I tragici eventi accaduti il 13 novembre a Parigi hanno scosso l’opinione pubblica mondiale. Ormai il terrorismo si è evoluto e sfrutta al massimo il potere mediatico e persuasivo dei mezzi di comunicazione di massa. I video degli omicidi e delle violenze perpetrate su singoli ostaggi oppure gli attentati su una moltitudine di persone vengono messi in rete, facendo immediatamente il giro del mondo. In questo modo l’effetto di creare panico e terrore è amplificato perché si ha la sensazione che il terrorismo possa arrivare dovunque, in qualsiasi momento e colpire chiunque.

L’obiettivo è che la gente non si senta più al sicuro da nessuna parte e che inizi a limitare i suoi spostamenti, fino a percepire che il proprio senso di libertà è stato intaccato. Gli effetti psicologici per chi ha osservato i fatti tramite la televisione o internet sono normali reazioni che spesso si rivelano transitorie. D’altra parte in alcune persone che già soffrono di disturbi psicologici, questi fatti possono creare come una cassa di risonanza che amplifica problemi antecedenti, come stati d’ansia, panico, fobie, disturbi del sonno, depressione, ecc.

Le persone invece che hanno vissuto da vicino la strage di Parigi, ma che fortunatamente sono rimaste illese o solo ferite, possono sviluppare alcuni disturbi psicologici tra cui il Disturbo Post-Traumatico da Stress (Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD). Può capitare che tra il trauma e l’inizio del disturbo passi del tempo (anche anni) e più intenso e prolungato è stato l’evento traumatico, più grave sarà il PTSD. Ci sono persone che soffrono di PTSD per anni e, nel caso in cui il trauma sia stato particolarmente violento e prolungato, un soggetto non aiutato da esperti può anche rimanere per sempre vittima di tale disturbo.

Di contro, cosa si può dire della psicologia dei terroristi? Innanzitutto come è definita l’organizzazione terroristica che ha colpito Parigi e che ha compiuto tanti attentati e omicidi efferati di ostaggi? “Lo Stato Islamico, alias Isis, è una realtà spaventosa il cui obiettivo è cancellare confini preesistenti attraverso la progressiva conquista di Iraq e Siria. Questo, attraverso l’annientamento di qualsivoglia nemico, spesso con l’attuazione di esecuzioni cruente, astutamente filmate e diffuse a fini propagandistici. Per Barack Obama e per il governo di Cameron, questa organizzazione è conosciuta come ISIL. Altri paesi invece hanno classificato questa realtà come ISIS o IS. E c’è una definizione ancora più particolare e complessa, adottata unicamente dalla Francia per scelta del presidente Hollande che ha dato all’organizzazione terroristica il nome di DAESH” (La Stampa, 23 settembre 2014).

Lo Stato Islamico legittima le sue azioni attraverso la religione, ma in realtà riesce a reclutare e a radicalizzare il proprio modus operandi attraverso altre modalità, come ad esempio soddisfare bisogni di prima necessità della popolazione più povera e degradata. A ciò si aggiunge l’enorme capacità propagandistica dei media che viene sfruttata al massimo per manipolare psicologicamente e reclutare combattenti anche originari di altri Paesi (i cosiddetti foreign fighters). Perché alcune persone decidono di abbandonare il proprio stile di vita ed abbracciare l’estremismo? A livello psicologico una scelta di questo tipo può derivare dal bisogno di appartenere a qualcosa che dia un senso alla propria esistenza. È come si il mondo a cui queste persone appartenevano prima li facesse sentire insicuri e insignificanti. Le promesse dettate invece dallo Stato Islamico riempiono dei vuoti nella vita di queste persone.

Pensiamo al reclutamento di persone che devono farsi esplodere per uccidere altri individui. Le azioni compiute dai kamikaze sono considerate nella cultura dello Stato Islamico atti di eroismo. Non solo viene insegnato agli adepti che è giusto uccidere, ma anche che è bene morire. I messaggi assorbiti negli anni dello sviluppo assumono un ruolo fondamentale nel plasmare il comportamento dell’adulto, soprattutto quando sono saturi di ideologie riguardo all’appartenenza etnica e a credenze ideologiche estreme. Ciò ha portato a far sì che oggi i kamikaze non siano più persone disperate, ma anzi soggetti con un ottimo grado di istruzione, competenti, di successo, con uno spiccato senso di abnegazione.

Gli estremisti non prendono minimamente in considerazione le sofferenze delle vittime e tendono a disumanizzare il nemico. La loro è una visione della vita guidata da leader carismatici che fanno leva sul potere comunicativo per influenzare e fare in modo che le persone abbandonino ogni scrupolo morale fino a uccidere brutalmente qualsiasi nemico e a sacrificare la loro vita in nome dello Stato Islamico.

8 Marzo 2016 at 10:33 e taggato , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Il normale andamento del sonno può essere disturbato ed interrotto dall’incubo, un sogno angosciante associato a reazione fisiologiche come tachicardia, sudorazione e tachipnea (accelerazione del ritmo del respiro). Il malcapitato, vittima del brutto sogno, si sveglia nel cuore della notte sudato, disorientato, spaventato e con il cuore che batte forte tanto da avere poi difficoltà a riaddormentarsi. Solitamente l’incubo emerge in una fase di sonno molto profondo ed è caratterizzato da immagini vivide ed emotivamente forti, tanto da svegliare la persona di soprassalto. L’incubo è sempre molto verosimile tanto da apparire reale anche dopo il risveglio. A volte i brutti sogni possono essere ripetuti più volte in una sola notte, spesso con temi ricorrenti. L’incubo può presentarsi in modo isolato indicando un malessere associato ad un evento recente oppure può ripetersi più volte nell’arco del tempo stando ad indicare un disagio profondo legato ad eventi del passato. Questa tipologia di sogni con risvolti negativi evidenzia molteplici elementi dell’inconscio che altrimenti non sarebbero presi in considerazione con il giusto peso: un periodo in cui si vive male la quotidianità, la voglia di sbloccare una situazione che crea disagio, aggressività repressa, voglia di un cambiamento profondo nella propria vita.

Per evitare che i brutti sogni si ripetano con troppa frequenza si possono seguire alcuni accorgimenti come: consumare una cena leggera, evitare di guardare film thriller o drammatici alla televisione e di leggere libri dalla trama ricca di tensione e contenuti noir, ascoltare musica distensiva, rendere il clima in casa sereno e accogliente, fare un bagno caldo e profumato, bere una tisana calda e rilassante prima di dormire. Gli incubi più comuni comprendono le seguenti tematiche: precipitare nel vuoto; trovarsi al buio; essere sopraffatti da mostri, rettili, insetti; non riuscire a urlare; sentirsi paralizzati; morire; essere malati; essere inseguiti; essere traditi dal partner; essere uccisi; essere abbandonati; ecc. Gli incubi, soprattutto se diventano frequenti e se raggiungono un’intensità tale da turbare i pensieri diurni, sono la spia di un malessere che va indagato.

Per prima cosa è bene compredere le cause alla base degli incubi. È quindi necessario fare una valutazione medica per capire se essi sono la conseguenza dell’assunzione o della brusca interruzione di alcuni medicinali oppure se sono collegati all’abuso di alcol o droghe oppure ad altre patologie. In generale, gli incubi possono essere causa di una cattiva digestione, di una malattia o di altri disturbi a livello fisiologico, ma nella maggior parte dei casi hanno un’origine psicologica e forniscono indicazioni sul proprio inconscio. Il brutto sogno infatti può essere un processo di elaborazione delle emozioni negative. Per la maggior parte delle persone gli incubi si rivelano in modo occasionale e sporadico, essendo frutto di forte stress.

Gli incubi diventano un problema quando sono persistenti per lungo tempo e si ripropongono anche negli orari diurni. In questo caso possono derivare da molteplici disturbi psicologici. Ad esempio un brutto sogno può avere origine da un disturbo da stress post traumatico, per cui la persona rivive in modo tormentato un evento traumatico che ha subito nel passato, anche se non è sempre facile ricondurre il brutto sogno ad una causa precisa. Spesso alla base di un incubo si riscontra la presenza di: un disturbo d’ansia, un disturbo da attacchi di panico o depressione. Quando si verificano crisi d’ansia improvvise con visioni o sogni in cui si ha la netta sensazione di poter morire, si è di fronte ad un disturbo da attacchi di panico. Se invece la sensazione di angoscia è continua ed è accompagnata dalla paura che accada qualcosa a se stessi o ai propri familiari, si è di fronte ad un disturbo d’ansia generalizzato che rovina il sereno andamento del sonno. Chi vive questa condizione di solito ha subito di recente un lutto o una separazione che ne hanno minato la sicurezza a livello emotivo ed esistenziale. Quando invece la persona si sente triste, ha perso interesse per le attività abituali con una conseguente compromissione della capacità lavorativa, allora si è di fronte ad una depressione. La persona può fare incubi in quanto non riesce ad adattarsi psicologicamente ad accadimenti o cambiamenti negativi della sua vita.

Laddove gli incubi persistano con insistenza, anche con temi ricorrenti, può essere utile iniziare una psicoterapia per capire il significato sottostante a questi sogni e risolvere i disturbi ad essi collegati. Altre soluzioni consistono nell’assunzione di determinati farmaci oppure di un percorso parallelo sia psicoterapeutico sia farmacologico o tramite l’applicazione di tecniche di rilassamento o ancora della cosiddetta imagery rehersal therapy (ripetizione immaginativa), in cui il paziente, mentre è sveglio, viene aiutato a immaginare e poi a guidare il sogno fino a modificarne alcuni aspetti, creando così un nuovo sogno a proprio piacimento. In ogni caso anche un evento spiacevole come un incubo, laddove si ripeta nel corso del tempo, non va sottovalutato ma preso nella giusta considerazione. Esso può assumere la funzione di termometro del proprio stato emotivo e del proprio benessere ed in quanto tale può dare la spinta per approfondire ed eventualmente cambiare alcuni aspetti della vita che altrimenti passerebbero inosservati.

 

xx_3L’amore per l’arte può essere una dote innata, può essere coltivata sin da piccoli grazie ad insegnanti lungimiranti o a genitori appassionati oppure può giungere in età adulta grazie ad un incontro fortuito con questo mondo. Le ragioni che spingono ad appassionarsi all’arte sono tante come molteplici sono i motivi per cui tante persone ne rimangono estraniate. Chi ha questa passione sin da piccolo e ha il modo di coltivarla si può ritenere una persona molto fortunata; anche se il privilegio più grande non è essere spettatori ma creare l’arte, talento che solo pochi purtroppo possiedono. L’arte può svilupparsi nelle più svariate forme creative di espressione estetica puntando a trasmettere emozioni che cambiano in base alle caratteristiche del soggetto che le recepisce. Esempi di produzioni artistiche comprendono la pittura, la scultura, l’architettura, la musica, la poesia, la danza, il cinema, ecc.

L’aspetto psicologico ha un grande peso nell’ambito artistico in quanto un’opera d’arte è spesso elaborata in un periodo particolare della vita dell’artista e ciò lo rende ancora più capace di trasmettere emozioni. Di particolare interesse sono le reazioni emotive delle persone che si trovano ad ammirare opere d’arte. Infatti, in psicologia esiste una particolare reazione correlata al mondo dell’arte, denominata Sindrome di Stendhal.

La Sindrome di Stendhal o Sindrome di Firenze è così denominata perché quando nel 1817 lo scrittore francese Stendhal (nom de plume di Marie-Henry Beyle) si recò nel capoluogo toscano per visitarne le opere d’arte, visse un’esperienza di estasi incredibile e mai provata prima di fronte a tanta bellezza e manifestazione dell’arte. Infatti, nel suo libro “Roma, Napoli e Firenze. Viaggio in Italia da Milano a Reggio” che scrive durante il suo viaggio in Italia è degna di nota questa frase scritta dopo la visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze: “Là, seduto su un gradino di un inginocchiatoio, la testa abbandonata sul pulpito, per poter guardare il soffitto, le Sibille del Volterrano mi hanno dato forse il piacere più vivo che mai mi abbia fatto la pittura. Ero già in una sorta di estasi, per l’idea di essere a Firenze, e la vicinanza dei grandi uomini di cui avevo visto le tombe. Ero arrivato a quel punto di emozione dove si incontrano le sensazioni celestiali date dalle belle arti e i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, avevo una pulsazione di cuore, quelli che a Berlino chiamano nervi: la vita in me era esaurita, camminavo col timore di cadere”.

In pratica, si tratta di un disturbo psicosomatico transitorio che si manifesta con forme di attacchi di panico, di carattere depressivo-euforico e di dispercezione del mondo esterno che diventa persecutorio; i sintomi più comuni sono: tachicardia, giramenti di testa, vertigini, confusione e allucinazioni in seguito all’esposizione ad opere d’arte particolarmente belle, significative e concentrate in uno spazio limitato. Ha un’incidenza piuttosto bassa e colpisce principalmente turisti europei o giapponesi, mentre gli italiani solitamente ne sono immuni per affinità culturale. È una sindrome che capita spesso a Firenze data l’alta percentuale di opere presenti nella città. Spesso la crisi si manifesta quando la persona sta visitando un museo e rimane in una forma di estasi contemplativa delle opere in esposizione trascendendo l’immagine che ha di fronte fino a immedesimarsi nell’opera stessa. È frequente in persone sensibili, emotive, facilmente suggestionabili e che hanno molta immaginazione. Infatti durante la crisi, “si animano vicende profonde della realtà psichica e si riattiva la vitalità della sfera simbolica personale. E il viaggio diventa pure, nella sue soste tanto attese nelle città sognate, un’occasione di conoscenza di sé” (Magherini, 1989).

È interessante riflettere sul funzionamento della mente nel viaggio e nel confronto fra sé e l’opera d’arte. In particolare le opere che possono generare la Sindrome di Stendhal sono diverse a seconda di chi le ammira, anche se si è notato come sia più probabile che il disturbo si verifichi di fronte ad opere cariche di significati simbolici, ambivalenti, sensuali e perturbanti che possono andare a toccare aspetti dell’inconscio inesplorati o rimossi. Infatti le caratteristiche peculiari del linguaggio dell’arte possono far emergere elementi della storia del soggetto, riportando alla luce esperienze emozionali rimosse dall’inconscio o anche aspetti di se stessi non chiariti. Per questo motivo la persona costretta dall’esperienza estetica ad avere questo impatto con il suo mondo interiore può reagire negativamente e manifestare segni di disagio (Magherini, 1989). Infatti, chi inizia a soffrire della Sindrome di Stendhal non gode della bellezza estetica del capolavoro artistico, ma piuttosto cade preda dell’angoscia, aspetto che indica una difficoltà a gestire le emozioni che esulano dal proprio mondo interiore. In pratica vi sono tre variabili che si intersecano: il viaggio, seppur perturbante, la bellezza dell’arte e la storia personale. La Sindrome di Stendhal si verifica quando la congiunzione di questi tre elementi diventa  destabilizzante fino rompere l’equilibrio della persona.

In riferimento a questo disturbo, si parla anche di “turismo dell’anima”, termine affascinante che, estrapolato dal contesto specifico, forse si dovrebbe usare più frequentemente nell’arco della vita, in quanto in senso lato denota la voglia di viaggiare, ma al contempo racchiude un atteggiamento volto alla scoperta di sé.

fobia-436_jpg_415368877Le ricerche attuali indicano che le fobie possono essere condizionate tramite una delle seguenti esperienze: il trauma diretto, il modellamento o l’istruzione verbale. Una teoria psicologica sulla natura degli stimoli che possono diventare fobici prevede la possibilità di condizionare le persone ad avere paura di qualsiasi tipo di stimolo.
In realtà, le fobie tendono a concentrarsi solo su certi tipi di stimoli. Di solito le persone non sviluppano fobie verso i fiori, gli agnelli o le lampade. Particolarmente comuni sono, invece, le fobie che riguardano gli insetti, alcuni animali, l’ambiente naturale e il sangue.
È stata avanzata l’ipotesi che durante l’evoluzione della nostra specie, gli essere umani abbiano preso a reagire con particolare forza agli stimoli che possono rappresentare una minaccia per la vita dell’individuo. Gli ambienti naturali pericolosi ne sono un esempio; pensiamo alla paura dell’altezza, dell’acqua oppure agli animali o insetti mortali come i serpenti, scorpioni e ragni.
Probabilmente il nostro circuito cerebrale della paura si è evoluto in modo da dare a questi tipi di stimoli risposte rapide e automatiche. In pratica, il nostro circuito della paura può essersi biologicamente predisposto ad apprendere a temere certi tipi di stimoli: si parla perciò di apprendimento con predisposizione biologica (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2007).
D’altra parte ci sono persone che hanno paura di animali come i cani o i gatti. Alcuni si chiederanno com’è possibile? Ebbene, ciò dipende da esperienze apprese involontariamente che associano a tale stimolo la caratteristica della pericolosità. Può capitare che la persona ricordi esattamente l’evento traumatico che l’ha portata ad avere paura di un animale o di una determinata situazione, ma può anche accadere che non ricordi affatto l’origine della sua fobia.
Tale meccanismo che riguarda l’insorgenza di una paura viene nominato condizionamento classico e porta la persona ad evitare sistematicamente tutte le situazioni, gli oggetti, gli animali, ecc. associati alla paura. La persona che soffre di una fobia specifica solitamente di fronte allo stimolo negativo reagisce con sensazioni di forte ansia, paura o disgusto che possono essere accompagnate da tachicardia, tremori e sensazioni di svenimento.
A seconda di quanto lo stimolo che genera la paura è vicino, la reazione ansiogena può essere più o meno forte. In ogni caso la persona cercherà in tutti i modi di evitare la situazione percepita come pericolosa. Chi ad esempio ha paura di prendere l’ascensore, userà le scale oppure chi ha paura dei cani tenterà di starne alla larga. La fobia specifica solitamente è frutto di una brutta esperienza avuta in prima persona oppure dall’essere rimasti colpiti negativamente dai racconti di esperienza traumatiche vissute da altre persone.
Le fobie specifiche che si rilevano con maggior frequenza sono:
- fobie per gli animali, come i serpenti, i ragni, ecc.
- fobie per l’ambiente naturale, come le tempeste, le altezze, l’acqua, ecc.
- fobie per il sangue, le iniezioni, le ferite o pratiche mediche invasive
- fobie per alcune situazioni specifiche: ad esempio, trasporti pubblici, tunnel, ponti, ascensori, spazi chiusi, paura di guidare l’auto.
- fobie d’altro tipo, come la paura di ammalarsi o la paura di soffocare.
È chiaro che il fobico come prima soluzione ai suoi problemi tenda ad evitare con grande cura e attenzione tutte le situazioni che possono generare ansia. Pertanto la fuga si verifica solo nei casi in cui non è riuscito a prevenire l’evento. Tutto ciò naturalmente implica piccole ma potenzialmente anche notevoli rinunce e impedimenti alla propria vita privata a seconda della natura della fobia.
Proprio in quest’ottica, l’esposizione all’oggetto che scatena la paura costituisce l’approccio predominante nel trattamento comportamentale delle fobie, una tecnica di cui si sono sviluppate molte versioni. La desensibilizzazione sistematica è stato il primo metodo largamente utilizzato nel trattamento comportamentale delle fobie; esso implica prima di tutto l’addestramento del paziente ad acquisire la capacità di rilassarsi. 
 Il paziente si serve poi di queste abilità apprese mentre immagina una gerarchia di situazioni sempre più spaventose, che ha messo a punto con il terapeuta. Si parte dalla situazione che provoca meno paura fino ad arrivare a quella più temuta. L’esposizione è efficace anche per trattare la fobia sociale. Spesso in questi trattamenti il primo passaggio consiste nell’interpretare o nello sperimentare ruoli durante sedute individuali o nell’ambito di piccoli gruppi di terapia, per poi affrontare l’esposizione a situazioni pubbliche più estese (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2007).
Le persone che soffrono di fobie sono tante, molte delle quali conducono una vita davvero limitata a causa dei continui evitamenti. Il modo di guarire esiste ed un tentativo lo si deve a se stessi e ai propri cari. Perché vivere di paure quando invece c’è tutto un mondo che aspetta di essere sperimentato con entusiasmo e meraviglia?

 L’LSD è una sostanza che fa parte della famiglia degli allucinogeni, il cui effetto principale è la produzione di allucinazioni. Tuttavia, a differenza delle allucinazioni presenti nella schizofrenia, di solito l’individuo riconosce che le sue percezioni alterate sono indotte dalla sostanza assunta. Altri quattro importanti allucinogeni sono la mescalina, la psilocibina e i composti di sintesi MDA e MDMA.

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10 Dicembre 2009 at 17:51 e taggato , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

 Domanda - Cara Dottoressa, sono un uomo di 48 anni e il mio problema è quello di essere consapevole delle mie capacità, ma di non riuscire ad impormi, nel senso che nel confronto con gli altri specie in ambito lavorativo mi trovo sempre a essere accondiscendente anche se mi rendo conto di sbagliare. Eppure non sono una persona passiva, anzi ho sempre avuto molta iniziativa, ma nel confronto con gli altri mi trovo a disagio, mi sento in inferiorità. In qualche modo, pur essendo consapevole di avere molta più intelligenza e capacità del mio interlocutore è come una fuga dal confronto quella che mi prende e questo mi crea uno stato d’ansia in quanto so di sbagliare, ma non riesco a farmi valere. La ringrazio anticipatamente.

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26 Novembre 2009 at 14:08 e taggato , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

   L’attacco di panico è un attacco improvviso di forti sensazioni d’intensa apprensione, terrore e disastro incombente, accompagnate da sintomi fisici quali dispnea, palpitazioni, nausea, dolori al petto, senso di soffocamento e asfissia, capogiri, sudorazione profusa e tremori. Altri sintomi che possono manifestarsi nel soggetto durante l’attacco di panico sono il senso di depersonalizzazione (il sentirsi fuori dal proprio corpo) e di derealizzazione (un senso di irrealtà del mondo), la paura di perdere il controllo, di impazzire o di morire. Difatti spesso i soggetti che soffrono di attacchi di panico sentono il bisogno di fuggire indipendentemente dal posto in cui si trovano. I sintomi si manifestano molto velocemente e raggiungono il picco nell’arco di dieci minuti. Gli attacchi di panico possono essere inaspettati (quando si manifestano mentre il soggetto è rilassato) oppure situazionali (quando l’attacco di panico è scatenato da una situazione specifica, come ad esempio guidare l’automobile, ecc.). La persona di conseguenza vive i periodi successivi al primo attacco di panico con la preoccupazione che possa accadere nuovamente e pertanto può assumere comportamenti diversi da quelli che normalmente adotta. Le situazioni che più frequentemente innescano l’attacco di panico sono: guidare l’auto, attraversare un ponte, trovarsi in negozi o centri commerciali affollati, ecc. In questi casi l’attacco di panico è accompagnato da agorafobia, ossia la paura di situazioni in cui potrebbe essere difficile o imbarazzante allontanarsi in caso di panico.

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