ma accettato nel mondo degli adulti, pertanto gli adolescenti ritengono che il fumo sia il modo facile di potersi affermare nella società in qualità di adulti. Molte ricerche infatti indicano che c’è un’alta correlazione tra i ragazzi che fumano e che mettono in pratica altri comportamenti a rischio, come avere rapporti sessuali precoci e fare uso di alcol (Bonino, 2005).

I ricercatori hanno riscontrato che sono più inclini a fumare i giovani che sembrano più smarriti nel loro mondo adolescenziale e meno capaci di trovare soddisfazione in altri campi. Sono ragazzi che hanno meno sostegno e regole da parte della famiglia d’origine e non mettono in pratica progetti tesi a valorizzare la propria autostima e a dare un senso di progettualità alla propria vita e al proprio futuro. Infatti questi giovani hanno spesso una visione negativa e pessimistica del futuro, in cui non vedono prospettive di realizzazione personale.

Gli adolescenti che non usano il fumo per anticipare l’età adulta, pare che vivano meglio il periodo dell’adolescenza, guidati dalla famiglia. Sono giovani che pensano di seguire un percorso scolastico lungo, trovando soddisfazione in ciò che fanno e con stimoli legati alla vita futura. Per loro il periodo dell’adolescenza è vissuto con meno conflittualità e pertanto con minore voglia di anticipare i comportamenti adulti, come il fumare (Bonino, 2005).

Gli adolescenti che non fumano hanno un approccio più positivo alla scuola rispetto a coloro che fumano che invece hanno risultati peggiori. In sostanza i giovani non fumatori vivono meglio la loro condizione di studenti da cui traggono soddisfazione, oltre ad avere un rapporto con la famiglia positivo e sereno che offre loro la possibilità di confrontarsi e riuscire a seguire le regole date loro dagli adulti. Ciò non li rende dipendenti in senso negativo, ma piuttosto capaci di poter fare determinate esperienze nell’età giusta. Infatti i giovani che assumono anticipatamente il ruolo da adulto, lo pagano poi a lungo termine, in quanto costituirà un limite a realizzazioni migliori e più fruttuose.

I ricercatori ritengono che i giovani che non hanno bisogno di affermarsi attraverso il fumo ed altri comportamenti da adulti, sono in grado di vivere altre forme più mature che riguardano la sfera degli adulti, come: assumersi le responsabilità, avere la capacità di progettare il futuro, sviluppare la partecipazione sociale. Un aspetto interessante è che i giovani che scelgono di anticipare l’età adulta adottando comportamenti come il fumo, quasi sempre lo fanno all’insaputa dei genitori. Questo atteggiamento trasgressivo si associa anche al rischio che crea eccitazione. Nonostante la tendenza  all’omogeneità di comportamento tra i due sessi, nelle femmine sembra assumere una vena più trasgressiva.

Vi è un’alta correlazione tra tutti i comportamenti a rischio e ciò significa che non si presentano in forma isolata, ma piuttosto come una costellazione di comportamenti simili che portano a seguire un determinato stile di vita (Bonino, 2005). Nella decisione di iniziare a fumare, fondamentale è l’approvazione del gruppo e il fatto che gli amici fumino. Il fumo in questo frangente non è un comportamento solitario, ma di gruppo, tanto da portare i fumatori a non avere amici che non fumano.

Ciò conferma il fatto che i giovani tendono a rafforzare la propria identità scegliendo amici e compagni simili a se stessi. Di conseguenza, i gruppi si costituiscono e tendono a differenziarsi sempre più in base a questa caratteristica e crescendo i fumatori hanno un numero sempre più alto di amici fumatori. Il fumare inoltre sembra facilitare l’inserimento nel gruppo, al punto che i ragazzi che non fumano si sentono più facilmente tagliati fuori dalle attività svolte dai ragazzi della loro età, temono di non riuscire a farsi degli amici e si sentono socialmente più incerti.

Il fumo è un modo per fare cose da grandi e non più da bambini. In questo senso il fumo viene inteso come un rito di legame, come modalità ritualizzata di entrare in relazione con il gruppo, di unire i partecipanti e di accomunarli. Il fumo infatti condivide molti dei tratti dei comportamenti ritualizzati, caratterizzati da ridondanza, esagerazione e semplificazione del gesto. Pensiamo alla sequenza rituale del fumo: dalla richiesta o dall’offerta, all’accensione, all’inalazione, allo sbuffo, allo scambio della sigaretta accesa.

Gli adolescenti provenienti da famiglie con uno stile educativo permissivo risultano maggiormente coinvolti nel fumo; al contrario uno stile educativo autorevole svolge un ruolo protettivo, sia riguardo al coinvolgimento che allo smettere di fumare. È fondamentale la copresenza del sostegno empatico e della fermezza genitoriale tale da indurre una minore esigenza di trasgressione, un minore orientamento verso il gruppo e una maggiore accettazione della propria condizione adolescenziale (Bonino, 2005).

In conclusione, è chiaro come i giovani nel periodo dell’adolescenza cerchino in ogni modo di mettere in atto comportamenti (che andranno a sedimentarsi nell’età adulta) che permettano loro di affermare la propria identità e di costruire una rete di relazioni sociali e affettive. Ci sono giovani che riescono a raggiungere tali obiettivi senza mettere in pericolo la propria vita, mentre altri optano per i comportamenti a rischio. È per questo motivo che sono fondamentali le attività di promozione della salute e di prevenzione dei comportamenti che mettono a repentaglio il proprio benessere, messi in atto nelle scuole e nelle famiglie attraverso il dialogo, il confronto, l’esempio e la condivisione.

200334249-003Al giorno d’oggi, visti i dati allarmanti del numero di divorzi, convivere prima di sposarsi può essere una buona idea. Intendiamoci, non protegge dal fallimento del rapporto ma è un utile predittore del grado di adattabilità della coppia. Successivamente due persone possono decidere di proseguire nella convivenza oppure possono pensare di sposarsi, considerando che comunque alla base della convivenza e del matrimonio vi è un progetto di vita comune che è lo stesso sia che ci si sposi sia che si conviva.

I problemi sorgono quando i partner la pensano diversamente. In un contesto così importante di impostazione del rapporto a lungo termine, una divergenza di vedute può essere un ostacolo insormontabile se uno dei due non va incontro all’altro. È proprio vero che avere una fede al dito non cambia il rapporto? I sentimenti non mutano, ma a livello psicologico per il partner che crede nel matrimonio è una prova importante.

La tradizione vuole che sia l’uomo a chiedere alla compagna di sposarsi, anche se poi molte persone decidono a tavolino valutando i pro e i contro della decisione, come gli aspetti economici, di tutela dei figli e del partner. Ma cosa accade se l’uomo non si decide a fare la proposta alla compagna? Molte donne accettano la situazione e proseguono la convivenza, altre fanno presente il loro desiderio di sposarsi.
Quali sono le motivazioni più frequenti che stanno dietro al desiderio di matrimonio di una donna? L’idea del rapporto romantico e della dichiarazione d’amore per tutta la vita è un elemento che affascina tutte le donne. Chi non sogna di avere una proposta di matrimonio unica e romantica che si ricordi per tutta la vita?

Le donne convinte del loro rapporto di convivenza hanno un approccio con il partner diverso da quelle che invece vorrebbero sposarsi e che non possono perché il partner non vuole. Ad esempio si nota nel modo di chiamarsi. Mi è capitato di sentir dire da una donna convivente con figli in merito al partner: “Non so come chiamarlo…il mio fidanzato, il mio compagno…”. Era leggermente imbarazzata e negli occhi aveva un velo di tristezza per non essersi sposata. Chi invece è sicura della sua scelta si rivolge al partner chiamandolo: “mio marito”, considerandosi sposata comunque.

A livello psicologico quanto la delusione di non sposarsi può pesare in un rapporto di coppia? E soprattutto, quando un uomo dice di amare una donna e sa che lei desidera il matrimonio, ma comunque non si vuole sposare, cosa significa? Non è veramente innamorato? Non è la persona giusta? C’è molto da riflettere perché qualsiasi motivazione al “non matrimonio” sarebbe secondaria rispetto al sentimento verso l’altra persona.

Tutto sta a come la donna vive la reticenza dell’uomo rispetto al matrimonio. Il rischio maggiore è per le donne che sognano un amore romantico e che sono un po’ insicure. A lungo andare accettare un compromesso imposto dal partner può nuocere alla serenità della relazione senza che ci sia un’immediata consapevolezza. Piano piano l’insicurezza e il disagio prenderanno il sopravvento in varie situazioni con discussioni frequenti anche sulle cose più banali, fino a che il rapporto non si sarà logorato.

In questi casi è davvero importante per un uomo soffermarsi sui propri desideri e sulle conseguenze delle proprie scelte. Se è tanto restio a compiere un passo così importante, magari ha delle riserve sul rapporto e allora è bene che faccia chiarezza dentro di sé. In certi casi c’è il rischio di vivere un rapporto “con riserva”, come se si avesse paura di un legame forte come il matrimonio per paura che possa finire e dover ricorrere alle vie legali per sciogliere il legame.

D’altra parte la donna può interpretare questo atteggiamento come: “sono innamorato di te, ma non abbastanza da mettere da parte le mie reticenze, non abbastanza da sposarti”. E forse è proprio così: la verità è che non gli piaci abbastanza?

Oggi nessuna donna crede più al principe azzurro e tanto meno che arrivi al galoppo sul cavallo bianco, ma piuttosto se lo immagina arrivare in scooter o in macchina, disordinato, in ritardo, ma mai nelle sue fantasie l’uomo le dice: “non mi voglio sposare”. Anzi, se un uomo ama davvero una donna e non la vuole perdere, non solo deciderà di sposarsi, ma sarà felice di farlo godendo anche della felicità di lei.

coppia-4-436_jpg_415368877Uno dei presupposti affinché una relazione abbia lunga vita è la sincerità. Ciò presuppone che tra due partner vi sia fiducia, stima, rispetto e lealtà. Tutto ciò ha chiaramente un prezzo, non si può pensare che tutto si riduca all’essere sinceri! Anzi, è necessario essere forti e disposti al confronto perché quando si è genuini fino in fondo bisogna anche essere pronti ad accettare la risposta dell’altro. Troppo comodo è il meccanismo per cui se la risposta del partner non è quella desiderata, successivamente si tenderà a optare per l’omissione o per la bugia “innocente”. Questo avviene quando in un rapporto si vuole continuare a vivere secondo le proprie abitudini senza sacrificare nulla per il bene della coppia.
Quando in una relazione si inizia a percorrere la strada della menzogna, poi è difficile e complicato tornare indietro. Si dovrebbero confessare le falsità, più o meno gravi che siano, sperando che l’altro sia comprensivo, ma con la consapevolezza che il danno potrebbe essere irreparabile se non si ha intenzione di cambiare. D’altra parte che tipo di rapporto si può vivere laddove esso sia impostato sulla menzogna? Mentire è faticoso e necessita di un dispendio di energie mentali ed emotive. Forse in un rapporto superficiale può risultare gravoso all’inizio, ma con l’abitudine diventerebbe normale, quasi divertente.
In un rapporto importante potrebbe verificarsi il processo opposto: a lungo andare la menzogna inizierebbe a risultare pesante, fino a portare alla decisione di confessare. Questo passaggio potrebbe essere anche positivo, se il bugiardo decide di cambiare registro e di basare il suo rapporto sulla sincerità. Ciò prevede un immediato confronto con il partner e colui che ha mentito deve essere pronto ad ascoltare la reazione dell’altro e a mettersi in gioco.
Al contrario, che rapporto è se non si accetta il confronto e non si media per trovare una giusta soluzione? Per fare questo è necessario avere una buona dose di autocritica, perché non sempre ci si rende conto degli errori e delle azioni che feriscono il partner e creano crepe nel rapporto che a lungo andare diventano difficile da sanare. D’altra parte ogni coppia ha bisogno del suo tempo per crescere, maturare e trovare i giusti compromessi che possono rendere l’unione solida e duratura.
Il tema della verità in una relazione non è facile, perché presuppone di dover scendere a dei compromessi e a fare delle rinunce per il bene della coppia. Ciò può sembrare di primo acchito come qualcosa di difficile attuazione. Ma forse non è così. Proviamo a pensare alla qualità di vita che ha la persona che vive nella menzogna. Il suo stato di benessere sarà probabilmente inferiore rispetto a chi avrà impostato la sua vita e i suoi rapporti sulla verità, ma probabilmente il bugiardo non se ne rende nemmeno conto.
Questo perché egli si nutre delle sue bugie, costruisce un mondo parallelo che gli permette di vivere con più energie quello “reale”. In questo modo ha la sensazione di affermarsi nel mondo, come se così riuscisse a vivere più vite contemporaneamente, senza peraltro tuffarsi pienamente in un percorso sentimentale importante e soddisfacente.
Può anche darsi che ciò si riveli l’ennesimo espediente per non accettare la realtà delle cose, come la mancanza di un rapporto per cui valga la pena rischiare di dire tutta la verità, mettendosi a nudo. Se si mente a se stessi, si mentirà quasi sicuramente anche agli altri. Ciò equivale anche all’essere coerenti con quanto si afferma e al desiderio di sviluppare il senso della coppia e del “noi”. Tali premesse rendono un legame sempre più forte nel tempo grazie alla voglia di ammettere le proprie debolezze e a cercare nell’altro un punto di riferimento per risolverle. Ciò implica rispetto, fiducia, serenità, voglia di crescere insieme e di capire come mai si ha bisogno di mentire e perché si ritiene che tale azione sia assolutamente necessaria.
Chi è abituato a mentire deve comprendere, da solo o con l’aiuto di uno specialista, che ciò rende difficile non solo la sua vita, ma anche il rapporto di coppia, perché il rischio di recidiva è alto se non ha ben compreso le sue motivazioni alla bugia e non ha deciso che è ora di cambiare.
In questo senso è importante la sincerità. Anzi bisogna cercare la verità a tutti i costi. Sincerità e verità sono valori così importanti e positivi che possono portare solo qualcosa di buono in un rapporto. È giusto cercare la verità dentro se stessi, il perché di determinate scelte di vita passate, presenti e di intenti futuri. E quando si scopre o si ha la sensazione che qualcosa non va dentro se stessi, allora bisogna fermarsi, guardarsi dentro senza paura e andare a fondo del problema. Solo così si avrà ancora il coraggio di sognare.
3 Febbraio 2011 at 11:05 e taggato , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink