È del 3 novembre (Tgcom24.it, 3 novembre 2016) la notizia che Francesco (nome di fantasia), un sedicenne romano, vive da 3 anni chiuso in camera, rifiuta qualsiasi contatto umano, vive a letto, mangia di nascosto e l’unico contatto con il mondo esterno è rappresentato dal suo computer.

Francesco è un Hikikomori, uno dei tantissimi giovani che pian piano si isolano e staccano qualsiasi rapporto con il mondo circostante.

“Mio figlio è sempre stato introverso – ricorda la madre Michela – era sempre in disparte a scuola per sua indole. E’ il primo di tre fratelli e si sentiva responsabile. Poi la separazione da mio marito lo ha sconvolto, spingendolo nel suo mondo”.

Progressivamente il suo mondo ha avuto quattro pareti come confini, come orizzonte una persiana quasi sempre chiusa e come vie di fuga il pc e il cellulare. Niente scuola da due anni, niente amici, niente contatti umani. “Riesco ad entrare nella sua camera per portare del cibo qualche volta – dice la donna – ma lui è schivo e attacca la litania: Quando te ne vai? oppure Sei ancora qua?. (…) L’universo di Francesco è fatto di giornate tutte identiche. “La sua routine, prima di iniziare la nuova terapia, era sempre la stessa – rivela Michela - con la sveglia verso le 14,30-15,30, niente pranzo, un po’ di giochi come Fifa 2016, un po’ di serie come “Lost” al tablet. Quindi una veloce merenda sempre in camera. A cena quando, raramente, è di buon umore esce, prende il cibo e rientra. Ma più di una volta l’ho sentito muoversi di notte, di nascosto verso le due, per farsi qualcosa da mangiare e rientrare in camera. Si addormenta alle quattro”. Così un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra mentre fuori il mondo corre sempre più veloce minuto dopo minuto (Tgcom24.it, 3 novembre 2016).

Hikikomori significa letteralmente stare in disparte, isolarsi e si usa per fare riferimento a giovani e adolescenti che si ritirano dalla vita sociale per mesi o anni, trascorrendo le giornate nella propria camera da letto senza avere contatti diretti con il mondo circostante.

I casi in Italia sono circa 20-30 mila, in Francia quasi 80 mila, mentre in Giappone si parla di 1 milione di casi, numero che corrisponde a circa l’1% dell’intera popolazione giapponese (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Gli Hikikomori sono giovani che soffrono particolarmente la pressione sociale relativa alla realizzazione personale tipica della moderna società e che hanno la reazione di isolarsi per sfuggire a questo meccanismo troppo pesante da sostenere per loro.

In particolare, le pressioni esterne possono provenire dalla famiglia, dagli amici, dalla società e sono molto più difficili da affrontare proprio nel periodo dell’adolescenza, età critica sia per lo sviluppo sia per i primi reali confronti con le difficoltà della vita.

Le aspettative sociali spesso riguardano: il rendimento scolastico (“devi prendere dei buoni voti”), la carriera professionale (“devi trovare un buon lavoro/un lavoro fisso), i rapporti interpersonali (“devi essere divertente, attraente”; “devi trovarti un/una partner”), ecc.

La gestione che l’adolescente riesce ad avere della sua vita è spesso ben diversa da quella che si aspettano i genitori, gli insegnanti ed i coetanei. Questo divario tra realtà e aspettative crea un disagio nel giovane, ma quando questo gap diventa troppo grande gli adolescenti sentono di aver fallito nella loro realizzazione personale. Proprio il senso di fallimento e di impotenza può far emergere nel giovane un senso di rifiuto nei confronti di coloro che sono all’origine delle aspettative sociali che ha disatteso. Il giovane pian piano si allontana da tutto il suo mondo composto da genitori, insegnanti, amici fino a ritirarsi e ad isolarsi completamente (Crepaldi, 2013).

Gli Hikikomori utilizzano molto Internet e proprio l’uso della Rete è al centro di un’ampia discussione per capire se il rapporto tra Hikikomori e web sia la causa o l’effetto del disturbo. In tal senso esistono due teorie: secondo la prima gli Hikikomori nascono proprio a causa di Internet che attrae e isola dal mondo esterno. La seconda invece sostiene che i giovani stanno male perché non reggono il peso del confronto con gli altri e le aspettative sociali e si isolano. Solo in un secondo momento, già isolati a casa, usano il web per crearsi una vita virtuale più gestibile e meno pressante (Grosso, 2015).

Quest’ultima teoria è quella a mio avviso più valida e l’uso della Rete da parte degli Hikikomori va inteso come una conseguenza dell’isolamento e non come una causa. Questa tesi è avvalorata dal fatto che il fenomeno è nato in Giappone ancora prima della diffusione di Internet ed allora l’isolamento dei giovani ritirati in casa era totale. In quest’ottica l’uso del web può essere considerato un fattore positivo perché evita il completo isolamento del giovane e gli consente di mantenere relazioni sociali ed un contatto virtuale con il mondo circostante (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Riguardo alle modalità di cura degli Hikikomori il percorso comprende colloqui psicoterapeutici attuabili, almeno inizialmente, attraverso l’unica apertura possibile nel loro mondo cioè Internet e quindi tramite Skype o attraverso le chat.

24 Novembre 2016 at 00:13 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Perché sovente un’amicizia di un disabile viene scambiata per innamoramento? Sono un disabile, sono entrato per caso nel suo sito e ho trovato le sue risposte in diversi ambiti soddisfacenti. Vengo al mio quesito. Ho avuto un’amicizia con una collega di lavoro ma poi per diverse situazioni e per una frase mal interpretata ho rovinato la nostra amicizia. Io avevo un debole per lei, cosa normalissima tra esseri umani, e capita a chiunque dire una frase che ognuno di noi poi può interpretare come vuole. Per anni non ci siamo più parlati poiché lei mi ha detto che io ero innamorato di lei (premessa stiamo parlando di una donna sposata). So bene che nei luoghi di lavoro bisogna essere accorti a certe situazioni, ma tutto ciò solo perché io sono un disabile? Oggi dopo diversi anni non ci penso più e siamo ritornati a salutarci, ma io vorrei chiarire il perché lei avesse questi dubbi nei miei confronti. È giusto che le parli o lascio perdere il tutto e la tratto come una semplice collega nel rispetto dei ruoli tra persone comuni? Grazie Giuseppe

Gentile Giuseppe, ti ringrazio della tua lettera perché mi dà l’opportunità di trattare un tema che non avevo mai affrontato nella mia rubrica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità propone una classificazione generale delle menomazioni, delle disabilità e degli handicap e ci indica che “l’handicap è la condizione di svantaggio conseguente ad un deficit (menomazione o disabilità) che limita l’adempimento del ruolo normale per tale soggetto, in relazione all’età, sesso e fattori socioculturali”. Una maturazione della coscienza collettiva, attraverso una serie di leggi e provvedimenti, ha portato a riconoscere il valore e la dignità di una persona disabile nel partecipare alla vita lavorativa e sociale. C’è stata infatti un’evoluzione dalla completa istituzionalizzazione ed esclusione dalla vita comune (attraverso leggi che, fin dal 1923 con la riforma Gentile, introdussero il concetto di inserimento, inizialmente mantenendo classi speciali ed il ricovero in istituto per determinate minorazioni fisiche e psichiche) fino all’obbligo dell’inserimento di tutti i disabili nelle strutture normali. In particolare, le più recenti leggi 104/92 e 68/99 forniscono le indicazioni più esaustive riguardo all’integrazione sociale e lavorativa per la tutela dei diritti dei disabili. Al di là di qualsiasi aspetto legislativo, è importante che vi sia una convergenza rispetto all’integrazione e alla qualità della vita, prendendo in considerazione i vari contesti della vita di una persona: affettivo, culturale, spirituale, quotidiano, ecc. Grazie al supporto della tecnologia il disabile oggi riesce a superare molte delle barriere architettoniche che incontra durante la sua giornata, anche se ancora tanto si deve fare in questa direzione (Causin e De Pieri, 2006).

D’altra parte l’obiettivo è andare incontro ad una normalizzazione della vita di un disabile. Per normalizzazione si intende che l’esistenza di una persona disabile possa adeguarsi agli standard di vita dei normodotati. Ciò significa essere autonomi nella pratica della vita quotidiana, come fare la spesa, lavarsi, pulire la casa, fare telefonate, ecc. Nell’ambito delle relazioni interpersonali è importante riuscire ad esprimersi ugualmente con entrambi i sessi in modo non stereotipato; nel contesto sociale significa avere un lavoro che permetta di essere autonomi economicamente e di potersi integrare completamente nella società. In sintesi, l’obiettivo della normalizzazione è  fare in modo che il disabile sia in grado di gestire la propria vita nel modo più autonomo possibile rispetto alle proprie capacità (Causin e De Pieri, 2006). Fatta questa premessa teorica per contestualizzare il problema, Giuseppe, la situazione che mi poni capita molto frequentemente negli ambienti lavorativi. Ora bisogna distinguere varie modalità di comportamento e risoluzione delle infatuazioni tra colleghi. C’è chi ne è lusingato ma lascia che la cosa rimanga solo a livello platonico, c’è chi intesse una relazione clandestina all’insaputa dei colleghi, c’è chi non è capace di gestire questi sentimenti altrui e decide di mettere una certa distanza tra sé e l’altra persona e c’è chi invece sceglie di vivere la propria storia alla luce del sole.

Nella tua lettera scrivi che “sovente un’amicizia di un disabile viene scambiata per innamoramento”. Non credo che la donna a cui ti riferisci, per di più sposata, abbia deciso di allontanarsi da te per via della tua disabilità in senso stretto. Piuttosto potrebbe essersi sentita in difficoltà nel non sapere come comportarsi con te per non farti soffrire. In questo caso, ci si scontra con l’ignoranza o i pregiudizi in merito a come può vivere l’emotività di un sentimento o la sessualità chi è disabile, il quale invece può innamorarsi, condividere emozioni e gesti affettuosi, così come può anche vivere semplicemente un’amicizia sincera. Quando si parla di amore, passione, sessualità a volte le persone normodotate sono a disagio perché pensano che il disabile non possa percepire nel modo giusto le sensazioni e gli affetti, ritenendo in modo erroneo, che ciò che è adatto per loro non lo sia per il disabile. La vita affettiva e sessuale delle persone con disabilità è un argomento troppo spesso messo sotto silenzio, su cui si addensano imbarazzi, equivoci, ignoranza e pregiudizi. Partendo dal presupposto che ognuno cerca di condurre la propria esistenza all’insegna del benessere fisico e psicologico, ma rendendosi anche conto che chi, per una malattia o a causa di un incidente, vive una condizione di disagio e di dolore per non poter realizzare la maggior parte delle proprie aspirazioni, appare particolarmente evidente la discrepanza nella qualità della vita tra chi è disabile e chi non lo è. La tua collega può aver pensato che tu, come disabile, non avessi le risorse per affrontare una delusione e quindi ha preferito troncare ogni rapporto. D’altra parte lei stessa forse non ha trovato in sé le modalità psicologiche per affrontare il tuo “debole” per lei, si è trovata in difficoltà e non è stata capace di risolvere il problema in altro modo. In conclusione, mi pare di capire che vorresti un chiarimento, perché no? Ormai è passato tanto tempo e una chiacchierata, nel rispetto dell’altra persona, potrà magari ricreare un clima di serenità tra di voi e far nascere un rapporto basato sulla stima e la fiducia reciproca.

L’atto di togliersi la vita è un gesto che lascia in chi vive l’amaro in bocca soprattutto se chi decide di compiere questo gesto è un adolescente. Si cerca allora di ripercorrere la vita del giovane per cogliere eventuali fratture che si sarebbero potute interpretare come richieste d’aiuto silenziose e permettere a qualcuno di intervenire in tempo.

Gli adulti spesso tendono a minimizzare i problemi relazionali degli adolescenti perché si pongono da un’altra prospettiva. Avendo anni di esperienza alle spalle, l’adulto tende a valutare la vita dei giovani nella sua evoluzione verso il futuro, perdendo di vista le difficoltà nel presente che un ragazzo può vivere come insormontabili. È difficile per un giovane non tenere conto del giudizio dei coetanei che, quando porta all’emarginazione, genera una sofferenza che può sfociare in atteggiamenti di chiusura e ripiegamento su di sé oppure in atti impulsivi e decisioni avventate (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Talvolta l’emarginazione e l’isolamento, magari portati all’esasperazione, sono motivi sufficienti per indurre un giovane al suicidio. Può capitare che un ragazzo che non segue il gruppo, ma che se ne discosta, sia emarginato. Può essere il caso, ad esempio, di giovani intellettualmente dotati, interessati alla cultura, poco attratti dai passatempi dei compagni e non attenti alle mode. Essi scelgono di essere se stessi fino in fondo, ma scoprono con il tempo che è anche la strada più difficile da percorrere. Non seguire la massa, ma differenziarsi, soprattutto in un’età come l’adolescenza, richiede grande autostima e forza interiore che un giovane ancora non possiede in maniera tale da riuscire ad affrontare un gruppo di pari che gli si schiera contro.

Nell’adolescenza l’identità che si aveva in qualità di bambini deve essere abbandonata per acquisirne un’altra, ma in questa fase di transizione si è più fragili e si cerca l’approvazione del gruppo o di un amico con il quale si condividono gusti e interessi. Se il gruppo non c’è o è ostile o se manca il conforto di un amico, il livello di vulnerabilità aumenta, anche perché è più facile che un adolescente confidi la sua disperazione ad un amico piuttosto che ai genitori.

Per questo motivo, pensando ad un intervento rivolto ai ragazzi a rischio, sarebbe auspicabile inserire maggiori spazi di condivisione delle idee e dei problemi così da sensibilizzare i giovani ad un mutuo aiuto. Indubbiamente non è facile trovare in un ragazzo i segnali che funzionino da campanello d’allarme per chi gli vive accanto. Il giovane, che magari già aveva manifestato indicatori di disagio, può agire d’impulso sull’onda di una forte emozione negativa o della sensazione di un fallimento irrimediabile e mettere in atto il comportamento suicida. Dalle statistiche emerge che circa il 70-75% dei giovani invierebbe nel periodo che precede il suicidio alcuni segnali che, se colti, potrebbero salvarli. Possono ad esempio confidare ad amici, a volte ai familiari, di voler morire. Questi segnali sono una tacita richiesta d’aiuto spesso sottovalutata (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Proviamo ad elencare alcuni stati di difficoltà che non sono necessariamente precursori di un suicidio, ma dovrebbero essere considerati con attenzione da parte dell’adulto in quanto sono comunque indicatori di disagio: comportamenti ostili e aggressività manifesta, consumo di alcol e droga, assenza di coinvolgimento, di partecipazione emotiva e atteggiamenti passivi rispetto alle attività quotidiane e alle relazioni, cambiamenti nelle abitudini alimentari e nel sonno, paura della separazione (ad esempio: la fine di un rapporto sentimentale, il divorzio dei genitori), difficoltà di concentrazione, brusco cambiamento della personalità (ad esempio, una ragazza normalmente gioviale che all’improvviso si chiude in se stessa e non esce più), improvvisi cambiamenti di umore (fasi di intenso cattivo umore si alternano a momenti di grande entusiasmo), comportamenti a rischio (alcuni giovani si lanciano in azioni spericolate sfidando troppo da vicino la morte), drastico abbassamento del rendimento scolastico e della motivazione allo studio, perdita o mancanza di amici.

Vi sono poi alcuni fattori che, con alla base alcuni degli indicatori precedenti, possono far presagire il rischio di un suicidio: perdere una persona cara, vivere con un senso di totale impotenza come se nulla abbia più importanza, essere ossessionati dalla morte, scrivere le proprie ultima volontà (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009). In conclusione, ci sono fattori scatenanti e fattori predisponenti che, sommandosi e potenziandosi, finiscono per creare una miscela esplosiva. È importante che non soltanto gli adulti, ma anche i ragazzi, conoscano questi segnali e vi prestino attenzione. Spesso, infatti, gli amici e i coetanei si trovano nella posizione migliore per notarli e salvare la vita di una persona cara. D’altra parte si può chiedere aiuto in tanti modi, anche solo con gli occhi, silenziosamente.

La crisi economica ha creato una serie di situazioni insostenibili per molte persone che hanno deciso di togliersi la vita non riuscendo a trovare altre vie d’uscita. Sono 32 gli imprenditori che si sono suicidati in Italia dall’inizio del 2012, per cause legate anche alla crisi economica. È quanto rileva la Cgia di Mestre. La regione più colpita da questo dramma, sottolinea la Cgia, è il Veneto, con 10 vittime. La crisi economica, comunque, fa strage anche tra i lavoratori. In due anni c’è stata una vera e propria escalation di suicidi dovuti a difficoltà economiche, a licenziamenti o a situazioni legate all’impossibilità di trovare lavoro (La Repubblica, 3 maggio 2012).

Il suicidio è una drammatica espressione di disagio sociale, tanto da essere la prima causa di morte prematura. Per questo motivo negli ultimi anni, il tema del suicidio sta ricevendo un’attenzione costantemente crescente in tutto il mondo, con molte nazioni impegnate a sviluppare programmi di prevenzione al fine di ridurre quest’epidemia globale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima circa 1 milione di morti per suicidio annue e lo riporta tra le 20 principali cause globali di morte (WHO, 2012). I tassi di suicidio variano considerevolmente da nazione a nazione e, probabilmente, non tutte le morti vengono registrate e riportate in maniera omogenea e veritiera (in Cina, ad esempio, si ritiene che il numero di suicidi sia sottostimato per questioni economiche). In Europa, attualmente si riscontrano percentuali maggiori nei paesi del nord-est rispetto a quelli del sud (La Stampa, 10 maggio 2012).

È importante tenere in considerazione che il comportamento suicida non è mai la conseguenza di una singola causa o di un singolo fattore di stress, ma di numerosi fattori biologici, psicologici e sociali che interagiscono. I disturbi psicologici (depressione, disturbi dell’umore, dipendenza da sostanze, schizofrenia, ecc.) sono indubbiamente fattori di alto rischio per il suicidio. Le persone depresse a rischio di suicidio evidenziano alti livelli di disperazione e senso di inutilità, pensiero suicidario continuo e precedenti tentativi di togliersi la vita. Laddove vi sia la combinazione con abuso di alcol, la probabilità che il suicidio vada a buon fine al primo tentativo è molto più alta.

Riguardo alle persone che soffrono di disturbi dell’umore, può accadere che una piccola percentuale di questi pazienti tenti di uccidersi. In questo caso i fattori di rischio riguardano: comportamenti autolesivi, storia familiare di suicidio, depressione, repentini cambiamenti del tono dell’umore, abuso di alcool o droghe. Fattori precipitanti, soprattutto in persone che abusano di alcol, sono sintomi depressivi marcati ed eventi di vita stressanti, in particolare la rottura di legami affettivi. Ma cosa accade nella mente della persona che vuole togliersi la vita?

Prima di tutto la maggior parte delle persone non decide di suicidarsi in maniera improvvisa, eccetto i casi di persone con gravi disturbi psichiatrici. In generale, ci vuole tempo e con la mente la persona esamina tutte le possibilità per riuscire a risolvere un problema che gli rende la vita impossibile. Ad un tratto può balenare nella testa l’idea del suicidio, che quasi immediatamente la persona rifiuta cercando altre vie d’uscita.

Se purtroppo per il soggetto non esistono altre soluzioni allora ecco che si ripresenta l’opzione suicidio. La mente prova a rifiutarla ancora. La persona si sente come in un tunnel con due sole soluzioni: una opzione che risolve tutti i problemi come per magia oppure il suicidio. In questo senso l’idea di togliersi la vita non rispecchia tanto il desiderio di morire, quanto piuttosto la voglia di porre fine ad un dolore insopportabile e ad un senso di impotenza e di incapacità di intervenire positivamente nei confronti della propria vita. Via via il suicidio si concretizza e prende forma come l’unica opzione possibile. A questo punto la mente inizia ad immaginarlo e a pianificarlo.

Le motivazioni che spingono qualcuno a suicidarsi, come la depressione e un senso di malessere generale, possono rendere la persona arida, senza speranza, passiva, incapace di soffrire e di reagire di fronte alle difficoltà della vita. Altri motivi comprendono un trauma, una situazione disperata, una grave delusione. In questo caso non è importante l’evento scatenante, ma il significato che questo ha per l’individuo. La vita per lui è diventata insostenibile. Il bilancio della propria esistenza è negativo e l’individuo pensa che i suoi cari starebbero meglio senza di lui che ha causato loro solo sofferenze. C’è poi chi si suicida pensando così di “vendicarsi” dell’indifferenza delle persone a lui vicine che in questo modo si accorgerebbero di lui, anche se troppo tardi.

La persona che si uccide vuole recidere qualsiasi legame con il mondo, ma allo stesso tempo è inevitabile che lasci un messaggio. Quasi sempre chi si suicida comunica una rivendicazione, un’accusa verso chi poteva intervenire e non ha voluto o non ha potuto fare nulla perché questa tragedia si verificasse. In realtà, chi si toglie la vita lascia anche un altro messaggio. Il suicidio non è la soluzione ai problemi. Proprio quando tutto appare insopportabile, bisogna uscire da quella visione univoca e restrittiva che non lascia intravedere vie d’uscita, ma chiedere aiuto. Anche solo questo tentativo avrà aperto uno squarcio nel buio della solitudine e avrà permesso di fare entrare quella luce che illuminerà la strada verso nuove soluzioni.

Ogni anno milioni di bambini sono esposti a situazioni stressanti più o meno gravi che possono diventare una fonte di traumi. Gli eventi traumatici che un essere umano può vivere comprendono: disastri naturali (uragani, terremoti, inondazioni e incendi), disastri causati da errori umani (incidenti automobilistici, incidenti aerei, naufragi), atti di violenza diretta (abuso sessuale, fisico e psicologico, sparatorie, rapimenti, bombardamenti e atti terroristici) o indiretta (esposizione a violenza domestica o ad atti di violenza trasmessi dai mezzi di comunicazione), malattie gravi o procedure mediche dolorose (cancro, ustioni, ecc.) (Belaise, 2003).

La reazione delle vittime a questi eventi traumatici è di solito positiva sia che esse abbiano vissuto il trauma direttamente sia che lo abbiano subito indirettamente. Ciò vale anche per i bambini, nonostante permanga una percentuale significativa di minori che, in seguito a tali eventi, manifesta livelli molto elevati di disagio psicologico con notevoli conseguenze nella vita sociale, familiare e nei processi evolutivi, d’apprendimento e di sviluppo. Una reazione normale agli stress estremi è rappresentata dal sentirsi storditi, apatici e depressi; in un secondo momento, subentrano sintomi come irritabilità e senso d’angoscia per le perdite o i danni subiti.

Una reazione grave è definita Disturbo Post-Traumatico da Stress (Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD). Può capitare che tra il trauma e l’inizio del disturbo passi del tempo (anche anni) e più intenso e prolungato è stato l’evento traumatico, più grave sarà il PTSD. Ci sono persone che soffrono di PTSD per anni e, nel caso in cui il trauma sia stato particolarmente violento e prolungato, un soggetto non aiutato da esperti può anche rimanere per sempre vittima di tale disturbo. Dalla correlazione che c’è tra l’intervento traumatico e lo sviluppo di PTSD si evince la potenzialità che ha il trauma nel determinare questa reazione psicologica. D’altra parte, in bambini esposti a eventi traumatici meno gravi o comunque brevi, la percentuale di PTSD può scendere al di sotto del 20%, soprattutto se è trascorso un certo periodo dall’esperienza traumatica (Belaise, 2003).

Il momento che il soggetto definisce come traumatico può a volte non coincidere con quello che l’interlocutore si aspetta. Ad esempio, un adolescente ferito alla testa, in seguito a un incidente d’auto, dichiarò che il momento più traumatico fu quando lo caricarono su un’ambulanza diversa da quella del fratello e della madre. Da ciò è possibile evincere che l’evento traumatico corrisponde a una serie di percezioni, emozioni e pensieri soggettivi che una particolare situazione può aver suscitato nel soggetto (Belaise, 2003, Shaw, 2000).

I bambini con PTSD  spesso riportano altri disturbi come impulsività, distrazione e problemi dell’attenzione (dovuti all’ipervigilanza), disturbi del comportamento, disforia, scarsa emotività, evitamento sociale, dissociazione, disturbi del sonno, aggressività nel gioco, insuccesso scolastico, ritardo nello sviluppo o perdita di abilità già acquisite, ansia e disturbi psicosomatici (Belaise, 2003, Gurwitch et al, 1998).

È possibile aiutare le vittime di questi eventi traumatici a superarli e ad avere una qualità di vita soddisfacente? Sì e molto dipende dal trattamento e dalla tempestività con cui viene messo in atto. Ci sono varie tipologie di trattamento per bambini e adolescenti con PTSD. Alcuni studiosi hanno verificato l’efficacia di una psicoterapia breve, focalizzata sul trauma e l’angoscia, in un gruppo di giovani adolescenti con PTSD e depressione, esposti al terremoto in Armenia nel 1988.

Il trattamento comprendeva un’esplorazione diretta del trauma, tecniche di rilassamento e procedure di desensibilizzazione, risoluzione del conflitto attraverso modalità di focalizzazione sui ricordi non traumatici e supporto di gruppo attraverso il riconoscimento dei sintomi del PTSD negli altri soggetti. Al termine del trattamento, il gruppo di adolescenti trattati ha riportato una significativa diminuzione della sintomatologia del PTSD e di quella depressiva, mentre i soggetti non trattati hanno riportato significativi peggioramenti (Belaise, 2003, Goenjian et al, 1997).

Il tempo è un elemento molto importante nella risoluzione positiva di questi casi. Per questo motivo è auspicabile che vi siano attività di prevenzione e di monitorizzazione nelle scuole e che i genitori siano sensibilizzati rispetto al problema. La scuola, infatti, è un ambiente in cui il PTSD ha buone possibilità di essere individuato: sintomi come pensieri intrusivi e difficoltà nella concentrazione, per esempio, nella maggior parte dei casi, interferiscono con il rendimento scolastico del bambino e con il suo adattamento sociale. Gli interventi a scopo preventivo e i programmi di trattamento nelle scuole sembrano essere molto efficaci nel caso di bambini a rischio di trauma o già traumatizzati. Pertanto si potrebbero prevedere programmi nelle scuole gestiti da uno psicologo scolastico e strutturati nel seguente modo:

-          interventi, durante le lezioni, diretti sul trauma e sulle reazioni allo stress;

-          opportunità per discussioni e rilevazioni;

-          attività in piccoli gruppi;

-          tecniche proiettive come gioco, attività artistiche e racconto di storie (Belaise, 2003).

È evidente che gli interventi nelle scuole non possono sostituire i trattamenti individuali centrati sulle caratteristiche del singolo caso, ma possono contribuire ad identificare i casi più complessi (o ancora non emersi), affinché vi sia un intervento tempestivo e adeguato.

Si sente spesso parlare dei fiori di Bach. Ma cosa sono, a cosa servono e soprattutto sono efficaci? Edward Bach (1886-1936) è il fondatore della floriterapia, un metodo terapeutico nato circa 80  anni fa, che parte dal presupposto che, riequilibrando gli stati emozionali negativi, viene ristabilita la salute psichica e, con il tempo, anche quella fisica.

Ciò che conta per prescrivere il rimedio è valutare con precisione lo stato emotivo della persona che ha bisogno di essere riequilibrata. Perciò è necessario conoscere i 38 stati emotivi individuati da Bach che trovano corrispondenza negli schemi comportamentali negativi dell’essere umano (Gulminelli, 2007). È possibile fare una suddivisione in base agli stati d’animo: paura, incertezza, scarso interesse verso le circostanze attuali, solitudine, ipersensibilità alle influenze e alle idee, avvilimento e disperazione, eccessiva preoccupazione del benessere altrui.

Volendo suddividere i fiori secondo le loro modalità di utilizzo è possibile identificare tre gruppi:

-  Gruppo 1: fiori per situazioni acute, urgenti o di risposta all’esterno (ad esempio: intolleranza, fastidio, insicurezza, stress, dubbio, scoraggiamento, timidezza, indecisione, disperazione, depressione, ecc.). Si tratta di 16 essenze che rispondono a uno stato, spesso transitorio o momentaneo, che può nascere da circostanze esterne e che richiede un intervento immediato. In questo caso, l’obiettivo non è quello di lavorare sul carattere profondo della persona, bensì di offrirle sollievo, aiutandola a risolvere un problema urgente.

- Gruppo 2: fiori per comportamenti ricorrenti (ad esempio: nervosismo, stanchezza, vergogna, senso di colpa, rigidità, apatia, dispersione, ecc.). Questi 13 fiori di Bach, pur prestandosi a risolvere situazioni acute, riguardano modalità di comportamento che sono in genere già consolidate. In sostanza aiutano a riequilibrare un aspetto negativo del carattere che crea problemi alla persona e la fa soffrire.

- Gruppo 3: fiori per situazioni caratteriali profonde (ad esempio: possessività, rabbia, invidia, prepotenza, violenza, freddezza, vittimismo, negatività, ecc.). Sono 10 fiori che aiutano a risolvere il disagio derivante da problemi di fondo del proprio carattere che magari non emergono in modo evidente e urgente e vanno affrontati solo dopo aver risolto gli stati più acuti e urgenti (Gulminelli, 2007).

Naturalmente gli stati emotivi non sono quasi mai presenti nella loro forma “pura” ma, al contrario, si mescolano in innumerevoli comportamenti diversi, ai quali corrispondono altrettante combinazioni di fiori. È stato calcolato che esistono oltre 2.760.000 possibilità di combinare in modo diverso i fiori tra loro, coprendo la totalità dei possibili stati emotivi negativi dell’essere umano. In pratica, la terapia consiste nell’assunzione di essenze di fiori, macerati al sole o bolliti diluiti in una miscela di acqua e brandy (usato come conservante).

Questi rimedi sono realmente efficaci oppure si tratta solo di un effetto placebo? Chi lavora con la floriterapia afferma che i risultati sono reali anche su soggetti non influenzabili come neonati o bambini piccoli o su persone prive di sensi a causa di traumi o incidenti. In pratica l’azione si concretizza nel riequilibrare il campo energetico della persona. Un atteggiamento positivo nei confronti dei fiori di Bach influisce positivamente perché la persona partecipa più attivamente (ma questo vale anche per altri tipi di terapie). D’altra parte un atteggiamento neutro o scettico non impedisce l’efficacia della floriterapia che invece si riduce se la persona assume un atteggiamento ostile.

È necessario precisare che la floriterapia è una tecnica a sé, con dei presupposti propri e un proprio modo di approcciarsi al paziente che sono completamente diversi da quelli usati da un medico o da uno psicologo (Gulminelli, 2007). Andando oltre la spiegazione teorica di come funzionano i fiori di Bach, è bene sottolineare che non esiste alcun fondamento scientifico che dimostri l’efficacia di tali fiori e che pertanto non si possono considerare una valida alternativa alla medicina tradizionale. Alcune ricerche hanno evidenziato che i fiori di Bach godono piuttosto dell’effetto placebo (Ernst, 2010; Thaler, Kaminski, Chapman, Langley e Gartlehner, 2009; Walach, Rilling e Engelke, 2001).

Ad esempio, Forshaw e Jones (2010) hanno svolto uno studio sperimentale sul livello di stress in 62 studenti divisi in tre gruppi. Al gruppo A sono state somministrate 4 gocce di Rescue Remedy (la miscela più nota e diffusa dei fiori di Bach) in acqua minerale. Al gruppo B è stata data acqua minerale pura ma gli è stato detto che conteneva il Rescue Remedy e al gruppo C è stata data acqua minerale pura e gli è stato detto che era appunto solo acqua. Tale studio ha evidenziato che i livelli di stress sono diminuiti nei tre gruppi in modo simile e che non sono emersi risultati significativi relativi al trattamento con il Rescue Remedy.

D’altro canto, l’effetto placebo è molto potente, ed è anche possibile che qualcuno possa trarre beneficio dai fiori di Bach grazie alla suggestione che si prova assumendo un prodotto. In conclusione, è doveroso mettere in evidenza come sia improprio l’uso di questo rimedio al posto di strumenti terapeutici validi e scientificamente efficaci, come la psicoterapia e gli psicofarmaci.

Quante volte capita di riascoltare canzoni che hanno accompagnato periodi della propria vita, dall’infanzia, all’adolescenza fino all’età adulta, e che hanno anche caratterizzato momenti significativi durante la crescita. Quando dopo anni succede di risentire un particolare brano in un attimo e con incredibile facilità possono tornare alla mente ricordi che sembravano svaniti. Da ciò si evince come la musica abbia un enorme potere nella rievocazione dei ricordi e nell’espressione delle emozioni e dei sentimenti.

La World Federation of Music Therapy (Federazione Mondiale di Musicoterapia) ha dato nel 1996 la seguente definizione di musicoterapia: “è l’uso della musica e/o degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia) da parte di un musicoterapeuta qualificato, con un utente o un gruppo, in un processo atto a facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione e altri rilevanti obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive. La musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell’individuo in modo tale che questi possa meglio realizzare l’integrazione intra- e interpersonale e consequenzialmente possa migliorare la qualità della vita grazie a un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico”.

Più nello specifico, la musicoterapia è un tipo di intervento psicologico che permette al paziente di comunicare attraverso un codice alternativo definito ISO (Identità Sonora Individuale), cioè attraverso la musica, il suono e il movimento, tutti elementi utili a facilitare la comunicazione e ad aiutare il paziente ad esprimere le proprie difficoltà. L’obiettivo è quello di raggiungere un’armonia psicofisica, un giusto equilibrio con se stessi e con gli altri e di conseguenza una buona qualità della vita.

Tutte le attività creative sono molto utili per raggiungere un equilibrio psicofisico. La musica, come anche il canto e la danza, ha bisogno di ordine e concentrazione per esprimere al meglio le sue potenzialità creative e artistiche.  Essa ha un effetto positivo sia a livello fisiologico sia psicologico, in quanto, attraverso i suoni, può far emergere sensazioni e stati d’animo inconsci. Di fatto, la musicoterapia permette di esprimersi attraverso un codice alternativo a quello verbale e proprio per questo può essere funzionale a quelle persone che hanno difficoltà ad esprimere le proprie emozioni per sbloccare resistenze o conflitti interiori.

Il terapeuta utilizza soprattutto suoni, musica, silenzi e movimenti per aprire un varco nei canali comunicativi del paziente. Prevale quindi una modalità di comunicazione non verbale, dando così particolare valore alle emozioni, alle sensazioni, alle immagini, ai ricordi. È proprio la musica che riesce a far emergere sensazioni legate a ricordi sopiti che attraverso determinati suoni riesplodono nella memoria.

Ci sono comunque diversi ambiti di applicazione della musicoterapia che spesso vanno ad integrarsi alla psicoterapia: preventivo, educativo, socio-riabilitativo e terapeutico. La musicoterapia può essere applicata al paziente singolo o al gruppo e oltre agli adulti può essere molto utile anche ai bambini. Infatti, può essere usata nei casi di: autismo infantile, ritardo mentale, disabilità motorie, morbo di Alzheimer ed altre demenze, psicosi, disturbi dell’umore, disturbi somatoformi, disturbi del comportamento alimentare, ecc.

La musicoterapia può essere adoperata anche durante la gravidanza. A livello prenatale è impiegata per stimolare il sistema nervoso del bambino, il canto prenatale serve per migliorare la tecnica respiratoria della futura madre, durante il parto aiuta a rilassarsi e a contenere l’ansia. Un altro ambito di applicazione della musicoterapia è la scuola, dove spesso serve nei casi di handicap e disagio. In questo caso i bambini entrano in contatto con i compagni di classe attraverso la musica e i suoni. In particolare, vengono svolte attività di improvvisazione vocale e strumentale, manipolazione di strumenti ed oggetti sonori, ecc. che hanno come obiettivo quello di far capire al bambino il mondo che lo circonda ed il rapporto con gli altri.

La musicoterapia è utilizzata anche con gli anziani per contrastare il decadimento fisico e mentale e per cercare di mantenere e recuperare funzionalità intellettive che vanno deteriorandosi con il tempo. Il potere della musica è senza dubbio enorme. Anche laddove non si presentano patologie, aiuta chiunque a rilassarsi, a socializzare, a distrarsi e a divertirsi. Basta scegliere la colonna sonora giusta per iniziare la giornata.

Ogni giorno assistiamo attoniti ad episodi di violenza che lasciano senza parole. Perché si concretizzano così tanti atti di irruenza? Gli psicologi studiano l’aggressività per cercare di capirne le origini. Alcuni studiosi affermano che l’aggressività è solo un tipo di comportamento influenzato dalle norme e dalle regole di ogni cultura. In quest’ottica la violenza dei gruppi giovanili va calata nel contesto di regole e norme che essi considerano appropriate al comportamento. Le ricerche hanno dimostrato che, ad esempio, i membri di una banda commettono atti aggressivi quando questi sono visti come “la cosa giusta da fare” in una data situazione (Moghaddam, 2002).  
Secondo la teoria dell’apprendimento sociale, il comportamento viene appreso attraverso l’osservazione, l’imitazione, le ricompense e le punizioni che riceviamo, mettendo in luce la parte appresa del comportamento aggressivo. In tal senso i mass-media, in particolare la televisione, sono una fonte di modelli per i bambini. Se ad esempio un bambino vede l’eroe di un cartone o di un telefilm che picchia e uccide una banda di persone che lo minacciano, poi potrà valutare di usare quel copione come guida per il proprio comportamento nelle situazioni in cui gli pare appropriato.
La valutazione su ciò che è giusto o meno fare dipende anche dall’educazione e dalle spiegazioni che i genitori danno ai figli riguardo a determinate scene di violenza (Moghaddam, 2002). Rimanendo sempre nell’ambito della famiglia, in genere i bambini fisicamente aggressivi hanno avuto genitori fisicamente punitivi che hanno impartito loro la disciplina mediante un modello aggressivo, con urla, schiaffi e percosse. Questi genitori hanno spesso avuto a loro volta genitori fisicamente punitivi. Tale comportamento punitivo può giungere fino al maltrattamento e, sebbene la maggior parte dei bambini maltrattati non sviluppi comportamenti criminali o non si trasformi in un genitore che maltratta i propri figli, il 30% finisce per adottare comportamenti violenti (Myers, 2009).
Anche l’eredità genetica influenza la sensibilità del sistema neurale alle sollecitazione aggressive. Il nostro temperamento, ossia il nostro livello di intensità e di reattività emotive, ci viene in parte donato alla nascita ed è influenzato dalla reattività del nostro sistema nervoso. Il temperamento di un individuo osservato durante l’infanzia di solito perdura anche in età adulta. Un bambino non aggressivo a 8 anni sarà molto probabilmente anche a 50 anni un uomo non aggressivo (Myers, 2009).
L’aggressività può anche essere stimolata dall’ambiente (caldo, rumore, sovraffollamento e inquinamento). Il fattore climatico più irritante è il caldo e le persone possono diventare più nervose quando il tempo è afoso. Il disagio connesso a una temperatura climatica elevata alimenta direttamente l’aggressività? Sebbene la conclusione possa essere plausibile, la correlazione tra temperatura e aggressività non costituisce una prova.
La presenza di alcuni composti chimici nel sangue può essere un altro fattore che influenza la sensibilità neurale alla stimolazione aggressiva. Molte ricerche indicano che il consumo di alcol scatena l’aggressività quando gli individui vengono provocati. L’alcol incrementa l’aggressività riducendo l’autoconsapevolezza delle persone e la loro capacità di valutare le conseguenze; infatti esso funziona da disinibitore, in altre parole riduce le nostre inibizioni sociali. Pertanto, sotto l’influsso dell’alcol, emergono con più forza le tendenze primarie di una persona, per cui chi è portato a mostrare affetto diventerà più espansivo e chi tende alla violenza diventerà aggressivo. Analogamente, dopo l’ingestione di alcol, le persone che sono soggette alla pressione sociale verso l’aggressività o che sono frustrate o provocate, avvertono minori restrizioni o inibizioni a commettere atti violenti (Aronson, Wilson e Akert, 2010).
Altri ricercatori sostengono che la frustrazione, cioè qualsiasi cosa che impedisca di raggiungere uno scopo, evoca uno stato di istigazione ad agire in maniera aggressiva e che l’aggressività è sempre preceduta da un qualche tipo di frustrazione. Non è detto che l’energia aggressiva esploda direttamente contro ciò che l’ha originata. Secondo il meccanismo della dislocazione, si impara a inibire le ritorsioni dirette, soprattutto quando altri potrebbero disapprovarci o punirci, e a trasferire l’ostilità dislocandola su bersagli più sicuri.
D’altra parte quando una persona cova ira o rancore a causa di una precedente provocazione, persino un’offesa insignificante può innescare un’azione dirompente eccessiva. Questo fenomeno di aggressività dislocata aiuta a comprendere perché una persona precedentemente provocata e ancora in preda all’ira, una volta alla guida della sua auto, potrebbe rispondere a gesti o a comportamenti lievemente offensivi di altri guidatori con vere e proprie reazioni di rabbia intensa e con gesti sconsiderati oppure compiere atti violenti in seguito a lievi critiche da parte del coniuge (Myers, 2009). Molti sono gli studi in corso in questo campo, ma non dimentichiamo che spesso la violenza genera altra violenza.

200334249-003Al giorno d’oggi, visti i dati allarmanti del numero di divorzi, convivere prima di sposarsi può essere una buona idea. Intendiamoci, non protegge dal fallimento del rapporto ma è un utile predittore del grado di adattabilità della coppia. Successivamente due persone possono decidere di proseguire nella convivenza oppure possono pensare di sposarsi, considerando che comunque alla base della convivenza e del matrimonio vi è un progetto di vita comune che è lo stesso sia che ci si sposi sia che si conviva.

I problemi sorgono quando i partner la pensano diversamente. In un contesto così importante di impostazione del rapporto a lungo termine, una divergenza di vedute può essere un ostacolo insormontabile se uno dei due non va incontro all’altro. È proprio vero che avere una fede al dito non cambia il rapporto? I sentimenti non mutano, ma a livello psicologico per il partner che crede nel matrimonio è una prova importante.

La tradizione vuole che sia l’uomo a chiedere alla compagna di sposarsi, anche se poi molte persone decidono a tavolino valutando i pro e i contro della decisione, come gli aspetti economici, di tutela dei figli e del partner. Ma cosa accade se l’uomo non si decide a fare la proposta alla compagna? Molte donne accettano la situazione e proseguono la convivenza, altre fanno presente il loro desiderio di sposarsi.
Quali sono le motivazioni più frequenti che stanno dietro al desiderio di matrimonio di una donna? L’idea del rapporto romantico e della dichiarazione d’amore per tutta la vita è un elemento che affascina tutte le donne. Chi non sogna di avere una proposta di matrimonio unica e romantica che si ricordi per tutta la vita?

Le donne convinte del loro rapporto di convivenza hanno un approccio con il partner diverso da quelle che invece vorrebbero sposarsi e che non possono perché il partner non vuole. Ad esempio si nota nel modo di chiamarsi. Mi è capitato di sentir dire da una donna convivente con figli in merito al partner: “Non so come chiamarlo…il mio fidanzato, il mio compagno…”. Era leggermente imbarazzata e negli occhi aveva un velo di tristezza per non essersi sposata. Chi invece è sicura della sua scelta si rivolge al partner chiamandolo: “mio marito”, considerandosi sposata comunque.

A livello psicologico quanto la delusione di non sposarsi può pesare in un rapporto di coppia? E soprattutto, quando un uomo dice di amare una donna e sa che lei desidera il matrimonio, ma comunque non si vuole sposare, cosa significa? Non è veramente innamorato? Non è la persona giusta? C’è molto da riflettere perché qualsiasi motivazione al “non matrimonio” sarebbe secondaria rispetto al sentimento verso l’altra persona.

Tutto sta a come la donna vive la reticenza dell’uomo rispetto al matrimonio. Il rischio maggiore è per le donne che sognano un amore romantico e che sono un po’ insicure. A lungo andare accettare un compromesso imposto dal partner può nuocere alla serenità della relazione senza che ci sia un’immediata consapevolezza. Piano piano l’insicurezza e il disagio prenderanno il sopravvento in varie situazioni con discussioni frequenti anche sulle cose più banali, fino a che il rapporto non si sarà logorato.

In questi casi è davvero importante per un uomo soffermarsi sui propri desideri e sulle conseguenze delle proprie scelte. Se è tanto restio a compiere un passo così importante, magari ha delle riserve sul rapporto e allora è bene che faccia chiarezza dentro di sé. In certi casi c’è il rischio di vivere un rapporto “con riserva”, come se si avesse paura di un legame forte come il matrimonio per paura che possa finire e dover ricorrere alle vie legali per sciogliere il legame.

D’altra parte la donna può interpretare questo atteggiamento come: “sono innamorato di te, ma non abbastanza da mettere da parte le mie reticenze, non abbastanza da sposarti”. E forse è proprio così: la verità è che non gli piaci abbastanza?

Oggi nessuna donna crede più al principe azzurro e tanto meno che arrivi al galoppo sul cavallo bianco, ma piuttosto se lo immagina arrivare in scooter o in macchina, disordinato, in ritardo, ma mai nelle sue fantasie l’uomo le dice: “non mi voglio sposare”. Anzi, se un uomo ama davvero una donna e non la vuole perdere, non solo deciderà di sposarsi, ma sarà felice di farlo godendo anche della felicità di lei.