L’ultima notte di ottobre è dedicata ad una festa che ormai ha un grande riscontro anche in Italia, cioè Halloween.

Già da molti giorni le vetrine dei negozi sono addobbate con pipistrelli, zucche, scheletri, vampiri, streghe, ragnatele, fantasmi, ecc.

I bambini non aspettano altro che mascherarsi con costumi mostruosi e giocare chiedendo: “dolcetto o scherzetto?” (“trick or treat”).

Ma Halloween non è una festa solo per bambini, perché anche molti adulti si divertono a travestirsi da macabri personaggi.

Cosa attrae così tanto adulti e bambini in questa festa?

Innanzitutto è un modo per avvicinarsi e di toccare con mano le proprie paure più recondite in modo scherzoso. Spaventare e spaventarsi per gioco ad Halloween può avere un effetto quasi terapeutico rispetto alle nostre paure più innate, come la paura della morte, la paura dell’ignoto e la paura del buio.

La possibilità di scherzare su questi temi e sapere che non accadrà nulla è un modo per dominare tali paure.

Inoltre, il travestimento di per sé può celare il desiderio di impersonare qualcun altro ed in particolare assumere le sembianze di una strega, di un fantasma, di uno zombie, di un diavolo, di un vampiro, ecc. può servire ad esternare in modo innocuo una parte di noi che normalmente è celata e che invece rappresenta il lato più nascosto e trasgressivo che invece in questo modo può essere manifestato.

Molti genitori però temono che una festa del genere possa impaurire i loro figli e far emergere nei loro sogni mostri e figure terribili che nell’immaginario collettivo è meglio tenere lontani dai più piccoli.

In realtà, il voler impersonare un mostro o un personaggio lugubre oppure giocare con teschi, ragnatele, ragni e pipistrelli può avere tutt’altro che un effetto negativo. Infatti, immedesimarsi in un’altra identità è un aspetto del gioco che dovrebbe essere sempre presente nel gioco dei bambini dai 3 anni in su. È da questa età in avanti che il bambino gioca con la fantasia e si diverte a “fare finta di” essere un protagonista delle fiabe piuttosto che un animale o un personaggio della notte o dei propri sogni.

Halloween asseconda proprio questo aspetto ludico dei bambini: giocare con altre sfaccettature della propria fantasia senza paura che accada qualcosa. Halloween aiuta a esorcizzare le proprie paure. Il bambino potrà scegliere di travestirsi proprio del personaggio che più lo spaventa oppure che più lo affascina; in ogni caso egli ne assumerà le vesti sapendo di essere al sicuro perché conscio della dimensione scherzosa della festa.

Questa festa affascina grandi e piccini perché è ricca di un simbolismo macabro che normalmente viene tenuto lontano, ma che per questa occasione si tocca con mano. Proprio grazie ai rituali della notte del 31 ottobre, Halloween si arricchisce di una funzione liberatoria rispetto a tutte le proprie paure. In questo modo affrontiamo la paura della morte, la tocchiamo e la sconfiggiamo. La morte è qualcosa di cui bisogna avere rispetto. Avere troppa paura della morte può solo impedire di vivere con serenità e avventura la vita.

Proprio questa paura che da sempre accompagna il concetto di morte ha fatto sì che il nostro immaginario creasse un momento in cui i morti possono tornare tra i vivi, ed è ciò che dovrebbe accadere magicamente la notte di Halloween.

Halloween rappresenta quindi la festa che più di ogni altra serve ad esorcizzare il più antico dei sentimenti: la paura, in particolare della morte.

Proprio per questo motivo, è importante che i bambini imparino a parlare delle proprie paure, così da poterle affrontare ed esorcizzare.

In che modo? Il travestimento e la messinscena portano il bambino a fare proprio un mondo altrimenti sconosciuto, come quello dell’ignoto e dell’occulto. Proprio parlare, rappresentare e raccontare di un mondo affollato di mostri permette di non viverlo più come tale.

Uno dei rituali della notte di Halloween è di tenere le lanterne accese per allontanare gli spiriti maligni ed impedire alla morte di portare l’oscurità. In particolare, la notte del 31 ottobre si espongono le zucche illuminate. La zucca, detta anche jack-o-lantern, assume una connotazione sovrannaturale grazie alla leggenda di Jack che insegna come le forze dell’occulto nulla possano contro la ragione. Proprio l’intelligenza permise al fabbro Jack di salvarsi dal diavolo. Secondo la leggenda, alla morte di Jack, il demone diede all’uomo un tizzone di fuoco eterno che egli adagiò all’interno di una zucca vagando tra le anime disperse.

Proprio la lampada a forma di zucca oggi è il simbolo di un mondo sconosciuto che si può affrontare senza paura.

L’avvento di internet e dei social network ha fatto sì che questi ultimi siano diventati lo strumento attraverso il quale molte persone, soprattutto i giovani, possano esprimere se stesse con la possibilità di condividere il proprio mondo con gli altri. D’altra parte i social network hanno creato un terreno ideale per lo sviluppo in altra forma di molti problemi dei giovani, come il bullismo che diventa cyberbullismo laddove è generato nella rete.

Il cyberbullismo sfrutta la comunicazione digitale ed in questo modo il cyberbullo ha l’opportunità di rimanere anonimo oppure di fingersi qualcun altro, avendo così la possibilità di non uscire allo scoperto, anche se ogni comunicazione digitale lascia comunque delle tracce, rendendo vani i tentativi di rimanere anonimi (Tonioni, 2014).

Il cyberbullo, spalleggiato dai molti spettatori, non pone limiti alle persecuzioni nei confronti della sua vittima.

Le modalità digitali usate per denigrare, ridicolizzare oppure offendere sono molte e per lo più sconosciute agli adulti.

Una prima modalità si chiama “flaming” sono litigi online caratterizzati da termini violenti e volgari che possono coinvolgere una singola persona o un gruppo di amici.

L’”harassment” è la spedizione ossessiva e ripetuta di messaggi denigratori fino a diventare una vera e propria molestia.

Put down” significa denigrare qualcuno attraverso email, sms, post, con l’obiettivo di ledere la reputazione della vittima agli occhi degli altri.

Masquerade” riguarda la sostituzione di persona con lo scopo di spedire messaggi a nome altrui, dopo essere entrati nel suo account o pubblicare contenuti offensivi o volgari che screditano la vittima.

Exposure” è la rivelazione di informazioni inventate o estorte sulla vita privata della vittima senza che questa possa rimediare in alcun modo.

Trickery” si manifesta come un tradimento affettivo, in quanto si ottiene la fiducia della vittima che in buona fede rivela confidenze del suo privato che prontamente vengono messe in piazza dal bullo.

Exclusion” si verifica quando una persona viene esclusa bruscamente e con intenzione da un gruppo online, una chat o un gioco interattivo.

Cyberstalking” è un invio ripetuto di messaggi denigratori, comprese minacce esplicite, che hanno lo scopo di impaurire la vittima e che possono sfociare in episodi di aggressione fisica.

Cyberbashing” si verifica quando la vittima viene aggredita o molestata mentre altri riprendono la scena con la telecamera del cellulare. Le immagini vengono poi postate in rete, visibili a tutti e commentate (Tonioni, 2014).

Nell’ambiente scolastico è difficile scrollarsi di dosso determinate etichette, così la vittima inizia a soffrire fino a manifestare stati d’ansia, disistima, depressione, abbandono scolastico e, solo nei casi più gravi, anche il suicidio. Dal canto suo, il bullo diventa schiavo della sua aggressività e del ruolo che si è costruito.

Il fulcro del cyberbullismo sta in un difetto della comunicazione affettiva tra figli e genitori. In particolare l’assenza genitoriale bullizza i bambini e gli adolescenti, cioè li rende incapaci di gestire le emozioni provate e di esprimerne il significato a parole. Sia le vittime sia i bulli non sanno tradurre a parole ciò che provano. In certi casi, non riescono nemmeno a capire quello che provano tanto da dissociarsi da determinate situazioni negative: i bulli da quello che fanno e le vittime da ciò che subiscono.

I genitori di un piccolo bullo avranno l’inclinazione a giustificare il suo comportamento, negando i problemi e mostrandosi risentiti, perchè considerano il figlio vittima della situazione. I genitori di una piccola vittima, invece, proveranno paura e ansia per il figlio, impegnato nelle prime relazioni sociali, e una sorta di diffidenza nei confronti degli altri bambini e delle loro famiglie. In entrambi i casi, i genitori si sentono in colpa e spesso chiedono continue conferme a educatori e insegnanti sul fatto che il loro figlio non abbia problemi, il che mostra come comportamenti opposti possano avere la stessa radice (Tonioni, 2014).

Per questi motivi tutta la società può e deve dare il suo contributo perché il cyberbullismo rappresenta un problema sociale che riguarda non solo le parti coinvolte, ma tutti coloro che perseguono nella loro vita l’educazione e il rispetto per gli altri. In quest’ottica non bisogna abbassare la soglia di attenzione nei confronti dei bulli che altrimenti sono portati a pensare di poter agire indisturbati.

Fondamentale è la prevenzione che da una parte aiuta ad identificare immediatamente quei piccoli segnali di bullismo che potrebbero evolversi in un vero e proprio comportamento delinquenziale del bullo, e dall’altra riduce il rischio che la vittima possa sviluppare problemi legati alla sfera affettiva e relazionale.

Spesso si dice che gli adulti dovrebbero vivere la vita con più spensieratezza, nonostante i tanti problemi, e tornare ad essere un po’ bambini sia per se stessi sia per i loro figli. Quale periodo migliore del Carnevale può essere l’occasione giusta per mettere in pratica questo consiglio? Il termine Carnevale deriva dal latino carnem levare, che significa letteralmente “eliminare la carne”, poiché anticamente indicava il banchetto che si teneva l’ultimo giorno di Carnevale (martedì grasso), subito prima del periodo di astinenza e digiuno della Quaresima, cioè dal giorno successivo alla fine del Carnevale sino al giovedì santo prima della Pasqua.

Il Carnevale si festeggia in tutto il mondo con manifestazioni più o meno importanti. In alcuni Paesi è una vera e propria tradizione come a Rio de Janeiro dove le persone preparano nei vari quartieri le coreografie che accompagnano la sfilata dei carri. In questo periodo Rio diventa una immensa pista di samba con persone vestite con costumi sfavillanti e coloratissimi. Anche a Venezia il Carnevale è un periodo di grande suggestione, quando nelle piazze e tra le calli si possono ammirare personaggi con costumi settecenteschi bellissimi che pare di tornare indietro nel tempo. Un’altra città dove c’è una grande tradizione del Carnevale è Viareggio dove si assiste alla spettacolare sfilata dei carri allegorici con personaggi di cartapesta alti fino a 20 metri che spesso rappresentano caricature di personaggi politici. Anche a Ivrea, Cento e Foiano vengono organizzate bellissime manifestazioni carnevalesche.

A livello psicologico cosa c’è dietro questa festa? Indubbiamente indossare una maschera prevede il concetto di cambiare la propria identità per sostituirla con un’altra. È interessante la scelta del personaggio di cui si sceglie di assumere le sembianze perché può celare desideri nascosti, può dare la possibilità di infrangere le regole e di uscire dal proprio ruolo di tutti i giorni per spezzare la routine. Con indosso una maschera ci si può sentire più liberi di esprimere un lato di se stessi tenuto nascosto anche per paura di essere giudicati dagli altri. Invece la maschera funziona come una sorta di protezione e di giustificazione per mettere in atto comportamenti che altrimenti non verrebbero mai effettuati. Ad esempio, la persona che ha sempre un atteggiamento professionale e serio, potrebbe avere la possibilità di lasciarsi andare, ballare, ridere, scherzare, andare un po’ fuori dalle righe, senza per questo sentirsi in imbarazzo. La persona timida proverà ad interpretare un ruolo particolarmente ardito e sexy, così come i più seri potranno scegliere di essere un supereroe, ecc. In questo senso la scelta della maschera non è casuale, ma ha sempre delle caratteristiche che più o meno consapevolmente appartengono a chi la sceglie ma che raramente manifesta nel quotidiano. Mascherarsi è un modo diverso di cogliere alcuni aspetti nascosti della propria personalità e per riflettere sulla propria identità.

Ci sono anche molte persone che non amano il Carnevale e tanto meno vestirsi in maschera. Le motivazioni sono le più disparate, ma in linea di massima esse temono il giudizio degli altri, non riescono a lasciarsi andare, hanno il timore di apparire ridicole o inappropriate oppure di non essere accettate una volta mostrato un altro aspetto di se stesse più inusuale. Le maschere da indossare possono essere le più disparate, ma ognuna ha caratteristiche ben precise e diverse dalle altre, fornendo una connotazione unica alla persona che ne veste i panni.

Proviamo ad individuare il significato di alcune maschere per gli uomini e per le donne. Colei che sceglie di travestirsi da “bambina” spesso ha il desiderio di tornare alla sua infanzia e comunque di fuggire da una realtà forse un po’ pesante da sostenere; la donna romantica, che sogna ad occhi aperti, che crede al principe azzurro, ma che purtroppo troppo spesso deve fare i conti con la realtà potrà scegliere di essere una “fata” o una “principessa”; coloro che desiderano spezzare l’immagine di brava ragazza a favore di una figura che non abbia tabù potranno scegliere la maschera da “diavolessa”; le donne che si vestono da “gatta”, “pantera”, “leonessa” vogliono essere sensuali ma con un pizzico di indipendenza, ribellione e libertà; chi è affascinata da usanze di popoli lontani e vuole mostrare una sensualità più etnica può interpretare la “danzatrice del ventre”; sceglierà di vestire i panni di “Cleopatra” o di una “regina” la donna che ha un modo più superbo e altero di mostrare la propria femminilità. Vestirsi da “pagliaccio” indica sia negli uomini che nelle donne una personalità simpatica, estroversa, che ama mettersi in gioco e che sa dare il giusto peso ai problemi.

L’uomo che sceglie di travestirsi da “soldato” o “combattente” forte e senza paura mette in evidenza caratteristiche sopite come desiderio di avventura e di rivalsa; colui che opta per un “supereroe” può suscitare simpatia perché emerge comunque un lato infantile e fantasioso per l’uso dei superpoteri; l’uomo che decide di vestirsi da “donna” non teme il giudizio degli altri e sa mettersi in gioco; chi si traveste da “re” ha bisogno di poter dire ciò che vuole in totale libertà; chi sceglie beniamini del popolo come “Zorro” o “Robin Hood” vuole sentirsi apprezzato per la sua bontà, onestà e senso della giustizia.

Il Carnevale solitamente è una festa molto amata dai giovani e dai bambini. Se dovesse capitare che un adolescente o un bambino non abbiano voglia di mascherarsi è bene non insistere. D’altra parte è divertente far scegliere il personaggio da interpretare oppure proporre una maschera fai da te che possa stimolare la creatività dei più piccoli. I bambini privilegiano i protagonisti delle fiabe, dei cartoni o dei film che amano di più oppure all’opposto possono scegliere di vestire i panni di un personaggio che di solito li spaventa o di un animale feroce che li affascina. Indipendentemente da quale maschera si decida di indossare l’aspetto più interessante del Carnevale è avere la possibilità di mettere da parte i panni che si indossano tutti i giorni per vivere per qualche ora con regole e sembianze diverse, ma anche con una nuova energia che con i vestiti abituali non sarebbe possibile provare.

Il normale andamento del sonno può essere disturbato ed interrotto dall’incubo, un sogno angosciante associato a reazione fisiologiche come tachicardia, sudorazione e tachipnea (accelerazione del ritmo del respiro). Il malcapitato, vittima del brutto sogno, si sveglia nel cuore della notte sudato, disorientato, spaventato e con il cuore che batte forte tanto da avere poi difficoltà a riaddormentarsi. Solitamente l’incubo emerge in una fase di sonno molto profondo ed è caratterizzato da immagini vivide ed emotivamente forti, tanto da svegliare la persona di soprassalto. L’incubo è sempre molto verosimile tanto da apparire reale anche dopo il risveglio. A volte i brutti sogni possono essere ripetuti più volte in una sola notte, spesso con temi ricorrenti. L’incubo può presentarsi in modo isolato indicando un malessere associato ad un evento recente oppure può ripetersi più volte nell’arco del tempo stando ad indicare un disagio profondo legato ad eventi del passato. Questa tipologia di sogni con risvolti negativi evidenzia molteplici elementi dell’inconscio che altrimenti non sarebbero presi in considerazione con il giusto peso: un periodo in cui si vive male la quotidianità, la voglia di sbloccare una situazione che crea disagio, aggressività repressa, voglia di un cambiamento profondo nella propria vita.

Per evitare che i brutti sogni si ripetano con troppa frequenza si possono seguire alcuni accorgimenti come: consumare una cena leggera, evitare di guardare film thriller o drammatici alla televisione e di leggere libri dalla trama ricca di tensione e contenuti noir, ascoltare musica distensiva, rendere il clima in casa sereno e accogliente, fare un bagno caldo e profumato, bere una tisana calda e rilassante prima di dormire. Gli incubi più comuni comprendono le seguenti tematiche: precipitare nel vuoto; trovarsi al buio; essere sopraffatti da mostri, rettili, insetti; non riuscire a urlare; sentirsi paralizzati; morire; essere malati; essere inseguiti; essere traditi dal partner; essere uccisi; essere abbandonati; ecc. Gli incubi, soprattutto se diventano frequenti e se raggiungono un’intensità tale da turbare i pensieri diurni, sono la spia di un malessere che va indagato.

Per prima cosa è bene compredere le cause alla base degli incubi. È quindi necessario fare una valutazione medica per capire se essi sono la conseguenza dell’assunzione o della brusca interruzione di alcuni medicinali oppure se sono collegati all’abuso di alcol o droghe oppure ad altre patologie. In generale, gli incubi possono essere causa di una cattiva digestione, di una malattia o di altri disturbi a livello fisiologico, ma nella maggior parte dei casi hanno un’origine psicologica e forniscono indicazioni sul proprio inconscio. Il brutto sogno infatti può essere un processo di elaborazione delle emozioni negative. Per la maggior parte delle persone gli incubi si rivelano in modo occasionale e sporadico, essendo frutto di forte stress.

Gli incubi diventano un problema quando sono persistenti per lungo tempo e si ripropongono anche negli orari diurni. In questo caso possono derivare da molteplici disturbi psicologici. Ad esempio un brutto sogno può avere origine da un disturbo da stress post traumatico, per cui la persona rivive in modo tormentato un evento traumatico che ha subito nel passato, anche se non è sempre facile ricondurre il brutto sogno ad una causa precisa. Spesso alla base di un incubo si riscontra la presenza di: un disturbo d’ansia, un disturbo da attacchi di panico o depressione. Quando si verificano crisi d’ansia improvvise con visioni o sogni in cui si ha la netta sensazione di poter morire, si è di fronte ad un disturbo da attacchi di panico. Se invece la sensazione di angoscia è continua ed è accompagnata dalla paura che accada qualcosa a se stessi o ai propri familiari, si è di fronte ad un disturbo d’ansia generalizzato che rovina il sereno andamento del sonno. Chi vive questa condizione di solito ha subito di recente un lutto o una separazione che ne hanno minato la sicurezza a livello emotivo ed esistenziale. Quando invece la persona si sente triste, ha perso interesse per le attività abituali con una conseguente compromissione della capacità lavorativa, allora si è di fronte ad una depressione. La persona può fare incubi in quanto non riesce ad adattarsi psicologicamente ad accadimenti o cambiamenti negativi della sua vita.

Laddove gli incubi persistano con insistenza, anche con temi ricorrenti, può essere utile iniziare una psicoterapia per capire il significato sottostante a questi sogni e risolvere i disturbi ad essi collegati. Altre soluzioni consistono nell’assunzione di determinati farmaci oppure di un percorso parallelo sia psicoterapeutico sia farmacologico o tramite l’applicazione di tecniche di rilassamento o ancora della cosiddetta imagery rehersal therapy (ripetizione immaginativa), in cui il paziente, mentre è sveglio, viene aiutato a immaginare e poi a guidare il sogno fino a modificarne alcuni aspetti, creando così un nuovo sogno a proprio piacimento. In ogni caso anche un evento spiacevole come un incubo, laddove si ripeta nel corso del tempo, non va sottovalutato ma preso nella giusta considerazione. Esso può assumere la funzione di termometro del proprio stato emotivo e del proprio benessere ed in quanto tale può dare la spinta per approfondire ed eventualmente cambiare alcuni aspetti della vita che altrimenti passerebbero inosservati.

Tutto l’anno si è in attesa di prendersi una pausa dagli impegni quotidiani e di partire per le sospirate ferie. Molto spesso però non si è a conoscenza del fatto che potrebbero insorgere inaspettati problemi potenzialmente deleteri per il risultato positivo della vacanza.

Tutte le più comuni paure che si vivono nel quotidiano possono peggiorare in vacanza oppure, se normalmente non si soffre di alcuna fobia in modo particolare, la vacanza può essere l’occasione affinché questa possa emergere prepotentemente. Quando si opta per una meta lontana è frequente preferire come mezzo di trasporto l’aereo, ma moltissime sono le persone che hanno paura di volare. Per il fobico prendere l’aereo è una vera e propria tortura, a volte rinuncia alla vacanza a priori, in altri casi parte ma per tutto il volo è angosciato e non vede l’ora di toccare terra.

Ci sono molte altre fobie che si possono scatenare durante le vacanze (Cantelmi, Corriere della Sera, 25 luglio 2014) ed una di queste è la paura del mare o dei laghi (talassofobia e limnofobia). Sono comuni le forme moderate che consistono nella paura di acque profonde in generale, ma anche dell’annegamento. La fobia in questi casi scaturisce quando l’acqua è profonda o quando è molto torbida e non si vede il fondale (come nei laghi). Una delle principali cause di questo tipo di fobia è sicuramente un trauma subito generalmente da piccoli a contatto con l’acqua. Molto spesso le persone che soffrono di questo tipo di fobia non sanno nuotare e nei casi più gravi non riescono nemmeno a mettere la testa sott’acqua, ma rimangono dove si tocca immergendo il proprio corpo a malapena fino alle ginocchia.

Un’altra fobia è legata all’igiene (rupofobia, paura dello sporco). L’attenzione all’igiene può sfociare in crisi fobiche laddove la persona con tratti già ossessivi su questo aspetto, si trova in situazioni dove la pulizia è più difficile da controllare, come ad esempio nei campeggi, in agriturismi molto semplici o comunque in strutture particolarmente spartane.

Sempre in luoghi che si trovano a contatto con la natura può sfociare un’altra fobia: la paura degli insetti (entomofobia) o in particolare dei ragni (aracnofobia). Essa può presentarsi in vari livelli di intensità, dal disgusto alla forma più forte di repulsione, fino a un livello di incontrollabile orrore che porta ad attacchi di panico, fuga e altre reazioni fuori della lucidità. In alcuni casi anche una foto o un disegno molto realistico di un insetto o di un ragno possono provocare la paura.

Altra fobia legata alla natura è la paura dei serpenti (ofidiofobia). Essa è la paura morbosa degli ofidi (l’ordine dei rettili apodi che comprende tutti i serpenti) e, talora, delle forme serpentine in generale. La fobia può presentarsi con carattere irrazionale, eccessivo o persistente. Si possono generare delle condotte di evitamento, come ad esempio evitare di camminare in qualsiasi zona in cui questi rettili possono nascondersi facilmente, perfino nelle regioni dove è esclusa con assoluta certezza la presenza di ofidi.

Altre fobie sono legate alla paura dell’altezza o alla vastità dell’ambiente. Probabilmente la persona non sa di soffrirne finché non si trova nella situazione con determinate caratteristiche. Ad esempio, durante un percorso di montagna deve camminare lungo un sentiero che costeggia un dirupo oppure si trova a visitare delle rovine storiche in luoghi scoscesi e dai quali affacciandosi si ha la sensazione del vuoto. La persona a quel punto può anche decidere di evitare di visitare molti posti limitando drasticamente la sua vacanza.

Una fobia molto frequente è associata a provare un grave disagio in ampi spazi aperti o affollati (agorafobia). Questa fobia può emergere ad esempio durante una visita in qualche città d’arte dove i turisti sono molti e tutti concentrati a visitare i monumenti storici in determinate aree della città.

Altra fobia è legata al proprio corpo nudo e si definisce gimnofobia. Essa è definita come una paura persistente, anormale e ingiustificata della nudità. Coloro che hanno questa fobia temono sia di essere visti nudi sia di vedere altre persone nude, persino in quelle situazioni in cui la nudità è socialmente accettabile. Possibili cause di questa fobia trovano riscontro nelle insicurezze legate alla bellezza del proprio corpo rispetto agli standard dettati dalla società oppure nell’ansia sul piano sessuale.

Infine, in vacanza può svilupparsi una fobia “curiosa” e “innovativa” legata al mondo di internet: la paura di non essere popolari sui social e di essere ignorati sul web. La persona che durante l’anno mostra foto di sé sui social sempre perfette, ha timore di non ricevere più apprezzamenti positivi una volta vista in un’altra veste o peggio ha paura di essere dimenticata laddove non inserisca più foto su qualche social. Questa paura spinge la persona a postare continuamente foto e commenti fino a rischiare di compromettere la vacanza.

In tutti i casi sopra citati, se ci si organizza per tempo, la psicoterapia può fare molto. E comunque, la comparsa di queste fobie in certe persone, soprattutto in un periodo che invece dovrebbe essere caratterizzato da relax, divertimento, curiosità e scoperta, indica quanto queste siano troppo legate in modo meccanico alla loro routine quotidiana. Questa ripetitività può annoiare, ma per molte persone è una sicurezza, che se viene a mancare, destabilizza l’equilibrio quotidiano sfociando in un malessere che trova la sua manifestazione nella fobia.

La sfida più importante che una persona e i suoi familiari devono affrontare e gestire è il limite della vita, la morte. Quando l’individuo diventa anziano e si rende conto di non essere immortale e che la sua prospettiva di vita è finita sente la realtà di una fine che si avvicina sempre di più e può provare paura della morte, paura di soffrire e di non riuscire ad affrontarla con dignità. Questa paura è più presente quando l’anziano è malato.

Alcune persone pensano di ricorrere al suicidio. La probabilità di usare questa forma di controllo della propria morte aumenta dopo i 65 anni soprattutto per gli uomini soli, socialmente isolati, depressi o con disturbi psichici; per le donne, invece, tale probabilità non subisce variazioni durante l’arco della vita (De Beni, Borella e Mammarella, 2009).

In realtà tutte le paure hanno origine dalla consapevolezza che un giorno moriremo. Questo è l’elemento irrisolvibile che crea tutte le altre paure. Una possibile soluzione consiste nell’accettare la condizione di esseri che nascono e muoiono. Non c’è un modo particolare con cui si esorcizzano le proprie paure. Molto dipende dall’età, dall’esperienza e anche dalle caratteristiche di ogni persona. C’è chi si rifiuta di pensare alla morte, chi invece la sfida continuamente per sondare i suoi limiti (ad esempio, chi pratica sport estremi) e chi accetta gli eventi come capitano (Oliverio Ferraris, 2002).

La paura della morte è connessa a tutta una serie di altre paure:

-          di soffrire fisicamente, di diventare dipendenti e di non avere più il controllo sul proprio corpo;
-          della solitudine e dell’isolamento;
-          di non esistere più;
-          dell’umiliazione;
-          dell’impatto della propria morte su chi resta vivo, anche a livello economico;
-          della morte di altri, della loro sofferenza fisica ed emotiva;
-          di non riuscire a completare quello che ci si era prefissati (“prima di morire devo ancora terminare quell’impresa”) o di assistere a determinati eventi (“prima di morire vorrei                     avere dei nipotini”);
-          della punizione, soprattutto per le persone credenti.

Tutti questi timori non vengono provati necessariamente allo stesso modo da ogni individuo; alcuni rivestono maggiore importanza rispetto ad altri, mostrando la variabilità individuale di ciascuno di fronte alla morte.

Secondo lo studioso Erikson, la vecchiaia è quella fase della vita in cui si deve cercare di bilanciare la ricerca di integrità dell’Io con la disperazione determinata anche dall’avvicinarsi a questo inevitabile appuntamento. La risoluzione di questo conflitto porterebbe alla saggezza, virtù associata a questa fase di vita. Erikson a tal proposito enfatizza come il compito dell’anziano sia quello di dare un senso alla propria vita, integrando le perdite che ha subito. La disperazione è quindi una parte dominante di tale processo, così come la solitudine legata alla morte dei propri cari. Le emozioni negative che si possono associare a questa fase vengono denominate crisi della vita; esse sono in parte dovute e spiegate dalla minore energia fisica e psicologica, che l’anziano deve comunque saper gestire e amministrare per affrontare la quotidianità (De Beni, Borella e Mammarella, 2009).

Se il pensare alla propria morte è complesso e angosciante, affrontare le ansie e le paure della morte degli altri non è più facile. In letteratura viene riportato che il morire altrui evochi nei sopravvissuti emozioni negative che variano tra la paura, la rabbia, la tristezza e la depressione. Il morente dovrebbe potersi trovare in un contesto che lo sostiene, che diminuisce lo stress, le sofferenze fisiche ed emotive. Spesso avviene invece che le richieste emotive del paziente siano evase da reazioni non adeguate, non solo di familiari ma anche di infermieri e medici non preparati a gestire tale situazione. Stress, senso di impotenza, mancanza di accettazione portano alla messa in atto di meccanismi di difesa e di protezione verso se stessi quali il negare tale realtà, evitare il contatto, verbale, oculare e fisico con il morente e con i suoi familiari.

La morte può costituire un tabù anche per coloro che per mestiere sono più esposti a questo tipo di realtà (medici, infermieri, operatori sanitari) e che non sempre sono preparati ad affrontare il tema della terminalità. È però diritto dell’anziano, così come di ogni paziente, essere al corrente di quello che potrebbe accadere, in quanto la morte è qualcosa che ci appartiene (De Beni, Borella e Mammarella, 2009).

E ciò è tanto più vero se pensiamo che ciò che spaventa di più della morte è l’ignoto, il vuoto, il pensiero che di noi non ci sarà più traccia, la perdita di un amore, dell’affetto delle persone care, delle gioie e dei dolori della vita, ma in particolare la consapevolezza che non si può sfuggire alla morte.

Forse dovremmo provare a tornare un po’ bambini, perché essi vivono la vita con quell’innocente senso di onnipotenza che li rende spavaldi e impavidi di fronte a qualsiasi pericolo. In questo modo potremmo affrontare la morte con rispetto, ma con un pizzico di incoscienza che ci renderebbe più coraggiosi e allo stesso tempo potremmo riuscire ad apprezzare di più la vita e ciò che di bello ci accade ogni giorno.

Ogni anno milioni di bambini sono esposti a situazioni stressanti più o meno gravi che possono diventare una fonte di traumi. Gli eventi traumatici che un essere umano può vivere comprendono: disastri naturali (uragani, terremoti, inondazioni e incendi), disastri causati da errori umani (incidenti automobilistici, incidenti aerei, naufragi), atti di violenza diretta (abuso sessuale, fisico e psicologico, sparatorie, rapimenti, bombardamenti e atti terroristici) o indiretta (esposizione a violenza domestica o ad atti di violenza trasmessi dai mezzi di comunicazione), malattie gravi o procedure mediche dolorose (cancro, ustioni, ecc.) (Belaise, 2003).

La reazione delle vittime a questi eventi traumatici è di solito positiva sia che esse abbiano vissuto il trauma direttamente sia che lo abbiano subito indirettamente. Ciò vale anche per i bambini, nonostante permanga una percentuale significativa di minori che, in seguito a tali eventi, manifesta livelli molto elevati di disagio psicologico con notevoli conseguenze nella vita sociale, familiare e nei processi evolutivi, d’apprendimento e di sviluppo. Una reazione normale agli stress estremi è rappresentata dal sentirsi storditi, apatici e depressi; in un secondo momento, subentrano sintomi come irritabilità e senso d’angoscia per le perdite o i danni subiti.

Una reazione grave è definita Disturbo Post-Traumatico da Stress (Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD). Può capitare che tra il trauma e l’inizio del disturbo passi del tempo (anche anni) e più intenso e prolungato è stato l’evento traumatico, più grave sarà il PTSD. Ci sono persone che soffrono di PTSD per anni e, nel caso in cui il trauma sia stato particolarmente violento e prolungato, un soggetto non aiutato da esperti può anche rimanere per sempre vittima di tale disturbo. Dalla correlazione che c’è tra l’intervento traumatico e lo sviluppo di PTSD si evince la potenzialità che ha il trauma nel determinare questa reazione psicologica. D’altra parte, in bambini esposti a eventi traumatici meno gravi o comunque brevi, la percentuale di PTSD può scendere al di sotto del 20%, soprattutto se è trascorso un certo periodo dall’esperienza traumatica (Belaise, 2003).

Il momento che il soggetto definisce come traumatico può a volte non coincidere con quello che l’interlocutore si aspetta. Ad esempio, un adolescente ferito alla testa, in seguito a un incidente d’auto, dichiarò che il momento più traumatico fu quando lo caricarono su un’ambulanza diversa da quella del fratello e della madre. Da ciò è possibile evincere che l’evento traumatico corrisponde a una serie di percezioni, emozioni e pensieri soggettivi che una particolare situazione può aver suscitato nel soggetto (Belaise, 2003, Shaw, 2000).

I bambini con PTSD  spesso riportano altri disturbi come impulsività, distrazione e problemi dell’attenzione (dovuti all’ipervigilanza), disturbi del comportamento, disforia, scarsa emotività, evitamento sociale, dissociazione, disturbi del sonno, aggressività nel gioco, insuccesso scolastico, ritardo nello sviluppo o perdita di abilità già acquisite, ansia e disturbi psicosomatici (Belaise, 2003, Gurwitch et al, 1998).

È possibile aiutare le vittime di questi eventi traumatici a superarli e ad avere una qualità di vita soddisfacente? Sì e molto dipende dal trattamento e dalla tempestività con cui viene messo in atto. Ci sono varie tipologie di trattamento per bambini e adolescenti con PTSD. Alcuni studiosi hanno verificato l’efficacia di una psicoterapia breve, focalizzata sul trauma e l’angoscia, in un gruppo di giovani adolescenti con PTSD e depressione, esposti al terremoto in Armenia nel 1988.

Il trattamento comprendeva un’esplorazione diretta del trauma, tecniche di rilassamento e procedure di desensibilizzazione, risoluzione del conflitto attraverso modalità di focalizzazione sui ricordi non traumatici e supporto di gruppo attraverso il riconoscimento dei sintomi del PTSD negli altri soggetti. Al termine del trattamento, il gruppo di adolescenti trattati ha riportato una significativa diminuzione della sintomatologia del PTSD e di quella depressiva, mentre i soggetti non trattati hanno riportato significativi peggioramenti (Belaise, 2003, Goenjian et al, 1997).

Il tempo è un elemento molto importante nella risoluzione positiva di questi casi. Per questo motivo è auspicabile che vi siano attività di prevenzione e di monitorizzazione nelle scuole e che i genitori siano sensibilizzati rispetto al problema. La scuola, infatti, è un ambiente in cui il PTSD ha buone possibilità di essere individuato: sintomi come pensieri intrusivi e difficoltà nella concentrazione, per esempio, nella maggior parte dei casi, interferiscono con il rendimento scolastico del bambino e con il suo adattamento sociale. Gli interventi a scopo preventivo e i programmi di trattamento nelle scuole sembrano essere molto efficaci nel caso di bambini a rischio di trauma o già traumatizzati. Pertanto si potrebbero prevedere programmi nelle scuole gestiti da uno psicologo scolastico e strutturati nel seguente modo:

-          interventi, durante le lezioni, diretti sul trauma e sulle reazioni allo stress;

-          opportunità per discussioni e rilevazioni;

-          attività in piccoli gruppi;

-          tecniche proiettive come gioco, attività artistiche e racconto di storie (Belaise, 2003).

È evidente che gli interventi nelle scuole non possono sostituire i trattamenti individuali centrati sulle caratteristiche del singolo caso, ma possono contribuire ad identificare i casi più complessi (o ancora non emersi), affinché vi sia un intervento tempestivo e adeguato.

Si sente spesso parlare dei fiori di Bach. Ma cosa sono, a cosa servono e soprattutto sono efficaci? Edward Bach (1886-1936) è il fondatore della floriterapia, un metodo terapeutico nato circa 80  anni fa, che parte dal presupposto che, riequilibrando gli stati emozionali negativi, viene ristabilita la salute psichica e, con il tempo, anche quella fisica.

Ciò che conta per prescrivere il rimedio è valutare con precisione lo stato emotivo della persona che ha bisogno di essere riequilibrata. Perciò è necessario conoscere i 38 stati emotivi individuati da Bach che trovano corrispondenza negli schemi comportamentali negativi dell’essere umano (Gulminelli, 2007). È possibile fare una suddivisione in base agli stati d’animo: paura, incertezza, scarso interesse verso le circostanze attuali, solitudine, ipersensibilità alle influenze e alle idee, avvilimento e disperazione, eccessiva preoccupazione del benessere altrui.

Volendo suddividere i fiori secondo le loro modalità di utilizzo è possibile identificare tre gruppi:

-  Gruppo 1: fiori per situazioni acute, urgenti o di risposta all’esterno (ad esempio: intolleranza, fastidio, insicurezza, stress, dubbio, scoraggiamento, timidezza, indecisione, disperazione, depressione, ecc.). Si tratta di 16 essenze che rispondono a uno stato, spesso transitorio o momentaneo, che può nascere da circostanze esterne e che richiede un intervento immediato. In questo caso, l’obiettivo non è quello di lavorare sul carattere profondo della persona, bensì di offrirle sollievo, aiutandola a risolvere un problema urgente.

- Gruppo 2: fiori per comportamenti ricorrenti (ad esempio: nervosismo, stanchezza, vergogna, senso di colpa, rigidità, apatia, dispersione, ecc.). Questi 13 fiori di Bach, pur prestandosi a risolvere situazioni acute, riguardano modalità di comportamento che sono in genere già consolidate. In sostanza aiutano a riequilibrare un aspetto negativo del carattere che crea problemi alla persona e la fa soffrire.

- Gruppo 3: fiori per situazioni caratteriali profonde (ad esempio: possessività, rabbia, invidia, prepotenza, violenza, freddezza, vittimismo, negatività, ecc.). Sono 10 fiori che aiutano a risolvere il disagio derivante da problemi di fondo del proprio carattere che magari non emergono in modo evidente e urgente e vanno affrontati solo dopo aver risolto gli stati più acuti e urgenti (Gulminelli, 2007).

Naturalmente gli stati emotivi non sono quasi mai presenti nella loro forma “pura” ma, al contrario, si mescolano in innumerevoli comportamenti diversi, ai quali corrispondono altrettante combinazioni di fiori. È stato calcolato che esistono oltre 2.760.000 possibilità di combinare in modo diverso i fiori tra loro, coprendo la totalità dei possibili stati emotivi negativi dell’essere umano. In pratica, la terapia consiste nell’assunzione di essenze di fiori, macerati al sole o bolliti diluiti in una miscela di acqua e brandy (usato come conservante).

Questi rimedi sono realmente efficaci oppure si tratta solo di un effetto placebo? Chi lavora con la floriterapia afferma che i risultati sono reali anche su soggetti non influenzabili come neonati o bambini piccoli o su persone prive di sensi a causa di traumi o incidenti. In pratica l’azione si concretizza nel riequilibrare il campo energetico della persona. Un atteggiamento positivo nei confronti dei fiori di Bach influisce positivamente perché la persona partecipa più attivamente (ma questo vale anche per altri tipi di terapie). D’altra parte un atteggiamento neutro o scettico non impedisce l’efficacia della floriterapia che invece si riduce se la persona assume un atteggiamento ostile.

È necessario precisare che la floriterapia è una tecnica a sé, con dei presupposti propri e un proprio modo di approcciarsi al paziente che sono completamente diversi da quelli usati da un medico o da uno psicologo (Gulminelli, 2007). Andando oltre la spiegazione teorica di come funzionano i fiori di Bach, è bene sottolineare che non esiste alcun fondamento scientifico che dimostri l’efficacia di tali fiori e che pertanto non si possono considerare una valida alternativa alla medicina tradizionale. Alcune ricerche hanno evidenziato che i fiori di Bach godono piuttosto dell’effetto placebo (Ernst, 2010; Thaler, Kaminski, Chapman, Langley e Gartlehner, 2009; Walach, Rilling e Engelke, 2001).

Ad esempio, Forshaw e Jones (2010) hanno svolto uno studio sperimentale sul livello di stress in 62 studenti divisi in tre gruppi. Al gruppo A sono state somministrate 4 gocce di Rescue Remedy (la miscela più nota e diffusa dei fiori di Bach) in acqua minerale. Al gruppo B è stata data acqua minerale pura ma gli è stato detto che conteneva il Rescue Remedy e al gruppo C è stata data acqua minerale pura e gli è stato detto che era appunto solo acqua. Tale studio ha evidenziato che i livelli di stress sono diminuiti nei tre gruppi in modo simile e che non sono emersi risultati significativi relativi al trattamento con il Rescue Remedy.

D’altro canto, l’effetto placebo è molto potente, ed è anche possibile che qualcuno possa trarre beneficio dai fiori di Bach grazie alla suggestione che si prova assumendo un prodotto. In conclusione, è doveroso mettere in evidenza come sia improprio l’uso di questo rimedio al posto di strumenti terapeutici validi e scientificamente efficaci, come la psicoterapia e gli psicofarmaci.

Che senso ha festeggiare la festa della donna? Nessuno in particolare ormai, anzi ogni donna dovrebbe pretendere di essere vezzeggiata tutti i giorni come l’8 marzo. Come mai tanti uomini che non hanno mai pensato di regalare dei fiori alla propria compagna, durante questa giornata fanno la fila per racimolare un rametto di mimosa per poi tornare l’indomani a comportarsi come prima? Evidentemente è solo un atteggiamento derivante dal consumismo e dalla superficialità.

E allora per vincere tale banalità perché non provare ad utilizzare questa giornata per lanciare un messaggio a tante donne che vivono in situazioni di difficoltà e disagio?

Pensiamo solo a quanti delitti di violenza contro le donne si verificano ogni giorno. Anzi si sta verificando un incremento di omicidi e maltrattamenti contro il mondo femminile: addirittura si parla di una donna vittima ogni tre giorni per mano del marito, del fidanzato o dell’ex.

Sono di questi giorni le notizie di Gabriella Falzoni strangolata con un foulard dal marito in provincia di Verona oppure di un camionista a Brescia che uccide l’ex moglie, un amico che era con lei, la figlia avuta da un’altra relazione e il suo fidanzato, ecc.

Rashida Manjoo, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, ha usato il termine “femminicidio” per riferirsi all’Italia e alla spirale di violenze che sta invadendo il nostro Paese. In particolare, è emerso che “l’omicidio da parte del proprio marito, fidanzato, ex, figlio, è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni”. Inoltre, “la violenza domestica si rivela la forma più pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il Paese, come confermano le statistiche: dal 70 all’87% dei casi si tratta di episodi all’interno della famiglia”. Secondo l’Eurispes il fenomeno è in aumento del 300%.

Purtroppo si tratta di problemi che spesso emergono nella loro piena gravità quando ormai è troppo tardi. Dobbiamo infatti considerare che ci sono alcune donne che non denunciano i soprusi subiti, mentre altre che invece si rivolgono all’autorità giudiziaria spesso non ottengono la tutela necessaria  per evitare le possibili ritorsioni a seguito della denuncia.

Si è detto che la maggior parte dei responsabili della violenza e della morte di tante donne sono i partner o gli ex partner. La violenza agita su queste donne non si manifesta all’improvviso, ma dopo una serie di episodi riconducibili allo stalking, infatti sono in aumento le denunce per questo tipo di fenomeno. È stata emanata anche una legge per proteggere le donne dagli stalker, ma continuano ad esserci morti inutili che molto probabilmente si sarebbero potute evitare. Molto spesso infatti questi omicidi non sono frutto di un raptus, ma sono l’atto finale di un lungo percorso fatto di minacce, pedinamenti, telefonate da parte del persecutore che, non essendo riuscito nell’intento di ricongiungersi con la donna “amata”, premedita l’assassinio.

Quali sono i motivi che stanno dando luogo a questa escalation di violenza? Alcuni psicologi sostengono che il potere della donna a livello sociale non è ancora sufficiente. Per altri dipende dai modelli familiari in cui si è vissuti. Chi è stato testimone o vittima di atti violenti su donne, potrebbe a sua volta emulare tali esperienze. Altri pensano invece che dipenda da un senso di inadeguatezza e di inefficacia dell’uomo che non riesce ad affermarsi nella vita professionale e nel privato ed inizia così a prevaricare la donna fino a voler assumere il pieno controllo della sua vita.

In seguito ai tanti episodi di cronaca a cui assistiamo, viene da chiedersi: come mai molte donne che hanno sporto denuncia sono state comunque uccise proprio dalla persona che avevano segnalato all’autorità competente?

Pensiamo al caso di Emiliana Femiano che il 20 dicembre 2009 sfugge al tentativo di omicidio da parte dell’ex fidanzato salvandosi grazie all’intervento di un passante. Dopo circa un anno di telefonate e pedinamenti, nel novembre del 2010 lo stesso ragazzo, agli arresti domiciliari, riesce nel suo intento: uccidere Emiliana con 66 coltellate.

Si tratta di omicidi che hanno in comune le violenze psicologiche e fisiche messe in atto dal partner che non vuole accettare la decisione della donna e che pertanto si sente in dovere di punirla per aver osato lasciarlo e magari per rifarsi una vita con un altro.

Moltissimi sono anche i casi di donne picchiate dai mariti e compagni per umiliarle e renderle delle nullità, dal momento che essi non riescono a sentirsi superiori in altro modo. Purtroppo sono poche le donne che hanno il coraggio di denunciare tali violenze, sia per paura di conseguenze su di sé e sui figli, sia per motivazioni economiche non riuscendo a sostentarsi senza l’aiuto del compagno.

È possibile cambiare lo stato delle cose? Abbiamo già toccato il fondo, non è giunto il momento di risalire?

E allora, invece di regalare una mimosa, perché non aiutare tante donne in difficoltà a trovare il coraggio di denunciare ciò che accade loro?

E ancora: lottare affinché vi sia la tutela della donna che denuncia. Per esempio, chi controlla lo stalker che perseguita una donna dopo che lei lo ha denunciato?

Forse è necessario partire da questo punto. Garantire l’incolumità a colei che decide di uscire allo scoperto e che ha voglia di ricominciare a vivere.

Ho 28 anni e sono stata due anni con un ragazzo che ho conosciuto nel 2002. Allora siamo stati sei mesi ed è finita lì. Dopo due anni siamo tornati insieme e io l’ho lasciato dopo qualche mese perché non ero molto coinvolta. Da allora non si è mai rassegnato. Nel 2009 io e Marco siamo tornati insieme. Lui ha messo da parte il rancore e ha continuato a corteggiarmi. Stando con lui, sono emersi dei lati del mio carattere non proprio positivi: una gelosia morbosa che mi portava a dubitare sempre di lui. Non appena notavo l’interesse di qualche ragazza nei suoi confronti, mi arrabbiavo, facevo molte scenate e lo accusavo senza motivo.  Per molto tempo mi ha chiesto di smetterla con questo atteggiamento; io promettevo che gli avrei dato più fiducia ma reiteravo. A luglio, dopo quasi un anno di storia, dopo una vacanza passata insieme in cui non abbiamo fatto altro che litigare (sempre per la mia gelosia e paranoia), lui torna in città, riprende a lavorare e io torno al mare dai miei genitori. A settembre torno in città e scopro che mancano dei preservativi nel suo cassetto. Dopo 10 giorni riesco a fargli confessare tutto: mi ha tradita con una collega. Lo lascio per cinque mesi. Dopo due anni sono ancora con lui, ma litighiamo di continuo. Non sopporto l’idea che quei due lavorino insieme, non credo che il loro rapporto sia cambiato. Lui mi chiede di aspettare che si laurei, in modo che possa cercare di cambiare lavoro ma io non sono sicura che lo farà. Credevo fosse una persona speciale, che non fosse capace di tradirmi e soprattutto di farmi stare così male per una storia di sesso. Lui fa di tutto per dimostrarmi che non lo farà più, che è pentito, mi prega di non aprire l’argomento perché gli fa male. Non credo sia possibile cambiare, se ha ceduto vuol dire che non è una persona forte ed è una persona che non ha i miei stessi valori. Il punto è questo: se una persona impegnata cede alle avances di una collega, può avere un attimo di debolezza, soprattutto se il suo rapporto di coppia è in crisi. Ma il giorno dopo se ne pente, non persevera. Mi farebbe meno male sapere che ci è stato una volta e che subito dopo se n’è pentito. Ma sapere che è successo un po’ di volte mi tormenta. Due mesi fa l’ho lasciato. Sono ancora combattuta. Com’è possibile che io stia ancora così male dopo un anno? E perché non so stargli accanto senza rinfacciargli quel che ha fatto? Cosa devo fare? Grazie. Laura

Risposta - Cara Laura, ciò che mi ha colpito in prima battuta di quanto mi hai scritto riguarda il fatto che tu stessa ammetti che stando con Marco, sono emersi dei lati del tuo carattere non proprio positivi, in particolare una gelosia morbosa che ti porta a dubitare sempre di lui. Ciò significa che prima non ti era mai capitato di essere gelosa? Come ti rapportavi con gli altri ragazzi che hai frequentato?  Sei mai stata tradita? Nel caso come hai reagito? Ti pongo virtualmente queste domande perché è importante capire se si tratta di una tua insicurezza oppure se Marco è una persona che effettivamente si comporta in modo tale da generare dubbi nella sua partner. Ma cerchiamo prima di capire che cos’è la gelosia. Bisogna innanzitutto distinguere tra una gelosia normale ed una gelosia patologica. La gelosia normale si manifesta a livelli accettabili e può essere anche una riprova per se stessi e per il partner di provare un sentimento vero perché rappresenta la paura di perdere l’altro. La gelosia patologica comprende: una paura irrazionale della perdita e della separazione, un’aggressività persecutoria verso il partner, atteggiamenti sospettosi per qualsiasi rapporto tra il partner e persone dell’altro sesso, una scarsa autostima e un senso di inadeguatezza. La gelosia patologica si verifica anche se non ci sono elementi che possono realmente darle origine, infatti spesso nasce da circostanze e situazioni infondate che portano la persona ad  interpretare la realtà in maniera distorta. La persona che manifesta una gelosia patologica può aver avuto dei genitori che non le hanno dato sufficiente fiducia in sé e nel proprio valore, rendendola quindi particolarmente insicura anche nelle storie sentimentali. Tornando al tuo caso specifico, se già in passato sei stata gelosa del tuo partner, allora dovresti lavorare su te stessa, sulle tue insicurezze e migliorare la tua autostima, anche con l’aiuto di un esperto. Nel caso in cui invece tu abbia sviluppato questa forma di gelosia solo con Marco, ciò significa che hai scelto di partenza una persona problematica, che probabilmente ha bisogno di conferme o che non sa creare un sano equilibrio nella coppia. D’altra parte, la tua gelosia non giustifica il suo tradimento. Se per lui il tuo comportamento non era più accettabile avrebbe dovuto proseguire per la sua strada e fare scelte diverse. Invece così, paradossalmente, la situazione si è complicata perché lui ha concretizzato le tue paure e adesso ti logori nel sapere che ciò che più temevi si è avverato. Se già prima era difficile, come pensi di affrontare tutto questo sapendo che lui è in grado di tradirti? Vivresti ancora peggio di prima, con l’angoscia che possa rifarlo. Credo che sia giunto il momento di fermarti e di tirare le somme della tua vita. Tu stessa affermi che se Marco ha ceduto vuol dire che non è una persona forte ed è una persona che non ha i tuoi stessi valori. Magari lui ti piace, ha tante qualità che ti attirano, ma forse gli manca la cosa più importante: la capacità di regalarti la serenità. Perché è questo aspetto che dona armonia al rapporto: la consapevolezza che quella persona c’è e che puoi fidarti di lei. Se manca questo presupposto è tutto troppo complicato: davvero ne vale la pena? Le tue insicurezze in questo caso non ti aiutano, ma è in te stessa, nei familiari e negli amici (ed eventualmente attraverso una psicoterapia), che devi trovare la forza per volerti sufficientemente bene da pensare a te stessa e alla tua felicità.