È del 3 novembre (Tgcom24.it, 3 novembre 2016) la notizia che Francesco (nome di fantasia), un sedicenne romano, vive da 3 anni chiuso in camera, rifiuta qualsiasi contatto umano, vive a letto, mangia di nascosto e l’unico contatto con il mondo esterno è rappresentato dal suo computer.

Francesco è un Hikikomori, uno dei tantissimi giovani che pian piano si isolano e staccano qualsiasi rapporto con il mondo circostante.

“Mio figlio è sempre stato introverso – ricorda la madre Michela – era sempre in disparte a scuola per sua indole. E’ il primo di tre fratelli e si sentiva responsabile. Poi la separazione da mio marito lo ha sconvolto, spingendolo nel suo mondo”.

Progressivamente il suo mondo ha avuto quattro pareti come confini, come orizzonte una persiana quasi sempre chiusa e come vie di fuga il pc e il cellulare. Niente scuola da due anni, niente amici, niente contatti umani. “Riesco ad entrare nella sua camera per portare del cibo qualche volta – dice la donna – ma lui è schivo e attacca la litania: Quando te ne vai? oppure Sei ancora qua?. (…) L’universo di Francesco è fatto di giornate tutte identiche. “La sua routine, prima di iniziare la nuova terapia, era sempre la stessa – rivela Michela - con la sveglia verso le 14,30-15,30, niente pranzo, un po’ di giochi come Fifa 2016, un po’ di serie come “Lost” al tablet. Quindi una veloce merenda sempre in camera. A cena quando, raramente, è di buon umore esce, prende il cibo e rientra. Ma più di una volta l’ho sentito muoversi di notte, di nascosto verso le due, per farsi qualcosa da mangiare e rientrare in camera. Si addormenta alle quattro”. Così un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra mentre fuori il mondo corre sempre più veloce minuto dopo minuto (Tgcom24.it, 3 novembre 2016).

Hikikomori significa letteralmente stare in disparte, isolarsi e si usa per fare riferimento a giovani e adolescenti che si ritirano dalla vita sociale per mesi o anni, trascorrendo le giornate nella propria camera da letto senza avere contatti diretti con il mondo circostante.

I casi in Italia sono circa 20-30 mila, in Francia quasi 80 mila, mentre in Giappone si parla di 1 milione di casi, numero che corrisponde a circa l’1% dell’intera popolazione giapponese (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Gli Hikikomori sono giovani che soffrono particolarmente la pressione sociale relativa alla realizzazione personale tipica della moderna società e che hanno la reazione di isolarsi per sfuggire a questo meccanismo troppo pesante da sostenere per loro.

In particolare, le pressioni esterne possono provenire dalla famiglia, dagli amici, dalla società e sono molto più difficili da affrontare proprio nel periodo dell’adolescenza, età critica sia per lo sviluppo sia per i primi reali confronti con le difficoltà della vita.

Le aspettative sociali spesso riguardano: il rendimento scolastico (“devi prendere dei buoni voti”), la carriera professionale (“devi trovare un buon lavoro/un lavoro fisso), i rapporti interpersonali (“devi essere divertente, attraente”; “devi trovarti un/una partner”), ecc.

La gestione che l’adolescente riesce ad avere della sua vita è spesso ben diversa da quella che si aspettano i genitori, gli insegnanti ed i coetanei. Questo divario tra realtà e aspettative crea un disagio nel giovane, ma quando questo gap diventa troppo grande gli adolescenti sentono di aver fallito nella loro realizzazione personale. Proprio il senso di fallimento e di impotenza può far emergere nel giovane un senso di rifiuto nei confronti di coloro che sono all’origine delle aspettative sociali che ha disatteso. Il giovane pian piano si allontana da tutto il suo mondo composto da genitori, insegnanti, amici fino a ritirarsi e ad isolarsi completamente (Crepaldi, 2013).

Gli Hikikomori utilizzano molto Internet e proprio l’uso della Rete è al centro di un’ampia discussione per capire se il rapporto tra Hikikomori e web sia la causa o l’effetto del disturbo. In tal senso esistono due teorie: secondo la prima gli Hikikomori nascono proprio a causa di Internet che attrae e isola dal mondo esterno. La seconda invece sostiene che i giovani stanno male perché non reggono il peso del confronto con gli altri e le aspettative sociali e si isolano. Solo in un secondo momento, già isolati a casa, usano il web per crearsi una vita virtuale più gestibile e meno pressante (Grosso, 2015).

Quest’ultima teoria è quella a mio avviso più valida e l’uso della Rete da parte degli Hikikomori va inteso come una conseguenza dell’isolamento e non come una causa. Questa tesi è avvalorata dal fatto che il fenomeno è nato in Giappone ancora prima della diffusione di Internet ed allora l’isolamento dei giovani ritirati in casa era totale. In quest’ottica l’uso del web può essere considerato un fattore positivo perché evita il completo isolamento del giovane e gli consente di mantenere relazioni sociali ed un contatto virtuale con il mondo circostante (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Riguardo alle modalità di cura degli Hikikomori il percorso comprende colloqui psicoterapeutici attuabili, almeno inizialmente, attraverso l’unica apertura possibile nel loro mondo cioè Internet e quindi tramite Skype o attraverso le chat.

24 Novembre 2016 at 00:13 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

È boom dei socialnetwork tra gli adolescenti. Ormai quasi tutti i giovani usano Whatsapp e si collegano ad Internet non più tramite il computer, ma con lo smartphone. Non ci sono orari definiti per chattare, anzi valgono anche le ore notturne. La quasi totalità degli adolescenti ha Internet sempre a portata di mano, in qualunque momento della giornata. E Internet, salvo qualche eccezione, si associa ai social network. Ormai non solo gli adolescenti, ma anche i preadolescenti alla soglia delle scuole medie utilizzano i social per comunicare. Essi usano con grande dimestichezza: Facebook, Whatsapp, Instagram, Ask.

Questo utilizzo di Internet nasconde i suoi rischi - Indubbiamente questo utilizzo smodato e spesso incontrollato di Internet nasconde i suoi rischi, infatti da un’indagine nazionale della Società Italiana di Pediatria su giovani di terza media emerge che: “il 15% degli intervistati ha dichiarato di aver postato un proprio “selfie” provocante, percentuale certamente sottostimata se si considera che il 48% dello stesso campione afferma contemporaneamente di avere amici e compagni che postano selfie provocanti. Tra gli altri comportamenti a rischio il 19% ha dato on line il telefono, il 16,8% ha inviato una foto, il 24,7% ha rivelato la scuola che frequenta, l’11,6% si è incontrata con lui, il 5,2% ha accettato proposte di sesso online. E se all’87,6% piace internet perché si può stare in contatto con gli amici, per il 60,2% internet è addirittura irrinunciabile” (La Stampa, 24 settembre 2014).

Il bisogno primario è collegarsi alla Rete - Il fatto che gli adolescenti ormai usino il cellulare per connettersi ad Internet, rende difficile per un genitore rendersi conto di quanto tempo spende suo figlio in rete. Infatti, non solo i giovani chattano fino a tardi la sera, ma ormai il loro primo pensiero al mattino è collegarsi sui social. Online i giovani mostrano vari aspetti di se stessi, da quello puramente estetico a quello relazionale ed infine creativo. Sperimentare, mettersi in gioco con diverse realtà serve loro come compito evolutivo per diventare adulti. Ecco perché la foto del profilo, simbolo della propria identità virtuale, cambia così spesso.

Genitori possono limitare i comportamenti rischiosi - Le risorse che hanno i genitori per prevenire comportamenti a rischio sono: il dialogo, l’ascolto, l’etica comportamentale. Come deve comportarsi un genitore davanti ad un uso così smodato di Internet del proprio figlio? Prima di tutto deve essere capace di cogliere eventuali segnali di malessere. Se in generale i giovani non sentono di essere eccessivamente controllati, possono aprirsi con i genitori quando ne sentono la necessità. Ad ogni modo è bene sempre prestare attenzione a determinati comportamenti: se il giovane rimane chiuso in camera per ore, è depresso, è taciturno, ha un calo del rendimento scolastico, è possibile che questi comportamenti possano avere un collegamento con l’utilizzo dei social.

È importante trasmettere il valore della privacy ai propri figli - Ciò significa far comprendere che se anche in rete si può pubblicare qualsiasi cosa, molto spesso ciò che viene postato non si può cancellare o almeno non definitivamente. Imparare il concetto di privacy diventa quindi basilare. Il giovane deve avere rispetto per sé e per gli altri. Ciò renderà la navigazione più sicura, ma farà sì che i giovani imparino un valore importante dell’educazione. È poi fondamentale parlare insieme ai figli, motivando le proprie ragioni e facendo degli esempi, di cosa si può inviare, postare e condividere sui social. In questo senso è particolarmente rilevante sia il problema del mettere foto provocanti di sé in rete sia quello del sesso online. Non dimentichiamo che in un clic due persone collegate ad Internet possono entrare in contatto. Dietro lo schermo ci possono essere adolescenti che improvvisano spogliarelli, ma dietro falsi profili si possono nascondere anche adulti.

Internet può essere anche una grande risorsa – D’altra parte Internet può essere anche una grande risorsa se si riesce a prenderne il meglio. Si possoni leggere e imparare molti argomenti sconosciuti. Si possono raccogliere informazioni sulle proprie passioni nella vita reale e si possono scoprire nuove attività da fare. La rete e tutto ciò che di nuovo fa scoprire possono essere un interessante argomento di dialogo con i propri figli.

L’avvento di internet e dei social network ha fatto sì che questi ultimi siano diventati lo strumento attraverso il quale molte persone, soprattutto i giovani, possano esprimere se stesse con la possibilità di condividere il proprio mondo con gli altri. D’altra parte i social network hanno creato un terreno ideale per lo sviluppo in altra forma di molti problemi dei giovani, come il bullismo che diventa cyberbullismo laddove è generato nella rete.

Il cyberbullismo sfrutta la comunicazione digitale ed in questo modo il cyberbullo ha l’opportunità di rimanere anonimo oppure di fingersi qualcun altro, avendo così la possibilità di non uscire allo scoperto, anche se ogni comunicazione digitale lascia comunque delle tracce, rendendo vani i tentativi di rimanere anonimi (Tonioni, 2014).

Il cyberbullo, spalleggiato dai molti spettatori, non pone limiti alle persecuzioni nei confronti della sua vittima.

Le modalità digitali usate per denigrare, ridicolizzare oppure offendere sono molte e per lo più sconosciute agli adulti.

Una prima modalità si chiama “flaming” sono litigi online caratterizzati da termini violenti e volgari che possono coinvolgere una singola persona o un gruppo di amici.

L’”harassment” è la spedizione ossessiva e ripetuta di messaggi denigratori fino a diventare una vera e propria molestia.

Put down” significa denigrare qualcuno attraverso email, sms, post, con l’obiettivo di ledere la reputazione della vittima agli occhi degli altri.

Masquerade” riguarda la sostituzione di persona con lo scopo di spedire messaggi a nome altrui, dopo essere entrati nel suo account o pubblicare contenuti offensivi o volgari che screditano la vittima.

Exposure” è la rivelazione di informazioni inventate o estorte sulla vita privata della vittima senza che questa possa rimediare in alcun modo.

Trickery” si manifesta come un tradimento affettivo, in quanto si ottiene la fiducia della vittima che in buona fede rivela confidenze del suo privato che prontamente vengono messe in piazza dal bullo.

Exclusion” si verifica quando una persona viene esclusa bruscamente e con intenzione da un gruppo online, una chat o un gioco interattivo.

Cyberstalking” è un invio ripetuto di messaggi denigratori, comprese minacce esplicite, che hanno lo scopo di impaurire la vittima e che possono sfociare in episodi di aggressione fisica.

Cyberbashing” si verifica quando la vittima viene aggredita o molestata mentre altri riprendono la scena con la telecamera del cellulare. Le immagini vengono poi postate in rete, visibili a tutti e commentate (Tonioni, 2014).

Nell’ambiente scolastico è difficile scrollarsi di dosso determinate etichette, così la vittima inizia a soffrire fino a manifestare stati d’ansia, disistima, depressione, abbandono scolastico e, solo nei casi più gravi, anche il suicidio. Dal canto suo, il bullo diventa schiavo della sua aggressività e del ruolo che si è costruito.

Il fulcro del cyberbullismo sta in un difetto della comunicazione affettiva tra figli e genitori. In particolare l’assenza genitoriale bullizza i bambini e gli adolescenti, cioè li rende incapaci di gestire le emozioni provate e di esprimerne il significato a parole. Sia le vittime sia i bulli non sanno tradurre a parole ciò che provano. In certi casi, non riescono nemmeno a capire quello che provano tanto da dissociarsi da determinate situazioni negative: i bulli da quello che fanno e le vittime da ciò che subiscono.

I genitori di un piccolo bullo avranno l’inclinazione a giustificare il suo comportamento, negando i problemi e mostrandosi risentiti, perchè considerano il figlio vittima della situazione. I genitori di una piccola vittima, invece, proveranno paura e ansia per il figlio, impegnato nelle prime relazioni sociali, e una sorta di diffidenza nei confronti degli altri bambini e delle loro famiglie. In entrambi i casi, i genitori si sentono in colpa e spesso chiedono continue conferme a educatori e insegnanti sul fatto che il loro figlio non abbia problemi, il che mostra come comportamenti opposti possano avere la stessa radice (Tonioni, 2014).

Per questi motivi tutta la società può e deve dare il suo contributo perché il cyberbullismo rappresenta un problema sociale che riguarda non solo le parti coinvolte, ma tutti coloro che perseguono nella loro vita l’educazione e il rispetto per gli altri. In quest’ottica non bisogna abbassare la soglia di attenzione nei confronti dei bulli che altrimenti sono portati a pensare di poter agire indisturbati.

Fondamentale è la prevenzione che da una parte aiuta ad identificare immediatamente quei piccoli segnali di bullismo che potrebbero evolversi in un vero e proprio comportamento delinquenziale del bullo, e dall’altra riduce il rischio che la vittima possa sviluppare problemi legati alla sfera affettiva e relazionale.

Ogni giorno i genitori scattano ai propri figli decine di foto che li ritraggono mentre fanno la pappa, giocano a pallone, spengono le candeline della torta di compleanno, fanno castelli di sabbia al mare, ecc. Insomma non è necessario un motivo particolare per fotografare i propri figli; d’altra parte con i cellulari attuali è tutto più facile e si ottengono anche immagini che hanno un’ottima definizione.

A questo punto i genitori possono scegliere più strade: tenere per sé le foto dei figli per riguardarsele di tanto in tanto o al massimo condividerle con i parenti più stretti attraverso l’invio di messaggi oppure pubblicare le foto su qualche social a cui sono registrati per condividere con amici e conoscenti i progressi e le evoluzioni dei loro piccoli. A questo punto si pone la domanda: è giusto pubblicare sui social le foto dei propri figli? Sono moltissimi i personaggi famosi che postano sui loro profili social (Facebook, Instagram, Twitter) immagini o video dei loro figli intenti a svolgere le più disparate attività quotidiane oppure semplicemente in posa con i genitori. Altri più riservati postano immagini del figlio di spalle o al massimo di profilo così da non renderlo riconoscibile. Altri ancora che hanno figli sufficientemente grandi, chiedono il loro parere sull’inserimento di immagini online.

Ma quali problemi potrebbero sorgere dalla pubblicazione di foto di minori in Rete? Uno dei rischi maggiori è che queste foto possano essere modificate e inserite in siti pedopornografici o usate come materiale di scambio tra pedofili. Inoltre le immagini che vengono pubblicate contengono molte informazioni, più di quante si possano immaginare. Basti pensare alla geolocalizzazione, la funzione che registra le coordinate geografiche di tutti i contenuti condivisi sui social. In fondo postare una foto sui social network è come metterla a disposizione del mondo.

Su Facebook è possibile anche scegliere di condividere le proprie immagini solo con gli “amici” tramite impostazioni di privacy più restrittive. Il rischio che la foto possa girare in Rete rimane comunque. Molti genitori però, forse per un istinto di protezione, preferiscono non condividere le immagini dei loro figli sui social, ma piuttosto aspettare l’età in cui i bambini o adolescenti potranno dire la loro su questo aspetto e dare o meno il loro consenso. In effetti è giusto anche tutelare la privacy dei propri figli i quali non è detto che un domani siano d’accordo nel vedere pubblicate foto che li ritraggono anni prima mentre facevano smorfie o erano in atteggiamenti buffi che poi rimarranno in Rete.

A livello psicologico questo uso smodato dei social senza censure, dimostra quanto passi in secondo piano il piacere di condividere solo con i parenti e gli amici più stretti determinati aspetti della propria vita, rispetto alla voglia di mostrare, come su un palco, ciò che invece si ha di più prezioso. Le soluzioni alternative, laddove gli incontri di persona non siano possibili o poco frequenti, possono essere: l’uso della posta elettronica per inviare le immagini dei propri pargoli, le videochiamate tramite Skype e perché no, l’invio tramite posta di qualche foto stampata ai propri cari.

In una società dove molto è apparenza, forse quando sono coinvolti i minori e la loro immagine è meglio fare un passo indietro ed evitare di sovraesporli quando ancora non ne possono essere nemmeno consapevoli. Piuttosto è bene proteggerli da tanta visibilità e lasciare che siano loro a scegliere come regolarsi una volta cresciuti. E se fossero loro poi un domani a postare immagini di noi adulti in atteggiamenti buffi, intimi o poco presentabili, come la prenderemmo?

Ormai internet offre la possibilità di accedere a qualsiasi tipo di argomento e di poter visualizzare gratuitamente siti che prima invece erano solo a pagamento come quelli dedicati ai film a luci rosse. Una così facile accessibilità è sfruttata non solo dagli adulti, ma anche dagli adolescenti che cercano in questo modo di soddisfare le proprie curiosità sul sesso. Nel caso dei giovani, la visione di filmati pornografici può essere sviante se non esiste l’opportunità di parlarne con un adulto che spieghi effettivamente le dinamiche relazionali e la sessualità in una coppia. È importante che i giovani capiscano che il sesso pornografico riflette un aspetto esasperato della sessualità svuotata da ogni legame affettivo.

È proprio questa mancanza di relazione e di sentimento che crea forte attrazione in chi guarda questi video dove ci sono una totale mancanza di inibizione e di senso del pudore con una forte trasgressività. Nella realtà è difficile vivere questo mix di elementi legati alla libertà sessuale a meno che non ci sia una forte complicità con il proprio partner. Per tali motivi molte persone si rifugiano nella visione di film hardcore per dare spazio alle proprie fantasie e anche per alimentarle. È un comportamento comune e in forte espansione in particolare tra gli uomini che in questo modo cercano di poter vedere realizzate le proprie fantasie più recondite, di soddisfare le proprie curiosità o di allargare i confini delle proprie fantasie. D’altra parte l’immaginario maschile si nutre di stimoli visivi e pertanto l’uomo è ancora più attratto dalle immagini ad alto tasso erotico. Le scene più ricercate online sono: sesso di gruppo, bondage, feticismo, esibizionismo, fino a pratiche con le varianti più strane e trasgressive che tendono ad amplificare le fantasie hard delle persone e che comunque riscuotono un particolare successo per via della curiosità che generano.

Come può una donna reagire alla scoperta del proprio uomo che guarda siti porno? Le principali reazioni femminili comprendono gelosia e senso di inadeguatezza. Bisogna però sottolineare che la visione di questi siti è un fatto comune negli uomini anche se nella coppia non ci sono problemi. Quindi le donne dovrebbero fare alcune riflessioni in tutta serenità prima di colpevolizzare il partner, e di conseguenza reagire in diversi modi. In primo luogo, se la donna è sicura del proprio rapporto e di se stessa, il fatto che il suo uomo guardi qualche volta siti porno può lasciarla indifferente, a patto che sia ben consapevole del buon andamento della propria vita sessuale. Se invece questo comportamento del partner fa nascere dubbi, paure, insicurezze in un periodo in cui il rapporto non va già bene, allora è consigliabile parlarne con serenità esponendo le proprie emozioni e soprattutto avendo fiducia in lui e nel proprio rapporto. Probabilmente si tratta solo di un momento di evasione in cui l’uomo si rilassa o si diverte e ciò è tanto più vero se le scene hard consultate riguardano ad esempio sesso estremo. Ciò non significa che sia un desiderio del proprio partner vivere determinate esperienze, ma semplicemente è un modo per saziare la propria fantasia e, almeno con l’immaginazione, provare a vivere amplessi particolarmente trasgressivi. Anzi è proprio internet che aumenta la fantasia degli uomini che, trovando situazioni mai immaginate, sono incuriositi ed incentivati a navigare online.

Il passo successivo di chi frequenta spesso il mondo dell’hard in rete è quello di fare sesso virtuale fino a che questa non diventa una dipendenza vera e propria. L’uso di internet tende quindi a soppiantare la vita reale sia per gli adolescenti sia per gli adulti. L’aspetto importante è che ciò rimanga un aspetto contenuto e che abbia solo una funzione di ampliamento della fantasia e dell’immaginazione della persona. Se invece l’uso di internet a scopo sessuale diventa eccessivo può sfociare nel provare insoddisfazione riguardo al sesso nella vita reale, con conseguente stress e aspettative nei confronti del partner fino a sviluppare una dipendenza patologica dal sesso virtuale. Nei casi più gravi possono verificarsi disfunzione erettile e anoressia sessuale. Queste persone vanno alla ricerca continua di sensazioni forti e quindi di esperienze sessuali più estreme e trasgressive. In sostanza, ciò che è importante è mantenere un’alchimia e una fiducia nella relazione tali da lasciare il giusto spazio alla possibilità di ampliare i confini della propria fantasia a beneficio non del singolo ma della coppia.

Cellulare e computer isolano gli adolescenti oppure migliorano le loro relazioni sociali? In passato i giovani usavano la carta da lettere, i bigliettini o il telefono fisso per comunicare, oggi invece manifestano le loro emozioni attraverso mezzi di comunicazione tecnologici che forse tolgono un po’ di romanticismo alle relazioni, ma probabilmente sono più efficaci e immediati. Molti pensano che ciò abbia un effetto negativo sui ragazzi e che alla fine questi rapporti virtuali vadano a sostituire quelli reali. Una recente ricerca (Lancini e Turuani, 2012) suggerisce che queste modalità di comunicazione siano in realtà utili punti di riferimento nel periodo complesso dell’adolescenza (Corriere della Sera, 28 giugno 2009).

Il cellulare ad esempio per un adolescente è come un diario, l’evoluzione moderna dei segreti che un tempo venivano scritti su una pagina. Perderlo significa perdere parte di un mondo fatto di ricordi, di messaggi, di fotografie. Inoltre attraverso l’uso del cellulare molti genitori possono placare molte ansie e preoccupazioni perché i figli dovrebbero essere quasi sempre rintracciabili. Usare il cellulare attraverso l’invio di sms oppure tramite messenger può anche aiutare chi soffre di timidezza a comunicare più agevolmente o comunque a mantenere più facilmente i contatti sociali. Il problema sorge quando l’uso del cellulare diventa una dipendenza (In Europa, 5 ottobre 2009).

A questo proposito il New York Times parla di adolescenti “iperconnessi”, cioè che passano la maggior parte del loro tempo usando smartphone, computer, televisione, parlando al cellulare o inviando sms. In pratica, ragazzi dagli 8 ai 18 anni trascorrono circa 12 ore al giorno usando mezzi di comunicazione multimediale. La sera o addirittura negli orari notturni i giovani scaricano musica o film (La Repubblica, 21 gennaio 2010).

I dati di un’indagine della Società Italiana di Pediatria sugli adolescenti mostrano che nel 2000 soltanto il 37% dei giovanissimi aveva in casa un computer, nella grande maggioranza senza collegamento internet; nel 2010 il 97% aveva un pc a casa e si collegava tutti i giorni. Alcuni sociologi ritengono che le paure di un isolamento dei giovani da parte dei genitori sia infondato. Anzi, i ragazzi di oggi “iperconnessi” sarebbero i più estroversi e con maggiori contatti sociali. Inoltre, i quozienti intellettivi di questa generazione sarebbero più alti di quelli delle generazioni precedenti, difatti i giovani sono capaci di moltiplicare le loro abilità grazie all’avanzamento delle tecnologie (Lancini, 2012).

Ma questa moltiplicazione di abilità, definita anche multitasking, il fare mille cose contemporaneamente come studiare ascoltando musica e chattando con gli amici, camminare mandando sms, come sta cambiando i processi cognitivi e l’uso dell’intelligenza? Si è visto come nel 2008 su 100 famiglie con almeno un ragazzo minorenne, il 51% si collega a internet ogni giorno e il 16,7% lo fa più di 3 ore al giorno. Inoltre, il 75% utilizza chat e messenger, l’80% usa di frequente youtube, il 22% ha inviato un filmato, il 41% ha un suo blog, il 50% è iscritto su facebook. Infine, il 54% ha il pc in camera e il 21,7% naviga in internet prima di addormentarsi (La Repubblica, 21 gennaio 2010).

Il problema principale è la concentrazione: i ragazzi sono bombardati da informazioni e spesso non sono in grado di selezionarle. Da una parte poi hanno la scuola che insegna un tipo di apprendimento basato sull’approfondimento e lo studio, dall’altro c’è internet che invece fornisce la possibilità di accedere in tempo reale alle più disparate informazioni rimanendo però spesso ad un livello superficiale (La Repubblica, 21 gennaio 2010). Il problema serio sopraggiunge quando il giovane non utilizza la tecnologia per i suoi fini specifici, ma per impersonare un personaggio diverso da quello che è nella vita reale oppure per trascorrere la maggior parte del tempo giocando con i videogiochi.

Il rischio più grande è che gli adolescenti non sappiano gestire questa tecnologia e tendano ad isolarsi sempre di più, facendo una vita sedentaria che li porti ad avere anche problemi di sovrappeso. Inoltre, l’esposizione a contenuti riservati ad adulti in televisione e su internet ha portato questa generazione a vivere il sesso in modo molto precoce e spesso senza le dovute informazioni.

Allora il punto focale è che i giovani imparino a sfruttare al meglio questi strumenti senza soccombere ad essi: tramite la tecnologia si può vivere meglio, ma senza diventarne schiavi. È importante quindi che la vita di un ragazzo sia ricca e piena di relazioni vere che gli riempiano la giornata. E allora ben vengano piccoli spazi del suo tempo dedicati ad inviare sms, email o a vedere il proprio profilo su facebook, ma senza che questi vadano a sostituirsi alla realtà. D’altra parte, la tecnologia, anche quella più avanzata, non potrà mai competere con il piacere che può regalare un pomeriggio trascorso con gli amici a scambiare quattro chiacchiere, una risata sincera con il migliore amico o una passeggiata mano nella mano con il partner.

Sto da quattro anni con un ragazzo che per molti versi è perfetto: mi coccola di frequente, mi tratta come se fossi la sua bambina, cucina per me, si prende cura di me in tutti i modi possibili. Non è possessivo, non è particolarmente geloso, mi lascia i miei spazi senza borbottare. Tuttavia molto di quello che succede a letto mi amareggia. Insistente. Mi chiede spesso altri tipi di sesso non convenzionale. Ha tante fantasie erotiche, mi chiede il sesso come un bambino fa col ciucciotto. Dice di rispettarmi e rispettare le mie idee. Ma quando gli dico che vorrei osservare la castità in quanto non siamo sposati fa orecchie da mercante. Capita spesso e volentieri che quando siamo a letto, gli piace bloccarmi nel letto contro la mia volontà, per il resto non mi ha mai picchiato. E più di una volta è capitato che mi abbia lasciato dei lividi di cui poi non si è scusato. Eppure, nonostante tutto è una persona così onesta, così in gamba, così attenta alle mie esigenze anche quando dormo. Le chiedo se questi casi possano essere un campanello di allarme per un matrimonio impossibile. Attendo una sua risposta. La ringrazio. Alice

Gentile Alice, la cosa peggiore che puoi fare è continuare ad avere queste perplessità riguardo alle modalità di approccio al sesso del tuo ragazzo senza parlargliene. Considera che se lui ti chiede tipologie di sesso non convenzionale significa che le sue preferenze sessuali sono già chiare e che questo probabilmente sarà il suo orientamento anche per il futuro. In tal senso non ci sono regole,  a patto che entrambi i partner siano consenzienti e traggano piacere da come praticano il sesso. Da ciò che scrivi non mi sembri così serena rispetto a questo modo di vivere la sessualità, e per di più pensi già al matrimonio! Inoltre, sembra che l’ufficializzazione del vostro rapporto ti farà essere più transigente rispetto al suo fare dominante nell’ambito sessuale. Devi fare chiarezza dentro di te e capire se questo modo di fare sesso ti piace oppure ti fa sentire umiliata o ancora ti fa allontanare da lui. Parlatene insieme e solo allora potrai valutare se il dialogo avrà giovato alla vostra sessualità, facendovi trovare una nuova sintonia giusta per entrambi, e se lui è la persona giusta da sposare.

Sono una ragazza di 22 anni studio all’università e faccio la modella nel tempo libero. Ho tanti ”finti” amici, quelle persone che ti seguono solo per chi sei e cosa fai, a volte mi sopravvalutano, invece io pur facendo diverse cose nel campo della moda-spettacolo non sono nessuno di importante. Sono una ragazza semplicissima, ma il mio problema più grande è l’amore che a mio parere viene influenzato anche dalla visione che le persone hanno di me. Ho paura che loro mi credano chi sa chi e quando hanno capito che sono semplice allora il mio fascino misterioso svanisce e così l’amore. Ho sempre avuto storie strane, brevi e per questo sessualmente sono sempre stata molto chiusa. Solo  in due storie mi sono lasciata andare completamente. La prima volta è stata a 19 anni con un ragazzo di 28, ma purtroppo la storia è finita, perché io mi cerco sempre ragazzi con lavori strani e un po’ artisti. Ci ho messo quasi due anni per dimenticarlo e in questi due anni non ho avuto rapporti sessuali pur uscendo con ragazzi. A settembre finalmente ho conosciuto un ragazzo stupendo intelligente con un lavoro normale, almeno fino a qualche mese fa quando ha intrapreso un lavoro che lo porta sempre in giro e ci possiamo vedere solo nel weekend. Mi chiedo come faccio a trovare sempre questi ragazzi! Mai nessuno di ”normale”, sempre con lavori difficili. Il mio problema è che sono realmente malata d’amore. Per me i weekend assieme sono una boccata di ossigeno e quando lui non è con me mi manca tantissimo e sono triste. Quando ho un momento libero io starei con lui e credo sia giusto, mentre, io in amore sono irrazionale, ci metto l’anima, lui è più razionale non farebbe mai cose pazze. Logicamente quando lui è all’estero o in giro per lavoro sono preoccupata, e questo so che è un errore vivere nell’ansia del tradimento ma come non posso esserlo dopo la scottatura presa nella storia prima? Io lo amo veramente e non voglio perderlo, quindi vorrei dei consigli per il mio comportamento. Non voglio che mi creda una gelosa ossessiva o depressa se lui non c’è, voglio solo che sappia che lo amo e che è un amore sano non malato. Come faccio a vivere questa storia serenamente e a togliermi le paure che ho? Io sogno di sposarmi e farmi una bella famiglia, ma ho paura che non ci riuscirò mai, non credo di essere in grado di trovare la mia anima gemella, per me lui lo è ma a volte non credo sia la stessa cosa per lui. Grazie.

Gentile lettrice, perché hai così tanta premura di trovare l’anima gemella? Sei giovane e hai a disposizione tutto il tempo necessario per maturare e comprendere le qualità che un ragazzo deve possedere per renderti serena e felice. Invece quello che stai facendo ora è forzare situazioni che probabilmente non sono adatte a te. Tendi a rincorrere un sogno che non ha collegamenti con le persone che hai frequentato o conosciuto. Cerchi ugualmente di far indossare al ragazzo che ti piace, l’abito che hai pensato giusto per lui. Ma se hai a che fare con una persona razionale che non fa colpi di testa per vederti, non puoi illuderti o rimanerci male se non ricambia le tue “pazzie”. Devi imparare anche ad accettare le caratteristiche, e dal tuo punto di vista i limiti, delle persone che hai accanto. In questo modo sarà anche più facile convivere con una persona che per lavoro deve viaggiare molto, ecc. Se invece hai capito che la lontananza non fa per te, devi fermarti e razionalmente accantonare una storia che ha dei limiti oggettivamente troppo difficili da superare. Riguardo alla gelosia poi nel tuo caso mi pare incrementata dal comportamento del tuo ragazzo che probabilmente non ti dà le sicurezze di cui hai bisogno. Questo può rivelarsi un campanello d’allarme rispetto a ciò che non va in un rapporto e che, se non sanato, va cercato altrove. Allora perché non provi a riflettere su te stessa e a conoscerti un po’ meglio? Forse questo continuo essere diffidente nei confronti degli altri, questo pensare sempre che le altre persone ti siano amiche “per finta”, non ti ha permesso di aprirti e di vivere le tue storie e le tue amicizie con naturalezza.

Mi chiamo Alessandro, ho 25 anni, ho visto la sua risposta ad una persona e la disturbo perché vorrei dei chiarimenti relativi alla mia vita sessuale. Sin da adolescente ho dimostrato di avere un particolare interesse verso i piedi femminili soprattutto quando indossano le calze; mi eccita un mondo toccare, accarezzare, vedere e soprattutto annusare le estremità femminili, l’odore delle calze mi manda alle stelle (non puzza ma odore). Non ho mai parlato a nessuno in maniera esplicita di questa perversione, ma alla mia ragazza le ho fatto capire che mi piacciono i suoi piedi e infatti tante volte quando facciamo l’amore mi permette di leccarli e succhiarli. Non ho il coraggio di dirle che sono un feticista e che vorrei fare la stessa cosa anche quando indossa le calze. Quello che mi preoccupa è che ormai ce l’ho come punto fisso, sono sempre alla ricerca di video su internet che rispecchino le mie fantasie feticiste, penso solo a quello! Sto diventando un caso patologico? Non so come tenere a bada questo vizio. La prego mi aiuti lei. Distinti saluti. Alessandro.

Gentile Alessandro, la passione per i piedi può estremizzarsi in una particolare forma di feticismo, detta retifismo che deriva da uno scrittore francese della seconda metà del ‘700 dalla vita sregolata, Restif de la Bretonne. I suoi libri erotici sono spesso illustrati da immagini di donne dai piedi minuscoli. Talvolta questo gusto sessuale si manifesta in persone che esprimono la propria sessualità nella forma della sottomissione, anche se chi pratica attivamente il feticismo dei piedi, spesso non è necessariamente un soggetto schiavo della persona che riceve tali attenzioni. D’altra parte, numerose sono le attività legate all’attrazione verso i piedi. Si passa dal feet kissing (si baciano i piedi della donna) al trampling (l’uomo si fa calpestare dalla donna che spesso indossa scarpe con il tacco per aumentare il dolore). Il feticismo assume la connotazione di deviazione sessuale patologica se la persona non riesce a trarre piacere o a raggiungere l’orgasmo senza tale pratica. Ti consiglio di parlarne con la tua ragazza per renderla partecipe delle tue fantasie: magari ciò che tu ormai percepisci in modo preoccupante come punto fisso potrebbe affievolirsi e il vostro rapporto potrebbe diventare più intrigante! Devi però fare attenzione: se noti che questa pratica sessuale ti sfugge di mano, rivolgiti ad un esperto per valutare quanto sia impedente rispetto alla possibilità di vivere con serenità la sfera sessuale con la tua partner.

Il nostro Paese sta attraversando un periodo particolarmente complesso da un punto di vista economico e politico. Su quali basi i cittadini prendono le loro decisioni politiche e sviluppano il loro credo in un partito piuttosto che in un altro? In particolare, che peso hanno i mass media in tutto ciò? La riflessione scientifica sugli effetti della comunicazione di massa sul pubblico degli elettori è assai vasta e ricca di risultati, per lo più contrastanti.

È improbabile che i media siano l’unica causa di un determinato effetto ed il relativo contributo è comunque difficile da quantificare. Pertanto, è opportuno accostare all’influenza dei media quella dell’interazione sociale e della comunicazione del politico, in quanto è dalla somma dell’azione delle tre fonti di comunicazione e informazione politica che prende avvio il processo di influenza che, passando attraverso fattori cognitivi, affettivi, ambientali e culturali, attiva le eventuali modificazioni nella condotta politica a livello di partecipazione e scelta elettorale del cittadino.

Per comprendere meglio tale argomento è utile approfondire lo studio degli effetti politici di carattere psicosociale dell’esposizione come l’agenda setting, il framing e il priming. Riguardo all’agenda setting, i media hanno la possibilità di stabilire cosa è importante che la gente sappia, per il semplice fatto di concedere attenzione a certi eventi e di ignorarne altri. Le storie e i temi che telegiornali e quotidiani selezionano ed evidenziano soprattutto in “prima pagina” diventano salienti anche per i telespettatori e i lettori. Tanto più elevata e costante è l’esposizione del pubblico all’informazione (in questo caso politica), tanto più grande è la loro suscettibilità all’effetto agenda setting. La comunicazione mediata nel definire i temi di rilevanza pubblica gioca dunque un ruolo potente nella strutturazione della realtà sociale per le persone. Le persone apprendono quanta importanza dare alle notizie grazie all’enfasi che i media danno ad esse (Mazzoleni, 2004).

Il framing consiste nell’effetto di incorniciamento che i media fanno di una storia, di un evento, di un personaggio politico, ecc.  Ad esempio, argomentare i vantaggi e/o gli svantaggi di un’azione sono scelte di frame, ossia di inquadramento della posizione che si intende sostenere perché risalti nella luce migliore e più convincente (Cavazza, 2006). Analogamente a quanto avviene nell’agenda setting, si suppone che il pubblico esposto ad un’informazione incorniciata in un determinato modo ne rimanga influenzato nella costruzione della personale visione degli eventi, cioè dei propri frames. D’altra parte non dobbiamo dimenticare che, nel processo di influenza dei contenuti mediali, intervengono anche gli schemi interpretativi delle persone, ossia le strutture cognitive basate su conoscenze o esperienze precedenti, che condizionano l’elaborazione delle nuove informazioni (Mazzoleni, 2004).

Infine, il priming, traducibile con “innesco” o “facilitatore”, richiama l’attenzione su alcuni argomenti ignorandone altri, difatti i temi che sono stati al centro dell’attenzione dei telegiornali, dei giornali radio e dei quotidiani sono quelli che vengono più facilmente richiamati alla memoria dalle persone e sono quindi quelli che hanno un maggiore impatto sui giudizi che queste formulano dei leader e dei partiti. In sostanza, vi è un’attivazione differenziata delle informazioni che costituiscono gli ingredienti del giudizio e della decisione (Cavazza, 2006).

In un contesto di processi comunicativi di vario tipo e di crescente frammentazione, indubbiamente si sta assistendo ad una grande trasformazione attraverso i seguenti strumenti: l’enorme moltiplicazione delle fonti di informazione a disposizione del cittadino, in una sorta di esposizione selettiva; la cyber-politica, dilagante nelle campagne elettorali con l’impiego massiccio di internet, che riguarda anche il giornalismo online; i segnali di un divario culturale sempre maggiore tra i cittadini istruiti che si possono permettere la fruizione totale dei contenuti mediali e i cittadini che si limitano ad ascoltare contenuti ed informazioni di carattere popolare; la diffusione dei canali di comunicazione delle minoranze e la fortuna della web-politics, che creano una circolazione di informazioni molto complessa che spezza il monopolio dei tradizionali mezzi di informazione.

In questo scenario in mutamento, nel caso della ricerca sugli effetti politici, si sta osservando un modello di ricezione dei media che riflette l’estendersi di una cultura pick and choose, un comportamento dettato da esposizioni e scelte casuali ed episodiche da parte dei cittadini (Mazzoleni, 2004). Anche la diffusione dei risultati dei sondaggi può avere effetti indiretti nell’influenzare le scelte dei cittadini. I sondaggi, al di là delle informazioni che danno, assolvono a tre funzioni indirette che hanno a che vedere con la persuasione. La prima è quella di consolidare e rilanciare l’immagine positiva di un determinato candidato e indebolire l’avversario; la seconda riguarda l’induzione di un effetto di agenda setting, cioè di affermare il rilievo di alcune questioni politiche a dispetto di altre; la terza riguarda l’induzione di un consenso vero e proprio tramite i meccanismi dell’influenza maggioritaria.

Quanto detto finora mostra quanto sia importante raggiungere l’attenzione del pubblico e focalizzarla su alcuni elementi a dispetto di altri. Di fronte alla difficoltà di catturare l’attenzione delle persone sulle trasmissioni di argomento politico, soprattutto di coloro che sono meno coinvolti dal tema e quindi con opinioni meno definite, la propaganda politica si è orientata sempre di più ad utilizzare lo spot. Quest’ultimo inteso come tipico strumento commerciale, collegato alla diffusa demotivazione delle persone ad impegnare risorse cognitive rilevanti per l’elaborazione di contenuti percepiti come sempre più complessi (Cavazza, 2006). In conclusione, fino a che punto è accettabile che si utilizzino tecniche di persuasione per convogliare su un determinato politico i voti della gente? E se per ipotesi tutto fosse lecito, allora sta a noi informarci, conoscere quali strumenti mediatici vengono utilizzati e calibrare ogni singola scelta. D’altra parte ne va del nostro futuro.

La pornografia è un mondo che non conosce crisi, ma cosa accade quando sono gli adolescenti a farne uso? In primo luogo la pornografia svolge un ruolo particolare nel processo di conoscenza ed esplorazione della sessualità. L’esposizione ad immagini pornografiche in adolescenza può guidare verso un certo tipo di comportamenti e atteggiamenti che saranno più evidenti in età adulta.

Secondo la Società Italiana di Andrologia Medica e Medicina della Sessualità (SIAMS) (2011) già a 14 anni gli adolescenti cominciano a frequentare i siti pornografici. Non dimentichiamo infatti quanto Internet abbia contribuito all’espansione del prodotto hardcore sul mercato. Attraverso la rete i giovani possono fare esperienza di sesso interattivo anche grazie alle chat e ciò con l’andare del tempo comporterebbe una deprivazione delle basi che permettono di maturare sessualmente. Il sesso perderebbe il suo aspetto affettivo legato alla relazione con un partner creando assuefazione con le immagini porno. In particolare è stato evidenziato che l’eccesso di pornografia può causare anoressia sessuale, soprattutto se questo interesse è coltivato fin dall’adolescenza. L’anoressia sessuale è caratterizzata dall’assenza del desiderio di fare l’amore e dalla mancanza di fantasie erotiche e degli stimoli fisici legati alla sessualità.

Coloro che frequentano con più assiduità i siti porno sono i maschi: il 3,9% ha meno di 13 anni e il 5,8 fra 14 e 18 anni. La percentuale raddoppia fra 19 e 24 anni (10,6%) e poi fra 25 e 34 anni (22,1%), fino a raggiungere il picco fra 35 e 44 anni. Dopo i 45 anni comincia a ridursi (21,1%) e scende ulteriormente dopo i 55 anni (12%). I ricercatori della SIAMS (2011) sono arrivati a queste conclusioni attraverso un’indagine che ha coinvolto un campione di 28.000 frequentatori di siti pornografici, su un totale di 7,8 milioni di italiani.

Solitamente il giovane apre un sito porno per curiosità, ma poi questo comportamento si trasforma in una consuetudine che porta a visualizzare foto e video sempre più forti. Il rischio è che l’adolescente si chiuda in questo mondo erotico virtuale e tragga soddisfazione solo attraverso queste immagini, arrivando a perdere il senso del rapporto di coppia. Questo perché l’adolescente tenderebbe a dare enfasi ad un tipo di sesso impersonale, consolidando un’immagine di sessualità estranea a qualsiasi tipo di relazione ed escludendo così la partecipazione empatica (Bonino e Rabaglietti, 2008).

Il problema non riguarda solo gli adolescenti, ma anche gli adulti perché in generale il consumo di pornografia desensibilizza il consumatore dallo stimolo sessuale e lo porta a cercare prodotti sempre più hard (Gines, 2010). Si è detto che la rappresentazione pornografica viene cercata dai giovani anche per acquisire informazioni circa le modalità di praticare il sesso. Con ciò non si vuole affermare che la pornografia è educativa, ma probabilmente i giovani la usano per  avvicinarsi al sesso con meno timore.

Allora è giusto affermare che la pornografia è diventata la forma principale di educazione sessuale dei giovani? Secondo Naomi Wolf, una sociologa americana, tra i giovani non vi è più il corteggiamento, ma piuttosto la ricerca di una soddisfazione di un bisogno fisico senza ulteriori successivi coinvolgimenti emotivi. Oltre alla svogliatezza di stabilire legami duraturi, sono molti gli adolescenti che, attraverso social network, email o cellulare, si scambiano immagini in cui sono nudi o si mostrano in pose provocanti. Sempre secondo la Wolf un motivo risiede nella visione indiscriminata di immagini porno che mostra solo rapporti sessuali veloci, meccanici e indiscriminati.

Per altri studiosi la pornografia è il viatico per comportamenti sessualmente aggressivi. Se è vero che la pornografia ha effetti sul comportamento aggressivo di quegli adulti che presentano atteggiamenti di ostilità e impersonalità nella relazione sessuale, l’adolescenza è proprio il momento in cui questi atteggiamenti si strutturano e si consolidano. Allora ecco che la pornografia diventa un fattore di rischio per il comportamento sessuale aggressivo soprattutto per le persone che manifestano: mascolinità ostile, cioè una costellazione di tratti quali insicurezza, ostilità per le donne e piacere nel loro dominio, controllo e umiliazione; sesso impersonale, con un atteggiamento disimpegnato, ludico e privo di coinvolgimento nei confronti dell’attività sessuale. La pornografia, anche quando non è violenta, ha su alcune persone un pessimo effetto perché rinforza determinati atteggiamenti negativi (Bonino e Rabaglietti, 2008).

L’adolescenza di oggi, con il suo modo di rapportarsi alla sessualità, diventa l’emblema di una società che ha sempre fretta e che non ha la pazienza di coltivare i rapporti umani. C’è allora da chiedersi: ci sono ancora i giovani che sognano l’amore romantico oppure si va verso un appiattimento dei sentimenti e delle emozioni sacrificate in nome dell’immagine spavalda e all’avanguardia che gli adolescenti vogliono dare ai loro coetanei?

diritti_umani_tratta02È il mestiere più vecchio del mondo e non conosce crisi: la prostituzione. Nonostante vi siano molte donne che ricorrono al cosiddetto gigolò a pagamento, sono gli uomini che fanno maggior uso della prostituzione.

Secondo alcuni dati europei, a far ricorso alla prostituzione sarebbe il 10 per cento cir­ca della popolazione, mentre in Italia ci sa­rebbero almeno 70.000 prostitute, tra italiane e straniere. I clienti sono essenzialmente di due tipi: quelli che ricorro­no alle escort, termine usato per definire le accompagnatrici di lusso oppure le ragazze che si prostituiscono in appartamento, e i clienti delle prostitute che lavorano sulla strada oppure dei trans. È difficile fare un identikit del cliente medio data la trasversalità della popolazione che si rivolge alle prostitute. Possono infatti essere persone istruite o ignoranti, single ma anche sposate e con figli o comunque con una partner fissa.

Ad ogni modo volendo specificare, i clienti delle escort sono principalmente giovani, spesso single, occupati e con un livello di scolarizzazione medio-alto, mentre chi ricorre alla prostitu­zione da strada ha un’età più elevata, un livel­lo di scolarità più basso e di solito è sposato (Cicerone, 2008). Molti pensano che coloro che vanno con le prostitute sono uomini che hanno problemi sessuali oppure che hanno una vita solitaria, ma in realtà sono tanti quelli che hanno una vita sociale normale, sposati, con figli e un buon livello di istruzione.

Quindi quali sono le motivazioni che spingono un uomo a pagare una donna per fare sesso? Una delle preoccupazioni degli uomini è conquistare. Non si sa quanto ciò dipenda dagli stereotipi, dalla necessità di dimostrare la propria virilità o da una mancanza di autostima, sta di fatto che molti uomini hanno la necessità di avere rapporti sessuali con altre donne nonostante siano già impegnati. Per coloro che invece non hanno una relazione stabile il rapporto sessuale con una prostituta permette di evitare coinvolgimenti emotivi e sentimentali e allo stesso tempo di soddisfare le proprie necessità e le proprie fantasie. Questa soluzione diventa patologica nel momento in cui la persona vi fa ricorso per rifuggire l’universo femminile “normale” per difficoltà di interazione e di confronto, rinforzando un senso di isolamento sempre maggiore.

Per la tipologia di maschio che ricorre alle prostitute per problemi sessuali, il problema insorge laddove egli faccia cilecca anche in questo contesto e si trovi ad essere deriso e preso in giro dalla donna che ha pagato. In questi casi la reazione può essere di una maggiore chiusura in se stesso oppure può sfociare in una rabbia che può scatenarsi contro la prostituta che, nei casi più gravi, diventa vittima di tale violenza.

L’uomo che decide di cercare una prostituta con cui fare sesso in qualche modo è come se andasse a “caccia” risvegliando l’istinto predatorio. L’uomo già assapora il piacere con la fantasia e inizia ad esempio a girare in macchina, guardando le varie prostitute e ripassando anche più volte in cerca della propria “preda”, come un cacciatore che perlustra il terreno prima di attaccare la vittima. In alcuni casi il piacere di cacciare e scovare la preda può essere anche più appagante rispetto all’atto sessuale.

Tra le altre motivazioni che spingono gli uomini a fare sesso con le prostitute c’è il bisogno di dominare, di umiliare la donna con l’idea che questo dimostri la propria superiorità di maschio. In questo gli uomini sono influenzati dalla visione di film pornografici dove la prerogativa è quella della donna sempre disponibile a fare sesso e pronta a farsi sottomettere e umiliare, anche attraverso pratiche sessuali estreme e perverse che l’uomo non chiederebbe mai alla propria compagna (De Luca, 2009). Forse le fantasie erotiche dei clienti delle prostitute, come quella di interpretare un film porno, possono spiegare in parte il successo delle molte fiere dell’erotismo sorte negli ultimi anni.

Anche la prostituzione va di pari passo con la modernizzazione della società e allora ecco che molti uomini anziché cercare le prostitute in strada, le cercano nelle chat. La prostituzione, il mestiere più vecchio del mondo, purtroppo rimarrà tale perché riesce ad adattarsi ai cambiamenti della società, alle sue tante perversioni, ai mutamenti dovuti alla tecnologia e alla frenesia del mondo moderno.