Il Natale ha un indiscutibile fascino su adulti e bambini. È una festa magica soprattutto perché i bambini ai quali ancora non è stata svelata la verità su Babbo Natale, credono in modo meravigliosamente puro che questo “supernonno” vestito di rosso porti regali a tutti i bambini volando su una slitta.

Ed ecco che questa magia si punteggia di tanti piccoli rituali che la rendono ancora più credibile agli occhi dei più piccoli: c’è la possibilità di scrivere la letterina dove si richiedono i doni preferiti, la cassetta rossa dove imbucarla, il piattino di biscotti e il bicchiere di latte da lasciare sul tavolo per rifocillare Babbo Natale, casette dove incontrare Santa Claus in persona, addirittura qualche familiare si traveste da Babbo Natale e riesce (con i più piccoli) a rendersi credibile. Gli adulti dal canto loro si lasciano affascinare dalle mille luci colorate che ornano le strade e i negozi e possono lasciarsi trascinare dalle fantasticherie dei più piccoli per avere la sensazione di tornare bimbi per qualche istante.

Essere bambini e diventare grandi. La credenza che Babbo Natale esista segna un passaggio importante dall’infanzia pura a quella più smaliziata dei bambini più grandi.

Fino a che età è normale che un bambino creda a Babbo Natale? È una domanda che i genitori di bambini piccoli si pongono ogni anno, chiedendosi per quanto ancora sia giusto recitare la parte di quelli che aspettano un vecchietto vestito di rosso con barba bianca che porta i regali. Non esiste un’età esatta in cui è giusto spezzare l’incantesimo sulla credenza di Babbo Natale. L’aspetto più importante riguarda la conoscenza del proprio figlio e della sua sensibilità.

Il primo elemento da considerare comunque è l’età. Di solito i bambini fino a 5 anni credono senza riserve all’esistenza di Babbo Natale. Tra i 5 e i 7 anni iniziano i dubbi, il pensiero magico che alimentava la fantasia quando si è più piccoli è svanito. All’età di 9 anni ormai i bambini hanno scoperto la verità.

Un altro aspetto da considerare, e che può rincuorare molti genitori, è che la scoperta che Babbo Natale non esiste non arriva all’improvviso. Quando i bambini sono pronti a scoprire la verità si capisce anche da come percepiscono alcune situazioni che hanno visto per caso. Ad esempio, notano i genitori che incartano i regali o li vedono sistemare i doni sotto l’albero di Natale. Il bambino che è ormai pronto alla scoperta, inizia a notare tanti piccoli indizi che lo portano sempre di più a dubitare. D’altra parte se il bambino ancora non è pronto può notare la testimonianza più schiacciante sulla non esistenza di Babbo Natale, ma ciò non farà crollare il suo mondo fantastico fatto di elfi, fate, draghi, e Babbo Natale.

In effetti la maggior parte dei bambini scopre in autonomia che Santa Claus non esiste, spesso anche con il suggerimento di compagni di scuola o parenti più grandi oppure perché nota l’elastico che regge la barba bianca o perché riconosce il familiare che si è travestito. La dissonanza che si crea tra i vari elementi porta il bambino a tirare la conclusione più logica sommando tutti gli elementi a disposizione. Non dimentichiamo che i bambini amano molto giocare a “fare finta di”. Questo modo di giocare è fondamentale alla loro età perché imparano ad immedesimarsi nei loro personaggi preferiti e di conseguenza ad immaginare la realtà in tanti modi diversi e alternativi.

Se il bambino è ancora piccolo (sotto i 5 anni) e sente dire che Babbo Natale non esiste e ci rimane male, è meglio che sia rassicurato del contrario, cioè sul fatto che alcune persone non credono a Santa Claus ma che invece i suoi genitori ci credono.

La scoperta quando il bambino è un po’ più grande non provoca traumi, ma avviene in modo molto graduale, anche perché è la somma dei segnali colti dal bambino che lo porta nella giusta direzione. Inconsciamente il bambino ha già elaborato questi indizi. Il genitore è meglio che non si avventuri nel fare rivelazioni serie o drammatiche, ma piuttosto non deve fare altro che lasciare qualche altro elemento più chiaro che porti il figlio nella giusta direzione.

Quando il bambino scoprirà la verità su Babbo Natale, è bene che i genitori gli raccontino di come anche loro hanno creduto alla sua esistenza e di come abbiano amato quel periodo della loro vita: proprio questa gioia li avrebbe spinti a rivivere con lui la magica suggestione del Natale. Il passaggio del bambino a sentirsi più “grande” dopo questa scoperta, può essere rafforzato dalla richiesta di non svelare nulla ai fratellini o alle sorelline. Anzi deve aiutare i genitori a creare la messinscena per i più piccoli di casa e che anche lui sarà un depositario del segreto di Babbo Natale.

3 Gennaio 2017 at 19:52 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

I bambini piccoli vivono in un mondo fatto di cose reali, ma anche popolato di fate, folletti, personaggi delle fiabe, dei fumetti e dei cartoni animati. Essi ci credono e non c’è motivo di voler per forza metterli davanti alla realtà prima del tempo, dicendo loro che i personaggi che loro tanto amano in realtà non esistono.

Ancora di più i bambini sono affascinati dalla magia del Natale: lucine e illuminazioni dappertutto, regali, fiocchi colorati, addobbi, l’albero, il presepe ed infine lui, Babbo Natale. Anche gli adulti che ormai avevano abbandonato l’aspetto più infantile della festa, quando hanno dei figli si ritrovano a rivivere quell’atmosfera dimenticata fatta di letterine, attese e doni.

Ma quando è giusto spezzare questo incantesimo e far sì che i bambini scoprano la verità su Babbo Natale in modo sereno e senza traumi?

Non c’è una risposta standard, ogni genitore, con la sua sensibilità e la conoscenza di suo figlio, capisce quando è il momento. Ad ogni modo un fattore che può essere indicativo è l’età. Di solito i bambini abbandonano l’idea di Babbo Natale tra i 5 e i 7 anni, mentre prima la loro fantasia è sostenuta da un pensiero magico che alimenta questa credenza.

Cosa accade se invece qualche adulto o un ragazzino si lasciano scappare la verità e dicono prima del tempo ad un bambino che Babbo Natale non esiste? Se appunto il bambino è ancora troppo piccolo probabilmente ci rimarrà male di questa rivelazione e andrà a chiedere conferma ai genitori. Se è triste è importante rassicurarlo e spiegargli che ci sono alcune persone che non credono che Babbo Natale esista, ma che invece il papà e la mamma ci credono e che aspettano sempre che lui porti i doni con la sua slitta. Il bambino piccolo sarà soddisfatto da questa spiegazione.

Quando invece il piccolo inizia ad avere 5-6 anni probabilmente può iniziare a nutrire dei dubbi già per conto suo. Se poi inizia a fare domande a riguardo vuol dire che ha già intuito la verità e chiederà una conferma. A quel punto potrà rimanerci un po’ male del fatto che i genitori confermino i suoi dubbi, ma è meglio così piuttosto che poi essere preso in giro dai compagni che già lo sanno.

Il problema si pone quando il bambino supera i 7 anni e ancora crede alla leggenda dei regali portati dalla slitta con le renne guidata da un vecchietto vestito di rosso con una lunga barba bianca. A questo punto il piccolo rischia solo di essere deriso dai compagni che invece già sanno la verità e si credono per questo più grandi. Magari potrebbe anche prendersela con i genitori perché non gli hanno detto per tempo la verità. Se poi il bambino ancora rifiuta questa idea, allora può essere un indice di immaturità e di atteggiamento troppo infantile. A questo punto può essere utile provare intanto a fargli accettare l’idea che non è possibile che una persona voli in cielo con una slitta trainata da renne, che si cali da un camino per portare i doni e che faccia tutto questo in una sola notte e in tutto il mondo. Piano piano accetterà la verità.

Il modo migliore per svelare il segreto è quello di usare dolcezza, prudenza e serenità. Infatti quanto più il bambino è ancorato alla fantasia di Babbo Natale e ne è affascinato, tanto più potrà risentire a livello emotivo di questa rivelazione e di questo cambiamento nell’ambito delle sue fantasie magiche. Un consiglio può essere quello di inserire la rivelazione all’interno della storia familiare, cioè raccontando che anche il papà e la mamma quando erano piccoli credevano a Babbo Natale, che per loro è stato fantastico e per questo motivo hanno voluto ricreare questa magia anche con il loro figlio. È fondamentale però che lui non riveli il segreto ad eventuali altri fratelli, sorelle o altri bambini più piccoli, ma che stia al gioco come i genitori hanno fatto con lui. Sicuramente egli adorerà essere il custode di un segreto così importante e sarà d’aiuto con i bambini più piccoli.

Altro aspetto importante è che entrambi i genitori siano d’accordo nell’idea di dire la verità al bambino e che si comportino in modo coerente. Bisogna quindi evitare che uno dei due continui a prolungare la fantasia di Santa Claus, mentre l’altro comincia a prospettare una visione realistica del Natale al proprio figlio. I genitori devono accompagnare il loro bambino nella sua crescita verso la realtà in modo sereno, senza imposizioni e rispettando i suoi tempi.

In conclusione, Babbo Natale è un connubio di magia, sogni, colori, luci, fantasia. I bambini piccoli lo adorano, mentre gli adulti ormai disincantati generalmente amano comunque l’atmosfera che riesce a creare. D’altra parte perché non crederci un po’ almeno per qualche giorno? In fondo con un pizzico di magia è tutto più facile.

19 Dicembre 2014 at 18:20 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Essere belli a tutti i costi. Questo è il motto che da molti anni a questa parte accompagna il pensiero di uomini e donne che vivono ossessionati dalla bellezza del proprio aspetto fisico. È anche vero che al giorno d’oggi l’immagine è il modo attraverso il quale si dà la più immediata informazione su se stessi agli altri, mettendo in secondo piano la personalità, il proprio modo di affrontare la vita, i propri valori. Nella nostra società tutto viene valutato con rapidità per cui non c’è tempo per soffermarsi su qualcuno o qualcosa che non attiri lo sguardo per la sua bellezza. Essere attraenti e curati nell’aspetto è anche considerato un indice del proprio successo personale.

Tutti questi aspetti fanno sì che le persone sia sempre più indirizzate a fare qualsiasi cosa pur di essere belle. Tra le pratiche messe in atto per l’adeguamento del corpo ai canoni di bellezza ci sono tanti mezzi: sport, dieta, cure estetiche fino ad arrivare alla chirurgia estetica. Per molte donne la chirurgia estetica rappresenta uno strumento per intervenire attivamente sul pericolo di esclusione sociale. A seguito di un intervento infatti molte persone sostengono di aver acquisito una maggiore fiducia in sé, esigenza peraltro dettata dalla pressione sociale a conformarsi a determinati standard estetici.

Il ricorso alla chirurgia estetica può essere legato anche a periodi di transizione di ruolo. Si tratta di momenti cruciali nella propria vita, come la separazione, la fine di una relazione, un licenziamento, ecc., per cui le persone sentono la necessità di riprogettare il proprio sé per ricominciare con maggior sicurezza, eliminando i difetti fisici che sembrano aver avuto un ruolo nelle difficoltà precedenti. Anche in questo caso, il corpo rappresenta il fulcro del controllo sull’espressione del sé nella relazione sociale, percepito come uno strumento funzionale al successo nelle relazioni intime come in quelle di lavoro (Olivero e Rovida, 2009).

Insieme al perseguimento della bellezza fisica si osserva contemporaneamente la volontà di contrastare l’invecchiamento. La cultura dei consumi colloca in una posizione marginale l’identità delle persone anziane, enfatizzando il mito della giovinezza. Infatti la giovinezza e l’attività fisica sono diventati valori centrali indipendentemente dall’età, e il corpo magro appare come il simbolo per eccellenza della giovinezza. La capacità di mantenersi in forma è oggetto di valutazione morale, tanto che il sovrappeso e lo scarso impegno nel contrastare l’invecchiamento sono giudicati come comportamenti sbagliati e da contrastare. Il corpo invecchiato viene percepito da molte persone come una maschera che nasconde la vera identità. In questo senso il ricorso alla chirurgia estetica sarebbe funzionale a ristabilire un equilibrio fra immagine corporea e immagine del sé.

Partendo dal presupposto che i modelli estetici proposti dalla società e dalla comunicazione di massa vanno a costituire una forte componente dell’immagine del sé, non sorprende quanto può essere grande il divario percepito tra il sé ideale e il sé reale. In tal senso è possibile individuare tre tipologie di donne che fanno ricorso alla chirurgia estetica: quelle che vi ricorrono in seguito a traumi o malattie; quelle che si sottopongono a pochissimi interventi (massimo tre); quelle che si sottopongono a molti interventi (da quattro a quindici). A parte il gruppo di donne costretto ad intervenire per cause legate ad incidente o malattia, le altre fanno ricorso alla chirurgia estetica per avere un maggiore controllo sulla propria immagine come strumento di realizzazione sociale e per diminuire il divario tra il sé ideale e il sé reale, ambendo ad una parziale o totale sovrapposizione tra i due sé.

Di solito, le donne che ricorrono a pochissimi interventi di chirurgia estetica rivelano un’accresciuta autostima in seguito all’intervento, mentre quelle che vi ricorrono in modo intensivo rimangono insoddisfatte. In quest’ultimo caso si tratta di donne la cui identità si sovrappone quasi totalmente con l’immagine fisica. Per queste donne prendere consapevolezza del processo di invecchiamento del proprio corpo o dell’imperfezione di quest’ultimo, crea un forte stato d’ansia e preoccupazione tanto da mettere in crisi l’accettazione del sé. Tali donne, insicure, in difficoltà nei rapporti interpersonali, insoddisfatte a livello personale e professionale, per tentare di compensare questi aspetti, tendono a focalizzarsi sull’unico territorio sul quale sentono di avere un certo potere: il proprio corpo. Tale processo di trasformazione volto alla ricerca della perfezione è destinato a non finire mai, ma al contrario è fonte continua di frustrazione e insoddisfazione (Olivero e Rovida, 2009).

È evidente che la chirurgia estetica non può risolvere i propri disagi interiori, ma piuttosto prima di qualsiasi intervento bisognerebbe chiedersi: qual è la reale motivazione sottostante, quale immagine si ha del proprio corpo, cosa ci si aspetta di ottenere dall’operazione ed in che modo ci si aspetta che la propria vita possa cambiare dopo un intervento estetico. È il nostro modo di osservare e affrontare la vita a darle un senso piuttosto che un altro, per cui un intervento estetico può essere un valore aggiunto laddove vi sia già una soddisfazione di se stessi e la consapevolezza che le basi della propria bellezza risiedono nel proprio intimo.

Il progresso dei vari tipi di intelligenza e delle competenze di ogni bambino è fondamentale per raggiungere uno sviluppo equilibrato. Per questo motivo è importante scegliere dei giocattoli che servano a potenziare le capacità dei minori e possano far emergere la loro creatività. Non necessariamente bisogna stupire i bambini con giochi sfavillanti o rumorosi, ma è sufficiente che siano i genitori ad introdurre il gioco con gesti semplici e ripetitivi affinché il piccolo abbia il tempo di apprendere. Nei primissimi anni di vita tutto è nuovo e sorprendente per i bambini e quindi anche i giochi più semplici sono utili a capire il meccanismo di causa-effetto. Di fatto il gioco aiuta a comprendere i processi. Per questo motivo il neonato sia vedendo luci e oggetti luminosi sia ascoltando suoni e rumori, inizia a imparare come funzionano gli oggetti e a prevedere le conseguenze delle sue azioni. In ciò i bambini sono aiutati dal fattore sorpresa che provano davanti a tutto ciò che vedono per la prima volta e su cui pongono la loro attenzione. Piano piano imparano a creare le prime associazioni, a risolvere i piccoli problemi e a divertirsi attraverso il movimento del corpo.

Quali regali si possono fare ai neonati e quale scopo hanno? Suddividerò alcune idee di giochi da regalare in base ai diversi tipi di intelligenza (come nel precedente articolo).

Intelligenza musicale. La musica favorisce lo sviluppo del cervello. Ascoltarla e suonarla sin da bambini favorisce l’apprendimento successivo della matematica e le capacità di ragionamento, oltre a sviluppare l’intelligenza musicale. Di conseguenza ottimi regali per i piccolissimi sono quelli che stimolano l’udito (sonagli e melodie) per poi passare a strumenti musicali per neonati, colorati e divertenti (trombetta, maracas, tamburi, xilofono, piano, chitarra, dove con il tocco il bambino solitamente aziona melodie, suoni e luci colorate).

Intelligenza corporeo-cinestetica. Per i più piccoli alcuni possibili doni sono: coperta colorata con giochi, suoni e stimoli vari su cui il bambino può stare sdraiato o seduto; macchinina o trenino, veicoli a frizione che aiutano a farlo gattonare o nell’iniziare i primi passi potenziando così lo sviluppo psicomotorio. Intorno all’anno di età i bambini imparano a camminare ed è quindi importante controllare l’equilibrio. Ildondolo aiuta nell’infondere sicurezza nel piccolo in questa fase e quindi può essere un dono da fare  sia nella classica forma del cavallino di legno sia nelle forme più originali (coccodrillo, renna, macchinina, ecc.). Dopo che il bambino ha iniziato a camminare sicuro, si possono donare veicoli che si spingono con i piedi che rendono i bambini consapevoli delle loro capacità motorie e rafforzano le gambe (moto, macchina, triciclo).

Intelligenza logico-matematica. Giocare aiuta anche a comprendere l’ordine logico delle cose. I giochi a incastro con varie forme e colori sviluppano la capacità di analizzare, classificare e categorizzare. I giochi di abilità mentale migliorano il pensiero logico-matematico, l’attenzione e la memoria per sviluppare una mente più agile e attenta. Giocando i bambini mettono in azione varie abilità intellettive e assimilano concetti come l’addizione e la sottrazione. Fare le costruzioni sviluppa la pianificazione e l’ordine ed insegna ai bambini il funzionamento delle cose. Quindi molto stimolanti sono i giochi con cubi impilabili, labirinti di fili metallici con pezzi che scorrono, giochi a incastro con forme geometriche per favorire la capacità manuale e la risoluzione di problemi e per stimolare la visione spaziale del bambino (sviluppano la coordinazione visiva, manuale e la capacità di deduzione). Ai bambini di età compresa tra i 12 e i 36 mesi si possono anche regalare i primipuzzle, essenziali per lo sviluppo cognitivo e motorio del bambino con un livello di difficoltà adeguato all’età del piccolo per sviluppare la coordinazione e la capacità manuale. Infatti creare un oggetto unendo vari pezzi potenzia nei bambini la facoltà di essere pazienti e perseveranti nelle loro azioni.

Intelligenza spaziale. Per i più piccoli (0-12 mesi) può essere utile regalare giochi che stimolano il tatto (oggetti con forme tubolari per facilitare la presa del bambino, giochi composti da materiali e tessuti diversi) e la vista (ciondoli, specchietti, oggetti che si muovono, cordicelle che fanno vibrare il gioco). Altro dono può essere la giostrina con o senza musica con animaletti o altri oggetti appesi che stimolano la vista e divertono il bambino quando è nella culla o sul fasciatoio per il cambio del pannolino. Le macchine, le piste, i garage, il trenino (anche elettrico), la ferrovia, i trattori, i veicoli di vario genere aiutano il bambino a conoscere lo spazio, la profondità e le distanze. Si passa dai veicoli più semplici a quelli con luci, suoni o addirittura telecomandati. Divertenti per bambini particolarmente dinamici sono il tunnel, la tenda, la casetta dove nascondersi o portare i propri giochi. Anche l’acqua è un mezzo perfetto per imparare. Per questo motivo molto divertenti sono i giochi d’acqua (libri per il bagnetto, animali marini galleggianti). I giochi nella vasca donano ai bambini nuove sensazioni e li avvicinano ai concetti di capacità e volume. Divertendosi i piccoli imparano anche buone abitudini di igiene e pulizia.

Intelligenza interpersonale. Giochi con immagini e versi degli animali che permettono di imparare, riconoscere e associare ciascun animale con i suoni che emette in vari contesti ambientali (fattoria, savana, bosco, mare) e imitare situazioni della vita reale. Regali possibili sono: libri di stoffa morbidi e colorati, animaletti morbidi (potenziano la capacità di riconoscimento e di associare immagini e suoni).

Queste idee hanno lo scopo di aiutare chi deve scegliere un regalo per i più piccoli. L’auspicio è di scegliere un gioco non tanto per l’attrazione che può infondere in chi lo acquista, ma piuttosto con la consapevolezza di ciò che intende promuovere nello sviluppo del bambino.

E ricordate, è un dono il tempo che passate a giocare con i vostri figli.

La sfida più importante che una persona e i suoi familiari devono affrontare e gestire è il limite della vita, la morte. Quando l’individuo diventa anziano e si rende conto di non essere immortale e che la sua prospettiva di vita è finita sente la realtà di una fine che si avvicina sempre di più e può provare paura della morte, paura di soffrire e di non riuscire ad affrontarla con dignità. Questa paura è più presente quando l’anziano è malato.

Alcune persone pensano di ricorrere al suicidio. La probabilità di usare questa forma di controllo della propria morte aumenta dopo i 65 anni soprattutto per gli uomini soli, socialmente isolati, depressi o con disturbi psichici; per le donne, invece, tale probabilità non subisce variazioni durante l’arco della vita (De Beni, Borella e Mammarella, 2009).

In realtà tutte le paure hanno origine dalla consapevolezza che un giorno moriremo. Questo è l’elemento irrisolvibile che crea tutte le altre paure. Una possibile soluzione consiste nell’accettare la condizione di esseri che nascono e muoiono. Non c’è un modo particolare con cui si esorcizzano le proprie paure. Molto dipende dall’età, dall’esperienza e anche dalle caratteristiche di ogni persona. C’è chi si rifiuta di pensare alla morte, chi invece la sfida continuamente per sondare i suoi limiti (ad esempio, chi pratica sport estremi) e chi accetta gli eventi come capitano (Oliverio Ferraris, 2002).

La paura della morte è connessa a tutta una serie di altre paure:

-          di soffrire fisicamente, di diventare dipendenti e di non avere più il controllo sul proprio corpo;
-          della solitudine e dell’isolamento;
-          di non esistere più;
-          dell’umiliazione;
-          dell’impatto della propria morte su chi resta vivo, anche a livello economico;
-          della morte di altri, della loro sofferenza fisica ed emotiva;
-          di non riuscire a completare quello che ci si era prefissati (“prima di morire devo ancora terminare quell’impresa”) o di assistere a determinati eventi (“prima di morire vorrei                     avere dei nipotini”);
-          della punizione, soprattutto per le persone credenti.

Tutti questi timori non vengono provati necessariamente allo stesso modo da ogni individuo; alcuni rivestono maggiore importanza rispetto ad altri, mostrando la variabilità individuale di ciascuno di fronte alla morte.

Secondo lo studioso Erikson, la vecchiaia è quella fase della vita in cui si deve cercare di bilanciare la ricerca di integrità dell’Io con la disperazione determinata anche dall’avvicinarsi a questo inevitabile appuntamento. La risoluzione di questo conflitto porterebbe alla saggezza, virtù associata a questa fase di vita. Erikson a tal proposito enfatizza come il compito dell’anziano sia quello di dare un senso alla propria vita, integrando le perdite che ha subito. La disperazione è quindi una parte dominante di tale processo, così come la solitudine legata alla morte dei propri cari. Le emozioni negative che si possono associare a questa fase vengono denominate crisi della vita; esse sono in parte dovute e spiegate dalla minore energia fisica e psicologica, che l’anziano deve comunque saper gestire e amministrare per affrontare la quotidianità (De Beni, Borella e Mammarella, 2009).

Se il pensare alla propria morte è complesso e angosciante, affrontare le ansie e le paure della morte degli altri non è più facile. In letteratura viene riportato che il morire altrui evochi nei sopravvissuti emozioni negative che variano tra la paura, la rabbia, la tristezza e la depressione. Il morente dovrebbe potersi trovare in un contesto che lo sostiene, che diminuisce lo stress, le sofferenze fisiche ed emotive. Spesso avviene invece che le richieste emotive del paziente siano evase da reazioni non adeguate, non solo di familiari ma anche di infermieri e medici non preparati a gestire tale situazione. Stress, senso di impotenza, mancanza di accettazione portano alla messa in atto di meccanismi di difesa e di protezione verso se stessi quali il negare tale realtà, evitare il contatto, verbale, oculare e fisico con il morente e con i suoi familiari.

La morte può costituire un tabù anche per coloro che per mestiere sono più esposti a questo tipo di realtà (medici, infermieri, operatori sanitari) e che non sempre sono preparati ad affrontare il tema della terminalità. È però diritto dell’anziano, così come di ogni paziente, essere al corrente di quello che potrebbe accadere, in quanto la morte è qualcosa che ci appartiene (De Beni, Borella e Mammarella, 2009).

E ciò è tanto più vero se pensiamo che ciò che spaventa di più della morte è l’ignoto, il vuoto, il pensiero che di noi non ci sarà più traccia, la perdita di un amore, dell’affetto delle persone care, delle gioie e dei dolori della vita, ma in particolare la consapevolezza che non si può sfuggire alla morte.

Forse dovremmo provare a tornare un po’ bambini, perché essi vivono la vita con quell’innocente senso di onnipotenza che li rende spavaldi e impavidi di fronte a qualsiasi pericolo. In questo modo potremmo affrontare la morte con rispetto, ma con un pizzico di incoscienza che ci renderebbe più coraggiosi e allo stesso tempo potremmo riuscire ad apprezzare di più la vita e ciò che di bello ci accade ogni giorno.

Nessuno ne è immune. A tutti è capitato di essere attratto e di innamorarsi di qualcuno. C’è poi chi è più propenso ad instaurare relazioni affettive e chi è più schivo e selettivo. Ma quali sono gli elementi comuni a tutti che giocano un ruolo cruciale nel dare origine ad una storia d’amore? La ricerca scientifica identifica tre fattori: la vicinanza, la somiglianza e l’avvenenza.  Questi tre aspetti giocano un ruolo di primo piano sia nell’amicizia che nell’amore.

Per quanto riguarda la vicinanza, possiamo amare o stare bene solo con persone con cui abbiamo contatti. Ciò significa che malgrado i circa 7 miliardi di abitanti del nostro pianeta il nostro bacino di potenziali amici e amanti è in realtà molto limitato. Si entra in contatto solo con un ristretto numero di persone che vivono nella nostra città e persino nel posto in cui si studia o si lavora. Gli psicologi sociali hanno dimostrato che le nostre amicizie e i nostri amori sono fortemente associati alla vicinanza, ossia alla distanza fisica tra le persone. Studi condotti su studenti che vivono in alloggi universitari dislocati in maniera casuale, hanno dimostrato che la vicinanza è molto importante nella formazione delle amicizie. Studenti che dividono la stanza o vivono sullo stesso piano della casa dello studente hanno maggiori probabilità di avere interazioni frequenti e presentano una tendenza più elevata di quella casuale a diventare amici (Moghaddam, 2002).

Riguardo invece al concetto di somiglianza, proviamo a pensare all’usanza dei matrimoni combinati o alle unioni nate grazie ad agenzie matrimoniali. Solitamente (tolte motivazioni politiche e strategiche per i matrimoni combinati) questi accoppiamenti avvengono sulla base delle somiglianze tra un uomo e una donna. Nel caso dei matrimoni combinati sono i familiari che cercano di formare una coppia; nel caso delle agenzie matrimoniali che forniscono servizi telematici, le informazioni relative a ciascuna persona sono immesse in un computer che compila una lista delle combinazioni migliori. Queste combinazioni sono calcolate in base alle risposte date a domande di questo tipo: qual è la tua età? Qual è il tuo livello di istruzione? Qual è il tuo reddito attuale? Quali sono gli obiettivi che ti poni in un rapporto? Che tipo di persona ti piacerebbe incontrare? Quali aree di interesse vorresti condividere con qualcuno?

L’assunto di fondo è che somiglianza e attrazione sono associate. Tale affermazione è suffragata da molti studi riguardo alla somiglianza negli atteggiamenti, nella propensione a fumare, a bere, ad avere rapporti prematrimoniali, nella gestione dei beni economici, nell’essere una persona mattiniera o che ama fare tardi, ecc. L’ipotesi della somiglianza-attrazione pare avere un rivale naturale nell’ipotesi che gli opposti si attraggono, ossia l’ipotesi che siamo attratti dalle persone diverse da noi. Nella vita quotidiana diamo per scontato che i rapporti d’amore e d’amicizia si basino sulla complementarietà. Tuttavia le ricerche hanno prodotto risultati disomogenei. Dai dati emerge che le persone sposano coloro la cui personalità è simile anziché diversa dalla loro.

Il terzo fattore è l’avvenenza. Quanto è importante la bellezza nelle relazioni sociali? Indubbiamente le persone attraenti ricevono trattamenti più favorevoli in quasi tutti gli ambiti, indipendentemente dalla fascia d’età, dal sesso e dal gruppo culturale d’appartenenza. Le persone attraenti in genere ricevono maggiore aiuto dagli altri, sono valutate in maniera più favorevole sul lavoro e sono più popolari e ricercate dall’altro sesso. Presumibilmente le persone meno attraenti hanno maggiori probabilità di rimanere sole. Dalle ricerche emerge anche l’esistenza di un effetto alone, cioè la tendenza per cui alcune caratteristiche influenzano la valutazione complessiva di una persona. A riprova di ciò spesso si dà per scontato che le persone attraenti abbiano varie altre qualità positive. Oltre a considerare le persone attraenti più eccitanti e sensuali, si pensa anche che abbiano una vita più appagante. Questa preferenza per la bellezza di estende anche ai piccolissimi, così in genere tendiamo a favorire i bambini più attraenti. I neonati più belli ricevono più attenzioni persino dalle loro mamme mentre sono ancora in ospedale. Sembra proprio che nascere belli porti ogni tipo di vantaggio. C’è da dire che le persone avvenenti, proprio perché molti cercano la loro compagnia, tendono a diventare più sicure di sé e ad avere migliori abilità sociali (Moghaddam, 2002).

In sostanza, i tre fattori citati, vicinanza, somiglianza e avvenenza fisica, probabilmente giocano un ruolo simile in tutte le culture, ma il modo in cui questi tre elementi vengono definiti varia considerevolmente da una cultura all’altra. Ma non dimentichiamo altri fattori che ci rendono unici e irripetibili: le nostre esperienze, i nostri ricordi, i nostri dolori, le nostre gioie e le nostre speranze. Forse è il giusto mix di tutti questi elementi che crea quella magica miscela che dà vita ad un rapporto sentimentale, magari duraturo nel tempo, sia esso amicizia o amore.

L’invecchiamento è un processo che interessa l’intero arco della vita, ma nello specifico si colloca al termine del ciclo di vita prima della morte.

Invecchiare non vuol dire solo misurare la propria età anagrafica in relazione al passare del tempo, ma comporta dei cambiamenti a livello fisico e cognitivo.

Oltre allo stato di salute fisica di una persona anziana, ha un notevole rilievo sul processo di invecchiamento il modo in cui si percepisce la vecchiaia e come viene attribuita dagli altri.

In tal senso si può dire anche che la vecchiaia inizia quando un individuo si percepisce anziano in base alla propria personalità e al contesto in cui vive. Ad esempio una donna di 90 anni che ha una buona salute, a parte qualche acciacco dovuto all’età, magari si sente sola, si annoia, perché nessuno la chiama e di conseguenza ha sempre meno voglia di fare le cose. Il marito e molti  suoi coetanei sono morti, i figli e i nipoti sono lontani. La donna si sente vitale, ma facendo un bilancio della sua vita si rende conto di essere vecchia; d’altra parte anche i familiari non le rimandano l’immagine produttiva che lei ha ancora di se stessa. Ecco come una persona si può sentire vecchia a 90 anni così come a 60 anni, proprio in base, non solo alle condizioni fisiche,  ma anche al modo in cui si rapporta alla realtà e a come gli altri si relazionano a lei (De Beni, 2009).

Tuttavia, contrariamente agli stereotipi che raffigurano l’anziano come soggetto ad un declino ineluttabile, recenti ricerche psicologiche hanno dimostrato che il decadimento non è pervasivo. Infatti, accanto ad aspetti in cui si evidenziano delle perdite, ce ne sono altri che si mantengono fino ad età avanzata; inoltre le differenze individuali hanno un ruolo tanto nell’esordio quanto nelle caratteristiche del declino cognitivo. Le ricerche svolte nell’ambito della memoria episodica hanno dimostrato che gli anziani hanno prestazioni più basse dei giovani, per esempio, nel ricordo di liste di parole. Ciò ha ripercussioni nella vita di tutti i giorni, infatti gli anziani dimenticano più facilmente il luogo in cui hanno messo un oggetto oppure il nome di una persona conosciuta di recente.

Le difficoltà in alcuni processi cognitivi vengono compensate attraverso il reclutamento di altre abilità: in pratica gli anziani autonomamente sopperiscono ai punti di debolezza facendo leva sui loro punti di forza. Si può parlare quindi di una “plasticità cognitiva” anche durante l’invecchiamento. La plasticità cognitiva comprende quelle risorse cognitive che attraverso varie tecniche, come ad esempio i training, può essere modificata per migliorare la prestazione nei compiti cognitivi. Ci sono training di tipo riabilitativo dove la persona svolge un percorso di potenziamento attraverso attività volte a migliorare la prestazione nell’abilità deficitaria. Ci sono anche training di tipo compensativo in cui si usano le abilità preservate per supportare quelle che tendono a deteriorarsi. Durante il training la persona anziana impara a usare delle tecniche di memoria. Grazie al miglioramento dell’abilità mnemonica, la persona avrà un atteggiamento più attivo e propositivo verso altri compiti di memoria nella vita quotidiana (De Beni, 2009).

È necessario sottolineare che gli studi hanno evidenziato come non tutte le persone traggono gli stessi benefici dai training. Chi ha più di 75 anni mostra un miglioramento ridotto rispetto a chi ha meno di 75 anni. Inoltre, l’incremento delle attività mnemoniche dopo un training dipende in larga parte anche dalle differenze individuali dal punto di vista cognitivo e motivazionale.

Le prestazioni dell’anziano risentono maggiormente del sistema di credenze e di fiducia nella propria memoria rispetto ai giovani. Nello specifico, le convinzioni che un anziano ha riguardo alle proprie abilità cognitive, e in particolare al funzionamento della propria memoria, possono influenzare l’efficacia dei training di memoria. Gli anziani che vivono con un senso di peggioramento i cambiamenti nella loro memoria, hanno più credenze negative e generalmente percepiscono e riportano un maggior numero di dimenticanze rispetto ai giovani. Durante le prove mnemoniche gli anziani che si percepiscono inefficaci perdono la loro motivazione fino ad  evitare situazioni stimolanti per paura di fallire. Gli anziani che svalutano la loro memoria tendono a sottostimarsi anche in compiti di facile esecuzione. Fortunatamente, tali credenze negative possono essere modificate attraverso i training, la promozione delle conoscenze sul funzionamento della memoria e un atteggiamento positivo verso di essa (De Beni, 2009).

Tutto ciò nell’ottica del benessere e della qualità della vita delle persone anziane attraverso la valorizzazione del cambiamento e dello sviluppo individuale.

igienemenopausa-610x405Io ho un problema con mia moglie (46 anni abbiamo 2 figli di 21 e 17 anni). È entrata in menopausa a febbraio e dal mese di maggio io non posso neppure sfiorarla o stare nella stessa stanza dove si trova lei. Io la amo ed i miei sentimenti in questi 25 anni si sono sempre più giorno per giorno rafforzati, ma non so come aiutarla. Stiamo andando da 1,5 mesi 1 volta a settimana separatamente da uno psicologo e da uno psichiatra (che mi ha riempito di medicinali) ma entrambi non mi dannoalcuna risposta su quale è il motivo, mi rispondono capita. Ma io dentro soffro e non solo per me ma soprattutto per lei e i nostri figli. Io non so più come comportarmi, anche perché uno dei medici mi dice che devo tenere i miei spazi, la mia parte di letto anche se lei soffre, mangiare al mio posto vicino a lei (anche se io tento di stare il più possibile lontano da lei per lasciarle tempo libero e di pensare). L’altro medico mi dice di andare via di casa e lasciarla sola con i figli in modo che lei possa avere il tempo è per riflettere e capire cosa ha. Sono disperato e non so come aiutare lei e andare avanti io.


Caro lettore, la menopausa è un periodo della vita di una donna caratterizzato da molti cambiamenti. Pertanto può risultare un passaggio difficile e critico per alcune donne impreparate ad affrontare questa nuova fase della vita che compare tra i 45 e i 55 anni. La menopausa corrisponde alla cessazione del periodo fertile della donna, quando il ciclo mestruale e l’attività delle ovaie si interrompono. Di conseguenza l’organismo inizia a produrre meno estrogeni, responsabili dei molteplici cambiamenti a livello fisiologico e psicologico per la donna. Nelle donne in menopausa cambia anche il metabolismo, per cui il fabbisogno calorico diminuisce e la donna può più facilmente ingrassare. È importante quindi seguire una corretta alimentazione ed un’attività fisica, utili anche per contrastare l’osteoporosi, spesso conseguenza della mancanza di estrogeni.

Le variazioni ormonali si accompagnano ad una sintomatologia fisiologica, contraddistinta ad esempio da vampate di calore, e ad una psicologica che può essere caratterizzata da disturbi del sonno, ansia, irritabilità, depressione, diminuzione del desiderio sessuale. Sicuramente il carattere e la personalità della donna, oltre che il contesto familiare e sociale, influiscono sull’andamento della menopausa e sul superamento più o meno sereno di questa fase di vita. La difficoltà principale risiede nell’accettare il termine del ciclo mestruale e di conseguenza dell’età fertile. Proprio per questo motivo le risorse psicologiche che la donna possiede e che si è creata durante la sua esistenza sono fondamentali per affrontare al meglio questo periodo. Quindi il lavoro, la famiglia, gli interessi e la cultura possono essere fattori protettivi rispetto alle difficoltà di questo periodo.

Un po’ come accade quando una bambina con lo sviluppo diventa donna attraverso tutta una serie di cambiamenti fisiologici e psicologici, così da adulta si trova a dover accettare il passare degli anni e la consapevolezza che il proprio corpo non possa più procreare. La difficoltà in tal senso sarà tanto maggiore quanto più ci sarà stato un investimento sull’aspetto estetico del proprio corpo. Quindi la cosa migliore è riuscire a ristrutturare positivamente questo cambiamento e la propria identità femminile, coltivando interessi sopiti o inesplorati. Ciò vale ancora di più se gli impegni come madre sono venuti meno a causa del trasferimento dei figli in altra dimora.

In pratica, questo periodo di transizione può diventare un’occasione per crescere a livello personale, soprattutto se la donna usa questa fase come spartiacque tra il suo passato e il tempo a venire, facendo un bilancio della propria vita. È fondamentale assumere un atteggiamento positivo e sviluppare la capacità e la voglia di incanalare il proprio affetto verso se stesse alla ricerca di una nuova armonia tra il proprio corpo e le persone che ci sono vicine. Ciò influirà anche sulla vita sessuale, non più “spinta” dalle cariche ormonali, ma da un sano desiderio di benessere psicofisico, senza i vincoli legati alla contraccezione o al desiderio di avere figli.

In conclusione, caro lettore, ciò che è importante capire è quale disturbo accompagna la menopausa di sua moglie. Ad esempio, se si tratta di depressione è fondamentale che vi sia un supporto farmacologico, accompagnato da una psicoterapia. Alla base deve esserci comunque il suo affetto e quello di tutta la vostra famiglia e degli amici. Pertanto rimanga a casa con sua moglie, provi a trovare un interesse comune o un’attività da svolgere insieme nel tempo libero, la aiuti a ritrovare una sua dimensione nella vostra vita quotidiana ed una nuova sintonia di coppia.