È boom dei socialnetwork tra gli adolescenti. Ormai quasi tutti i giovani usano Whatsapp e si collegano ad Internet non più tramite il computer, ma con lo smartphone. Non ci sono orari definiti per chattare, anzi valgono anche le ore notturne. La quasi totalità degli adolescenti ha Internet sempre a portata di mano, in qualunque momento della giornata. E Internet, salvo qualche eccezione, si associa ai social network. Ormai non solo gli adolescenti, ma anche i preadolescenti alla soglia delle scuole medie utilizzano i social per comunicare. Essi usano con grande dimestichezza: Facebook, Whatsapp, Instagram, Ask.

Questo utilizzo di Internet nasconde i suoi rischi - Indubbiamente questo utilizzo smodato e spesso incontrollato di Internet nasconde i suoi rischi, infatti da un’indagine nazionale della Società Italiana di Pediatria su giovani di terza media emerge che: “il 15% degli intervistati ha dichiarato di aver postato un proprio “selfie” provocante, percentuale certamente sottostimata se si considera che il 48% dello stesso campione afferma contemporaneamente di avere amici e compagni che postano selfie provocanti. Tra gli altri comportamenti a rischio il 19% ha dato on line il telefono, il 16,8% ha inviato una foto, il 24,7% ha rivelato la scuola che frequenta, l’11,6% si è incontrata con lui, il 5,2% ha accettato proposte di sesso online. E se all’87,6% piace internet perché si può stare in contatto con gli amici, per il 60,2% internet è addirittura irrinunciabile” (La Stampa, 24 settembre 2014).

Il bisogno primario è collegarsi alla Rete - Il fatto che gli adolescenti ormai usino il cellulare per connettersi ad Internet, rende difficile per un genitore rendersi conto di quanto tempo spende suo figlio in rete. Infatti, non solo i giovani chattano fino a tardi la sera, ma ormai il loro primo pensiero al mattino è collegarsi sui social. Online i giovani mostrano vari aspetti di se stessi, da quello puramente estetico a quello relazionale ed infine creativo. Sperimentare, mettersi in gioco con diverse realtà serve loro come compito evolutivo per diventare adulti. Ecco perché la foto del profilo, simbolo della propria identità virtuale, cambia così spesso.

Genitori possono limitare i comportamenti rischiosi - Le risorse che hanno i genitori per prevenire comportamenti a rischio sono: il dialogo, l’ascolto, l’etica comportamentale. Come deve comportarsi un genitore davanti ad un uso così smodato di Internet del proprio figlio? Prima di tutto deve essere capace di cogliere eventuali segnali di malessere. Se in generale i giovani non sentono di essere eccessivamente controllati, possono aprirsi con i genitori quando ne sentono la necessità. Ad ogni modo è bene sempre prestare attenzione a determinati comportamenti: se il giovane rimane chiuso in camera per ore, è depresso, è taciturno, ha un calo del rendimento scolastico, è possibile che questi comportamenti possano avere un collegamento con l’utilizzo dei social.

È importante trasmettere il valore della privacy ai propri figli - Ciò significa far comprendere che se anche in rete si può pubblicare qualsiasi cosa, molto spesso ciò che viene postato non si può cancellare o almeno non definitivamente. Imparare il concetto di privacy diventa quindi basilare. Il giovane deve avere rispetto per sé e per gli altri. Ciò renderà la navigazione più sicura, ma farà sì che i giovani imparino un valore importante dell’educazione. È poi fondamentale parlare insieme ai figli, motivando le proprie ragioni e facendo degli esempi, di cosa si può inviare, postare e condividere sui social. In questo senso è particolarmente rilevante sia il problema del mettere foto provocanti di sé in rete sia quello del sesso online. Non dimentichiamo che in un clic due persone collegate ad Internet possono entrare in contatto. Dietro lo schermo ci possono essere adolescenti che improvvisano spogliarelli, ma dietro falsi profili si possono nascondere anche adulti.

Internet può essere anche una grande risorsa – D’altra parte Internet può essere anche una grande risorsa se si riesce a prenderne il meglio. Si possoni leggere e imparare molti argomenti sconosciuti. Si possono raccogliere informazioni sulle proprie passioni nella vita reale e si possono scoprire nuove attività da fare. La rete e tutto ciò che di nuovo fa scoprire possono essere un interessante argomento di dialogo con i propri figli.

Quando si parla di bullismo solitamente si pensa all’azione di una o più figure maschili, ma in realtà sono moltissime le preadolescenti o adolescenti a mettere in atto comportamenti vessatori nei confronti di loro coetanee. Il bullismo femminile non sempre prevede l’abuso fisico, ma può essere ugualmente pericoloso e dannoso per chi lo subisce.

Le bulle hanno bisogno di dominare gli altri, si ritengono superiori e trascinando altre coetanee prendono il sopravvento sulla malcapitata di turno. Non sono in grado di tollerare la frustrazione e per questo si arrabbiano facilmente. Sono facili all’invidia e da questo sentimento sono mosse per denigrare in ogni modo la loro vittima, rea di avere qualità che a loro non appartengono.

Di solito non agiscono da sole, ma preferibilmente in gruppo, il cosiddetto “branco”, composto da ragazzine dominanti, che ha come unico scopo quello di far subire le peggiori angherie ad una sola vittima. Il branco può anche essere misto ed in questo caso le ragazzine supportano i ragazzi oppure arruolano alcune delle personalità più deboli che così possono riscattarsi da un passato anonimo o di vittima.

La vittima delle bulle solitamente è una compagna di classe (o comunque una ragazzina appartenente alla cerchia delle conoscenti coetanee) timida, con una vita familiare normale, diligente, incapace di reagire, ribellarsi o confidare a qualcuno quanto le sta capitando. L’autostima della vittima viene fortemente scalfita dalle azioni delle bulle e spesso può iniziare a manifestare una serie di disturbi prima assenti come disturbi dell’alimentazione, attacchi di panico, fobie, ecc. accompagnati da un comportamento autodenigratorio che talvolta si associa al desiderio di far parte del gruppo che tanto l’ha squalificata.

Il bullismo maschile utilizza spesso la violenza fisica, i maschi si divertono a picchiare le loro vittime magari anche filmando queste azioni per vantarsi successivamente davanti agli altri e per sedimentare il loro potere.

Il bullismo femminile invece è più sottile e subdolo, a volte quasi invisibile da parte di chi non è all’interno del gruppo. Infatti le bulle femmine, non usando solitamente la violenza fisica, preferiscono quella verbale. Le parole dette alla vittima non sono urlate, ma sussurate con una frequenza assillante e persecutoria. I contenuti sono vari: possono essere insulti oppure vere e proprie maldicenze su falsi comportamenti sessuali legati ad una particolare disponibilità o a una presunta omosessualità della vittima. Le bulle usano anche molti comportamenti non verbali per denigrare la vittima e per tenerla sotto controllo, come gli sguardi carichi di derisione o i falsi sorrisi che celano cattive intenzioni con lo scopo di impaurire e creare disagio. Le bulle escludono completamente la vittima dal gruppo. Le prese in giro possono essere esercitate per puro divertimento, ma spesso hanno lo scopo di “eliminare” una possibile rivale in qualche ambito a cui la bulla tiene particolarmente.

È quasi superfluo dire quanto i pettegolezzi, le occhiate sprezzanti, le offese sussurate o dette davanti al gruppo, le frasi denigratorie sia a livello fisico sia psicologico, possono avere serie conseguenze sulla costruzione della personalità della vittima che, come la bulla, è in una fase di completa formazione della sua vita.Per far fronte a questo serio problema sociale, come si devono comportare le famiglie delle bulle?

Spesso le origini del bullismo dipendono dal tipo di educazione ricevuta in famiglia. Un comportamento aggressivo può più facilmente nascere in una famiglia dove è mancato affetto da piccoli oppure dove i rapporti in casa sono stati gestiti in modo aggressivo sia da parte di fratelli o sorelle sia da parte dei genitori. Se in casa il modo di gestire i problemi ricade nell’uso della violenza fisica senza possibilità di confronto o dialogo, i figli probabilmente useranno lo stesso metodo nel loro mondo.

Anche se i genitori sono convinti di conoscere bene il carattere e il modo di comportarsi della propria figlia, devono comunque considerare che questi possono modificarsi in base all’influenza della compagnia frequentata. La frequentazione di persone aggressive può avere una cattiva influenza sul comportamento e può portare ad assumere tali atteggiamenti anche in ragazze che in apparenza non hanno l’indole della bulla. Quindi è importante che i genitori controllino sempre le amicizie frequentate dalle proprie figlie.

Quando una ragazza ottiene troppo facilmente ciò che desidera, anche attraverso l’uso del ricatto nei confronti dei genitori che magari cedono per mancanza di polso o per non volersi confrontare con la figlia, il rischio è che la giovane riporti lo stesso comportamento al di fuori di casa cercando di imporre alla vittima designata ciò che vuole.

Spesso i genitori idealizzano le proprie figlie non prestando ascolto alle segnalazioni della scuola. In realtà, una ragazza bulla può essere tale sono in determinati contesti, ingannando così i suoi familiari che tenderanno a difenderla a scapito di coloro che invece hanno di fronte una persona ben diversa.

Infine, se si nota che una bambina comincia a comportarsi in modo aggressivo, un possibile aiuto sta nel farle praticare uno sport così da incanalare tale aggressività ed energia in un progetto positivo e costruttivo. Infatti lo sport ha un importante ruolo nel creare disciplina e comportamento di squadra.

Sta quindi in primo luogo alle famiglie insegnare ai propri figli che la violenza in ogni sua forma va condannata; in secondo luogo sarebbe auspicabile che nella scuola venissero messi in pratica progetti volti non solo a contenere ma a prevenire azioni di bullismo.

Arriva un certo momento nella vita in cui una coppia si trova ad un bivio: la scelta di avere un figlio. La coppia può essere in sintonia sia nella decisione di avere un bambino, ma anche in quella perfettamente lecita di non averne. Può anche capitare che il percorso decisionale non coincida temporalmente per entrambi o che semplicemente vi siano alla base desideri diversi. Spesso capita infatti che l’esigenza di avere un bambino sopravvenga prima in uno dei due partner rispetto all’altro. In ogni caso arriva un momento in cui è bene parlarne e confrontarsi. La soluzione migliore e auspicabile è che entrambi si trovino poi d’accordo sul percorso da fare, ma purtroppo non sempre è così.

Quando la voglia di avere un figlio appartiene solamente ad una persona della coppia può iniziare un periodo difficile della vita a due rispetto agli obiettivi comuni e al futuro che li riserva. Il primo problema da affrontare è capire l’origine della mancanza di desiderio dell’avere un figlio. È un pensiero generale o alla base c’è il dubbio che l’altra non sia la persona giusta con cui farlo? In quest’ultimo caso non solo è bene evitare di concepire un figlio, ma è il momento giusto per riflettere seriamente sul futuro della coppia. Nel caso in cui invece vi sia una incertezza più “egoistica”, si è potuto constatare che più frequentemente siano gli uomini a tentennare di fronte ad una possibile paternità. Le donne dal canto loro diventano più pressanti quando l’orologio biologico inizia a ticchettare con insistenza quasi a sottolineare il tempo che passa inesorabilmente. A questo punto la scelta o meno di volere un figlio può diventare un motivo serio di allontanamento della coppia.

Quali sono i motivi più comuni per cui una persona non desidera avere un bambino? In primo luogo, la paura di perdere i propri spazi e la propria libertà. Inoltre, vi è il timore di vedere spegnersi il rapporto univoco con il proprio partner che si dovrebbe a quel punto dividere con una terza persona. Ancora vi sono la paura di non essere in grado di assumersi la responsabilità di un altro individuo, il timore di non essere in grado di educarlo e di proteggerlo dai problemi del mondo. Questi aspetti dipendono dal tipo di famiglia che si è avuta alle spalle, dall’educazione, dalla stima che si ha di sé in qualità di adulto, ma sono rinforzati dalle notizie di cronaca quotidiane purtroppo ricche di accadimenti tristi relativi a minori e adolescenti. In più per chi ha già tante paure gli esempi degli amici non sono d’aiuto, anzi. Ci sono coloro che lamentano la mancanza di sonno, la perduta sintonia con la propria compagna, il non avere più tempo da dedicare a se stessi, ecc. Insomma di motivi che possono spingere una coppia ad aspettare ad avere un figlio ce ne sono tanti, ma d’altra parte quando è il momento giusto? Razionalmente un punto di partenza può essere la sicurezza economica dei partner, il possedere una casa, la stabilità del rapporto, ecc., ma tutto questo non basta. La decisione di avere un figlio è un salto nel vuoto che si compie in due e se uno ha paura l’altro deve aiutarlo, quanto meno a capire perché vuole aspettare. Ma la persona che invece lo desidera è disposta ad aspettare? E soprattutto per quanto tempo?

La prima cosa da considerare è che se il desiderio di un bambino sopraggiunge per rinsaldare un rapporto di coppia precario, allora è meglio fare un passo indietro. L’arrivo di un figlio e le responsabilità che ne conseguono tendenzialmente complicano la routine di una coppia e fanno emergere i problemi in modo più forte ed evidente. Se il partner ha paura di perdere i suoi spazi e il tempo da dedicarsi nel rapporto a due, è fondamentale organizzarsi e chiedere aiuto. L’errore da non commettere è quello di voler fare tutto da soli con il risultato di stancarsi e di essere esausti quando c’è il tempo da trascorrere con il proprio compagno. Allora ben vengano gli aiuti di nonni, babysitter e asili nido. Rassicurare il proprio partner sulla possibilità di organizzarsi e di mantenere spazi per stessi può essere un modo per pensare che un figlio non rivoluzionerà in modo eccessivo la propria quotidianità, se non in meglio.

A volte il timore di non essere all’altezza di educare un bambino spaventa così tanto che una persona preferisce evitare di averne. Cosa fare in questi casi? Innanzitutto è bene rassicurare il proprio compagno sul fatto che non esistono padri perfetti. In seconda battuta ci si può confrontare in merito alle proprie famiglie, al tipo di educazione ricevuta, ai modelli che si sono seguiti durante la crescita. Esistono in commercio anche tanti libri utili alla preparazione della paternità e della maternità da leggere insieme, che possono aiutaare a fugare dubbi su come gestire e confrontarsi con i bambini anche molto piccoli. Alla base di tutto è fondamentale che vi sia un dialogo sincero e appassionato. È auspicabile infatti che un bambino sia figlio non solo dell’amore tra due persone, ma anche il frutto di una sinergia di pensieri puri, leali, pieni di fiducia e passione per la vita. Tanto da generarne una nuova da ammirare nella bellezza della sua crescita ed evoluzione.

La scuola è finita. Molti ragazzi stanno affrontando la maturità e poi li attendono le agognate vacanze. A questo punto inizia la diatriba per andare in vacanza con gli amici piuttosto che con i genitori. Ma quand’è il momento giusto in cui i genitori possono dare maggiore indipendenza ai propri ragazzi?

L’adolescenza è un periodo di passaggio dall’infanzia all’età adulta e pertanto difficile da gestire. Inizia una fase che spinge il giovane verso l’indipendenza ed è un passaggio fondamentale relativo a ciò che un figlio deve fare per crescere in modo positivo. Ciò significa credere nelle proprie idee e nei propri sogni, ma anche avere bisogno dell’appoggio delle persone care per riuscire a realizzarsi e a crescere con la giusta autostima. Un adolescente si può sentire inadeguato rispetto ai suoi pari o alle richieste dei genitori, ma è anche importante che trovi la sua strada per imparare ad accettarsi e avere fiducia in sé. È importante quindi avere il sostegno emotivo della famiglia, ma è anche giusto seguire il proprio percorso sulla base dell’educazione e dei valori ricevuti.

Un adolescente deve rendersi conto di come l’adulto si rapporta con lui. I genitori apprensivi che eccedono nelle raccomandazioni ottengono l’effetto di crescere un figlio insicuro e ribelle e di ingolfarne il processo di maturazione. Essere genitori apprensivi e ripetitivi non aiuta, anzi! Quindi i figli devono essere capaci di discriminare i consigli “giusti” per la loro crescita, da quelli dettati solo dall’ansia. Innanzitutto un giovane deve partire dal tipo di rapporto che ha con il genitore. Se è un rapporto amicale basato sulla fiducia allora sarà più facile seguire i consigli degli adulti. Ma se invece il genitore tende a imporre il suo pensiero allora il figlio deve avere il coraggio di percorrere la sua strada senza sensi di colpa. In che modo?

I figli hanno ricevuto un’educazione e dei valori, ma si confrontano anche con gli amici e con se stessi. Crescere quindi vuol dire anche confrontarsi con il mondo esterno e lo si fa meglio se ci si documenta, non vivendo nell’ignoranza solo copiando ciò che fanno i pari (che magari li portano sulla cattiva strada). Quindi studiare, leggere, viaggiare, conoscere, scoprire cosa fanno gli altri giovani coetanei può mettere tutto in una giusta prospettiva.

È bene cercare di comunicare con serenità il proprio pensiero ai genitori cercando un confronto con loro. Sicuramente dimostrare di essere giovani responsabili e con la testa sulle spalle li rassicurerà e farà sì che loro diano più fiducia. La parola d’ordine dunque è crescita. Per crescere bisogna essere autonomi e non aver paura di abbandonare il nido e di tagliare il cordone ombelicale dalla propria famiglia. Ci sono alcuni genitori che non capiscono quando è il momento di lasciare andare i figli. In questi casi bisogna avere il coraggio di “mollare gli ormeggi” ed iniziare a navigare da soli tenendo a mente e facendo tesoro degli insegnamenti degli adulti.

Pensiamo agli animali: la madre segue i figli, li nutre, insegna loro a procurarsi il cibo e a difendersi dai predatori, ma poi arriva un giorno in cui lascia che i figli affrontino da soli la vita e i suoi pericoli. Quel giorno sembra sempre troppo presto e si pensa “ma quell’animaletto non ce la farà mai a sopravvivere” e invece quasi sempre vediamo che se la cava alla grande. Molti genitori non si rendono conto che spesso anche se hanno le migliori intenzioni ottengono effetti negativi o deleteri. Per questo motivo, tornando al tema delle vacanze, è importante che un padre e una madre capiscano quando è il momento di lasciare andare il proprio figlio alla scoperta del mondo e di cosa c’è là fuori.

Un giovane in vacanza da solo avrà modo di conoscere realtà diverse, scoprire aspetti di sé sconosciuti e attingere a risorse che nemmeno pensava di avere. Ciò non significa fare cose pazze o trasgredire a tutti i costi, ma affrontare la vita con prontezza, intelligenza, capacità di discernimento, con l’obiettivo di crescere a tutto tondo. Basta poi pensare a quell’uccellino che la mamma ha fatto volare giù dal nido. Magari di primo impatto pare che sia stato spinto a farlo troppo presto, ma in realtà quello era il momento giusto. E se non saranno i genitori a lasciare andare i propri figli, saranno loro che troveranno la voglia e impareranno presto a volare in alto con le loro forze.

I bambini si sentono in colpa? Sono consapevoli che le loro azioni possono avere conseguenze negative sugli altri? A partire da che età sono in grado di riconoscere e capire quando hanno danneggiato qualcun altro? Trovare una risposta a questi interrogativi è importante perché la colpa come mediatore della coscienza morale svolge un ruolo importante nella comprensione delle regole morali ed etiche.

Secondo alcuni ricercatori è possibile notare segnali di colpa già in bambini di due anni, un’età in cui il minore inizia a cogliere le differenze tra sé e gli altri e a capire che anche le altre persone provano emozioni e sentimenti che possono essere influenzati dal proprio comportamento. La piena capacità del minore di cogliere le emozioni arriva dai tre anni in poi. Per provare senso di colpa il bambino deve avere consapevolezza della propria identità. Diversi ricercatori sostengono che il sentimento di colpa sia legato alla capacità del bambino di sperimentare empatia nei confronti degli altri. Il dispiacere empatico per il dolore percepito nell’altro si trasforma in senso di colpa nel momento in cui il minore si rende conto di essere la causa del disagio altrui.

Un’altra spiegazione alla base del senso di colpa è l’ansia di separazione o da esclusione. Si tratta della paura di perdere i legami affettivi importanti e del timore di essere allontanati dalle persone. Il bambino, ad esempio, è in grado già molto precocemente di far arrabbiare la mamma disubbidendole, tuttavia il disagio provocato dalla colpa gli consente di percepire la soglia che non deve essere oltrepassata, per non perdere le cure e l’affetto di cui ha bisogno (Di Blasio e Vitali, 2001).

Nel corso del tempo aumentano le situazioni in cui il bambino percepisce i sensi di colpa mostrando una sensibilità sempre più raffinata. Da piccolo si sente in colpa per aver detto una bugia, per aver preso un giocattolo al fratello, per aver fatto arrabbiare i genitori o per aver fatto male a un compagno. In futuro potrà sviluppare sensi di colpa qualora non riuscisse ad aiutare una persona sofferente o venisse meno ad un impegno preso o alla parola data.

La tendenza dei bambini a riparare ad un danno fatto viene favorita se i genitori ricorrono sistematicamente nell’educazione del figlio a spiegazioni di tipo affettivo, come: “Non è bello fare così” oppure a proibizioni seguite da spiegazioni empatiche: “Non vedi che Marco è ferito? Non spingerlo” o ancora ad affermazioni basate su regole precise: “Non si deve mai picchiare nessuno per non far soffrire le persone” e di ritiro affettivo: “Quando mi ferisci o fai del male agli altri, non ti voglio vicino”.

Tra le diverse categorie educative, il ricorso a regole precise e assolute è particolarmente efficace, in quanto crea una combinazione ideale di sentimenti di colpa empatica associati a modalità riparative. Un’altra pratica educativa molto comune consiste nell’indurre direttamente sensi di colpa attraverso frasi come: “Sei responsabile per aver fatto male a Luca”, “È colpa tua se hai preso un brutto voto, dovevi studiare di più”, “Hai rotto il giocattolo di tuo fratello, ora riparalo”. Tali attribuzioni hanno l’effetto di orientare il comportamento dei bambini verso il riconoscimento e l’acquisizione delle regole date.

In ambito educativo, nelle situazioni di violazione involontaria delle regole da parte del bambino, l’induzione del senso di colpa è una tecnica molto efficace. Mentre nel caso di disubbidienze intenzionali è particolarmente utile ricorrere a un controllo coercitivo, cioè richiedere al bambino di riparare al danno fatto attraverso sanzioni, punizioni o altro. All’interno di un modello educativo finalizzato a far comprendere l’effetto negativo di comportamenti dannosi per gli altri, un uso moderato di interventi coercitivi da parte dei genitori può contribuire a promuovere nel bambino un elevato livello di consapevolezza circa la gravità delle sue azioni.

In ogni caso, qualsiasi intervento utilizzato dai genitori deve essere inserito in un quadro di supporto psicologico e di disponibilità emotiva nei confronti del bambino. È fondamentale ricordare che l’efficacia dell’educazione dipende dalla coerenza e dalla concordanza delle azioni e delle regole messe in atto da entrambi i genitori (Di Blasio e Vitali, 2001). Ad ogni modo, le pratiche educative della famiglia d’origine andranno poi a confrontarsi e ad integrarsi con quelle che il bambino riceve dall’ambiente extrafamiliare (scuola, ambiente sportivo, ecc.).

Difatti, l’interiorizzazione di appropriate norme morali e sociali è il presupposto di una buona socializzazione. La coscienza morale è lo strumento che abbiamo per capire se ciò che facciamo è giusto o sbagliato e, attraverso il senso di colpa, ci comunica se uno standard etico culturalmente condiviso è stato violato. In una società come quella attuale dove il senso della famiglia va disgregandosi, il rispetto nei confronti del prossimo è labile, l’egoismo la fa da padrone, il sistema di valori è fragile e troppo frequentemente basato sul ritorno economico, è sempre più urgente che i giovani vadano incontro alla vita con un bagaglio educativo composto da elementi di fiducia, lealtà e rispetto verso l’altro.

Ormai la televisione offre moltissime proposte di programmi per bambini: dai film, ai cartoni animati, alle trasmissioni di intrattenimento create ad hoc, ai programmi di creatività e manualità. Ci sono genitori che disdegnano la televisione perché non favorisce la fantasia dei bambini e li rende “imbambolati”, mentre per altri è un valido aiuto quando mancano il tempo e le energie per badare alle piccole pesti.

Sicuramente la soluzione ottimale sarebbe che almeno uno dei genitori si dedicasse a sviluppare con il proprio figlio attività ludico-ricreative che permettano di incrementare il suo lato creativo e fantasioso. Purtroppo al giorno d’oggi sono veramente pochi i genitori che hanno il privilegio di poter trascorrere così tanto tempo con i propri figli senza doversi preoccupare del lavoro o degli impegni domestici. Anzi la maggior parte dei padri e delle madri deve correre tutto il giorno per far fronte ai tanti impegni personali e dei figli, dalla scuola, allo sport, ai compiti, ecc.

Ecco quindi che di rientro a casa e stremate dalle fatiche lavorative quotidiane molte famiglie ricorrono alla televisione per avere il tempo da dedicare alle faccende di casa. Laddove sia davvero necessario avere la televisione come aiuto supplementare, penso che sia interessante valutare che tipo di programmi siano più adatti ai bambini. Innanzitutto è bene selezionare trasmissioni belle, interessanti e adatte all’età del minore. Ciò implica l’esclusione di tutto ciò che concerne la violenza a scapito anche dell’interesse dell’adulto. Se si ha il tempo è meglio guardare i programmi televisivi con i bambini in modo da spiegare ciò che viene loro proposto attraverso il video. I commenti con gli adulti sono importanti perché è bene avere presente cosa il bambino comprende di ciò che vede, ma soprattutto il significato che lui attribuisce a determinate azioni e di conseguenza che tipo di rappresentazione mentale immagazzina nella sua memoria e che uso ne farà.

Utilizzare il registratore Dvd permette di creare una videoteca ad hoc per il minore nella quale si possono pescare i film e i cartoni animati preferiti e comunque quelli più adatti, oltre che avere la possibilità di scegliere l’orario della visione. Infatti è sempre meglio definire, laddove è possibile, un quantitativo di ore giornaliero che il bambino può dedicare alla televisione affinché non ne abusi. Indiscutibilmente se un genitore riesce a promuovere attività alternative alla televisione, come sport, giochi manuali, passeggiate, sarà più facile che il tempo che rimane da dedicare alla tv sia poco e quindi più gestibile.

Normalmente i bambini amano i cartoni animati e i film d’animazione così ben congegnati e attraenti grazie anche all’utilizzo delle ultime tecnologie a livello grafico. I cartoni animati hanno una grande rilevanza nella crescita dei piccoli, in quanto sono una delle principali fonti attraverso le quali essi sviluppano l’immaginazione, la capacità di identificazione, l’empatia, l’altruismo e le regole sociali. In tal senso, la psicologa Kairen Cullen ha riscontrato che ci sono alcuni film che i bambini dovrebbero assolutamente vedere prima dei 10 anni di età. I film sono stati trovati grazie a circa 5.000 di interviste fatte ai genitori in merito a quali film guardassero i loro figli.

Il primo film che la Cullen cita è Toy Story, storia incentrata sull’amicizia tra il cowboy Woody e lo space ranger Buzz che inizialmente sono molto diversi, ma che con il tempo imparano ad apprezzare le diversità l’uno dell’altro fino a diventare grandi amici. La Cullen spiega che questo film “incoraggia i bambini a imparare di più di semplici slogan, educando e divertendo allo stesso tempo. Il suo messaggio è che tutti gli individui sono diversi e hanno un personale valore intrinseco”. Il secondo posto è occupato da Il re leone, film ambientato nella savana che ha come focus il coraggio di fronte alle sfide più ardue. Simba, il cucciolo di leone, perde il padre, re della foresta, e impara presto che deve affrontare lo zio usurpatore e le iene per onorare il genitore scomparso e ristabilire la pace nel territorio. Le altre posizioni sono occupate da: Mamma ho perso l’aereoLabyrinthIl libro della junglaMary PoppinsIl mago di OzLa storia infinitaTata Matilda e Up.

La scelta di questi film naturalmente va intesa alla luce del fatto che ciò che i bambini osservano, imparano, ascoltano da piccoli ha una grande influenza sulla loro sfera emotiva e psicologica. Ciò significa che è importante che tali pellicole forniscano ai bambini messaggi positivi e valori forti che li aiutino a costruire una moralità trasparente e strutturata.

Gli adolescenti si trovano sospesi in un mondo che fa loro abbandonare l’età infantile per approdare gradualmente in quella adulta. Il percorso è lungo e difficile e spesso i giovani cercano delle scorciatoie, come quella di fumare, per sentirsi grandi. Il fumo assume per alcuni adolescenti la funzione di affermazione anticipata dell’essere adulto.

Il fumare rappresenta un comportamento, criticato dal punto di vista della salute ma accettato nel mondo degli adulti, pertanto gli adolescenti ritengono che il fumo sia il modo facile di potersi affermare nella società in qualità di adulti. Molte ricerche infatti indicano che c’è un’alta correlazione tra i ragazzi che fumano e che mettono in pratica altri comportamenti a rischio, come avere rapporti sessuali precoci e fare uso di alcol (Bonino, 2005).

I ricercatori hanno riscontrato che sono più inclini a fumare i giovani che sembrano più smarriti nel loro mondo adolescenziale e meno capaci di trovare soddisfazione in altri campi. Sono ragazzi che hanno meno sostegno e regole da parte della famiglia d’origine e non mettono in pratica progetti tesi a valorizzare la propria autostima e a dare un senso di progettualità alla propria vita e al proprio futuro. Infatti questi giovani hanno spesso una visione negativa e pessimistica del futuro, in cui non vedono prospettive di realizzazione personale.

Gli adolescenti che non usano il fumo per anticipare l’età adulta, pare che vivano meglio il periodo dell’adolescenza, guidati dalla famiglia. Sono giovani che pensano di seguire un percorso scolastico lungo, trovando soddisfazione in ciò che fanno e con stimoli legati alla vita futura. Per loro il periodo dell’adolescenza è vissuto con meno conflittualità e pertanto con minore voglia di anticipare i comportamenti adulti, come il fumare (Bonino, 2005).

Gli adolescenti che non fumano hanno un approccio più positivo alla scuola rispetto a coloro che fumano che invece hanno risultati peggiori. In sostanza i giovani non fumatori vivono meglio la loro condizione di studenti da cui traggono soddisfazione, oltre ad avere un rapporto con la famiglia positivo e sereno che offre loro la possibilità di confrontarsi e riuscire a seguire le regole date loro dagli adulti. Ciò non li rende dipendenti in senso negativo, ma piuttosto capaci di poter fare determinate esperienze nell’età giusta. Infatti i giovani che assumono anticipatamente il ruolo da adulto, lo pagano poi a lungo termine, in quanto costituirà un limite a realizzazioni migliori e più fruttuose.

I ricercatori ritengono che i giovani che non hanno bisogno di affermarsi attraverso il fumo ed altri comportamenti da adulti, sono in grado di vivere altre forme più mature che riguardano la sfera degli adulti, come: assumersi le responsabilità, avere la capacità di progettare il futuro, sviluppare la partecipazione sociale. Un aspetto interessante è che i giovani che scelgono di anticipare l’età adulta adottando comportamenti come il fumo, quasi sempre lo fanno all’insaputa dei genitori. Questo atteggiamento trasgressivo si associa anche al rischio che crea eccitazione. Nonostante la tendenza  all’omogeneità di comportamento tra i due sessi, nelle femmine sembra assumere una vena più trasgressiva.

Vi è un’alta correlazione tra tutti i comportamenti a rischio e ciò significa che non si presentano in forma isolata, ma piuttosto come una costellazione di comportamenti simili che portano a seguire un determinato stile di vita (Bonino, 2005). Nella decisione di iniziare a fumare, fondamentale è l’approvazione del gruppo e il fatto che gli amici fumino. Il fumo in questo frangente non è un comportamento solitario, ma di gruppo, tanto da portare i fumatori a non avere amici che non fumano.

Ciò conferma il fatto che i giovani tendono a rafforzare la propria identità scegliendo amici e compagni simili a se stessi. Di conseguenza, i gruppi si costituiscono e tendono a differenziarsi sempre più in base a questa caratteristica e crescendo i fumatori hanno un numero sempre più alto di amici fumatori. Il fumare inoltre sembra facilitare l’inserimento nel gruppo, al punto che i ragazzi che non fumano si sentono più facilmente tagliati fuori dalle attività svolte dai ragazzi della loro età, temono di non riuscire a farsi degli amici e si sentono socialmente più incerti.

Il fumo è un modo per fare cose da grandi e non più da bambini. In questo senso il fumo viene inteso come un rito di legame, come modalità ritualizzata di entrare in relazione con il gruppo, di unire i partecipanti e di accomunarli. Il fumo infatti condivide molti dei tratti dei comportamenti ritualizzati, caratterizzati da ridondanza, esagerazione e semplificazione del gesto. Pensiamo alla sequenza rituale del fumo: dalla richiesta o dall’offerta, all’accensione, all’inalazione, allo sbuffo, allo scambio della sigaretta accesa.

Gli adolescenti provenienti da famiglie con uno stile educativo permissivo risultano maggiormente coinvolti nel fumo; al contrario uno stile educativo autorevole svolge un ruolo protettivo, sia riguardo al coinvolgimento che allo smettere di fumare. È fondamentale la copresenza del sostegno empatico e della fermezza genitoriale tale da indurre una minore esigenza di trasgressione, un minore orientamento verso il gruppo e una maggiore accettazione della propria condizione adolescenziale (Bonino, 2005).

In conclusione, è chiaro come i giovani nel periodo dell’adolescenza cerchino in ogni modo di mettere in atto comportamenti (che andranno a sedimentarsi nell’età adulta) che permettano loro di affermare la propria identità e di costruire una rete di relazioni sociali e affettive. Ci sono giovani che riescono a raggiungere tali obiettivi senza mettere in pericolo la propria vita, mentre altri optano per i comportamenti a rischio. È per questo motivo che sono fondamentali le attività di promozione della salute e di prevenzione dei comportamenti che mettono a repentaglio il proprio benessere, messi in atto nelle scuole e nelle famiglie attraverso il dialogo, il confronto, l’esempio e la condivisione.

Qualcuno una volta ha detto: “il cane è il miglior amico dell’uomo”. Considerando tutti i “pets” (gatti, criceti, conigli, ecc.) e non solo il cane, c’è da dire che, sebbene gli animali domestici forniscano ai loro proprietari numerosi benefici diretti (ad esempio, tenendo lontani i ladri o gli animali nocivi come i ratti, ecc.), essi possono apportare anche influenze positive a livello psicologico. Infatti, alcune ricerche dimostrano che i proprietari di cani che hanno avuto un infarto, un anno dopo tale episodio muoiono in minore percentuale rispetto a chi non ha animali (rispettivamente 1% vs 7%; Friedmann e Thomas, 1995). Ugualmente, pazienti medicalizzati con animali (in particolare con cani) hanno bisogno di meno visite mediche rispetto a coloro che non hanno animali domestici (Siegel, 1990) e persone sieropositive soffrono meno di depressione rispetto a persone senza animali (Shoda, Stayton e Martin, 2011).

Una ragione per cui probabilmente i proprietari di animali hanno tanti benefici è perché l’animale rappresenta un’importante fonte di sostegno sociale. Numerose ricerche dimostrano che avere una buona rete sociale migliora la salute a livello psicologico e fisiologico. In una meta-analisi di 81 studi, alcuni autori hanno riscontrato che un buon sostegno sociale migliora le funzioni cardiovascolari, endocrine e immunitarie. A supporto di questi risultati, altri ricercatori hanno riscontrato che una scarsa rete sociale aumenta gli indici di mortalità. Inoltre un buon sostegno sociale è fortemente collegato ad un’alta autostima.

Un sondaggio condotto da Associated Press (2009, 2010) evidenzia che il 50% dei proprietari di animali considera il proprio amico “come un membro della famiglia”, il 30% riporta che l’animale dorme con sé nel letto e il 25% delle persone sposate o conviventi afferma che l’animale è un “ascoltatore migliore del coniuge”. È quindi chiaro come avere rapporti interpersonali abbia un effetto psicologico positivo sul proprio benessere, al contrario l’essere esclusi socialmente dagli altri porta a conseguenze deleterie. Quindi se l’animale è psicologicamente “vicino” al padrone, ciò può offrire benefici positivi come la vicinanza di qualsiasi altra persona. Inoltre, quando una persona si sente sola, vede il proprio animale come un modo per avere sostegno sociale. In questo senso, quando i proprietari sono soli, tendono ad umanizzare il proprio animale, presumibilmente per compensare il distacco dall’ambiente sociale (Shoda, Stayton e Martin, 2011).

D’altra parte rivolgere cure ed attenzioni ad un animale domestico permette di capire cosa significa essere responsabili di un’altra vita, spostando l’attenzione sull’utilità di ciò che si fa per l’animale con effetti positivi per la propria autostima. Gli animali si rivelano anche un sostegno morale in tanti periodi difficili della vita, ad esempio quando si perde una persona cara oppure nei momenti di solitudine. Non sempre le persone sono disponibili o in grado di comprendere i periodi di difficoltà che si possono attraversare nella vita, mentre un animale è sempre pronto ad offrire la sua compagnia ed il suo amore. Accarezzare un animale dopo una giornata carica di tensione, aiuta a rilassarsi e a lasciare da parte le preoccupazioni, abbassando i livelli di stress. Infatti, alcuni studi hanno dimostrato che accarezzare un animale, come un cane o un gatto, può abbassare la frequenza cardiaca, indurre una respirazione più lenta e profonda e abbassare la pressione sanguigna. Tutti questi effetti riducono la probabilità di avere un infarto o un ictus.

Ci sono tante persone che preferiscono non prendere un animale adducendo i più svariati motivi: “sporca, costa, ecc.”, ma in realtà il focus riguarda come ogni persona tende a soddisfare i propri bisogni. Chi fa questo tipo di valutazioni mettendo in secondo piano l’aspetto relazionale e altruistico dell’affetto per un animale, probabilmente tende a considerare solo i bisogni primari e materiali legati alla sopravvivenza, come il dormire, mangiare, guadagnare, ecc. C’è chi poi non vuole “l’impegno” di dover badare ad un animale e preferisce essere libero di gestire la propria vita senza vincoli. Altro discorso vale per chi invece vorrebbe un animale ma non può tenerlo per motivi lavorativi e quindi di disponibilità di tempo da potergli dedicare.

Un animale ha bisogno di cure e attenzioni quotidiane e non è pensabile l’idea di prenderlo per  poi parcheggiarlo a casa come un pacco. Occuparsi di un animale ha tra i tanti effetti positivi, quello di spingere una persona a fare esercizio fisico. I proprietari di animali sono più invogliati di altri a fare movimento. In particolare, un cane ha bisogno di camminare e quindi l’essere in qualche modo costretti a portarlo a passeggio fa sì che ciò si ripercuota positivamente anche sul benessere fisico del proprietario. Questo si rivela anche un modo per conoscere altre persone ugualmente amanti degli animali e con le quali condividere questa passione.

I vantaggi non sono solo per gli adulti, ma anche per i bambini. Grazie alla presenza di un animale, il bambino potrà incrementare il suo senso di responsabilità, di affetto e di empatia, migliorare le capacità comunicative e relazionali e apprendere valori positivi come la lealtà, il rispetto e l’amore per se stessi, per gli altri e per gli animali. Valori che si porterà dietro per tutta la vita e che lo renderanno una persona migliore.

Che cosa significa nascere, crescere e passare una vita intera con un gemello? Che tipo di rapporto c’è tra due gemelli rispetto a quello tra altri fratelli o sorelle? Innanzitutto i gemelli possono essere: monozigoti, ossia identici nel senso che condividono il sesso, il patrimonio genetico, l’aspetto fisico e molte caratteristiche psicologiche oppure dizigoti, cioè fisicamente hanno alcune differenze, possono essere anche di sesso diverso e condividono solo in parte le caratteristiche precedenti (il patrimonio genetico è identico in media al 50%, come nei fratelli non gemelli).

La psicologia studia da tempo i gemelli per capire quanto l’ambiente o la dotazione genetica influiscono sul loro sviluppo e più in generale sullo sviluppo delle persone. Un aspetto fondamentale dell’educazione è aiutare ogni bambino, sia esso singolo o gemello, a costruirsi con il tempo una propria identità e indipendenza. Pertanto va considerato che ogni bambino è unico rispetto al suo percorso di vita, alla sua personalità e alla sua storia personale e familiare. Questo vale soprattutto nel caso dei gemelli, poiché spesso si tende a rapportarsi a loro come ad una coppia e non a due persone singole e differenti.

Tanti genitori di gemelli si chiedono come fare per educare i figli in modo che abbiano personalità autonome e definite, mantenendo parallelamente il rapporto di stretta comunione che c’è tra loro. Sin dalla nascita il gemello stabilisce un legame molto forte con la madre ed il co-gemello. Il problema emerge fortemente nell’età adolescenziale, periodo di per sé difficile per tutti i ragazzi, costretti a confrontarsi con se stessi, il proprio corpo, i propri obiettivi, la propria identità.

I gemelli possono incontrare più difficoltà rispetto ai coetanei a causa della maggiore intimità presente tra loro e di un rapporto particolarmente forte e dipendente. Di conseguenza possono avere problemi nel separarsi e a differenziarsi dal gemello e dai genitori, nel costruire amicizie con compagni che siano importanti e costruttive quanto il rapporto con il co-gemello.

Il rapporto che due gemelli instaurano può essere di vario tipo. La condizione estrema è l’unione, nel senso di fusione completa, simbiosi affettiva, conflittualità, ambivalenza e difficoltà nel separarsi (tanto da creare ansia e paura). In questi casi di solito la madre è affettivamente poco presente o è lei stessa a favorire un rapporto così stretto. Vi sono poi altri modelli: quello di interdipendenza, anch’esso molto coinvolgente a livello emotivo, ma meno ansiogeno e conflittuale; il modello scisso, si verifica quando una madre, di solito con personalità borderline, tende a definire i ruoli dei figli in modo rigido (ad esempio, lo studioso e il nullafacente); quello competitivo, in cui i genitori enfatizzano le differenze dei figli ma senza esagerazioni; il modello di attaccamento, presente di solito nei figli gemelli di sesso diverso, con i quali la madre si relaziona in modo differente; il modello idealizzato, in cui il genitore evidenzia le somiglianze dei gemelli e le valorizza (Benelli, 2011).

Quindi come devono comportarsi i genitori di gemelli? Nascere gemelli può creare limiti nello sviluppo della propria personalità solo se la gemellarità viene vissuta dai figli o dagli altri come una gabbia o un limite. Pertanto è fondamentale il modo in cui i genitori, i fratelli, gli insegnanti e gli amici si relazionano con i gemelli, rafforzandone l’uguaglianza e la similarità oppure favorendo l’individualità di ciascun gemello.

Le giuste modalità per aiutare un gemello a crescere con una buona autostima ed una sua identità ben definita devono essere messe in pratica sin dall’infanzia nelle interazioni sociali, nella gestione delle attività quotidiane e nei contesti scolastici. Quando un genitore deve chiamare i figli, è meglio che usi i nomi propri e i pronomi al singolare, evitando di utilizzare espressioni come “voi due” oppure “i gemelli”, rafforzando un’idea di identità simbiotica. I giocattoli non devono essere necessariamente uguali, ma adatti ai desideri di ciascun bambino.

Per quanto riguarda l’abbigliamento si vedono spesso gemelli, soprattutto nell’infanzia, vestiti allo stesso modo. L’idea è carina e divertente, ma è bene che non sia la regola. La differenziazione nel vestirsi è utile non solo ai gemelli, ma anche alle persone che devono riconoscerli (nel caso di gemelli monozigoti). Anche una pettinatura o un taglio di capelli diversi potrebbero aiutare i genitori a riconoscerli senza difficoltà.

L’inserimento scolastico è un altro passaggio difficile nella vita dei gemelli. È bene che frequentino la stessa classe o è meglio che vengano iscritti in classi o addirittura scuole diverse? Ci sono studi sia a favore che contro la separazione, in quanto bisogna valutare il tipo di relazione che c’è tra loro. Se uno dei due o entrambi sono angosciati dalla separazione, allora è consigliabile evitare di imporre una separazione, ma piuttosto intervenire e aiutare il gemello più fragile ad acquisire una maggiore indipendenza. Frequentare classi o scuole diverse aiuta i gemelli a crearsi una rete di amicizie autonoma rispetto al fratello e che risponde maggiormente alle sue esigenze personali (Benelli, 2011). Un rischio che talvolta si verifica quando due gemelli frequentano la stessa classe si concretizza in spiacevoli confronti, spesso messi in atto dagli insegnanti, con l’intento di creare una rivalità allo scopo di facilitare una differenziazione, ma talvolta questo atteggiamento porta a rafforzare una divisione e caratterizzazione dei ruoli già verificatasi in famiglia. Quindi tutti coloro che si trovano a dover accogliere figli gemelli, in primis genitori e insegnanti, devono essere preparati così da facilitarne uno sviluppo equilibrato e individualizzato.

bambini-gioco-calcio-300x200I bambini iniziano a praticare lo sport per il suo aspetto ludico. Successivamente un bambino si può trovare nella condizione di affrontare gare e allora lo sport perde la sua valenza di svago e divertimento per assumere un ruolo prettamente agonistico. In questi casi molta pressione deriva anche dalle aspettative dei genitori del giovane atleta, che finiscono per dare troppa importanza al risultato. Il genitore vede concretizzarsi nel figlio il proprio desiderio di successo e di realizzazione personale, anche solo per aver messo al mondo un bambino particolarmente dotato e di talento. D’altra parte l’approccio dei genitori allo sport può essere molto diverso: ci sono alcuni che spingono il figlio perché lo sport fa bene ed è un passatempo sano ed educativo; altri hanno praticato uno sport da giovani con buoni risultati e lo propongono anche al bambino; altri non se ne occupano e lasciano fare all’allenatore; altri ancora non si interessano alla pratica sportiva dei figli (Chevallon, 2007).

Gli errori che un genitore di un giovane atleta non dovrebbe commettere sono: desiderare il successo del figlio ad ogni costo. Un bambino troppo sotto pressione che viene anche rimproverato quando ottiene risultati negativi, rischia di perdere la fiducia in se stesso. Ciò si verifica per la paura del fallimento, aspetto che rimarrà inculcato nella sua mente fino a sviluppare un senso di inferiorità dovuto all’incapacità di affrontare le sconfitte e le situazioni di stress; criticare il programma e le scelte dell’allenatore; non seguire i tempi di riposo del bambino, fondamentali per la sua ripresa. Lo sport agonistico, in particolare ad alti livelli, richiede grandi sacrifici che per un giovane si concretizzano nel rinunciare ai tanti svaghi che allietano le giornate dei ragazzi della sua età: andare al cinema, partire per un weekend di vacanza, giocare dopo la scuola, ecc. È fondamentale che, finché è possibile, per un bambino lo sport mantenga il suo aspetto di divertimento e di gioco. In questo è determinante il ruolo dei genitori che devono interessarsi all’attività del figlio ed essergli accanto nel saperlo ascoltare e aiutare.

I genitori devono insegnare al bambino il rispetto per gli altri, per l’allenatore e per gli avversari. L’adulto deve trasmettere anche corrette norme di vita: dormire un determinato numero di ore e mangiare in modo sano ed equilibrato. Ci devono essere ore dedicate allo svago, ma bisogna anche guidare il proprio figlio e fargli capire che la sera dopo cena non è il momento giusto per fare ciò che fanno altri bambini, come lo stare davanti alla televisione, giocare ai videogiochi o fare i compiti non finiti. È importante che il giovane dorma un numero sufficiente di ore che gli permetta di recuperare la stanchezza fisica dovuta agli allentamenti. Prima della competizione ciascun bambino può gestire lo stress in modo diverso: alcuni si tengono occupati per non pensare al tempo che passa, altri hanno voglia di sfogarsi per liberare la propria energia, altri ancora hanno bisogno di essere lasciati tranquilli per potersi isolare e rilassare. L’educazione ha una grande influenza sulla personalità del bambino e sul suo modo di reagire alle vittorie e alle sconfitte in ambito sportivo. Un bambino troppo viziato sarà abituato ad ottenere tutto senza sforzo, con un atteggiamento passivo e poco combattivo nella voglia di superare se stesso anche nello sport.

La vittoria, come la sconfitta, sono difficili da gestire. Come le vive un bambino? Egli potrebbe continuare con umiltà il suo percorso oppure adagiarsi sugli allori o ancora arrendersi perché il successo e l’attenzione di tutti lo spaventano. La sconfitta invece scatena bisogni diversi: c’è il bambino che va lasciato piangere sotto la doccia e quello che va abbracciato e confortato. È importante il momento in cui il giovane riesce a parlare e a valutare lucidamente la sua gara. L’allenatore deve ascoltarlo per capire la differenza tra ciò che il bambino ha fatto e ciò che ha creduto di fare, mettendo sempre in evidenza (soprattutto per i bambini più piccoli), l’aspetto ludico dello sport e della gare senza che sia percepito solo come un insieme di obblighi. Quando un bambino perde una competizione, è importante che i genitori non lo critichino, ma gli insegnino a rimanere calmo e obiettivo. Il figlio va consolato, gli va fatto capire che non ha deluso nessuno e ne vanno evidenziati i progressi (Chevallon, 2007). Una prestazione sportiva è anche una prestazione psicologica. Per avere successo ed ottenere risultati, oltre al talento, è necessario essere sereni e avere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.