La memoria gioca un ruolo fondamentale nei consumi. Determinante in tal senso è la capacità di un messaggio promozionale di un prodotto di essere ricordato nel momento della scelta. Allo stesso modo, il ricordo di un’esperienza passata in relazione a quello specifico prodotto e all’emozione provata dall’averlo posseduto incide profondamente nella scelta. Il ricordo di un profumo o di un sapore è capace di farci rivivere emozioni ed esperienze ad esso collegate, riportandoci in un momento felice della nostra vita. In questo caso i prodotti svolgono il ruolo di stimolazioni per rivivere determinate esperienze del passato. Per questo motivo è particolarmente interessante riuscire a individuare il collegamento che ci può essere tra un prodotto ed eventuali ricordi nostalgici ad esso collegati (Olivero e Russo, 2013).

La nostalgia è un’emozione molto importante che viene spesso usata in pubblicità per legare un articolo o un servizio ad un momento della vita di una persona carico di ricordi positivi. Spesso si ritrovano in molti messaggi pubblicitari e in numerose caratterizzazioni di brand il ricordo del periodo infantile, ricco di affetti e di valori, di immagini familiari e di naturalezza, capace di richiamare alla mente la qualità del prodotto di una volta. L’importanza di questo processo spiega perchè nel marketing si sta consolidando una branca chiamata marketing della memoria, che crea e comunica prodotti e/o brand in quanto tasselli cruciali nella costruzione di identità e storie di gruppi e generazioni di consumatori.

La Ferrero, per esempio, ha riproposto l’immagine del periodo felice in cui la mamma preparava la merenda utilizzando un articolo di successo senza tempo come la Nutella. Da prodotto da consumare “da soli, di nascosto” diventa un facilitatore della relazione, e quindi un prodotto da condividere con gli amici e la famiglia. La stessa frase “che mondo sarebbe senza Nutella” sottolinea il ruolo dell’articolo nella vita delle persone, riportando all’attenzione il valore dell’esperienza di un tempo passato caratterizzato da molteplici momenti di convivialità (Olivero e Russo, 2013).

Un altro esempio calzante può essere quello della Barilla che, introducendo nuovi prodotti indirizzati ad un target giovane, che vive la dimensione familiare in modo più furtivo, strategicamente crea il legame con il passato proponendo sughi pronti attraverso lo slogan “proprio come li faresti tu” e la linea di pasta ispirata alle tradizioni regionali. In questo modo il giovane ha la sensazione di vivere l’emozione provata durante l’infanzia nel sentirsi coccolato da una madre premurosa.

Proprio queste emozioni e questi vissuti sono quelli che le persone che si occupano di marketing sperano di stimolare utilizzando la strategia del ricordo nostalgico. La possibilità di tralsare l’emozione legata alla bontà di un prodotto di un tempo, o all’esperienza di un periodo felice come quello dell’infanzia o dell’adolescenza, nelle emozioni vissute oggi nel provare un articolo che è garanzia di quello che si è esperito, è alla base dell’uso della nostalgia nei consumi.

Stessa tecnica è stata usata da Mulino Bianco che ha riproposto immagini tipiche della vita rurale di un tempo, ricca di simboli legati alla natura, alla qualità dei prodotti e ai valori della famiglia. In queste immagini ritroviamo tutto come era fatto una volta. L’obiettivo è quello di evocare il legame tra le “cose buone di un tempo” e la genuinità di un prodotto.

Per capire quali sono i meccanismi che caratterizzano l’uso della memoria nel mondo dei consumi occorre conoscere meglio il processo mnemonico. La memoria non consiste in una semplice operazione di immagazzinamento di informazioni, elaborazioni di idee, sentimenti ed emozioni passate, ma in un processo dinamico che coinvolge da una parte meccanismi automatici e dall’altro un insieme di strategie tra cui hanno particolare importanza il pensiero, l’attenzione e la percezione (Olivero e Russo, 2013).

Per questo motivo nel momento in cui motiviamo o raccontiamo il senso e il significato della scelta di un determinato acquisto è possibile stupirci nell’avere individuato razionalmente un fattore determinante nella scelta, influenzando il modo di ricordare il momento dell’acquisto.

8 Marzo 2016 at 10:42 e taggato , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

“Canta che ti passa” recita il detto. È proprio vero perché sia la musica sia il canto sono dei potenti antistress. Cantare quindi fa bene alla salute e alla psiche: aumenta la funzionalità del sistema immunitario, favorisce il rilascio di ormoni e di serotonina, fa diminuire il livello di cortisolo (un ormone la cui produzione aumenta in condizioni di stress), riduce le tensioni muscolari, implica una respirazione più regolare e profonda tanto da aumentare l’ossigenazione nel sangue e migliorare la funzionalità cardiaca, favorisce la dilatazione dei vasi sanguigni come quando si ride o si assumono farmaci specifici. La musica e di conseguenza i suoni sono un messaggio universale da tutti compreso e con effetto immediato a livello psicofisico. D’altra parte uno tra i primi sensi utilizzati dal feto è proprio l’udito: quando il piccolo ascolta la voce della mamma e impara a distinguerla dalle altre, sa anche riconoscere le varie intonazioni a seconda delle emozioni che la madre sta vivendo.

Cantare aiuta a rilassarsi e a buttare fuori le sensazioni e le emozioni negative vissute durante la giornata. Ciò vale in modo particolare per tutti coloro che non si occupano di musica per lavoro. Quindi anche solo canticchiare una canzone mentre si passeggia o si torna a casa oppure cantare sotto la doccia sono tutte azioni che migliorano l’umore, allontanano la stanchezza, fanno iniziare o terminare in modo positivo una giornata perchè favoriscono il rilascio di ormoni e sostanze come la serotonina e le endorfine. In particolare sono molte le persone che cantano sotto la doccia o anche in macchina quando sono sole. L’effetto è benefico e liberatorio perchè la persona è sola e sente di poter dare libero sfogo alla sua energia, può cantare ciò che vuole senza timore di essere giudicata o criticata o presa in giro, assecondando anche lo stato d’animo del momento e quindi scegliendo la musica più adatta al suo umore.

Di fatto la persona sotto la doccia canta per se stessa e ciò le regala un senso di libertàimpagabile, privo di valutazioni, di timori o di aspettative di persone che ascoltano. Coloro che intonano una canzone da soli sotto la doccia o in casa possono tirare fuori la parte più infantile di se stessi o anche provocatoria, perché potrebbero decidere di imitare cantanti famosi, scimmiottarne i movimenti, improvvisare anche qualche passo di danza, tutto con un unico scopo: divertirsi a fare qualcosa che in presenza d’altri non farebbero mai. Per molte persone infatti esibirsi davanti a qualcuno, anche solo per svago, diventa un problema serio. Il timore di cantare in pubblico può derivare da molteplici motivi: insicurezza personale, consapevolezza di essere stonati (ma ciò spesso non è un deterrente, anzi), bassa autostima, timore di essere giudicati. Rispetto a quelle che si vergognano, per le persone esibizioniste prevale il senso di benessere e divertimento derivante dal cantare. La persona che canta in pubblico vuole comunicare qualcosa di sé agli altri sia attraverso le parole sia con i gesti che accompagnano la sua performance. In ogni caso prevale il piacere di essere ascoltati e guardati dagli altri anche se le doti canore possono lasciare a desiderare.

D’altra parte cantare insieme ad altre persone, come ad esempio in un coro, aumenta la sicurezza in se stessi, fa sentire parte di un gruppo coeso e migliora l’umore. Infatti il coro è tradizionalmente usato in tutto il mondo durante i riti di moltissime religioni per i suoi effetti rilassanti, energizzanti e coinvolgenti. Molte ricerche hanno evidenziato come nelle persone che cantano in coro aumenti la percezione di benessere e allo stesso tempo si viva la presenza degli altri come uno stimolo ad impegnarsi con regolarità. Alcune malattie senili, come la demenza, possono essere affrontate dai pazienti, partecipando ad un coro, così da mantenere la mente sempre in esercizio grazie alla necessità di ricordare le parole e la musica dei brani. Inoltre, presupposto fondamentale di chi canta in coro non è emergere, ma piuttosto amalgamare la propria voce con quella degli altri così da creare un insieme armonico equilibrato e omogeneo. Quindi, a meno che non ci sia qualche voce solista che deve emergere in alcuni casi prestabiliti, nel coro non bisogna cercare di mettersi in evidenza, evitando quindi situazioni di rivalità o narcisismo.

Anzi il coro crea una clima di solidarietà, unione, rilassatezza e senso di protezione. Far parte di un gruppo vocale significa prima di tutto condividere una passione, ma anche momenti gratificanti derivanti da un benessere comune. L’ansia tende a scomparire, così come la timidezza si riduce notevolmente grazie alla possibilità di mescolare la propria voce con quella degli altri coristi. Il corista canta con forza e intensità sviluppando una sensazione liberatoria e di armonia con gli altri e con se stesso. Infatti, dopo una giornata di lavoro, fatica e stress, cantare con tutta la propria energia fa sentire davvero bene. Anche ritrovarsi con gli altri elementi del gruppo e avere la possibilità di creare nuove amicizie, fa superare la pigrizia e la voglia di rimanere a casa magari stanchi e stressati. Cantare fa bene. Ed è bello cantare per il piacere di farlo, con orgoglio e passione, con la certezza poi di sentirsi più leggeri e sereni.

In psicologia quando si parla di minori spesso si tende a confrontarsi esclusivamente con problemi o difficoltà, ma esistono anche altre realtà come quella dei bambini con particolari talenti. Ad esempio un bambino che a 3 anni già dimostra di conoscere i numeri, saper leggere, avere un linguaggio ricco, essere curioso e manifestare interesse verso la musica, l’arte o altre materie, probabilmente è un bimbo plusdotato. Un bambino/ragazzo viene definito plusdotato quando ha uno sviluppo cognitivo superiore allo sviluppo normale per un bambino della sua età.

È importante riconoscere per tempo un bambino plusdotato in modo tale che le caratteristiche di personalità vadano di pari passo con le condizioni ambientali in cui sta crescendo per esprimere appieno il suo potenziale. Può capitare che questi bambini siano incompresi in quanto, ad esempio a scuola, apprendendo molto prima degli altri e in modo più agevole, nel tempo rimanente tendono ad agitarsi e a distrarsi. Ciò si verifica anche perché il programma di studio può rivelarsi troppo semplice per loro. Capita che talvolta essi vengano diagnosticati come bambini affetti da sindrome d’attenzione e iperattività fuorviando inizialmente anche una persona esperta. Tale confusione si può comunque mettere da parte, osservando il comportamento del minore plusdotato quando si affronta un argomento nuovo e stimolante: a quel punto egli si concentra totalmente su quanto di nuovo può apprendere. Questi bambini imparano in modo intuitivo, creativo, non seguendo sequenze ordinate e organizzate come i compagni di classe.

Questo talento cognitivo è misurabile attraverso il Quoziente Intellettivo (QI) che nella media delle persone si assesta attorno ad un valore compreso tra 85 e 115. I bambini ad alto potenziale cognitivo hanno un QI tra 125-130 e 160. Il bimbo plusdotato è spesso un bambino difficile che ha incontrato da subito problemi d’integrazione a scuola. In classe, egli spesso evita di farsi notare troppo; consapevole della sua differenza, cerca di nasconderla facendo a volte volontariamente degli errori. Egli non ama imparare a memoria, è raramente un bravo studente. Contando esclusivamente sulla sua memoria, manca di metodo e di organizzazione, è insaziabile sugli argomenti che lo appassionano e cambia frequentemente le sue aree d’interesse (Associazione Svizzera per i bambini ad alto potenziale cognitivo).

I suoi talenti possono toccare sfere diverse: musica, matematica, creatività, ecc. Alcuni ricercatori affermano che circa l’8-10% della popolazione di studenti sono bambini plusdotati. Per loro è importante poter usufruire di programmi ad hoc o comunque, come avviene in altri Paesi, seguire il programma di classi avanzate, essere supportati da uno psicologo se necessario e frequentare scuole speciali. L’importante è non soffocare questi talenti, ma imparare a valorizzarli in quanto possono essere un risorsa per tutti.

Ecco in sintesi 7 indizi per capire quando ci si trova davanti ad un bimbo plusdotato di 3-4 anni (Corriere della Sera, 4 settembre 2009):

1)      dopo aver ascoltato una fiaba due o tre volte, ricorda tutto a memoria e interrompe per correggere se viene modificata una frase o una parola;

2)      memorizza con estrema facilità i luoghi e i percorsi: ad esempio riesce a ricostruire ed anticipare la strada da casa alla scuola materna;

3)      comprende i sentimenti degli altri e si identifica con loro: quando vede un altro bambino che piange o sta male, gli si avvicina, gli chiede come va, si siede al suo fianco;

4)      non si accontenta delle risposte secche, del tipo “è così e basta”: chiede di sapere il perché di un avvenimento, a volte polemizza sulla motivazione che gli viene data;

5)      ha un lessico molto ricco, sa utilizzare bene i verbi, parla con grande proprietà di linguaggio: varia molto gli aggettivi, conosce un numero elevato di parole;

6)      se sta facendo qualcosa che gli interessa, è molto difficile distrarlo. Ha una grande capacità di concentrazione e anche un senso di responsabilità elevato: “se mi sono preso un impegno devo portarlo a termine”;

7)  se gli viene chiesto di rifare o ristudiare qualcosa che ha già imparato prima, dimostra noia o disinteresse: non perché non abbia voglia di impegnarsi, ma perché gli sembra inutile.

Questi bambini speciali hanno un grande bisogno di complessità, pertanto si demotivano facilmente davanti a problemi troppo facili, mentre sono stimolati da una sfida intellettuale che per altri sarebbe irraggiungibile. È fondamentale che siano sostenuti e incoraggiati dagli insegnanti e dalla famiglia. Al fine di svilupparne al massimo il potenziale si possono considerare varie soluzioni, tenendo conto della personalità e della maturità del bambino. È possibile quindi modificare il programma di studi attraverso: accelerazione, arricchimento e approfondimento. L’accelerazione consiste nel rispettare il ritmo di sviluppo intellettuale del ragazzo.

Si realizza nel salto di classe di un anno o di due anni per un giovane con un QI superiore a 145. L’arricchimento permette all’allievo un maggiore accesso alle informazioni, permettendogli di colmare la sua curiosità intellettuale, aumentare le discipline o gli argomenti di studio. L’approfondimento comporta lo studio più completo degli argomenti trattati nel programma “ufficiale”. Si tratta quindi di andare a fondo delle cose in una determinata area (Associazione Svizzera per i bambini ad alto potenziale cognitivo).

È importante che questi bambini abbiano la possibilità di sviluppare il loro potenziale. Pertanto prima si riesce a riconoscere un bambino plusdotato, tanto più egli si realizzerà ed avrà la possibilità di vivere in armonia con se stesso e con gli altri, mettendo al servizio della società il suo talento.

L’invecchiamento è un processo che interessa l’intero arco della vita, ma nello specifico si colloca al termine del ciclo di vita prima della morte.

Invecchiare non vuol dire solo misurare la propria età anagrafica in relazione al passare del tempo, ma comporta dei cambiamenti a livello fisico e cognitivo.

Oltre allo stato di salute fisica di una persona anziana, ha un notevole rilievo sul processo di invecchiamento il modo in cui si percepisce la vecchiaia e come viene attribuita dagli altri.

In tal senso si può dire anche che la vecchiaia inizia quando un individuo si percepisce anziano in base alla propria personalità e al contesto in cui vive. Ad esempio una donna di 90 anni che ha una buona salute, a parte qualche acciacco dovuto all’età, magari si sente sola, si annoia, perché nessuno la chiama e di conseguenza ha sempre meno voglia di fare le cose. Il marito e molti  suoi coetanei sono morti, i figli e i nipoti sono lontani. La donna si sente vitale, ma facendo un bilancio della sua vita si rende conto di essere vecchia; d’altra parte anche i familiari non le rimandano l’immagine produttiva che lei ha ancora di se stessa. Ecco come una persona si può sentire vecchia a 90 anni così come a 60 anni, proprio in base, non solo alle condizioni fisiche,  ma anche al modo in cui si rapporta alla realtà e a come gli altri si relazionano a lei (De Beni, 2009).

Tuttavia, contrariamente agli stereotipi che raffigurano l’anziano come soggetto ad un declino ineluttabile, recenti ricerche psicologiche hanno dimostrato che il decadimento non è pervasivo. Infatti, accanto ad aspetti in cui si evidenziano delle perdite, ce ne sono altri che si mantengono fino ad età avanzata; inoltre le differenze individuali hanno un ruolo tanto nell’esordio quanto nelle caratteristiche del declino cognitivo. Le ricerche svolte nell’ambito della memoria episodica hanno dimostrato che gli anziani hanno prestazioni più basse dei giovani, per esempio, nel ricordo di liste di parole. Ciò ha ripercussioni nella vita di tutti i giorni, infatti gli anziani dimenticano più facilmente il luogo in cui hanno messo un oggetto oppure il nome di una persona conosciuta di recente.

Le difficoltà in alcuni processi cognitivi vengono compensate attraverso il reclutamento di altre abilità: in pratica gli anziani autonomamente sopperiscono ai punti di debolezza facendo leva sui loro punti di forza. Si può parlare quindi di una “plasticità cognitiva” anche durante l’invecchiamento. La plasticità cognitiva comprende quelle risorse cognitive che attraverso varie tecniche, come ad esempio i training, può essere modificata per migliorare la prestazione nei compiti cognitivi. Ci sono training di tipo riabilitativo dove la persona svolge un percorso di potenziamento attraverso attività volte a migliorare la prestazione nell’abilità deficitaria. Ci sono anche training di tipo compensativo in cui si usano le abilità preservate per supportare quelle che tendono a deteriorarsi. Durante il training la persona anziana impara a usare delle tecniche di memoria. Grazie al miglioramento dell’abilità mnemonica, la persona avrà un atteggiamento più attivo e propositivo verso altri compiti di memoria nella vita quotidiana (De Beni, 2009).

È necessario sottolineare che gli studi hanno evidenziato come non tutte le persone traggono gli stessi benefici dai training. Chi ha più di 75 anni mostra un miglioramento ridotto rispetto a chi ha meno di 75 anni. Inoltre, l’incremento delle attività mnemoniche dopo un training dipende in larga parte anche dalle differenze individuali dal punto di vista cognitivo e motivazionale.

Le prestazioni dell’anziano risentono maggiormente del sistema di credenze e di fiducia nella propria memoria rispetto ai giovani. Nello specifico, le convinzioni che un anziano ha riguardo alle proprie abilità cognitive, e in particolare al funzionamento della propria memoria, possono influenzare l’efficacia dei training di memoria. Gli anziani che vivono con un senso di peggioramento i cambiamenti nella loro memoria, hanno più credenze negative e generalmente percepiscono e riportano un maggior numero di dimenticanze rispetto ai giovani. Durante le prove mnemoniche gli anziani che si percepiscono inefficaci perdono la loro motivazione fino ad  evitare situazioni stimolanti per paura di fallire. Gli anziani che svalutano la loro memoria tendono a sottostimarsi anche in compiti di facile esecuzione. Fortunatamente, tali credenze negative possono essere modificate attraverso i training, la promozione delle conoscenze sul funzionamento della memoria e un atteggiamento positivo verso di essa (De Beni, 2009).

Tutto ciò nell’ottica del benessere e della qualità della vita delle persone anziane attraverso la valorizzazione del cambiamento e dello sviluppo individuale.

È sempre affascinante osservare una persona anziana mentre fa le parole crociate, i rebus, gli anagrammi, le sciarade e tutto quello che concerne l’enigmistica. È proprio durante questo passatempo che i piccoli acciacchi della vecchiaia vengono dimenticati per tenere occupata la mente con esercizi che richiedono concentrazione, ragionamento e conoscenza. L’enigmistica diventa un personal trainer del cervello perché permette di esercitare contemporaneamente la memoria, l’attenzione, il pensiero astratto e la logica. Pertanto più si usa il cervello e meno si incorrerà nel rischio di un decadimento mentale. Quando ci si trova a dover rispondere ad una definizione per risolvere un indovinello o per completare le parole crociate, si va a scavare nel bagaglio della memoria a breve e a lungo termine. Questa ricerca permette di tenere sempre allenata e pronta una memoria che altrimenti andrebbe a deteriorarsi.

Questo è importante per le persone anziane, ma anche per i giovani è molto utile allenare la mente a fare ragionamenti per risolvere problemi di enigmistica. Ad esempio i bambini che a scuola studiano una o più lingue straniere potrebbero migliorare la padronanza e la conoscenza del lessico grazie all’uso delle parole crociate scritte nella seconda lingua. L’enigmistica è l’arte di risolvere enigmi. In generale un enigma è un breve componimento, per lo più in versi, che in forma oscura e ambigua allude a una parola o a un concetto da indovinare. Il bello dell’enigmistica è che si può fare in tanti contesti diversi senza molti problemi perché ciò che serve è un giornale di enigmistica e una penna. E allora ecco che ci si può impegnare in treno, in spiaggia, in aereo, a casa. Il potere dell’enigmistica è che necessita di un’alta concentrazione che permette di estraniarsi dal contesto circostante. Il tempo passa in un battibaleno!

Proviamo a spiegare in cosa consistono i giochi più conosciuti dell’enigmistica. Forse il gioco più famoso e diffuso nel mondo è il cruciverba (o parole crociate). Il gioco consiste nel trovare la parola corretta (con il numero di lettere previsto) per ogni definizione. Le definizioni possono riguardare sia argomenti di cultura generale, gossip e spettacolo sia provare a trarre in inganno il lettore con il doppio senso tra il significato di una parola e la parola stessa intesa come entità linguistica (ad esempio, “La fine del giorno”, ha spesso come soluzione “No”). Nella versione base, il gioco si svolge su una griglia quadrata o rettangolare di caselle bianche e nere. Le caselle nere rappresentano le interruzioni tra le parole che vanno a riempire le caselle bianche, una lettera per casella. Uno schema di parole crociate è risolto quando tutte le caselle bianche sono state riempite e tutte le parole corrispondono alle definizioni date. Esistono parole crociate di diversi livelli di difficoltà, determinata sia dalle parole scelte, sia dall’ermeticità o dalla genericità delle definizioni usate per descriverle.

Il rebus consiste in una vignetta che il solutore deve interpretare per ricavarne una frase risolutiva. Un anagramma è il risultato della permutazione delle lettere di una o più parole compiuta in modo tale da creare altre parole o eventualmente frasi di senso compiuto. Ad esempio, l’anagramma semplice (tra parola e parola; ad esempio: calendario = locandiera); l’anagramma a frase (tra parola e frase; ad esempio.: doppiatore = pepita d’oro). La sciarada è uno schema che consiste nell’unire due o più parole per formarne un’altra (ad esempio: tram + busto = trambusto). La crittografia tratta dei metodi per rendere un messaggio “offuscato” (crittogramma) in modo da non essere comprensibile a persone non autorizzate a leggerlo.

E’ chiaro che per tutti i giochi enigmistici, maggiore sarà la difficoltà nel trovare le soluzioni e più grande sarà la soddisfazione nel riuscire a completare il gioco. Dalla descrizione dei vari giochi più importanti, è evidente come nel mondo dell’enigmistica si giochi con le parole sia in base al loro significato che per altri aspetti, come la loro lunghezza, le sillabe o le lettere che le compongono. Per diventare bravi in questi giochi di enigmi è necessario avere una flessibilità mentale che permette di gestire le conoscenze linguistiche su più fronti (D’Urso, 2011).

Chi costruisce i giochi enigmistici, soprattutto quelli più complessi, utilizza una forma combinatoria di pensiero a cui si aggiunge una certa dose di arguzia. A sua volta, il solutore cerca di cogliere gli inganni e le astuzie escogitate dal suo inventore per rendere difficile la soluzione. Solitamente questi giochi sono contenuti in quasi tutte le riviste, ma vi sono anche giornali esclusivamente dedicati all’enigmistica che costano poco e durano molti giorni.

I giochi enigmistici fanno compagnia, tengono la mente occupata e permettono al solutore di immaginare di avere un interlocutore immaginario con cui scontrarsi per risolvere i problemi che di volta in volta gli vengono proposti. L’enigmistica è un passatempo sia per chi deve trascorrere ore di viaggio altrimenti noiose, ma anche per coloro che devono affrontare una malattia, la solitudine, la tristezza; sono stati infatti una valvola di sfogo per moltissime persone nei difficili periodi della guerra e del dopoguerra (D’Urso, 2011). Il segreto risiede nell’attenzione dedicata alla ricerca della soluzione dei vari enigmi che temporaneamente allontana la mente dalle difficoltà della vita.

 La malattia di Alzheimer è una malattia degenerativa progressiva e irreversibile di lunga durata. Punti fondamentali negli studi di sopravvivenza sono costituiti da:

» Continua la lettura

23 Settembre 2009 at 10:42 e taggato , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink