La memoria gioca un ruolo fondamentale nei consumi. Determinante in tal senso è la capacità di un messaggio promozionale di un prodotto di essere ricordato nel momento della scelta. Allo stesso modo, il ricordo di un’esperienza passata in relazione a quello specifico prodotto e all’emozione provata dall’averlo posseduto incide profondamente nella scelta. Il ricordo di un profumo o di un sapore è capace di farci rivivere emozioni ed esperienze ad esso collegate, riportandoci in un momento felice della nostra vita. In questo caso i prodotti svolgono il ruolo di stimolazioni per rivivere determinate esperienze del passato. Per questo motivo è particolarmente interessante riuscire a individuare il collegamento che ci può essere tra un prodotto ed eventuali ricordi nostalgici ad esso collegati (Olivero e Russo, 2013).

La nostalgia è un’emozione molto importante che viene spesso usata in pubblicità per legare un articolo o un servizio ad un momento della vita di una persona carico di ricordi positivi. Spesso si ritrovano in molti messaggi pubblicitari e in numerose caratterizzazioni di brand il ricordo del periodo infantile, ricco di affetti e di valori, di immagini familiari e di naturalezza, capace di richiamare alla mente la qualità del prodotto di una volta. L’importanza di questo processo spiega perchè nel marketing si sta consolidando una branca chiamata marketing della memoria, che crea e comunica prodotti e/o brand in quanto tasselli cruciali nella costruzione di identità e storie di gruppi e generazioni di consumatori.

La Ferrero, per esempio, ha riproposto l’immagine del periodo felice in cui la mamma preparava la merenda utilizzando un articolo di successo senza tempo come la Nutella. Da prodotto da consumare “da soli, di nascosto” diventa un facilitatore della relazione, e quindi un prodotto da condividere con gli amici e la famiglia. La stessa frase “che mondo sarebbe senza Nutella” sottolinea il ruolo dell’articolo nella vita delle persone, riportando all’attenzione il valore dell’esperienza di un tempo passato caratterizzato da molteplici momenti di convivialità (Olivero e Russo, 2013).

Un altro esempio calzante può essere quello della Barilla che, introducendo nuovi prodotti indirizzati ad un target giovane, che vive la dimensione familiare in modo più furtivo, strategicamente crea il legame con il passato proponendo sughi pronti attraverso lo slogan “proprio come li faresti tu” e la linea di pasta ispirata alle tradizioni regionali. In questo modo il giovane ha la sensazione di vivere l’emozione provata durante l’infanzia nel sentirsi coccolato da una madre premurosa.

Proprio queste emozioni e questi vissuti sono quelli che le persone che si occupano di marketing sperano di stimolare utilizzando la strategia del ricordo nostalgico. La possibilità di tralsare l’emozione legata alla bontà di un prodotto di un tempo, o all’esperienza di un periodo felice come quello dell’infanzia o dell’adolescenza, nelle emozioni vissute oggi nel provare un articolo che è garanzia di quello che si è esperito, è alla base dell’uso della nostalgia nei consumi.

Stessa tecnica è stata usata da Mulino Bianco che ha riproposto immagini tipiche della vita rurale di un tempo, ricca di simboli legati alla natura, alla qualità dei prodotti e ai valori della famiglia. In queste immagini ritroviamo tutto come era fatto una volta. L’obiettivo è quello di evocare il legame tra le “cose buone di un tempo” e la genuinità di un prodotto.

Per capire quali sono i meccanismi che caratterizzano l’uso della memoria nel mondo dei consumi occorre conoscere meglio il processo mnemonico. La memoria non consiste in una semplice operazione di immagazzinamento di informazioni, elaborazioni di idee, sentimenti ed emozioni passate, ma in un processo dinamico che coinvolge da una parte meccanismi automatici e dall’altro un insieme di strategie tra cui hanno particolare importanza il pensiero, l’attenzione e la percezione (Olivero e Russo, 2013).

Per questo motivo nel momento in cui motiviamo o raccontiamo il senso e il significato della scelta di un determinato acquisto è possibile stupirci nell’avere individuato razionalmente un fattore determinante nella scelta, influenzando il modo di ricordare il momento dell’acquisto.

8 Marzo 2016 at 10:42 e taggato , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

L’ippoterapia, detta anche terapia con il mezzo del cavallo (TMC), è definita come “un complesso di tecniche rieducative utilizzate per l’ottimizzazione dei danni motori, sensoriali, cognitivi e comportamentali attuate attraverso la pratica di un’attività ludico-sportiva che ha come mezzo il cavallo” (Frascarelli, 1989). Questo tipo di terapia agisce, attraverso l’interazione uomo-cavallo, sia a livello neuromotorio sia a livello neuropsicologico. Essa è indicata nel trattamento di molte patologie: paralisi cerebrali infantili, poliomelite, ictus, lesioni midollari conseguenti a traumi alla spina bifida, schizofrenia, autismo, psicosi infantili, vari disturbi sia del comportamento che dell’equilibrio, ecc.

L’ippoterapia ha origini antiche perché il cavallo, con le sue particolari doti di sensibilità, di adattamento, di intelligenza è ritenuto una “straordinaria medicina”. L’uso dell’equitazione a scopo terapeutico ha avuto inizio già nell’opera di Ippocrate di Coo (460-370 a.C.), che consigliava lunghe cavalcate per combattere l’ansia e l’insonnia. Una prima documentazione scientifica sull’argomento viene fatta risalire al 1759 grazie al medico Giuseppe Benvenuti. Alla fine della prima guerra mondiale il cavallo è entrato nei programmi di riabilitazione, inizialmente in Scandinavia e in Inghilterra, poi in numerosi altri paesi.

L’ippoterapia è stata introdotta in Italia nel 1975 dalla dottoressa belga Danièle Nicolas Citterio che ha contribuito all’uso terapeutico del cavallo anche attraverso l’opera dell’Associazione Nazionale Italiana per la Riabilitazione Equestre (ANIRE). In occasione del 4th International Therapeutic Riding Congress svoltosi ad Amburgo nel 1982, l’intervento riabilitativo per mezzo del cavallo è stato suddiviso in tre fasi (Angelini e Marino, 2006):

Ippoterapia - Consiste nell’avvicinare il disabile al cavallo e all’ambiente della scuderia e poi nel metterlo in sella (accompagnato da un istruttore), senza prevedere il suo intervento attivo nella guida dell’animale. È riservata dunque a disabili incapaci di mantenere la posizione in sella e di condurre il cavallo in modo autonomo.

Rieducazione equestre - Consiste nell’insegnare a guidare più o meno autonomamente il cavallo a seconda delle possibilità del disabile.

Equitazione sportiva per disabili - Rappresenta il raggiungimento di una notevole autonomia del soggetto, con possibilità di svolgere normale attività di scuderia e di equitazione, a volte agonistica.

La posizione assunta in sella, il movimento del cavallo, il contatto con la natura in un ambiente sereno e non medicalizzato producono in tutti, e non solo nei soggetti con disabilità, effetti positivi che si trasmettono al corpo e alla mente. Infatti il cavallo stimola la persona sia a livello motorio grazie ai movimenti particolari dati dalla sua andatura, sia a livello emotivo. Il disabile, attraverso l’attività col cavallo, impara a sentire ed utilizzare il proprio corpo come strumento di comunicazione con l’ambiente e come mezzo di espressione di motivazioni, di bisogni e di emozioni.

Ogni seduta si svolge solitamente una volta alla settimana e dura 45 minuti, articolandosi generalmente nel modo seguente (Pasquinelli, Allori e Papini, 2009): pulizia del cavallo, bardatura, conduzione del cavallo in campo, salita a cavallo, attività a cavallo, discesa da cavallo.

Il lavoro a terra, ovvero l’accudimento del cavallo da terra, costituisce la prima basilare fase di avvicinamento e conoscenza dell’animale (ad esempio: mettere la sella, collocare i finimenti, pulirli, spazzolarli, liberare gli zoccoli dal fango accumulato). Una buona impostazione del lavoro a terra facilita molto il lavoro sopra il cavallo, poiché consente all’allievo di prendere confidenza con l’animale, imparandone a interpretare le reazioni. Ciò dona sicurezza e fiducia al futuro cavaliere. Inoltre è attraverso questi compiti che si sviluppa ancora di più quel vincolo affettivo che lega il disabile al proprio cavallo. È importante che gli allevi affrontino la salita e la discesa da cavallo con la massima calma e sicurezza, in modo da canalizzare ed interiorizzare in modo positivo le contrastanti emozioni (gioia, ansia, euforia, paura ecc.) che solitamente sono vissute in questi momenti.

In sostanza, l’ippoterapia è un intervento di riabilitazione globale, che spinge il soggetto disabile a non fissarsi sulle proprie limitazioni, ma a credere nelle reali possibilità di crescere e di trovare un proprio ruolo. Questo metodo va inserito comunque all’interno di un più ampio progetto personalizzato in base ai bisogni, ai progressi ottenuti ed ai futuri obiettivi del soggetto così da garantirgli una qualità di vita sempre migliore.

Per acquisire più sicurezza e migliorare la qualità della propria vita sia in campo personale sia in quello professionale, è fondamentale comprendere qual è il modo corretto per costruire, mantenere, conservare e sostenere le relazioni umane. Stephen Covey, docente di comportamento organizzato, autorità stimata in campo internazionale sulla leadership, sulle tematiche manageriali e di crescita personale, autore del famoso libro The seven habits of highly effective people (1989) (tradotto in italiano, Le sette regole per avere successo), ha utilizzato la metafora del conto corrente per spiegare quanto sia importante lavorare sul proprio comportamento e sui processi di interazione per avere una vita migliore.

Il conto corrente è un “luogo virtuale” in cui facciamo depositi di denaro, creando una riserva da cui possiamo effettuare prelievi ogni volta che ne abbiamo bisogno. In linea con questa definizione, Covey sviluppa il concetto di conto corrente emozionale per descrivere la quantità di fiducia che deve esistere in una relazione. Questo tipo di conto, a differenza di quello bancario, è un luogo in cui bisogna ridurre al minimo i prelievi e aumentare i depositi, perché quello che si perde oppure aumenta è la qualità del rapporto con un altro essere umano. In sostanza si pone l’accento sulle azioni di investimento che ognuno di noi dovrebbe fare nella gestione delle relazioni interpersonali.

Tutte le volte che si effettuano dei depositi in un conto corrente emozionale versando cortesia, gentilezza, onestà, mantenendo gli impegni presi, mostrandosi affidabili, aumenta la fiducia dell’altro. Si crea così una riserva consistente di emozioni che potrebbero essere utili nel caso in cui uno dei due interlocutori commettesse, anche senza volerlo, degli errori. Se, invece, si ha spesso l’abitudine di essere maleducati, scortesi, capricciosi, traditori o minacciosi, ecco che il conto corrente emozionale diventa negativo, va in rosso. Il livello di fiducia cala drasticamente e non si creano le premesse per fruire della comprensione dell’altro. Un livello di fiducia basso distrugge i matrimoni, le amicizie, i rapporti di lavoro e di studio, gli amori e la comunicazione si chiude definitivamente. Per accrescere continuamente il conto corrente delle persone per noi importanti bisogna effettuare quattro tipi di depositi (Porto e Castoldi, 2012).

Comprendere la persona. È il presupposto di qualsiasi relazione: quello che è importante per noi potrebbe non esserlo per l’altro. A volte tendiamo a interpretare i nostri desideri come quelli dell’altro, ma ciò che non dobbiamo mai dimenticare è che ognuno di noi vuole essere capito e accettato come individuo unico e irripetibile.

Badare alle piccole cose. Le piccole cose sono spesso grandi cose: un sorriso, un abbraccio, qualche parola gentile fanno sentire l’altro importante. Anche mantenere gli impegni è fondamentale: non c’è prelievo più grande di fare una promessa a qualcuno e poi non mantenerla.

Chiarire le aspettative. “Tu hai detto – No, ti sbagli, tu pensavi – Io ho capito che – Ma eravamo rimasti d’accordo così!”. La causa dell’insorgere di molte difficoltà nei rapporti umani è spesso legata ad aspettative contrastanti ed ambigue circa i ruoli, gli scopi e le azioni, sia che si tratti di questioni di lavoro sia di faccende private. Molte aspettative sono implicite, ma le persone le introducono spontaneamente, senza parlarne, come per esempio nel matrimonio, in cui i ruoli sembrano essere chiari e delineati a priori. In realtà, in tutti i tipi di relazione, anche in quelle più scontate, c’è sempre una parte di aspettativa soggettiva, personale, non discussa, che se violata diventa fonte di malintesi difficili da recuperare. Si creano situazioni negative solo perché si dà per scontato che le nostre aspettative siano evidenti e condivise. Quello che in realtà bisognerebbe sempre fare è rendere i propri desideri chiari fin dall’inizio e, se quello che vogliamo è difficile o impossibile da ottenere, lavorare insieme all’altro per trovare un punto di incontro che dia reciproca soddisfazione.

Scusarsi sinceramente in caso di prelievo. Quando facciamo un prelievo dal conto corrente emozionale dell’altro, dobbiamo chiedere scusa sinceramente. “Mi sono sbagliato – Ti ho mancato di rispetto – Sono stato arrogante e insensibile” sono frasi che richiedono grande coraggio e forza di carattere che non tutti possiedono. Spesso ci si nasconde dietro l’orgoglio, il principio, per non ammettere di avere una scarsa sicurezza interiore. Erroneamente le persone pensano che scusandosi apparirebbero deboli e fragili, ma è proprio la loro incapacità emozionale a farle apparire come non vorrebbero essere giudicate (Porto e Castoldi, 2012). “Se devi inchinarti, che l’inchino sia profondo” raccomanda la saggezza popolare. Chiunque può commettere un errore, ma è condannato il tentativo di nasconderlo dettato dalla superficialità.

Ormai la televisione offre moltissime proposte di programmi per bambini: dai film, ai cartoni animati, alle trasmissioni di intrattenimento create ad hoc, ai programmi di creatività e manualità. Ci sono genitori che disdegnano la televisione perché non favorisce la fantasia dei bambini e li rende “imbambolati”, mentre per altri è un valido aiuto quando mancano il tempo e le energie per badare alle piccole pesti.

Sicuramente la soluzione ottimale sarebbe che almeno uno dei genitori si dedicasse a sviluppare con il proprio figlio attività ludico-ricreative che permettano di incrementare il suo lato creativo e fantasioso. Purtroppo al giorno d’oggi sono veramente pochi i genitori che hanno il privilegio di poter trascorrere così tanto tempo con i propri figli senza doversi preoccupare del lavoro o degli impegni domestici. Anzi la maggior parte dei padri e delle madri deve correre tutto il giorno per far fronte ai tanti impegni personali e dei figli, dalla scuola, allo sport, ai compiti, ecc.

Ecco quindi che di rientro a casa e stremate dalle fatiche lavorative quotidiane molte famiglie ricorrono alla televisione per avere il tempo da dedicare alle faccende di casa. Laddove sia davvero necessario avere la televisione come aiuto supplementare, penso che sia interessante valutare che tipo di programmi siano più adatti ai bambini. Innanzitutto è bene selezionare trasmissioni belle, interessanti e adatte all’età del minore. Ciò implica l’esclusione di tutto ciò che concerne la violenza a scapito anche dell’interesse dell’adulto. Se si ha il tempo è meglio guardare i programmi televisivi con i bambini in modo da spiegare ciò che viene loro proposto attraverso il video. I commenti con gli adulti sono importanti perché è bene avere presente cosa il bambino comprende di ciò che vede, ma soprattutto il significato che lui attribuisce a determinate azioni e di conseguenza che tipo di rappresentazione mentale immagazzina nella sua memoria e che uso ne farà.

Utilizzare il registratore Dvd permette di creare una videoteca ad hoc per il minore nella quale si possono pescare i film e i cartoni animati preferiti e comunque quelli più adatti, oltre che avere la possibilità di scegliere l’orario della visione. Infatti è sempre meglio definire, laddove è possibile, un quantitativo di ore giornaliero che il bambino può dedicare alla televisione affinché non ne abusi. Indiscutibilmente se un genitore riesce a promuovere attività alternative alla televisione, come sport, giochi manuali, passeggiate, sarà più facile che il tempo che rimane da dedicare alla tv sia poco e quindi più gestibile.

Normalmente i bambini amano i cartoni animati e i film d’animazione così ben congegnati e attraenti grazie anche all’utilizzo delle ultime tecnologie a livello grafico. I cartoni animati hanno una grande rilevanza nella crescita dei piccoli, in quanto sono una delle principali fonti attraverso le quali essi sviluppano l’immaginazione, la capacità di identificazione, l’empatia, l’altruismo e le regole sociali. In tal senso, la psicologa Kairen Cullen ha riscontrato che ci sono alcuni film che i bambini dovrebbero assolutamente vedere prima dei 10 anni di età. I film sono stati trovati grazie a circa 5.000 di interviste fatte ai genitori in merito a quali film guardassero i loro figli.

Il primo film che la Cullen cita è Toy Story, storia incentrata sull’amicizia tra il cowboy Woody e lo space ranger Buzz che inizialmente sono molto diversi, ma che con il tempo imparano ad apprezzare le diversità l’uno dell’altro fino a diventare grandi amici. La Cullen spiega che questo film “incoraggia i bambini a imparare di più di semplici slogan, educando e divertendo allo stesso tempo. Il suo messaggio è che tutti gli individui sono diversi e hanno un personale valore intrinseco”. Il secondo posto è occupato da Il re leone, film ambientato nella savana che ha come focus il coraggio di fronte alle sfide più ardue. Simba, il cucciolo di leone, perde il padre, re della foresta, e impara presto che deve affrontare lo zio usurpatore e le iene per onorare il genitore scomparso e ristabilire la pace nel territorio. Le altre posizioni sono occupate da: Mamma ho perso l’aereoLabyrinthIl libro della junglaMary PoppinsIl mago di OzLa storia infinitaTata Matilda e Up.

La scelta di questi film naturalmente va intesa alla luce del fatto che ciò che i bambini osservano, imparano, ascoltano da piccoli ha una grande influenza sulla loro sfera emotiva e psicologica. Ciò significa che è importante che tali pellicole forniscano ai bambini messaggi positivi e valori forti che li aiutino a costruire una moralità trasparente e strutturata.

Ci siamo. Tra pochi giorni, per la precisione il 27 luglio 2012, avranno inizio a Londra i giochi olimpici, per la gioia degli sportivi, per i patriottici e per chi lo sport ama solo guardarlo. Per tutti noi è un grande evento e una grande emozione, ma proviamo a pensare a quanto si giocano gli atleti che negli anni di preparazione alle Olimpiadi hanno dato il massimo impegno che vedranno culminare in una grande vittoria o in una clamorosa sconfitta. L’atleta si gioca anni di preparazione in una manciata di secondi, in pochi minuti o talvolta in qualche ora. Quale percorso psicologico deve fare un atleta per arrivare pronto a questo grande evento? Quale deve essere il suo principale obiettivo durante la preparazione?

Generalmente, la gara è il momento di maggiore complessità, in cui l’atleta deve confrontarsi non solo con i suoi avversari atleti, ma anche con avversari d’altro tipo, forse più temibili. Tra questi, il primo avversario è il caso. Spesso diventa l’unico responsabile di una sconfitta, ma è compito dell’atleta prevenirlo e sconfiggerlo. Il secondo avversario è la “via della complicazione”. Prima di una gara importante chi interagisce con un atleta di solito ha la tentazione di dargli un consiglio portando solo disordine nell’equilibrio dell’atleta. Il terzo avversario è il presentarsi di proprietà emergenti o epifenomeniche. È quindi importante non solo sapere come si è fatti, ma anche come si cambia a seconda delle circostanze (ambiente, avversari, evento, ecc.).

È importante che il percorso complessivo dell’atleta si svolga nell’ottica di un lavoro basato su continuo sviluppo e perfezionamento della performance, liberando quest’ultima dal risultato di classifica o dal cronometro. È necessario quindi che il soggetto sia stimolato e sostenuto nella sua crescita psicofisica, che comprende il desiderio di vittoria, ma che non diventa l’unico obiettivo accettabile. Ciò perché cercare solo la vittoria trasforma una pulsione sana e naturale di affermazione di sé in qualcosa di negativo, in quanto vincere diventa un obbligo.

Al contrario, è utile prendere in considerazione anche la possibilità di una sconfitta come presa di coscienza e impulso al miglioramento. Quando si vuole vincere ad ogni costo senza accettare la superiorità dell’avversario, si priva lo sport della sua magia e della sua purezza legate ad una sana competizione (Vercelli, 2009)

Una prestazione eccellente è prima di tutto una conquista su se stessi derivante dai tanti sacrifici fatti per lungo tempo.

Vincere e mantenere un titolo rispondendo positivamente alle aspettative del pubblico sono atti spesso dati per scontati, ma non è così semplice. Quanti atleti sono miseramente crollati di fronte alle aspettative che si erano create nei loro confronti? Dopo la gioia iniziale, prevale il timore di non riuscire a bissare il successo ottenuto e il timore della conseguente delusione negli altri.

Invece l’atleta non dovrebbe mai perdere di vista che anche una sconfitta può essere una vittoria laddove è l’esito della sua migliore performance in quell’occasione, mentre la vittoria dovrebbe essere un rinforzo per migliorare ancora la propria condizione psicofisica.

In tutto questo, non dimentichiamo che dietro un atleta c’è tutto un mondo composto da allenatori, staff, famiglia, giornalisti, pubblico, ecc. che va ad influire sulla sua stabilità emotiva e fisica. Purtroppo la smania di vincere che fa parte di una cultura centrata sulla massima prestazione, ha portato tanti sportivi a fare ricorso a qualsiasi mezzo pur di vincere, doping compreso, dimenticando il vero senso dello sport. Avere una mentalità onesta e leale che crede nell’impegno e nel talento e che sa accettare la sconfitta, preserva dall’uso eventuale di sostanze potenzianti per la prestazione. Colui che invece vorrà evitare, o quanto meno ridurre, la fatica degli allenamenti, evitare l’umiliazione della sconfitta e ottenere tutto e subito, sarà più portato a fare ricorso a sostanze dopanti.

L’atleta deve focalizzarsi non tanto sul piacere immediato della vittoria, ma piuttosto su quello duraturo dell’allenamento e della prestazione indipendentemente dal risultato. Oscillare continuamente tra delusioni e soddisfazioni, tra ansia da prestazione e gioia per la vittoria sono tutti elementi che minano l’autostima dello sportivo (Vercelli, 2009).

Di conseguenza, l’atleta che vuole fare una grande prestazione deve possedere tante qualità sia fisiche che psicologiche. In primo luogo il talento e un fisico adatto alla sua disciplina, coadiuvati da abilità psicologiche senza le quali non sarebbe un campione: elevata motivazione, grande fiducia in se stesso e nelle proprie capacità, obiettivi chiari e definiti, capacità di controllare e gestire le proprie emozioni, di far fronte ad eventi inattesi, di concentrazione e di visualizzare la propria prestazione.

In conclusione, permettetemi un po’ di sano campanilismo. E allora forza: Cagnotto, Errani, Sensini, Schiavone, Pellegrini, Mastrangelo & Co, Magnini, Russo, Montano, Seppi, Nibali, Donato, Piccinini & Co, Vezzali, Rossi, Quintavalle e tutti gli altri campioni italiani. In fondo però facciamo il tifo anche per le grandi prestazioni che fanno sognare e rimanere increduli davanti all’espressione di tanta potenzialità del fisico umano.

Chi non ha visto il film “Rain Man”? Dustin Hoffman impersonava la parte di un soggetto affetto da autismo. Si tratta di una patologia che si manifesta entro i 3 anni di età con deficit nelle aree della comunicazione, dell’interazione sociale e dell’immaginazione. A volte le persone affette da autismo sono considerate “idioti geniali”, proprio come nel film in cui Charlie (Tom Cruise) scopre che il fratello Raymond (Dustin Hoffman) è eccezionale nel fare i conti a mente tanto da arrivare a sfruttare questo talento per vincere al casinò. A volte, infatti, le persone autistiche sono capaci di eccellenti prestazioni, come quelle relative al calcolo, che alcuni di loro bene evidenziano pur senza saperlo usare nella vita pratica, e alla spiccata memoria, specialmente musicale (Mastrangelo, 1995).

L’autismo, di cui ancora non si conoscono le cause, può anche essere associato ad altri disturbi che alterano la normale funzionalità del sistema nervoso centrale: epilessia, sclerosi tuberosa, sindrome di Rett, sindrome di Down, sindrome di Landau-Klefner, fenilchetonuria, sindrome dell’X fragile, rosolia congenita. L’incidenza varia da 2 a 20 persone su 10.000 (a seconda dei criteri diagnostici impiegati) e colpisce i maschi 4 volte più delle femmine. Per la diagnosi di disturbo autistico devono essere presenti alcuni criteri comportamentali tra cui: marcata e persistente compromissione dell’interazione sociale; marcata e persistente compromissione della comunicazione verbale e non verbale; modalità di comportamento, interessi e attività ristretti, ripetitivi e stereotipati (DSM IV-TR, 2001).

In sostanza il bambino autistico manifesta: difficoltà nell’uso di svariati comportamenti non verbali, come lo sguardo diretto, l’espressione mimica, le posture corporee, la gestualità, che regolano l’interazione sociale e la comunicazione; incapacità di sviluppare relazioni con i coetanei adeguate al livello di sviluppo; mancanza di reciprocità sociale o emotiva (ad esempio, si può verificare una mancata partecipazione attiva a giochi sociali semplici, una preferenza per attività solitarie o un coinvolgimento dell’altro nel ruolo di strumento o aiuto “meccanico”).

Anche l’area del linguaggio è compromessa. Il bambino autistico può manifestare un ritardo o una totale mancanza nel parlare. Laddove è presente il linguaggio verbale, esso è caratterizzato da difficoltà a iniziare o a sostenere una conversazione con altri; un uso stereotipato e ripetitivo del linguaggio; l’altezza, l’intonazione, la velocità, il ritmo o l’accentuazione possono presentare anomalie (ad esempio, il tono di voce può essere monotono o inappropriato al contesto oppure può assumere un’espressione interrogativa in una frase affermativa). Le strutture grammaticali sono spesso immature e includono un uso stereotipato e ripetitivo del linguaggio (ad esempio, ripetizione di parole o frasi senza significato; ripetizione di ritornelli o di slogan pubblicitari) o di un linguaggio metaforico, che può essere compreso solo da chi ha familiarità con lo stile comunicativo del soggetto. Il bambino autistico tende a dedicarsi in modo ossessivo ad uno o più tipi di interessi ripetitivi e ristretti, anomali per intensità o focalizzazione; è rigido nelle sue abitudini o nei suoi rituali; ha un interesse persistente ed eccessivo per gli oggetti.

Vari studi hanno dimostrato che interventi comportamentali intensivi e precoci hanno un’efficacia significativa nel trattamento dell’autismo, in quanto aiutano a superare le barriere comunicative con l’ambiente sociale circostante. In Italia si è sviluppato il progetto MIPIA (Modello Italiano di Intervento Precoce e Intensivo per l’Autismo) con l’intento di rispondere alle esigenze di aiuto al bambino autistico e alla sua famiglia. Questo tipo di intervento, organizzato in base alle esigenze di ciascun bambino, è strutturato in modo che ci sia un’attenta organizzazione del contesto quotidiano del soggetto per favorirne le possibilità di apprendimento grazie a metodologie innovative. È fondamentale che per l’efficacia di questi interventi vi sia il coinvolgimento della scuola “normale” che rappresenta il contesto basilare per l’apprendimento della socialità.

Inoltre, non è facile essere genitori di un bambino autistico, anche perché molte ricerche hanno messo in evidenza come questi genitori possano soffrire di alti livelli di stress cronico oltre che di ansia o depressione. Per migliorare la qualità della vita dei familiari sono risultati efficaci interventi clinici di sostegno e counseling cognitivo-comportamentale (Moderato, 2011). Infine, l’identificazione precoce dell’autismo rappresenta una sfida importante poiché apre delle possibilità di recupero ad un’età dove alcuni processi di sviluppo possono ancora venire modificati. Le ricerche che valutano gli effetti di un intervento precoce mostrano che i bambini beneficiari di tali interventi presentano dei progressi significativi sul piano cognitivo, emotivo e sociale (Howlin e Moore, 1997).

coppia-pancione-644_jpg_415368877Una delle cose più belle della vita per una coppia è concepire un figlio all’apice dell’amore. Il figlio è vissuto come un’estensione non solo di se stessi, ma anche del partner e come tale diviene il simbolo di un sentimento profondo. Anzi è il modo per urlare al mondo la propria felicità.
Il primo cambiamento evidente avviene nel corpo della donna. Le forme si ammorbidiscono e il fisico si prepara ad accogliere e nutrire il figlio. È importante che la donna non rinunci alla sua femminilità sia nel prendersi cura del proprio corpo sia nel modo di vestire. Si può essere attraenti anche col pancione. Ciò implica che la donna non si vergogni delle nuove curve, perché non è grassa ma solo incinta.
Quindi non bisogna commettere l’errore di infagottarsi in maxiabiti senza forme, ma è sicuramente più soddisfacente mostrare con orgoglio il proprio fisico. Vivere la gravidanza con gioia garantisce anche una significativa iniezione di fiducia alla propria autostima. Non dimenticare la propria femminilità implica anche continuare ad avere una vita sessuale attiva e appagante, naturalmente se la gravidanza non è a rischio e non ci sono complicazioni. L’uomo ha un ruolo fondamentale in tal senso perché deve rassicurare la compagna facendola sentire desiderata e apprezzandone i cambiamenti fisici.
Il cambiamento non è solo fisico, ma anche emotivo e psicologico. È fondamentale vivere insieme e di pari passo il percorso dell’attesa di un figlio, perché altrimenti si rischia che l’uomo si senta estromesso, che non riesca a cogliere fino in fondo le emozioni provate dalla donna (dal momento che è lei che porta in grembo il figlio) oppure che la partner si senta lasciata sola nell’affrontare la sua nuova condizione. Allora via libera a corsi di preparazione al parto da fare insieme, all’emozionarsi guardando con il partner le prime ecografie del bambino, alle letture sul progredire della gravidanza, su come crescere un figlio e su quali saranno i suoi primi progressi.
Anche la decisione riguardo alla presenza o meno del compagno durante il parto va presa insieme. Alcuni uomini desiderano stare accanto alla propria compagna e lei può desiderare il supporto psicologico del partner. D’altra parte è importante essere sinceri l’una con l’altro perché può essere un momento indimenticabile, ma anche traumatico per chi assiste. La coppia che ha sempre avuto un suo equilibrio fatto di sentimenti, emozioni e interessi comuni subirà quindi ineluttabili modifiche dopo la nascita del figlio.
Gli adattamenti, spesso fonti di stress, riguarderanno: richieste fisiche da parte del neonato, il senso di responsabilità nei confronti del figlio, i dubbi sulle proprie capacità ad accudirlo e a crescerlo adeguatamente, le limitazioni rispetto al tipo di vita che la coppia conduceva prima, le tensioni legate alla stanchezza e ai cambiamenti. Un mutamento nell’equilibrio della coppia è inevitabile, ma se vissuto insieme e con serenità diviene un motivo di crescita del rapporto. Va messo in conto che durante i primi mesi si verificherà un importante cambiamento soprattutto per i ritmi di sonno e per il tempo da poter dedicare a sé dei genitori che dovranno assestarsi sui bisogni del neonato.
Da coppia coniugale si diventa coppia genitoriale con responsabilità, doveri e ritmi totalmente nuovi. Per affrontare questo periodo in armonia è importante che vi sia la consapevolezza che oltre alla gioia, un figlio può creare transitoriamente stress, soprattutto se le aspettative in tal senso erano irrealistiche e poco concrete. I due partner, diventati genitori, dovranno riadattarsi e creare un nuovo equilibrio più complesso, ma ampiamente gratificante. In generale, la partecipazione e la comprensione del compagno all’evento giova allo stato fisico e psicologico della donna.
Purtroppo talvolta accade che la madre si concentri esclusivamente sul figlio, istintivamente preoccupata ad accudirlo, senza coinvolgere adeguatamente il compagno. È anche vero che altre volte sono gli uomini che partecipano poco alla cura del figlio; così facendo rinforzano la diade madre-bambino e creano maggiore distacco nel rapporto sia come genitore che come partner. Invece la madre non deve mettere da parte il suo ruolo di donna e per fare questo ha bisogno dell’aiuto del compagno. Il fisico dopo il parto e durante l’allattamento subisce ulteriori cambiamenti, ma è importante prendersi cura di sé e cercare di tornare presto in forma, aspetto non trascurabile per l’autostima di una donna.
Per quanto riguarda la ripresa dei rapporti sessuali possono passare anche dei mesi, a seconda del tipo di parto che la donna ha avuto e del suo stato di salute generale; per questi ed altri motivi è strettamente necessario seguire le indicazioni del ginecologo. Nonostante ciò è importante che, anche grazie all’aiuto dei nonni se presenti o di una baby-sitter, i due partner continuino a coltivare il loro rapporto di coppia. Ciò avviene vivendo insieme tutte le emozioni della novità e dei cambiamenti che porta la nascita di un figlio, godendo delle prime interazioni con il neonato, fino alle prime soddisfazioni avute a scuola, seguendone il percorso di vita.
Tanti saranno i momenti indimenticabili per un genitore dopo il parto, primo fra tutti quando arriverà il momento in cui il bambino pronuncerà le sue prime parole: “mamma” e “papà”. Il filo conduttore che accompagna la coppia nel percorso verso la genitorialità comprende fusione e affiatamento, aspetti importanti se ci si sofferma per un attimo a guardare lontano e ad immaginare il percorso di crescita di un figlio. Il senso di unione e l’energia positiva di coppia che due genitori trasmettono ad un figlio è fondamentale affinché possa crescere avendo come modello un matrimonio d’amore. È incredibile come un figlio possa essere felice nel vedere i propri genitori che si amano. Ed è il dono più bello che gli si possa fare.

managerQuando bisogna decidere che lavoro fare o cambiare attività lavorativa è necessario fare alcune considerazioni riguardo alle proprie abilità sia da un punto di vista tecnico che relazionale. Questo perché ciascuno di noi ha la propria personalità, desideri, interessi, motivazioni, modalità di apprendimento che possono rendere un lavoro più congeniale rispetto ad un altro. D’altra parte ogni professione richiede abilità diverse alle quali si può essere più o meno adatti in base a cosa si sa fare sia professionalmente sia personalmente.

Chi a scuola è sempre stato bravo non necessariamente sarà più adatto ad un certo tipo di lavoro rispetto a chi era uno studente scarso. Infatti, i classici test di intelligenza effettuano la misura del QI (Quoziente Intellettivo) in base alle tradizionali capacità logico-matematiche, verbali e spaziali, evidenziandone però i limiti quando il QI è considerato un indicatore per prevedere il successo che una persona otterrà nella vita professionale e sociale. Frequentemente infatti si verificano casi in cui persone con un QI alto ottengono scarsi risultati nel campo del lavoro e nell’ambito delle relazioni sociali. Ciò ha dimostrato che l’intelligenza intesa come puro raziocinio rispecchia solo una porzione delle più generali capacità che permettono ad un individuo di affrontare e risolvere i problemi di tutti i giorni. La conseguenza è che il giudizio ottenuto a scuola tende a mettere in luce solo un tipo di intelligenza più generale, a discapito di eventuali inclinazioni più spiccate del singolo.

Howard Gardner (1994) nella sua teoria delle intelligenze multiple ha individuato varie tipologie di intelligenza: linguistica (legata alla capacità di utilizzare un vocabolario chiaro ed efficace; è tipica di poeti, scrittori, linguisti, filologi, oratori); logico-matematica (riguarda il ragionamento deduttivo, la schematizzazione e le catene logiche; è tipica di scienziati, ingegneri, tecnologi), spaziale (concerne la capacità di percepire forme ed oggetti nello spazio; è tipica di scultori, pittori, architetti, ingegneri, chirurghi ed esploratori), musicale (permette di riconoscere l’altezza dei suoni, le costruzioni armoniche e contrappuntistiche; è tipica di musicisti e cantanti).

E ancora, corporeo-cinestetica (concerne la padronanza del corpo e la coordinazione dei movimenti; è tipica di ballerini, coreografi, sportivi, artigiani), interpersonale (è la capacità di comprendere gli altri, le loro esigenze, le paure, i desideri nascosti, di creare situazioni sociali favorevoli e di promuovere modelli sociali e personali vantaggiosi; è tipica di politici, leader, imprenditori di successo, psicologi), intrapersonale (riguarda la capacità di comprendere la propria individualità, di saperla inserire nel contesto sociale per ottenere risultati migliori nella vita personale e anche di sapersi immedesimare in ruoli e sentimenti diversi dai propri; non contraddistingue in particolare nessuna categoria professionale, ma può essere tipica degli attori).

Gardner ha aggiunto successivamente un’ottava intelligenza naturalistica, relativa al riconoscimento e alla classificazione di oggetti naturali (tipica di biologi, astronomi, antropologi, medici, ecc.) ed una nona intelligenza esistenziale, riguardante la capacità di riflettere sulle questioni fondamentali dell’esistenza e sulle categorie concettuali universali (tipica di filosofi, psicologi e fisici). La teoria delle intelligenze multiple di Gardner prevede che i diversi tipi di intelligenza siano presenti in tutti gli esseri umani e che la differenza tra le caratteristiche intellettive e le prestazioni dipenda da come le varie intelligenze si combinano in ciascun individuo.

Il successo nel lavoro e nella vita privata dipende anche da quella che Daniel Goleman (1995) chiama intelligenza emotiva, ossia la propensione a possedere una competenza personale (legata al modo in cui si esegue il controllo su se stessi, in pratica la consapevolezza, la padronanza di sé e la motivazione) e una competenza relazionale (connessa a come si gestiscono le relazioni con gli altri, attraverso l’empatia e le abilità nelle relazioni interpersonali).Perché le persone più intelligenti nel senso tradizionale del termine non sono sempre quelle con cui lavoriamo più volentieri o con cui facciamo amicizia? Perché un ottimo amministratore delegato può riuscire un pessimo venditore? Perché, sostiene Goleman, l’intelligenza non è tutto. A caratterizzare il nostro comportamento e la nostra personalità è una miscela in cui il quoziente intellettivo si fonde con virtù quali l’autocontrollo, la costanza, l’empatia e l’attenzione agli altri: in pratica, l’intelligenza emotiva (1999).

È fondamentale per una buona riuscita nel mondo del lavoro essere consapevoli dei propri processi emotivi e di come questi influenzano il pensiero ed il comportamento. Il passo successivo è la gestione delle proprie emozioni, intesa come la capacità di poterle esprimere nel modo migliore e nel contesto più appropriato. Una volta raggiunta la piena consapevolezza della propria emotività ogni persona sarà in grado di riconoscere correttamente le emozioni altrui nel momento in cui si palesano. È evidente come questa qualità sia fondamentale per stabilire buoni rapporti con gli altri sia a livello personale sia professionale.

Le caratteristiche dell’intelligenza emotiva sono quindi complementari a quelle dell’intelligenza razionale. Si pensi ad una persona particolarmente intelligente, professionalmente preparata, ma intrattabile, irascibile e asociale. Le mancanze a livello relazionale potrebbero notevolmente compromettere un futuro professionale probabilmente brillante e promettente.

23 Febbraio 2010 at 09:52 e taggato , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

La paura è una delle emozioni fondamentali con cui nasciamo e che ci serve per "prendere le misure" con il mondo che ci circonda. E’ sbagliato sia non avere assolutamente paura perché in questo modo si sfocia nell’incoscienza, sia lasciare che le fobie prendano il sopravvento sulla nostra vita. Sapere di poter controllare le situazioni fa sì che la paura diminuisca lasciando spazio alla ragione che aiuterà a risolvere le difficoltà. Quando invece si ha la sensazione di non avere vie d’uscita, la paura prende il sopravvento fino a diventare terrore. Perciò è importante apprendere fin dall’infanzia le strategie per affrontare le situazioni che possono generare paura, senza fare affidamento sugli altri o evitando le situazioni, ma contando su se stessi e sulle proprie forze. A proposito, quali sono le vostre maggiori paure?

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25 Settembre 2007 at 22:31 e taggato , , ,  | Commenti & Trackbacks (4) | Permalink