Due sono le categorie di persone più a rischio per maltrattamento: i minori e gli anziani. In entrambi i casi infatti i soggetti interessati sono deboli perché incapaci o impossibilitati a difendersi e a denunciare i fatti.

Negli ultimi anni ci sono stati moltissimi procedimenti giudiziari legati a maltrattamenti di minori e anziani. Solo dall’inizio del 2016 ci sono stati molteplici casi accertati dai carabinieri (Panorama – Francalacci, 1 agosto 2016). Nel febbraio 2016 in una scuola a Pavullo nel Frignano, comune montano in provincia di Modena, è emerso che l’insegnante sottoponeva gli alunni a violenze fisiche come schiaffi, percosse, spinte, minacce. Una insegnante aveva persino punito una bambina lasciandola all’aperto a 700 metri di altitudine in pieno inverno. Gli alunni terrorizzati non volevano più andare a scuola. Lo stato d’animo angosciato di questi bambini ha allertato alcuni genitori che hanno sporto denuncia da cui poi è partita l’indagine.

Sempre a febbraio 2016 in un asilo di Pisa una maestra si rivolgeva così ad alcuni bambini da 1 a 3 anni: “Rincoglionito, oggi ti faccio del male, sciocco stai zitto, ti metto fuori al freddo, sei duro come il muro, a te oggi niente frutto, levati di torno, boia! Vai a piangere in bagno, con te non ci parlo”. Oltre ad insulti e urla, questa maestra picchiava anche i bambini. La donna è finita agli arresti domiciliari.

Nell’aprile 2016 una maestra di Bisceglie picchiava e offendeva i bambini che non mangiavano o non obbedivano.

Ancora nell’aprile 2016 un’educatrice di un asilo comunale di Roma maltrattava con schiaffi, scossoni e grida bambini di età compresa tra i 12 e 24 mesi.

Nell’agosto 2016 in un asilo del quartiere Bicocca di Milano il titolare e la coordinatrice della struttura sono stati arrestati. Alcuni bimbi sarebbero stati più volte legati con cinghie alle sedie, altri chiusi al buio in stanzini e trattenuti dentro a lungo terrorizzati nonostante urla e pianti disperati. In un caso è stato rilevato in ospedale anche un morso dato sul collo vicino all’orecchio ad un piccolo di circa 2 anni da parte della donna.

Molti casi riguardano anche gli anziani. Nell’ottobre 2016 ad Acerno nel salernitato sono state emesse diciotto misure cautelari nei confronti del direttore e degli operatori di una casa di cura per anziani che devono rispondere per maltrattamenti continui e aggravati. Razioni di cibo minime, schiaffi, minacce, bestemmie, strattoni. Erano queste, come dimostrano le intercettazioni audio e le riprese video agli atti dell’inchiesta, le condizioni quotidiane di vita per una trentina di anziani e sofferenti psichici ospiti in questa casa di cura. Non avevano spesso neanche il permesso di comunicare con i propri parenti e non potevano usufruire liberamente dei servizi igienici. «Posso andare in bagno?» chiede un anziano e l’assistente con crudeltà risponde: «Quando stai per morire». E poi ancora: «Ti sfondo la testa». E in sottofondo il pianto dei poveri pazienti (Corriere della Sera – Coppola, 19 ottobre 2016).

Ancora nell’ottobre 2016 anziani ultrasettantenni e anche una donna di oltre 90 anni, insultati, strattonati, vittime di violenze fisiche e morali. È accaduto in una casa di riposo di Gioia del Colle dove, stanca di subire maltrattamenti da parte di una operatrice sanitaria, un’anziana ospite ha deciso di reagire e ha raccontato tutto alla responsabile della struttura che ha messo fine alle vessazioni facendo arrestare la responsabile (La Gazzetta del Mezzogiorno – Laforgia, 22 ottobre 2016).

Riguardo agli anziani, la tendenziale crescita demografica della popolazione di età avanzata ha posto la società di fronte al problema dell’assistenza agli anziani. La persona in età senile frequentemente si trova, alla fine, a perdere la propria indipendenza per eterogenee motivazioni: giunge, quindi, ad instaurare rapporti di dipendenza domestica, medico-igienica, motoria e socio-emotiva.

È bene tenere presente che i casi di maltrattamento ai danni delle persone di età avanzata che giungono alla Magistratura sono presumibilmente una minima parte della reale presenza del fenomeno (Molinelli et al., 2007).

I casi da citare sarebbero moltissimi e questi sono solo alcuni di quelli avvenuti negli ultimi mesi. Si tratta di una lunga e vergognosa scia di violenza che colpisce i soggetti più deboli della nostra società. Come possono infatti denunciare e raccontare bambini piccolissimi o anziani spesso soli o molto malati?

I bambini sono il futuro della nostra società, mentre gli anziani rappresentano la storia e i ricordi e troppo spesso vengono dimenticati e lasciati soli. Entrambe le categorie andrebbero protette e salvaguardate da qualsiasi atto di violenza e maltrattamento nei loro confronti. I minori hanno diritto a costruire il proprio futuro su basi allegre e spensierate; gli anziani dal canto loro hanno diritto di poter vivere una vecchiaia serena.

Riguardo alla tutela dei minori, come è affermato nell’art. 3 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia, approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 20 novembre 1989, “in tutte le decisioni riguardanti i bambini che scaturiscono da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative o organi legislativi, l’interesse prevalente del bambino deve costituire oggetto di primaria considerazione”.

In quest’ottica, dopo anni di violenze, circa due mesi fa la Camera ha approvato la legge sulla videosorveglianza negli asili e nelle strutture per anziani e disabili. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato (Orizzonte Scuola, 19 ottobre 2016).

La videosorveglianza entra quindi negli asili e nelle strutture per anziani e disabili. Le immagini filmate potranno essere visionate solo dopo una segnalazione credibile o una denuncia, e solo dalla la polizia o da un pubblico ministero. Non potranno essere viste da nessun altro, neppure dal personale della scuola.

Inoltre, per l’installazione del sistema di videosorveglianza sarà necessario l’assenso dei sindacati e per la tutela della privacy, la presenza dei sistemi di videosorveglianza dovrà essere segnalata con dei cartelli a tutti quelli che accedono negli edifici monitorati.

Tale provvedimento non tocca solo l’argomento della videosorveglianza, ma entra anche nel merito di una valutazione attitudinale nell’accesso alle professioni educative e di cura ovvero test psico-attitudinali da fare al momento dell’assunzione e poi periodicamente, nonché di formazione iniziale e permanente del personale delle strutture (Orizzonte Scuola, 19 ottobre 2016).

Questo provvedimento è davvero importante, dal momento che ogni forma di violenza ai danni di un minore crea una forte destabilizzazione nello sviluppo della sua personalità, e provoca danni a breve, medio e lungo termine sul processo di crescita del bambino. Tutte le forme di maltrattamento ai danni di un minore possono generare serie conseguenze a seconda della gravità e della durata delle violenze subite.

I bambini maltrattati frequentemente manifestano: pianto costante, panico, paura, accessi di aggressività, comportamenti regressivi, rifiuto di contatto fisico di ogni tipo e ansia eccessiva per gli approcci relazionali. Inoltre, è possibile che si presenti un’eccessiva attenzione per i pericoli in generale e verso l’ambiente circostante. Sono bambini che si mostrano timidi, remissivi e paurosi in ambienti estranei, ma spesso al rientro nel loro contesto diventano aggressivi e sfogano la loro aggressività con la modalità del gioco violento. Va tenuto presente che, in età evolutiva, la psicopatologia è caratterizzata da una flessibilità dei sintomi, poiché il bambino reagisce ad un evento stressante a seconda della sua personalità e, soprattutto in base allo stadio evolutivo in cui si trova, in base alla sua storia pregressa, e al tipo di ambiente in cui vive. I sintomi che il bambino presenta in reazione ad un evento stressante sono sempre aspecifici, e soprattutto sono in relazione ai fattori protettivi e di rischio che ha sperimentato all’interno del suo ambiente familiare (Popolla, 2010).

Non dimentichiamo inoltre che la scuola è un osservatorio priviliegiato della condizione dei minori e che essi, frequentandola per molte ore al giorno e per diversi anni dovrebbero sia poter instaurare rapporti di fiducia con i propri insegnanti sia riuscire ad esprimere più liberamente se stessi, le loro esperienze e anche le loro sofferenze, e non essere invece maltrattati proprio da chi si dovrebbe prendere cura di loro (Iamartino, 2007).

In quest’ottica, la focalizzazione sull’abilità di riconoscere determinate modalità educative come forme di maltrattamento è fondamentale sia in un’ottica di prevenzione secondaria, consentendo al corpo insegnante di rilevare tecniche e prassi educative inappropriate, eventualmente agite al suo interno; sia in termini di prevenzione primaria, se si opera per incrementare la capacità dei docenti di riflettere e controllare le proprie condotte professionali, potenzialmente sfociabili in un maltrattamento dell’alunno (Caravita e Miragoli, 2007).

Grazie all’approvazione del provvedimento sull’inserimento delle telecamere negli asili e nelle case di cura, sia la scuola sia il contesto medico-assistenziale sono coinvolti in prima linea nella prevenzione del disagio e di conseguenza nella diffusione e nella somministrazione efficace di interventi volti alla promozione del benessere psicologico e della tutela della salute fisica e mentale dei bambini e degli anziani (World Health Organization, 1990; Miragoli e Caravita, 2007).

Ogni anno milioni di bambini sono esposti a situazioni stressanti più o meno gravi che possono diventare una fonte di traumi. Gli eventi traumatici che un essere umano può vivere comprendono: disastri naturali (uragani, terremoti, inondazioni e incendi), disastri causati da errori umani (incidenti automobilistici, incidenti aerei, naufragi), atti di violenza diretta (abuso sessuale, fisico e psicologico, sparatorie, rapimenti, bombardamenti e atti terroristici) o indiretta (esposizione a violenza domestica o ad atti di violenza trasmessi dai mezzi di comunicazione), malattie gravi o procedure mediche dolorose (cancro, ustioni, ecc.) (Belaise, 2003).

La reazione delle vittime a questi eventi traumatici è di solito positiva sia che esse abbiano vissuto il trauma direttamente sia che lo abbiano subito indirettamente. Ciò vale anche per i bambini, nonostante permanga una percentuale significativa di minori che, in seguito a tali eventi, manifesta livelli molto elevati di disagio psicologico con notevoli conseguenze nella vita sociale, familiare e nei processi evolutivi, d’apprendimento e di sviluppo. Una reazione normale agli stress estremi è rappresentata dal sentirsi storditi, apatici e depressi; in un secondo momento, subentrano sintomi come irritabilità e senso d’angoscia per le perdite o i danni subiti.

Una reazione grave è definita Disturbo Post-Traumatico da Stress (Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD). Può capitare che tra il trauma e l’inizio del disturbo passi del tempo (anche anni) e più intenso e prolungato è stato l’evento traumatico, più grave sarà il PTSD. Ci sono persone che soffrono di PTSD per anni e, nel caso in cui il trauma sia stato particolarmente violento e prolungato, un soggetto non aiutato da esperti può anche rimanere per sempre vittima di tale disturbo. Dalla correlazione che c’è tra l’intervento traumatico e lo sviluppo di PTSD si evince la potenzialità che ha il trauma nel determinare questa reazione psicologica. D’altra parte, in bambini esposti a eventi traumatici meno gravi o comunque brevi, la percentuale di PTSD può scendere al di sotto del 20%, soprattutto se è trascorso un certo periodo dall’esperienza traumatica (Belaise, 2003).

Il momento che il soggetto definisce come traumatico può a volte non coincidere con quello che l’interlocutore si aspetta. Ad esempio, un adolescente ferito alla testa, in seguito a un incidente d’auto, dichiarò che il momento più traumatico fu quando lo caricarono su un’ambulanza diversa da quella del fratello e della madre. Da ciò è possibile evincere che l’evento traumatico corrisponde a una serie di percezioni, emozioni e pensieri soggettivi che una particolare situazione può aver suscitato nel soggetto (Belaise, 2003, Shaw, 2000).

I bambini con PTSD  spesso riportano altri disturbi come impulsività, distrazione e problemi dell’attenzione (dovuti all’ipervigilanza), disturbi del comportamento, disforia, scarsa emotività, evitamento sociale, dissociazione, disturbi del sonno, aggressività nel gioco, insuccesso scolastico, ritardo nello sviluppo o perdita di abilità già acquisite, ansia e disturbi psicosomatici (Belaise, 2003, Gurwitch et al, 1998).

È possibile aiutare le vittime di questi eventi traumatici a superarli e ad avere una qualità di vita soddisfacente? Sì e molto dipende dal trattamento e dalla tempestività con cui viene messo in atto. Ci sono varie tipologie di trattamento per bambini e adolescenti con PTSD. Alcuni studiosi hanno verificato l’efficacia di una psicoterapia breve, focalizzata sul trauma e l’angoscia, in un gruppo di giovani adolescenti con PTSD e depressione, esposti al terremoto in Armenia nel 1988.

Il trattamento comprendeva un’esplorazione diretta del trauma, tecniche di rilassamento e procedure di desensibilizzazione, risoluzione del conflitto attraverso modalità di focalizzazione sui ricordi non traumatici e supporto di gruppo attraverso il riconoscimento dei sintomi del PTSD negli altri soggetti. Al termine del trattamento, il gruppo di adolescenti trattati ha riportato una significativa diminuzione della sintomatologia del PTSD e di quella depressiva, mentre i soggetti non trattati hanno riportato significativi peggioramenti (Belaise, 2003, Goenjian et al, 1997).

Il tempo è un elemento molto importante nella risoluzione positiva di questi casi. Per questo motivo è auspicabile che vi siano attività di prevenzione e di monitorizzazione nelle scuole e che i genitori siano sensibilizzati rispetto al problema. La scuola, infatti, è un ambiente in cui il PTSD ha buone possibilità di essere individuato: sintomi come pensieri intrusivi e difficoltà nella concentrazione, per esempio, nella maggior parte dei casi, interferiscono con il rendimento scolastico del bambino e con il suo adattamento sociale. Gli interventi a scopo preventivo e i programmi di trattamento nelle scuole sembrano essere molto efficaci nel caso di bambini a rischio di trauma o già traumatizzati. Pertanto si potrebbero prevedere programmi nelle scuole gestiti da uno psicologo scolastico e strutturati nel seguente modo:

-          interventi, durante le lezioni, diretti sul trauma e sulle reazioni allo stress;

-          opportunità per discussioni e rilevazioni;

-          attività in piccoli gruppi;

-          tecniche proiettive come gioco, attività artistiche e racconto di storie (Belaise, 2003).

È evidente che gli interventi nelle scuole non possono sostituire i trattamenti individuali centrati sulle caratteristiche del singolo caso, ma possono contribuire ad identificare i casi più complessi (o ancora non emersi), affinché vi sia un intervento tempestivo e adeguato.

Ogni giorno assistiamo attoniti ad episodi di violenza che lasciano senza parole. Perché si concretizzano così tanti atti di irruenza? Gli psicologi studiano l’aggressività per cercare di capirne le origini. Alcuni studiosi affermano che l’aggressività è solo un tipo di comportamento influenzato dalle norme e dalle regole di ogni cultura. In quest’ottica la violenza dei gruppi giovanili va calata nel contesto di regole e norme che essi considerano appropriate al comportamento. Le ricerche hanno dimostrato che, ad esempio, i membri di una banda commettono atti aggressivi quando questi sono visti come “la cosa giusta da fare” in una data situazione (Moghaddam, 2002).  
Secondo la teoria dell’apprendimento sociale, il comportamento viene appreso attraverso l’osservazione, l’imitazione, le ricompense e le punizioni che riceviamo, mettendo in luce la parte appresa del comportamento aggressivo. In tal senso i mass-media, in particolare la televisione, sono una fonte di modelli per i bambini. Se ad esempio un bambino vede l’eroe di un cartone o di un telefilm che picchia e uccide una banda di persone che lo minacciano, poi potrà valutare di usare quel copione come guida per il proprio comportamento nelle situazioni in cui gli pare appropriato.
La valutazione su ciò che è giusto o meno fare dipende anche dall’educazione e dalle spiegazioni che i genitori danno ai figli riguardo a determinate scene di violenza (Moghaddam, 2002). Rimanendo sempre nell’ambito della famiglia, in genere i bambini fisicamente aggressivi hanno avuto genitori fisicamente punitivi che hanno impartito loro la disciplina mediante un modello aggressivo, con urla, schiaffi e percosse. Questi genitori hanno spesso avuto a loro volta genitori fisicamente punitivi. Tale comportamento punitivo può giungere fino al maltrattamento e, sebbene la maggior parte dei bambini maltrattati non sviluppi comportamenti criminali o non si trasformi in un genitore che maltratta i propri figli, il 30% finisce per adottare comportamenti violenti (Myers, 2009).
Anche l’eredità genetica influenza la sensibilità del sistema neurale alle sollecitazione aggressive. Il nostro temperamento, ossia il nostro livello di intensità e di reattività emotive, ci viene in parte donato alla nascita ed è influenzato dalla reattività del nostro sistema nervoso. Il temperamento di un individuo osservato durante l’infanzia di solito perdura anche in età adulta. Un bambino non aggressivo a 8 anni sarà molto probabilmente anche a 50 anni un uomo non aggressivo (Myers, 2009).
L’aggressività può anche essere stimolata dall’ambiente (caldo, rumore, sovraffollamento e inquinamento). Il fattore climatico più irritante è il caldo e le persone possono diventare più nervose quando il tempo è afoso. Il disagio connesso a una temperatura climatica elevata alimenta direttamente l’aggressività? Sebbene la conclusione possa essere plausibile, la correlazione tra temperatura e aggressività non costituisce una prova.
La presenza di alcuni composti chimici nel sangue può essere un altro fattore che influenza la sensibilità neurale alla stimolazione aggressiva. Molte ricerche indicano che il consumo di alcol scatena l’aggressività quando gli individui vengono provocati. L’alcol incrementa l’aggressività riducendo l’autoconsapevolezza delle persone e la loro capacità di valutare le conseguenze; infatti esso funziona da disinibitore, in altre parole riduce le nostre inibizioni sociali. Pertanto, sotto l’influsso dell’alcol, emergono con più forza le tendenze primarie di una persona, per cui chi è portato a mostrare affetto diventerà più espansivo e chi tende alla violenza diventerà aggressivo. Analogamente, dopo l’ingestione di alcol, le persone che sono soggette alla pressione sociale verso l’aggressività o che sono frustrate o provocate, avvertono minori restrizioni o inibizioni a commettere atti violenti (Aronson, Wilson e Akert, 2010).
Altri ricercatori sostengono che la frustrazione, cioè qualsiasi cosa che impedisca di raggiungere uno scopo, evoca uno stato di istigazione ad agire in maniera aggressiva e che l’aggressività è sempre preceduta da un qualche tipo di frustrazione. Non è detto che l’energia aggressiva esploda direttamente contro ciò che l’ha originata. Secondo il meccanismo della dislocazione, si impara a inibire le ritorsioni dirette, soprattutto quando altri potrebbero disapprovarci o punirci, e a trasferire l’ostilità dislocandola su bersagli più sicuri.
D’altra parte quando una persona cova ira o rancore a causa di una precedente provocazione, persino un’offesa insignificante può innescare un’azione dirompente eccessiva. Questo fenomeno di aggressività dislocata aiuta a comprendere perché una persona precedentemente provocata e ancora in preda all’ira, una volta alla guida della sua auto, potrebbe rispondere a gesti o a comportamenti lievemente offensivi di altri guidatori con vere e proprie reazioni di rabbia intensa e con gesti sconsiderati oppure compiere atti violenti in seguito a lievi critiche da parte del coniuge (Myers, 2009). Molti sono gli studi in corso in questo campo, ma non dimentichiamo che spesso la violenza genera altra violenza.

anziani-anziani_soli“Farmaci scaduti o irregolarmente conservati e anziani alloggiati in un sottotetto inagibile, legati con lenzuola ai letti per non farli muovere. È quanto accadeva nella casa di riposo per anziani «La Contrada» nel comune di Tarano, in provincia di Rieti. La struttura, che aveva un elegante sito internet veniva considerata un ricovero di lusso, con rette non alla portata di tutti: gli ospiti pagavano una retta che oscillava dai 1400 ai 2000 euro mensili” (Corriere della Sera, 18 gennaio 2010).

“Nuovo episodio di violenza scoperto ai danni di un’anziana donna. Dopo la vicenda di Massa Carrara a fine luglio anche a Roma una badante – in questo caso con l’aggravante di essere legata da parentela diretta con la vittima – è stata sorpresa a maltrattare la pensionata 85enne affidatale. Patrizia F., romana, 57 anni, è stata arrestata dagli agenti della polizia per «maltrattamenti e lesioni». Le violenze erano state denunciate da una vicina di casa, stanca di assistere dalla finestra di fronte alle percosse continue che venivano inflitte all’anziana” (Corriere della Sera, 9 agosto 2010). Queste sono solo alcune delle notizie che sempre più frequentemente occupano le pagine della cronaca. Cerchiamo allora di capire quali sono i fattori di rischio che sono alla base del maltrattamento degli anziani e cosa si può fare per prevenire questo reato.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ha pubblicato nel 2002 il primo “Rapporto mondiale su violenza e salute” individuando le tre categorie più comuni di abuso sulla persona anziana: domestico (maltrattamento della persona anziana nella sua abitazione o in quella del caregiver, cioè la persona che se ne prende cura), istituzionale (maltrattamento degli anziani che vivono in case di riposo o residenze assistenziali) e auto-inflitto (comportamento auto-lesivo). (Pineo, Dominguez, Ferlisi, Galioto, Vernuccio, Zagone, Costanza, Putignano, Belvedere, Sciacca e Barbagallo, 2005).
Rispetto alle altre forme di violenza domestica si è meno consapevoli del maltrattamento subito dagli anziani da parte di chi si prende cura di loro. Il tasso di incidenza riguardo al maltrattamento degli anziani è particolarmente complicato poiché le vittime sono spesso non autosufficienti e quindi dipendenti dalla persona che li accudisce, cosa che li rende riluttanti a denunciare i soprusi. Le statistiche ufficiali indicano che circa il 10% delle persone di oltre 65 anni subisce qualche forma di maltrattamento (Krahé, 2005); nella fattispecie gli anziani possono: subire dolore e danni fisici, essere umiliati o subire furti di denaro o ancora vedersi negati cibo e cure fisiche, trovandosi a vivere in uno stato di degrado (Pineo et al, 2005).
I fattori che secondo i ricercatori sono associati alla probabilità che si verifichi il maltrattamento nei confronti di una persona anziana comprendono: isolamento sociale (pochi contatti con la famiglia e l’esterno), età elevata, grave stato di salute fisica e mentale, convivenza con la persona che li assiste. Per quanto riguarda i fattori di rischio, è stato notato come molte persone violente possono avere un passato di malattia mentale, soffrire di problemi di alcolismo, sperimentare un senso di impotenza rispetto ad una dipendenza economica, essere state vittime di violenza familiare, non essere in grado di far fronte a situazioni stressanti (come disoccupazione e difficoltà economiche) (Krahé, 2005).
Questi fattori possono comunque essere presenti in un rapporto anziano-assistente, senza che per questo si verifichino episodi di maltrattamento. È possibile constatare che gli effetti negativi del maltrattamento degli anziani sono simili a quelli causati dalle altre forme di violenza domestica; per questo è necessario in primo luogo prendere coscienza dell’esistenza del problema e renderlo noto anche attraverso programmi di sensibilizzazione e di formazione per la diagnosi, la riabilitazione e l’assistenza dell’anziano oggetto dell’abuso.
In secondo luogo è necessario adoperarsi a livello sociale verso le famiglie a rischio offrendo sostegno alle situazioni più vulnerabili sia sul piano sociale (ad esempio in casi di precarietà economica o basso livello culturale) sia sul piano psicologico (nei confronti del caregiver). Un ruolo importante nella prevenzione e soprattutto nella diagnosi dell’abuso è riservato al medico geriatra, che attraverso una completa valutazione clinica e socio-ambientale possiede la competenza per individuare eventuali forme di abuso e di situazioni familiari a rischio per tale problematica (Pineo et al, 2005).
L’abuso nei confronti della persona anziana è un problema diffuso ma sottostimato e poco conosciuto sia dall’ambiente medico che dalla società. L’entità di tale problema non è del tutto nota sia per la mancanza di denunce sia per la difficoltà di individuarne i segni. È chiaro che il maltrattamento può concretizzarsi non solo con una condotta attiva, ma anche con una condotta omissiva attraverso il silenzio e la mancata denuncia (Pineo et al, 2005). È doveroso che sia gli anziani vittime di violenza sia le persone che assistono a questi soprusi denuncino il reato.
È quindi necessario che tutti si prendano cura dei familiari anziani e allo stesso tempo abbiano un occhio di riguardo per gli ultrasessantacinquenni che gravitano nel proprio ambiente. La vecchiaia non deve essere un limbo in cui la persona viene relegata e dimenticata, ma anzi l’anziano deve essere considerato un tesoro prezioso di esperienza e di ricordi. Laddove l’anziano abbia seri problemi di salute che ne compromettono la memoria, merita sempre il massimo rispetto e deve essere trattato riconoscendo la sua dignità per ciò che è ora e per la persona che è stata nel corso della sua vita.