L’ultima notte di ottobre è dedicata ad una festa che ormai ha un grande riscontro anche in Italia, cioè Halloween.

Già da molti giorni le vetrine dei negozi sono addobbate con pipistrelli, zucche, scheletri, vampiri, streghe, ragnatele, fantasmi, ecc.

I bambini non aspettano altro che mascherarsi con costumi mostruosi e giocare chiedendo: “dolcetto o scherzetto?” (“trick or treat”).

Ma Halloween non è una festa solo per bambini, perché anche molti adulti si divertono a travestirsi da macabri personaggi.

Cosa attrae così tanto adulti e bambini in questa festa?

Innanzitutto è un modo per avvicinarsi e di toccare con mano le proprie paure più recondite in modo scherzoso. Spaventare e spaventarsi per gioco ad Halloween può avere un effetto quasi terapeutico rispetto alle nostre paure più innate, come la paura della morte, la paura dell’ignoto e la paura del buio.

La possibilità di scherzare su questi temi e sapere che non accadrà nulla è un modo per dominare tali paure.

Inoltre, il travestimento di per sé può celare il desiderio di impersonare qualcun altro ed in particolare assumere le sembianze di una strega, di un fantasma, di uno zombie, di un diavolo, di un vampiro, ecc. può servire ad esternare in modo innocuo una parte di noi che normalmente è celata e che invece rappresenta il lato più nascosto e trasgressivo che invece in questo modo può essere manifestato.

Molti genitori però temono che una festa del genere possa impaurire i loro figli e far emergere nei loro sogni mostri e figure terribili che nell’immaginario collettivo è meglio tenere lontani dai più piccoli.

In realtà, il voler impersonare un mostro o un personaggio lugubre oppure giocare con teschi, ragnatele, ragni e pipistrelli può avere tutt’altro che un effetto negativo. Infatti, immedesimarsi in un’altra identità è un aspetto del gioco che dovrebbe essere sempre presente nel gioco dei bambini dai 3 anni in su. È da questa età in avanti che il bambino gioca con la fantasia e si diverte a “fare finta di” essere un protagonista delle fiabe piuttosto che un animale o un personaggio della notte o dei propri sogni.

Halloween asseconda proprio questo aspetto ludico dei bambini: giocare con altre sfaccettature della propria fantasia senza paura che accada qualcosa. Halloween aiuta a esorcizzare le proprie paure. Il bambino potrà scegliere di travestirsi proprio del personaggio che più lo spaventa oppure che più lo affascina; in ogni caso egli ne assumerà le vesti sapendo di essere al sicuro perché conscio della dimensione scherzosa della festa.

Questa festa affascina grandi e piccini perché è ricca di un simbolismo macabro che normalmente viene tenuto lontano, ma che per questa occasione si tocca con mano. Proprio grazie ai rituali della notte del 31 ottobre, Halloween si arricchisce di una funzione liberatoria rispetto a tutte le proprie paure. In questo modo affrontiamo la paura della morte, la tocchiamo e la sconfiggiamo. La morte è qualcosa di cui bisogna avere rispetto. Avere troppa paura della morte può solo impedire di vivere con serenità e avventura la vita.

Proprio questa paura che da sempre accompagna il concetto di morte ha fatto sì che il nostro immaginario creasse un momento in cui i morti possono tornare tra i vivi, ed è ciò che dovrebbe accadere magicamente la notte di Halloween.

Halloween rappresenta quindi la festa che più di ogni altra serve ad esorcizzare il più antico dei sentimenti: la paura, in particolare della morte.

Proprio per questo motivo, è importante che i bambini imparino a parlare delle proprie paure, così da poterle affrontare ed esorcizzare.

In che modo? Il travestimento e la messinscena portano il bambino a fare proprio un mondo altrimenti sconosciuto, come quello dell’ignoto e dell’occulto. Proprio parlare, rappresentare e raccontare di un mondo affollato di mostri permette di non viverlo più come tale.

Uno dei rituali della notte di Halloween è di tenere le lanterne accese per allontanare gli spiriti maligni ed impedire alla morte di portare l’oscurità. In particolare, la notte del 31 ottobre si espongono le zucche illuminate. La zucca, detta anche jack-o-lantern, assume una connotazione sovrannaturale grazie alla leggenda di Jack che insegna come le forze dell’occulto nulla possano contro la ragione. Proprio l’intelligenza permise al fabbro Jack di salvarsi dal diavolo. Secondo la leggenda, alla morte di Jack, il demone diede all’uomo un tizzone di fuoco eterno che egli adagiò all’interno di una zucca vagando tra le anime disperse.

Proprio la lampada a forma di zucca oggi è il simbolo di un mondo sconosciuto che si può affrontare senza paura.

Ultimamente si parla spesso di rapimenti e sequestri per motivi economici (estorsione) e politici che fanno da sfondo ad una guerra terribile e interminabile come quella in atto in Siria e Iraq. Purtroppo spesso questi casi finiscono con il brutale omicidio della persona sequestrata laddove non venga pagato un riscatto. Le motivazioni alla base di un sequestro possono anche essere di tipo vendicativo, a sfondo sessuale o di impeto per esercitare il pieno controllo sulla vita di qualcuno.

Cosa accade nella mente di una persona che è vittima di un sequestro? Molti possono sviluppare un disturbo da stress post traumatico (PTSD), in particolare dopo la liberazione, con ricorrenti pensieri sulla paura di ciò che è loro accaduto, incubi, disturbi del sonno, ecc.

Esiste una particolare condizione psicologica per cui la persona sequestrata manifesta sentimenti positivi e di affetto nei confronti di chi l’ha rapita: la Sindrome di Stoccolma. La persona rapita può addirittura ammirare il suo sequestratore fino ad innamorarsene. Molto spesso questa sindrome si può riscontrare nelle situazioni di violenza sulle donne, negli abusi sui minori e nei sopravvissuti ai campi di concentramento.

La spiegazione psicologica alla base di questa condizione paradossale risiede in alcuni meccanismi mentali guidati dall’istinto di sopravvivenza della vittima.

La Sindrome di Stoccolma può insorgere con maggiore probabilità nei casi in cui i soggetti coinvolti hanno passato molto tempo insieme. La vittima percepisce che la sua vita è completamente nelle mani del suo aguzzino che al contempo è l’unico che può garantirle la protezione. Si sviluppa a questo punto un meccanismo psicologico di totale attaccamento verso di lui, nell’illusoria credenza di poter evitare la morte, nell’eventualità che questa soluzione si possa verificare.

Di fatto, la persona rapita, dopo un periodo più o meno breve di terrore e confusione per la situazione forzata in cui si trova, comincia a cercare un modo per resistere a ciò che sta vivendo e quindi sviluppa questo stato psicologico che la porta ad affidarsi totalmente al proprio rapitore.

La vittima si identifica con il proprio aguzzino ed in questo modo riesce a comprendere le motivazioni che l’hanno spinto a rapirla e a comportarsi in un determinato modo. Questo meccanismo psicologico permette alla vittima di tollerare le violenze subite fino ad annullare la rabbia e il rancore che invece sarebbe lecito nutrire nei confronti del proprio carnefice.

La vittima vive un forte senso di impotenza rispetto ad una reale possibilità di fuga. Una volta che la persona rapita ha la certezza di non potersi liberare autonomamente, a livello psicologico si attivano risorse volte ad evitare che si possano verificare eventi temuti. La vittima tende quindi a comportarsi in modo docile e remissivo e solitamente il rapitore rimanda feedback positivi rispetto a comportamenti di questo tipo. Si crea così un circolo vizioso che rinforza determinati atteggiamenti da entrambe le parti fino ad evidenziare che gli effetti della Sindrome di Stoccolma possono coinvolgere anche l’aguzzino che può sviluppare a sua volta sentimenti positivi verso la vittima.

La Sindrome di Stoccolma prende il nome dalla città omonima presso la quale a seguito di un sequestro a scopo di rapina, alcuni degli ostaggi una volta liberi, manifestarono dei sentimenti positivi verso i criminali, sentendosi in debito per la gentilezza e la generosità dimostrate. In particolare, il 23 agosto del 1973 Jan Erik Olsson, a quell’epoca trentaduennenne, ed un suo complice fecero irruzione nella sede della Banca di credito svedese a Stoccolma per compiere una rapina. In quel momento nell’istituto si trovavano anche quattro giovani donne. Il sequestro degli ostaggi a Stoccolma durò sei giorni, si risolse con la riconsegna dei sequestrati sani e salvi e con la resa dei rapinatori. Ma ciò che turbò l’opinione pubblica preoccupata per il rischio di vita in cui si trovavano gli ostaggi, fu l’atteggiamento imprevisto delle vittime del sequestro. Oggi Olsson, pacifico pensionato di 74 anni, racconta del momento in cui gli ostaggi si schierarono dalla sua parte: “I primi tre giorni ho sempre indossato una parrucca nera e avevo la faccia coperta di una crema marrone. Dovevo sembrare un terrorista arabo. Non parlavo svedese, solo inglese. Vedevo la paura nei loro occhi, ed era quello volevo. Poi quando ci siamo rifugiati in una sorta di corridoio all’interno della banca, quasi un tunnel, per essere più lontani dalla polizia, le cose sono cambiate. Mi sono tolto la parrucca, e ho parlato. Vede, il mio accento dello Skåne si sente molto… Abbiamo iniziato a raccontarci le nostre vite, i nostri sogni, le paure. Gli raccontavo dei miei figli – pensi, uno di loro oggi fa il poliziotto. Vedevo che gli ostaggi avevano sempre meno paura. Poi uno di loro mi chiese di andare al bagno. Mi disse “Signor rapinatore”, proprio così, “Signor rapinatore, posso andare alla toilette?”. Ero stanco, sapevo che i servizi erano vicino alla polizia, sapevo che sarebbe scappata, ma le dissi ugualmente: – Vai, ma vedi di tornare -” (La Stampa, 23 agosto 2013). La donna, nonostante i vari tentativi di convincimento di scappare da parte della polizia, tornò dal rapinatore.

Alcuni esempi famosi di vittime di sequestri che hanno manifestato comportamenti tipici della Sindrome di Stoccolma sono: l’americana Patricia Hearst, ricca ereditiera diventata guerrigliera simbionese, l’austriaca Natascha Kampusch sequestrata per anni dal padre, l’italiana Giovanna Amati vittima di un sequestro dei marsigliesi, ecc.

Come è già stato detto la Sindrome di Stoccolma non è codificata in nessun manuale diagnostico, in quanto non viene considerata un disturbo a tutti gli effetti. Eppure, sarebbe interessante approfondire le dinamiche psicologiche che sono alla base di quei comportamenti legati a tale sindrome così da poter individuare approcci psicologici d’aiuto più efficaci nei confronti delle vittime di determinate violenze o che hanno subito gravi privazioni della propria libertà.

È di pochi giorni fa la notizia secondo cui una giovane mamma di 28 anni è morta nel dare alla luce un bebè a Orthez, nei Pirenei Francesi, perché l’anestesista quando è stata chiamata urgentemente in sala operatoria era ubriaca. Anche al momento del fermo, l’anestesista sarebbe risultata in stato di ebbrezza.

Spesso i media riportano casi di pazienti che, a seguito di cure o diagnosi sbagliate, hanno subito gravi danni fisici con conseguenze anche a livello psicologico. Nel peggiore dei casi questi errori hanno portato al decesso della persona. Altri esempi recenti di presunti casi di malasanità: un uomo si presenta al pronto soccorso manifestando dolori al petto e alla gola, ma non viene considerato grave. Dopo circa tre ore l’uomo muore a seguito di un episodio improvviso di dispnea grave seguita da arresto respiratorio (Repubblica, 13 settembre 2014); una donna di 35 anni a seguito di un incidente in motorino viene operata al naso e durante l’operazione entra in coma e muore (Repubblica, 19 settembre 2014); un parto cesareo nell’ospedale della Murgia, e una bambina nata senza vita dopo molte ore di travaglio. Si tratta del terzo caso che si verifica nel nuovo ospedale, inaugurato nei mesi scorsi dopo 17 anni di lavori, che coinvolge piccoli deceduti (Repubblica, 20 settembre 2014); una donna contrae un tumore al seno sinistro ma all’ospedale di Rimini viene sottoposta a 22 sedute di radioterapia al seno sbagliato, cioè a quello sano (Corriere Romagna, 26 febbraio 2014); una donna lamenta dolori post operatori e si scopre che erano stati dimenticati garze e ferri nella pancia (Repubblica, 19 giugno 2014); fino allo scambio di embrioni durante la fecondazione eterologa, per cui una donna al quarto mese di gravidanza scopre di avere in grembo due gemelli con un altro patrimonio genetico (Repubblica, 13 aprile 2014).

Il tema della gestione del rischio clinico è molto sentito e attuale nel mondo medico-sanitario e gioca ormai un ruolo fondamentale nella valutazione qualitativa del sistema sanitario. Per rischio clinico si intende la probabilità che un paziente possa essere vittima di un evento avverso, cioè possa subire un danno o un disagio imputabile, anche se in modo involontario, alle cure mediche prestate nell’ambito di una struttura sanitaria.

Gli eventi avversi possono derivare da molteplici cause. Indubbiamente i fattori individuali e professionali rappresentano una parte importante della pratica clinica, ma sono solo alcuni elementi. Quando si hanno danni al paziente, i fattori individuali possono essere soltanto l’ultimo anello, anche se il più visibile, di una catena di errori, dovuta soprattutto al contesto e ai processi nei quali l’operatore sanitario lavora. Quindi è necessario prendere in considerazione sia gli errori del personale medico e infermieristico, ma anche il malfunzionamento dei macchinari o dei dispositivi medici, ecc.. Gli eventi avversi possono nascere dal risultato di un’indagine diagnostica, e in questo caso, se l’errore è identificato, generalmente richiede la ripetizione del test, con conseguenti sprechi. Nel caso invece in cui l’errore non sia identificato, si possono verificare danni ancora peggiori a causa di una terapia sbagliata. Questi errori, oltre ai danni al paziente, comportano ingenti costi, a partire dalla richiesta di risarcimento oppure per la ripetizione del percorso diagnostico (che peraltro non sempre è clinicamente ripetibile).

Le tre categorie - Le attività che possono generare eventi avversi ad alto rischio clinico dannosi per il paziente si possono dividere in tre gruppi: 1) le attività diagnostiche (errori o ritardi nella diagnosi, esami invasivi evitabili, ecc.); 2) le attività terapeutiche farmacologiche o radiologiche (errori di prescrizioni, errori nella scelta della terapia, errori nella prescrizione dei farmaci, ecc.); 3) gli interventi chirurgici (errori nella valutazione di idoneità del paziente all’intervento, errori nella valutazione dei rischi dell’intervento rispetto all’efficacia e/o rispetto alle complicanze o effetti collaterali, ecc.) (Perrella e Leggeri, 2007). È necessario specificare che per la realizzazione del piano di gestione del rischio clinico sono necessari operatori tecnico-sanitari con differenti ruoli e a diversi livelli del sistema sanitario in maniera coordinata ed integrata. Solo l’attività combinata di queste diverse figure può garantire la diffusione e la messa in atto del piano in maniera capillare sull’intero territorio. In particolare, gli attori coinvolti nel sistema di gestione del rischio clinico sono identificabili in:

- operatore sanitario-utente (tutti i lavoratori che con differenti ruoli – medici, infermieri professionali ecc. – operano nella struttura sanitaria nei reparti a rischio di errore umano più elevato);

- delegato alla sicurezza (operatore tecnico o sanitario referente per la gestione del rischio clinico);

- clinical risk manager (dirigente di area biomedica-infermieristica, politecnica o psico-sociale responsabile del sistema di gestione del rischio clinico).

In conclusione, è fondamentale accrescere la consapevolezza degli operatori sanitari in merito alle problematiche legate alla sicurezza dei pazienti e tradurre tali acquisizioni nella quotidiana pratica professionale con l’obiettivo di migliorare la qualità e la sicurezza delle cure rivolte al paziente.

L’atto di togliersi la vita è un gesto che lascia in chi vive l’amaro in bocca soprattutto se chi decide di compiere questo gesto è un adolescente. Si cerca allora di ripercorrere la vita del giovane per cogliere eventuali fratture che si sarebbero potute interpretare come richieste d’aiuto silenziose e permettere a qualcuno di intervenire in tempo.

Gli adulti spesso tendono a minimizzare i problemi relazionali degli adolescenti perché si pongono da un’altra prospettiva. Avendo anni di esperienza alle spalle, l’adulto tende a valutare la vita dei giovani nella sua evoluzione verso il futuro, perdendo di vista le difficoltà nel presente che un ragazzo può vivere come insormontabili. È difficile per un giovane non tenere conto del giudizio dei coetanei che, quando porta all’emarginazione, genera una sofferenza che può sfociare in atteggiamenti di chiusura e ripiegamento su di sé oppure in atti impulsivi e decisioni avventate (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Talvolta l’emarginazione e l’isolamento, magari portati all’esasperazione, sono motivi sufficienti per indurre un giovane al suicidio. Può capitare che un ragazzo che non segue il gruppo, ma che se ne discosta, sia emarginato. Può essere il caso, ad esempio, di giovani intellettualmente dotati, interessati alla cultura, poco attratti dai passatempi dei compagni e non attenti alle mode. Essi scelgono di essere se stessi fino in fondo, ma scoprono con il tempo che è anche la strada più difficile da percorrere. Non seguire la massa, ma differenziarsi, soprattutto in un’età come l’adolescenza, richiede grande autostima e forza interiore che un giovane ancora non possiede in maniera tale da riuscire ad affrontare un gruppo di pari che gli si schiera contro.

Nell’adolescenza l’identità che si aveva in qualità di bambini deve essere abbandonata per acquisirne un’altra, ma in questa fase di transizione si è più fragili e si cerca l’approvazione del gruppo o di un amico con il quale si condividono gusti e interessi. Se il gruppo non c’è o è ostile o se manca il conforto di un amico, il livello di vulnerabilità aumenta, anche perché è più facile che un adolescente confidi la sua disperazione ad un amico piuttosto che ai genitori.

Per questo motivo, pensando ad un intervento rivolto ai ragazzi a rischio, sarebbe auspicabile inserire maggiori spazi di condivisione delle idee e dei problemi così da sensibilizzare i giovani ad un mutuo aiuto. Indubbiamente non è facile trovare in un ragazzo i segnali che funzionino da campanello d’allarme per chi gli vive accanto. Il giovane, che magari già aveva manifestato indicatori di disagio, può agire d’impulso sull’onda di una forte emozione negativa o della sensazione di un fallimento irrimediabile e mettere in atto il comportamento suicida. Dalle statistiche emerge che circa il 70-75% dei giovani invierebbe nel periodo che precede il suicidio alcuni segnali che, se colti, potrebbero salvarli. Possono ad esempio confidare ad amici, a volte ai familiari, di voler morire. Questi segnali sono una tacita richiesta d’aiuto spesso sottovalutata (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Proviamo ad elencare alcuni stati di difficoltà che non sono necessariamente precursori di un suicidio, ma dovrebbero essere considerati con attenzione da parte dell’adulto in quanto sono comunque indicatori di disagio: comportamenti ostili e aggressività manifesta, consumo di alcol e droga, assenza di coinvolgimento, di partecipazione emotiva e atteggiamenti passivi rispetto alle attività quotidiane e alle relazioni, cambiamenti nelle abitudini alimentari e nel sonno, paura della separazione (ad esempio: la fine di un rapporto sentimentale, il divorzio dei genitori), difficoltà di concentrazione, brusco cambiamento della personalità (ad esempio, una ragazza normalmente gioviale che all’improvviso si chiude in se stessa e non esce più), improvvisi cambiamenti di umore (fasi di intenso cattivo umore si alternano a momenti di grande entusiasmo), comportamenti a rischio (alcuni giovani si lanciano in azioni spericolate sfidando troppo da vicino la morte), drastico abbassamento del rendimento scolastico e della motivazione allo studio, perdita o mancanza di amici.

Vi sono poi alcuni fattori che, con alla base alcuni degli indicatori precedenti, possono far presagire il rischio di un suicidio: perdere una persona cara, vivere con un senso di totale impotenza come se nulla abbia più importanza, essere ossessionati dalla morte, scrivere le proprie ultima volontà (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009). In conclusione, ci sono fattori scatenanti e fattori predisponenti che, sommandosi e potenziandosi, finiscono per creare una miscela esplosiva. È importante che non soltanto gli adulti, ma anche i ragazzi, conoscano questi segnali e vi prestino attenzione. Spesso, infatti, gli amici e i coetanei si trovano nella posizione migliore per notarli e salvare la vita di una persona cara. D’altra parte si può chiedere aiuto in tanti modi, anche solo con gli occhi, silenziosamente.

Avere in casa un cane e prendersi cura di lui è un’esperienza appagante e arricchente, soprattutto per un bambino che ne trarrà tanti insegnamenti utili per la sua crescita e per il suo futuro. Il cane diventerà per il bambino un amico fedele e insostituibile e in compenso il piccolo si prenderà cura del suo amico a quattro zampe, dandogli da mangiare o portandolo a spasso.

I bambini vivono con i cani un’intesa speciale, dettata anche dal fatto che questi animali mantengono un aspetto puerile, tanto che spesso gli adulti si stupiscono nell’osservare dei bambini piccoli giocare serenamente con cani di grossa taglia, come se fossero due cuccioli.

Un presupposto importante che va spiegato al bambino è che il cane non è un regalo o un giocattolo, ma un essere vivente che prova gioia alla presenza del padrone o nel giocare con altri cani, delusione per l’assenza di qualcuno che si prenda cura di lui, dolore per la perdita di una persona che lo ha accudito con amore.

Far crescere un bambino con un animale è un progetto educativo che aiuta il piccolo a responsabilizzarsi verso chi è più debole e ad assumere un atteggiamento altruistico anche da adulto. Il bambino si abitua al contatto fisico intenso che può dare la vicinanza di un animale, fatto di carezze e di giochi, ma anche di cure come, ad esempio, pettinare il cane.

La presenza di un animale domestico, soprattutto nel primo periodo di vita, può sviluppare sentimenti di empatia con il “pet” e di conseguenza migliorare le capacità relazionali con gli altri. Il rapporto che bambino e cane costruiscono è basato su un affetto incondizionato e intimo.

Il bambino che cresce con un cane rivestirà ruoli diversi a seconda del periodo di vita in cui si trovano entrambi: il bimbo sarà colui che si prende cura del cane cucciolo, ma sarà invece protetto dal cane che viene introdotto in casa in età già adulta.

La presenza di un animale in casa può essere un valido sostegno affettivo per un bambino. Molti genitori sono spaventati dai problemi igienici che potrebbero derivare dal possedere un animale domestico, ma se l’animale che vive in famiglia è sano non può essere di nessun rischio per la salute del bambino (un animale si considera sano quando è regolarmente vaccinato e sottoposto a controlli periodici dal veterinario). Naturalmente, la casa ha bisogno di maggiori cure e attenzioni rispetto alla pulizia degli ambienti.

Il bambino può trarre moltissimi vantaggi psicologici dall’avere un amico a quattro zampe. Prima di tutto l’amicizia con un animale, come il cane o il gatto (con i quali è più immediata l’interazione), stimola il bisogno del bambino di dare e ricevere affetto. Inoltre, accudire un animale e sapere che il suo benessere dipende in buona misura dalle proprie cure, per un bimbo rappresenta un’esperienza formativa importante che fa sviluppare un forte senso di responsabilità e altruismo. Prendendosi cura di un altro essere vivente, il bambino comprende i propri limiti, ma anche quelli degli altri. Assume una visione più aperta verso il mondo, impara a comunicare e ad accettare il prossimo. Anche la dimensione della natura e della vita in senso lato assumono una forte valenza: il bambino osserva l’animale che nasce, si accoppia, gioca, cresce, soffre, muore.

Partecipare al ciclo di vita del suo animale, permette al bambino di entrare in contatto con i grandi temi della vita che normalmente gli sono preclusi dagli adulti. Infatti, la separazione dovuta alla morte del suo fedele amico, pur essendo un evento penoso per il bambino, rappresenta un primo passo verso la vita che purtroppo avrà in serbo per lui altri distacchi dolorosi.

Sfortunatamente capita spesso che per seguire la moda oppure per accontentare un capriccio del proprio figlio, alcuni genitori acquistino con superficialità animali domestici o addirittura esotici, sradicati dal proprio mondo naturale e costretti a condurre una vita umanizzata e sofferente. Privati dei loro punti di forza questi animali diventano dipendenti in tutto e per tutto del loro padrone che diviene l’unico mediatore con il mondo esterno. In questo modo il rapporto tra animale e uomo è squilibrato e insano, tanto che gli animali tendono ad essere considerati degli oggetti o risultano antropomorfizzati.

Cosa insegnare dunque ai bambini affinché instaurino un rapporto sano ed equilibrato con il loro amico a quattro zampe? Gli adulti devono istruire i figli a rispettare il cane, a non fargli i dispetti come tirargli la coda o dargli colpi addosso, altrimenti si rischia che l’animale, soprattutto se cucciolo, si senta minacciato da comportamenti che il bambino invece mette in atto per giocare. Inoltre, un animale non si sente più amato se viene coccolato oltre misura, ma è felice quando vengono rispettati i suoi spazi e i suoi ritmi e quando si sente libero.

Infine, un piccolo suggerimento per chi vuole prendere un cagnolino per il proprio bambino. Si sa, ci sono tanti cani di razza bellissimi, ma non dimentichiamo che nei canili ci sono centinaia di animali meravigliosi che aspettano solo di trovare un nuovo padrone che si prenda cura di loro in cambio di un amore incondizionato.

La sfida più importante che una persona e i suoi familiari devono affrontare e gestire è il limite della vita, la morte. Quando l’individuo diventa anziano e si rende conto di non essere immortale e che la sua prospettiva di vita è finita sente la realtà di una fine che si avvicina sempre di più e può provare paura della morte, paura di soffrire e di non riuscire ad affrontarla con dignità. Questa paura è più presente quando l’anziano è malato.

Alcune persone pensano di ricorrere al suicidio. La probabilità di usare questa forma di controllo della propria morte aumenta dopo i 65 anni soprattutto per gli uomini soli, socialmente isolati, depressi o con disturbi psichici; per le donne, invece, tale probabilità non subisce variazioni durante l’arco della vita (De Beni, Borella e Mammarella, 2009).

In realtà tutte le paure hanno origine dalla consapevolezza che un giorno moriremo. Questo è l’elemento irrisolvibile che crea tutte le altre paure. Una possibile soluzione consiste nell’accettare la condizione di esseri che nascono e muoiono. Non c’è un modo particolare con cui si esorcizzano le proprie paure. Molto dipende dall’età, dall’esperienza e anche dalle caratteristiche di ogni persona. C’è chi si rifiuta di pensare alla morte, chi invece la sfida continuamente per sondare i suoi limiti (ad esempio, chi pratica sport estremi) e chi accetta gli eventi come capitano (Oliverio Ferraris, 2002).

La paura della morte è connessa a tutta una serie di altre paure:

-          di soffrire fisicamente, di diventare dipendenti e di non avere più il controllo sul proprio corpo;
-          della solitudine e dell’isolamento;
-          di non esistere più;
-          dell’umiliazione;
-          dell’impatto della propria morte su chi resta vivo, anche a livello economico;
-          della morte di altri, della loro sofferenza fisica ed emotiva;
-          di non riuscire a completare quello che ci si era prefissati (“prima di morire devo ancora terminare quell’impresa”) o di assistere a determinati eventi (“prima di morire vorrei                     avere dei nipotini”);
-          della punizione, soprattutto per le persone credenti.

Tutti questi timori non vengono provati necessariamente allo stesso modo da ogni individuo; alcuni rivestono maggiore importanza rispetto ad altri, mostrando la variabilità individuale di ciascuno di fronte alla morte.

Secondo lo studioso Erikson, la vecchiaia è quella fase della vita in cui si deve cercare di bilanciare la ricerca di integrità dell’Io con la disperazione determinata anche dall’avvicinarsi a questo inevitabile appuntamento. La risoluzione di questo conflitto porterebbe alla saggezza, virtù associata a questa fase di vita. Erikson a tal proposito enfatizza come il compito dell’anziano sia quello di dare un senso alla propria vita, integrando le perdite che ha subito. La disperazione è quindi una parte dominante di tale processo, così come la solitudine legata alla morte dei propri cari. Le emozioni negative che si possono associare a questa fase vengono denominate crisi della vita; esse sono in parte dovute e spiegate dalla minore energia fisica e psicologica, che l’anziano deve comunque saper gestire e amministrare per affrontare la quotidianità (De Beni, Borella e Mammarella, 2009).

Se il pensare alla propria morte è complesso e angosciante, affrontare le ansie e le paure della morte degli altri non è più facile. In letteratura viene riportato che il morire altrui evochi nei sopravvissuti emozioni negative che variano tra la paura, la rabbia, la tristezza e la depressione. Il morente dovrebbe potersi trovare in un contesto che lo sostiene, che diminuisce lo stress, le sofferenze fisiche ed emotive. Spesso avviene invece che le richieste emotive del paziente siano evase da reazioni non adeguate, non solo di familiari ma anche di infermieri e medici non preparati a gestire tale situazione. Stress, senso di impotenza, mancanza di accettazione portano alla messa in atto di meccanismi di difesa e di protezione verso se stessi quali il negare tale realtà, evitare il contatto, verbale, oculare e fisico con il morente e con i suoi familiari.

La morte può costituire un tabù anche per coloro che per mestiere sono più esposti a questo tipo di realtà (medici, infermieri, operatori sanitari) e che non sempre sono preparati ad affrontare il tema della terminalità. È però diritto dell’anziano, così come di ogni paziente, essere al corrente di quello che potrebbe accadere, in quanto la morte è qualcosa che ci appartiene (De Beni, Borella e Mammarella, 2009).

E ciò è tanto più vero se pensiamo che ciò che spaventa di più della morte è l’ignoto, il vuoto, il pensiero che di noi non ci sarà più traccia, la perdita di un amore, dell’affetto delle persone care, delle gioie e dei dolori della vita, ma in particolare la consapevolezza che non si può sfuggire alla morte.

Forse dovremmo provare a tornare un po’ bambini, perché essi vivono la vita con quell’innocente senso di onnipotenza che li rende spavaldi e impavidi di fronte a qualsiasi pericolo. In questo modo potremmo affrontare la morte con rispetto, ma con un pizzico di incoscienza che ci renderebbe più coraggiosi e allo stesso tempo potremmo riuscire ad apprezzare di più la vita e ciò che di bello ci accade ogni giorno.

La crisi economica ha creato una serie di situazioni insostenibili per molte persone che hanno deciso di togliersi la vita non riuscendo a trovare altre vie d’uscita. Sono 32 gli imprenditori che si sono suicidati in Italia dall’inizio del 2012, per cause legate anche alla crisi economica. È quanto rileva la Cgia di Mestre. La regione più colpita da questo dramma, sottolinea la Cgia, è il Veneto, con 10 vittime. La crisi economica, comunque, fa strage anche tra i lavoratori. In due anni c’è stata una vera e propria escalation di suicidi dovuti a difficoltà economiche, a licenziamenti o a situazioni legate all’impossibilità di trovare lavoro (La Repubblica, 3 maggio 2012).

Il suicidio è una drammatica espressione di disagio sociale, tanto da essere la prima causa di morte prematura. Per questo motivo negli ultimi anni, il tema del suicidio sta ricevendo un’attenzione costantemente crescente in tutto il mondo, con molte nazioni impegnate a sviluppare programmi di prevenzione al fine di ridurre quest’epidemia globale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima circa 1 milione di morti per suicidio annue e lo riporta tra le 20 principali cause globali di morte (WHO, 2012). I tassi di suicidio variano considerevolmente da nazione a nazione e, probabilmente, non tutte le morti vengono registrate e riportate in maniera omogenea e veritiera (in Cina, ad esempio, si ritiene che il numero di suicidi sia sottostimato per questioni economiche). In Europa, attualmente si riscontrano percentuali maggiori nei paesi del nord-est rispetto a quelli del sud (La Stampa, 10 maggio 2012).

È importante tenere in considerazione che il comportamento suicida non è mai la conseguenza di una singola causa o di un singolo fattore di stress, ma di numerosi fattori biologici, psicologici e sociali che interagiscono. I disturbi psicologici (depressione, disturbi dell’umore, dipendenza da sostanze, schizofrenia, ecc.) sono indubbiamente fattori di alto rischio per il suicidio. Le persone depresse a rischio di suicidio evidenziano alti livelli di disperazione e senso di inutilità, pensiero suicidario continuo e precedenti tentativi di togliersi la vita. Laddove vi sia la combinazione con abuso di alcol, la probabilità che il suicidio vada a buon fine al primo tentativo è molto più alta.

Riguardo alle persone che soffrono di disturbi dell’umore, può accadere che una piccola percentuale di questi pazienti tenti di uccidersi. In questo caso i fattori di rischio riguardano: comportamenti autolesivi, storia familiare di suicidio, depressione, repentini cambiamenti del tono dell’umore, abuso di alcool o droghe. Fattori precipitanti, soprattutto in persone che abusano di alcol, sono sintomi depressivi marcati ed eventi di vita stressanti, in particolare la rottura di legami affettivi. Ma cosa accade nella mente della persona che vuole togliersi la vita?

Prima di tutto la maggior parte delle persone non decide di suicidarsi in maniera improvvisa, eccetto i casi di persone con gravi disturbi psichiatrici. In generale, ci vuole tempo e con la mente la persona esamina tutte le possibilità per riuscire a risolvere un problema che gli rende la vita impossibile. Ad un tratto può balenare nella testa l’idea del suicidio, che quasi immediatamente la persona rifiuta cercando altre vie d’uscita.

Se purtroppo per il soggetto non esistono altre soluzioni allora ecco che si ripresenta l’opzione suicidio. La mente prova a rifiutarla ancora. La persona si sente come in un tunnel con due sole soluzioni: una opzione che risolve tutti i problemi come per magia oppure il suicidio. In questo senso l’idea di togliersi la vita non rispecchia tanto il desiderio di morire, quanto piuttosto la voglia di porre fine ad un dolore insopportabile e ad un senso di impotenza e di incapacità di intervenire positivamente nei confronti della propria vita. Via via il suicidio si concretizza e prende forma come l’unica opzione possibile. A questo punto la mente inizia ad immaginarlo e a pianificarlo.

Le motivazioni che spingono qualcuno a suicidarsi, come la depressione e un senso di malessere generale, possono rendere la persona arida, senza speranza, passiva, incapace di soffrire e di reagire di fronte alle difficoltà della vita. Altri motivi comprendono un trauma, una situazione disperata, una grave delusione. In questo caso non è importante l’evento scatenante, ma il significato che questo ha per l’individuo. La vita per lui è diventata insostenibile. Il bilancio della propria esistenza è negativo e l’individuo pensa che i suoi cari starebbero meglio senza di lui che ha causato loro solo sofferenze. C’è poi chi si suicida pensando così di “vendicarsi” dell’indifferenza delle persone a lui vicine che in questo modo si accorgerebbero di lui, anche se troppo tardi.

La persona che si uccide vuole recidere qualsiasi legame con il mondo, ma allo stesso tempo è inevitabile che lasci un messaggio. Quasi sempre chi si suicida comunica una rivendicazione, un’accusa verso chi poteva intervenire e non ha voluto o non ha potuto fare nulla perché questa tragedia si verificasse. In realtà, chi si toglie la vita lascia anche un altro messaggio. Il suicidio non è la soluzione ai problemi. Proprio quando tutto appare insopportabile, bisogna uscire da quella visione univoca e restrittiva che non lascia intravedere vie d’uscita, ma chiedere aiuto. Anche solo questo tentativo avrà aperto uno squarcio nel buio della solitudine e avrà permesso di fare entrare quella luce che illuminerà la strada verso nuove soluzioni.

L’invecchiamento è un processo che interessa l’intero arco della vita, ma nello specifico si colloca al termine del ciclo di vita prima della morte.

Invecchiare non vuol dire solo misurare la propria età anagrafica in relazione al passare del tempo, ma comporta dei cambiamenti a livello fisico e cognitivo.

Oltre allo stato di salute fisica di una persona anziana, ha un notevole rilievo sul processo di invecchiamento il modo in cui si percepisce la vecchiaia e come viene attribuita dagli altri.

In tal senso si può dire anche che la vecchiaia inizia quando un individuo si percepisce anziano in base alla propria personalità e al contesto in cui vive. Ad esempio una donna di 90 anni che ha una buona salute, a parte qualche acciacco dovuto all’età, magari si sente sola, si annoia, perché nessuno la chiama e di conseguenza ha sempre meno voglia di fare le cose. Il marito e molti  suoi coetanei sono morti, i figli e i nipoti sono lontani. La donna si sente vitale, ma facendo un bilancio della sua vita si rende conto di essere vecchia; d’altra parte anche i familiari non le rimandano l’immagine produttiva che lei ha ancora di se stessa. Ecco come una persona si può sentire vecchia a 90 anni così come a 60 anni, proprio in base, non solo alle condizioni fisiche,  ma anche al modo in cui si rapporta alla realtà e a come gli altri si relazionano a lei (De Beni, 2009).

Tuttavia, contrariamente agli stereotipi che raffigurano l’anziano come soggetto ad un declino ineluttabile, recenti ricerche psicologiche hanno dimostrato che il decadimento non è pervasivo. Infatti, accanto ad aspetti in cui si evidenziano delle perdite, ce ne sono altri che si mantengono fino ad età avanzata; inoltre le differenze individuali hanno un ruolo tanto nell’esordio quanto nelle caratteristiche del declino cognitivo. Le ricerche svolte nell’ambito della memoria episodica hanno dimostrato che gli anziani hanno prestazioni più basse dei giovani, per esempio, nel ricordo di liste di parole. Ciò ha ripercussioni nella vita di tutti i giorni, infatti gli anziani dimenticano più facilmente il luogo in cui hanno messo un oggetto oppure il nome di una persona conosciuta di recente.

Le difficoltà in alcuni processi cognitivi vengono compensate attraverso il reclutamento di altre abilità: in pratica gli anziani autonomamente sopperiscono ai punti di debolezza facendo leva sui loro punti di forza. Si può parlare quindi di una “plasticità cognitiva” anche durante l’invecchiamento. La plasticità cognitiva comprende quelle risorse cognitive che attraverso varie tecniche, come ad esempio i training, può essere modificata per migliorare la prestazione nei compiti cognitivi. Ci sono training di tipo riabilitativo dove la persona svolge un percorso di potenziamento attraverso attività volte a migliorare la prestazione nell’abilità deficitaria. Ci sono anche training di tipo compensativo in cui si usano le abilità preservate per supportare quelle che tendono a deteriorarsi. Durante il training la persona anziana impara a usare delle tecniche di memoria. Grazie al miglioramento dell’abilità mnemonica, la persona avrà un atteggiamento più attivo e propositivo verso altri compiti di memoria nella vita quotidiana (De Beni, 2009).

È necessario sottolineare che gli studi hanno evidenziato come non tutte le persone traggono gli stessi benefici dai training. Chi ha più di 75 anni mostra un miglioramento ridotto rispetto a chi ha meno di 75 anni. Inoltre, l’incremento delle attività mnemoniche dopo un training dipende in larga parte anche dalle differenze individuali dal punto di vista cognitivo e motivazionale.

Le prestazioni dell’anziano risentono maggiormente del sistema di credenze e di fiducia nella propria memoria rispetto ai giovani. Nello specifico, le convinzioni che un anziano ha riguardo alle proprie abilità cognitive, e in particolare al funzionamento della propria memoria, possono influenzare l’efficacia dei training di memoria. Gli anziani che vivono con un senso di peggioramento i cambiamenti nella loro memoria, hanno più credenze negative e generalmente percepiscono e riportano un maggior numero di dimenticanze rispetto ai giovani. Durante le prove mnemoniche gli anziani che si percepiscono inefficaci perdono la loro motivazione fino ad  evitare situazioni stimolanti per paura di fallire. Gli anziani che svalutano la loro memoria tendono a sottostimarsi anche in compiti di facile esecuzione. Fortunatamente, tali credenze negative possono essere modificate attraverso i training, la promozione delle conoscenze sul funzionamento della memoria e un atteggiamento positivo verso di essa (De Beni, 2009).

Tutto ciò nell’ottica del benessere e della qualità della vita delle persone anziane attraverso la valorizzazione del cambiamento e dello sviluppo individuale.

disperazioneUna donna di 41 anni di Crema (Cremona) si è uccisa con il gas insieme alla figlia di due anni. La donna non era sposata. La figlia era nata da una relazione con un primario dell’ospedale di Crema, che l’aveva riconosciuta. Il rapporto con la madre della bambina, che non aveva altri figli, sembra fosse finito da tempo. Un’amica della vittima ha confidato ai cronisti che la donna aveva manifestato timori per il futuro suo e della figlia: non aveva problemi economici, ma non lavorava ed era depressa (Il Giornale, 21 luglio 2011).

Ancora madri che uccidono i propri figli. Cosa si scatena nelle mente di queste donne che le porta ad uccidere ciò che loro stesse hanno concepito? Quali modalità adottano per porre fine alla vita del figlio? Il modus operandi più frequente utilizzato dalle madri per uccidere è il soffocamento seguito dallo strangolamento. Altre modalità comprendono: percosse con diversi strumenti che provocano il trauma cranico, annegamento, accoltellamento, defenestrazione, avvelenamento, asfissia da gas, ecc. (Mastronardi e Villanova, 2008). Resnick (1969) ha proposto una classificazione che comprende cinque categorie di infanticidio, sottolineando come il periodo più a rischio per un minore è quello fino a sei anni di vita.

Le categorie individuate da Resnick comprendono il figlicidio:
- altruistico: in questo caso la madre spesso si suicida dopo aver ucciso il figlio malato (suicidio allargato) per salvarlo da una vita di sofferenze. A questo comportamento si associa la Sindrome di Beck, cioè una visione pessimistica di sé e del proprio futuro;
- con elevata componente psicotica: la madre uccide il figlio dando ascolto ad allucinazioni che le “ordinano” di commettere il brutale gesto;
-  di un bambino indesiderato: si verifica quando il figlio è nato da una relazione extraconiugale o perché la madre è troppo giovane e immatura. In questo caso i tentativi di suicidio della donna sono scarsi;
-  accidentale: la madre, già abituata a picchiare il figlio, ne causa la morte a causa di un gesto impulsivo in seguito alle urla e ai pianti del bambino. La donna spesso soffre di disturbi di personalità e irritabilità. Spesso si tratta di donne che hanno subito violenza da piccole e il marito è poco partecipe ai problemi della famiglia;
- per vendetta sul coniuge.

Mastronardi (2006) propone un’altra classificazione delle motivazioni che portano all’infanticidio dividendoli in due blocchi: il primo riguarda le madri che sono responsabili penalmente e quindi imputabili ed il secondo che invece comprende le donne per le quali sussistono cause psicopatologiche che ne compromettono parzialmente o totalmente la capacità di intendere e di volere.

In generale, al di là delle singole classificazioni, i moventi che spingono una madre ad uccidere il proprio figlio sono molteplici e concatenati a livello psicologico, sociale e relazionale. Possono verificarsi casi in cui una madre ha vissuto di recente una grave perdita affettiva (lutto o separazione), si sente isolata a livello sociale, subisce violenza tra le mura domestiche, ha una bassa autostima, desidera essere indipendente ed ha paura di avere dei vincoli in vista di una relazione presente o futura, soffre di disturbo narcisistico o istrionico di personalità, soffre di depressione, ecc.

È importante quindi che una donna viva la gravidanza e la successiva nascita di un figlio con serenità, aspetto che le è garantito dalla vicinanza e dall’amore del partner e delle persone a lei care.

Se sfortunatamente dovesse mancare uno di questi elementi, alla base di tutto c’è l’idea che la società dovrebbe trasmettere alle donne di non temere di perdere il proprio ruolo sociale e lavorativo per una maternità, di non far sentire la nascita di un figlio come un peso, come qualcosa che blocca il progredire della loro vita sociale e professionale, che non sia una preoccupazione per paura di non avere sufficienti guadagni per sostentarlo, ma che le porti a ripartire da qualcosa di nuovo e di bello senza sentirsi sole.

giappone-644_jpg_415368877Dopo la catastrofe avvenuta nel dicembre 2004, il mondo si trova ad affrontare un altro evento naturale di proporzioni immani che ha distrutto città e provocato la morte di migliaia di persone. Il terremoto e lo tsunami di questi giorni hanno sconvolto il Giappone e tutto il resto del mondo che assiste impotente a questo disastro. Lo tsunami ha spazzato via case, navi, aerei, tutto ciò che trovava sul proprio percorso causando la morte di decine di migliaia di persone. L’impatto psicologico che un evento così drammatico può avere sui sopravvissuti è potenzialmente molto profondo.
Il disturbo che di solito sviluppano le vittime dei disastri si chiama disturbo post-traumatico da stress (PTSD, post-traumatic stress disorder) causato da “un evento traumatico che la persona ha vissuto direttamente, o a cui ha assistito, e che ha implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri. L’evento deve aver creato paura intensa, sentimenti di impotenza, o di orrore”. I veterani di guerra sono i soggetti nei quali l’esposizione a questo genere di stress è più frequente. I sintomi del disturbo post-traumatico da stress vengono raggruppati in tre categorie principali (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2007).
1) Rivivere l’evento traumatico. Il soggetto richiama spesso alla memoria il trauma vissuto o esso riaffiora sotto forma di incubo. Il soggetto può essere fortemente turbato da stimoli che ricordano l’evento (rumori, suoni, urla, ecc.).
2) Evitamento degli stimoli associati all’evento traumatico oppure ottundimento della reattività. Nel primo caso le persone cercano di evitare tutto ciò che potrebbe ricordare loro l’evento traumatico; nel secondo caso, i soggetti manifestano un diminuito interesse per gli altri, un senso di distacco e di estraniamento e incapacità di provare emozioni positive. Queste due reazioni così diverse in realtà non sono in contrapposizione, in quando può accadere che vi sia una notevole oscillazione tra una fase che fa rivivere il trauma ad una fase che invece diminuisce la percezione emotiva.
3) Sintomi di aumentata attivazione fisiologica. Questi sintomi comprendono difficoltà ad addormentarsi o mantenere il sonno, difficoltà di concentrazione, ipervigilanza ed eccessive risposte di allarme.
4) Altri disturbi psicologici si associano spesso al disturbo post-traumatico da stress, quali l’ansia, la depressione, la rabbia, il senso di colpa e l’abuso di sostanze. Comuni sono anche i pensieri suicidari, così come episodi esplosivi di violenza e problemi di natura psicofisiologica connessi con lo stress, come cefalea e disturbi gastrointestinali.
È importante avere ben presente questa costellazione di sintomi per organizzare un trattamento efficace dei sopravvissuti.
La dissociazione e la soppressione dei ricordi possono contribuire al mantenimento del disturbo in quanto impediscono alla persona di confrontarsi con i ricordi del trauma. Proprio per tali motivi il debriefing per lo stress da incidenti critici (CISD, critical incident stress debriefing) è una procedura di intervento immediato (entro 72 ore) sulle vittime di un grave trauma. Il CISD è di solito limitato ad un’unica, lunga sessione organizzata per gruppi, ma anche per singoli individui, indipendentemente dall’eventuale manifestarsi di sintomi. Il terapeuta incoraggia le persone a ricordare i particolari dell’evento di cui sono state vittime e le invita a esprimere con la maggiore completezza possibile ciò che sentono.
I terapeuti che applicano questo metodo di solito visitano il luogo del disastro immediatamente dopo che si è verificato, talvolta su invito delle autorità locali (come è avvenuto dopo l’attacco dell’11 settembre al World Trade Center), altre volte no; la terapia viene offerta sia alle vittime che ai loro familiari (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2007). L’utilizzo di questa metodica è piuttosto controverso. Per alcuni studiosi è meglio che i sopravvissuti seguano un normale e più lungo percorso terapeutico che permetta loro di rivivere il trauma in modo più graduale. Un altro tipo di terapia psicologica prevede la riesposizione della persona agli stimoli traumatici, ma in modo organizzato e con il sostegno del terapeuta (ad esempio: esposizione diretta, tecniche di immaginazione guidata, ipnosi).
Ad ogni modo l’obiettivo di ogni intervento terapeutico è soprattutto quello di potenziare la percezione di sicurezza e di ridurre le reazioni di paura e di mancanza di controllo dei superstiti. Non dimentichiamo che il nostro organismo di solito neutralizza gli eventi stressanti grazie alle cosiddette strategie di coping. Ma l’impatto psicologico generato dal terremoto e dallo tsunami è troppo forte per essere neutralizzato dalle risorse personali di ciascun individuo. Per questo è fondamentale intervenire subito, in particolare sui bambini che hanno ancora meno risorse psicologiche per affrontare un disastro di tale portata.