Tra pochi giorni è San Valentino, la festa degli innamorati. Per molte coppie sarà una scusa in più per passare una serata romantica insieme, mentre per altre potrà essere il termometro che qualcosa non va da tempo nel rapporto. Diciamo che quindi questa giornata di festa può diventare paradossalmente più significativa per quelle coppie che ormai non si possono più definire tali, ma che non hanno il coraggio di affrontare il problema.  Ecco che allora tutto diventa una forzatura, fino a che non si prende atto della crisi. Ci sono quelle coppie che eludono la crisi, fanno finta che le difficoltà non ci siano illudendosi che le cose possano andare avanti così. Ci sono poi quelle coppie che alternano periodi di delusione e periodi di vera e propria crisi cristallizzandosi in un rapporto dove i partner non riescono a cambiare e a trasformarsi in funzione di una risoluzione dei loro problemi. Infine ci sono poi le coppie che attraversano una fase di disillusione, utile per passare da un primo impatto di delusione ad un secondo aspetto caratterizzato dalla presa di coscienza dell’altro e della sua accettazione totale. La coppia a questo punto riesce bene ad integrare le proprie differenze e difetti.

Esistono dei segnali per capire quando vi è una crisi in atto nella coppia? Certamente, eccoli:

- scarsa comunicazione: si parla poco, non si cerca il confronto con il partner e non si ha piacere nel raccontare anche aneddoti divertenti che possono essere capitati durante la giornata;

- mancanza di confronto: ognuno cerca di risolvere i problemi della coppia autonomamente, evitando il confronto con l’altro;
- calo del desiderio: un calo del desiderio può essere anche fisiologico dopo tanto tempo che una coppia è assieme, ma ciò che indica la crisi sono la scarsa complicità e la poca voglia di reinventarsi associate al desiderio di avere altri partner;
- senso di solitudine: uno o entrambi i partner si sentono soli anche in presenza dell’altro e questo porta ad una voglia di evasione dal rapporto;
- litigi molto frequenti: le liti possono servire per confrontarsi e trovare poi una mediazione rispetto ad un problema comune, ma se diventano troppo frequenti possono soffocare la relazione;
- condurre vite parallele: non si ha più il piacere di fare qualcosa insieme al partner e di condividere una propria passione, ma si opta per una conduzione della propria vita in autonomia coinvolgendo l’altro il meno possibile;
cercare di cambiare il partner: la non accettazione dell’altro ed il tentativo di cambiarlo sono indici di insoddisfazione e di insofferenza che inevitabilmente portano ad attriti e a delusioni ripetute;
- atteggiamento critico: uno dei due partner critica e incolpa l’altro dei problemi che possono esserci in casa o nella coppia;
- disprezzo: uno dei due partner utilizza il sarcasmo, lo scherno e perfino gli insulti per rivolgersi all’altro

Cosa fare quindi se uno o più segnali di crisi caratterizzano il proprio rapporto di coppia? -Innanzitutto, c’è la volonta di salvare la relazione? Se la risposta è affermativa allora il primo passo da compiere è rendersi conto che si sono date per scontate troppe cose nel rapporto e che lo stesso partner è stato trascurato. Probabilmente quando scatta il meccanismo della trascuratezza dell’altro, inevitabilmente questo comportamento diventa reciproco, cancellando tutte quelle attenzioni e gentilezze che invece fanno bene alla coppia. È importante ritrovare la voglia di sorprendere ancora il partner e di dare nuova linfa ad un rapporto stanco e deteriorato dalla routine. La presa di consapevolezza che il cambiamento e che un periodo critico sia normale attraversarli è un punto di partenza per non farsi trovare impreparati. È bene quindi ripartire da gesti quotidiani fatti di piccole attenzioni, soprese, mistero, seduzione e corteggiamento. È utile anche saper indicare con chiarezza quali sono i propri bisogni, essere sempre gentili anche quando un gesto è scontato, descrivere i problemi senza incolpare l’altro. Piccoli cambiamenti che possono dare ossigento alla relazione e farla nuovamente decollare. Questo significa diventare una coppia vincente, cioè una coppia che non evita i problemi e i conflitti, ma che ha imparato a superarli insieme.

8 Marzo 2016 at 10:37 e taggato , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Tutto l’anno si è in attesa di prendersi una pausa dagli impegni quotidiani e di partire per le sospirate ferie. Molto spesso però non si è a conoscenza del fatto che potrebbero insorgere inaspettati problemi potenzialmente deleteri per il risultato positivo della vacanza.

Tutte le più comuni paure che si vivono nel quotidiano possono peggiorare in vacanza oppure, se normalmente non si soffre di alcuna fobia in modo particolare, la vacanza può essere l’occasione affinché questa possa emergere prepotentemente. Quando si opta per una meta lontana è frequente preferire come mezzo di trasporto l’aereo, ma moltissime sono le persone che hanno paura di volare. Per il fobico prendere l’aereo è una vera e propria tortura, a volte rinuncia alla vacanza a priori, in altri casi parte ma per tutto il volo è angosciato e non vede l’ora di toccare terra.

Ci sono molte altre fobie che si possono scatenare durante le vacanze (Cantelmi, Corriere della Sera, 25 luglio 2014) ed una di queste è la paura del mare o dei laghi (talassofobia e limnofobia). Sono comuni le forme moderate che consistono nella paura di acque profonde in generale, ma anche dell’annegamento. La fobia in questi casi scaturisce quando l’acqua è profonda o quando è molto torbida e non si vede il fondale (come nei laghi). Una delle principali cause di questo tipo di fobia è sicuramente un trauma subito generalmente da piccoli a contatto con l’acqua. Molto spesso le persone che soffrono di questo tipo di fobia non sanno nuotare e nei casi più gravi non riescono nemmeno a mettere la testa sott’acqua, ma rimangono dove si tocca immergendo il proprio corpo a malapena fino alle ginocchia.

Un’altra fobia è legata all’igiene (rupofobia, paura dello sporco). L’attenzione all’igiene può sfociare in crisi fobiche laddove la persona con tratti già ossessivi su questo aspetto, si trova in situazioni dove la pulizia è più difficile da controllare, come ad esempio nei campeggi, in agriturismi molto semplici o comunque in strutture particolarmente spartane.

Sempre in luoghi che si trovano a contatto con la natura può sfociare un’altra fobia: la paura degli insetti (entomofobia) o in particolare dei ragni (aracnofobia). Essa può presentarsi in vari livelli di intensità, dal disgusto alla forma più forte di repulsione, fino a un livello di incontrollabile orrore che porta ad attacchi di panico, fuga e altre reazioni fuori della lucidità. In alcuni casi anche una foto o un disegno molto realistico di un insetto o di un ragno possono provocare la paura.

Altra fobia legata alla natura è la paura dei serpenti (ofidiofobia). Essa è la paura morbosa degli ofidi (l’ordine dei rettili apodi che comprende tutti i serpenti) e, talora, delle forme serpentine in generale. La fobia può presentarsi con carattere irrazionale, eccessivo o persistente. Si possono generare delle condotte di evitamento, come ad esempio evitare di camminare in qualsiasi zona in cui questi rettili possono nascondersi facilmente, perfino nelle regioni dove è esclusa con assoluta certezza la presenza di ofidi.

Altre fobie sono legate alla paura dell’altezza o alla vastità dell’ambiente. Probabilmente la persona non sa di soffrirne finché non si trova nella situazione con determinate caratteristiche. Ad esempio, durante un percorso di montagna deve camminare lungo un sentiero che costeggia un dirupo oppure si trova a visitare delle rovine storiche in luoghi scoscesi e dai quali affacciandosi si ha la sensazione del vuoto. La persona a quel punto può anche decidere di evitare di visitare molti posti limitando drasticamente la sua vacanza.

Una fobia molto frequente è associata a provare un grave disagio in ampi spazi aperti o affollati (agorafobia). Questa fobia può emergere ad esempio durante una visita in qualche città d’arte dove i turisti sono molti e tutti concentrati a visitare i monumenti storici in determinate aree della città.

Altra fobia è legata al proprio corpo nudo e si definisce gimnofobia. Essa è definita come una paura persistente, anormale e ingiustificata della nudità. Coloro che hanno questa fobia temono sia di essere visti nudi sia di vedere altre persone nude, persino in quelle situazioni in cui la nudità è socialmente accettabile. Possibili cause di questa fobia trovano riscontro nelle insicurezze legate alla bellezza del proprio corpo rispetto agli standard dettati dalla società oppure nell’ansia sul piano sessuale.

Infine, in vacanza può svilupparsi una fobia “curiosa” e “innovativa” legata al mondo di internet: la paura di non essere popolari sui social e di essere ignorati sul web. La persona che durante l’anno mostra foto di sé sui social sempre perfette, ha timore di non ricevere più apprezzamenti positivi una volta vista in un’altra veste o peggio ha paura di essere dimenticata laddove non inserisca più foto su qualche social. Questa paura spinge la persona a postare continuamente foto e commenti fino a rischiare di compromettere la vacanza.

In tutti i casi sopra citati, se ci si organizza per tempo, la psicoterapia può fare molto. E comunque, la comparsa di queste fobie in certe persone, soprattutto in un periodo che invece dovrebbe essere caratterizzato da relax, divertimento, curiosità e scoperta, indica quanto queste siano troppo legate in modo meccanico alla loro routine quotidiana. Questa ripetitività può annoiare, ma per molte persone è una sicurezza, che se viene a mancare, destabilizza l’equilibrio quotidiano sfociando in un malessere che trova la sua manifestazione nella fobia.

Ci sono periodi nella vita in cui ci si sente oppressi e sopraffatti dagli eventi, come se fosse impossibile gestirli ma anzi come se essi ci muovessero come fuscelli al vento senza alcuna possibilità di affrontarli. Allora si inizia a sentirsi passivi, inerti, stanchi. La quotidianità prende il sopravvento, come tutti i doveri e le cose pratiche da sbrigare. Alla fine ci si trova stremati ma insoddisfatti perché quello che manca è il tempo da dedicare a se stessi e ai propri cari.

È in queste fasi della vita che a qualcuno può balenare nella mente l’idea di fuggire per crearsi una vita diversa in un luogo dove la frenesia lascia il posto alla rilassatezza. Molti pensano a mete caraibiche dove poter vivere con poco, ma riuscendo ad avere tempo per se stessi. Ciò che è interessante valutare non è tanto la fattibilità economica e organizzativa di una scelta del genere, quanto piuttosto cosa nasconde il desiderio di mollare tutto per ricominciare.

Soprattutto un desiderio di questo tipo ha senso portarlo fino in fondo solo se è davvero un obiettivo autentico e non un espediente provvisorio per allontanare altri problemi che non si riesce a risolvere. In questo caso infatti la voglia di fuggire cela la voglia di lasciarsi tutto alle spalle. Quando i doveri e i sacrifici prendono il sopravvento sui momenti piacevoli ci si sente come in gabbia e di conseguenza, per praticità e necessità spesso si è costretti a chiudere in un cassetto i propri sogni. Le necessità della famiglia diventano primarie e si iniziano a dimenticare i propri desideri.

I momenti di crisi sono importanti perché portano cambiamenti. La crisi porta al progresso e alla possibilità di sfruttare al meglio la propria inventiva con responsabilità e desiderio di crescita. Ad un tratto ci si rende conto di aver raggiunto un limite, di aver compiuto un ciclo e che si ha la necessità di cercare nuove prospettive e motivazioni. D’altra parte non bisogna dimenticare che ogni cambiamento ha un prezzo da pagare che si può tramutare in sofferenza personale, in conflitti con gli altri, in paure e sensi di colpa.

Ma quali sono i segnali per capire che si sta andando verso un punto di rottura? Si possono verificare malesseri fisici come emicrania, gastriti e sintomi psicologici come senso di svogliatezza nell’affrontare la giornata, mancanza di vitalità, visione incompleta di se stessi. A volte non è necessario pensare a come realizzare una decisione così drastica, ma basta rendersi conto che ovunque la realtà presenta i suoi problemi e i suoi sacrifici, anche in un luogo all’apparenza paradisiaco.

Prima ancora di addossare eventuali colpe di questo blocco evolutivo personale a terze persone, è bene provare a guardarsi dentro e capire l’origine di questo malessere. Il rischio altrimenti è che la stessa situazione si possa ricreare dopo un certo lasso di tempo in un altro ambito (lavorativo, sentimentale o familiare).

Prima ancora di cercare il cambiamento verso l’esterno, bisogna provare a cercare l’evoluzione dentro se stessi.

Probabilmente la necessità primaria è quella di ricominciare a sentirsi liberi, leggeri e senza vincoli o condizionamenti.

Una prima cosa da fare è iniziare a lavorare sulla propria libertà. Quindi è bene crearsi dei piccoli momenti di svago, dedicandosi nuovamente ad un hobby accantonato per il poco tempo a disposizione. Ogni giorno bisogna provare a fare qualcosa che ci faccia sorridere, e soprattutto fare qualcosa che amiamo e che ci dia nuovamente quel senso di leggerezza e di spensieratezza che abbiamo perso.

Proviamo a ricercare il benessere interiore attraverso pochi ma fondamentali aspetti legati alla realizzazione personale: senso di autonomia e libertà, senso di utilità, capacità di mantenere legami profondi con le persone care, buona autostima.

Indubbiamente le grandi passioni regalano altrettante soddisfazioni, ma talvolta anche delusioni cocenti. Per questo motivo, è bene ricominciare da piccoli ma significativi cambiamenti da fare ogni giorno.

D’altra parte, la felicità sta nelle piccole cose quotidiane, come: La prima sorsata di birra. È l’unica che conta. Le altre, sempre più lunghe, sempre più insignificanti, danno solo un appesantimento tiepido, un’abbondanza sprecata. L’ultima, forse, riacquista, con la delusione di finire, una parvenza di potere… ma la prima sorsata!” (Delerm, 1998).

Ognuno di noi può avere una sua personale “prima sorsata di birra”, cioè un gesto, un momento inaspettato e non cercato che però regala attimi di evasione e allontana la noia e la fatica.

E allora forse non diremo più “non posso”, ma “potrei…” affrontando ogni giorno con occhi diversi e ricominciando a sognare. Infatti il sogno è il primo indicatore di chi riesce a vivere una vita all’insegna della leggerezza, ascoltando i propri desideri e pensando a come essi possano prendere forma. Il senso di concretezza e la praticità aiuteranno poi nella messa in pratica di quei sogni realizzabili e che possono regalare piccole soddisfazioni che si tramutano in attimi di felicità.

Essere belli a tutti i costi. Questo è il motto che da molti anni a questa parte accompagna il pensiero di uomini e donne che vivono ossessionati dalla bellezza del proprio aspetto fisico. È anche vero che al giorno d’oggi l’immagine è il modo attraverso il quale si dà la più immediata informazione su se stessi agli altri, mettendo in secondo piano la personalità, il proprio modo di affrontare la vita, i propri valori. Nella nostra società tutto viene valutato con rapidità per cui non c’è tempo per soffermarsi su qualcuno o qualcosa che non attiri lo sguardo per la sua bellezza. Essere attraenti e curati nell’aspetto è anche considerato un indice del proprio successo personale.

Tutti questi aspetti fanno sì che le persone sia sempre più indirizzate a fare qualsiasi cosa pur di essere belle. Tra le pratiche messe in atto per l’adeguamento del corpo ai canoni di bellezza ci sono tanti mezzi: sport, dieta, cure estetiche fino ad arrivare alla chirurgia estetica. Per molte donne la chirurgia estetica rappresenta uno strumento per intervenire attivamente sul pericolo di esclusione sociale. A seguito di un intervento infatti molte persone sostengono di aver acquisito una maggiore fiducia in sé, esigenza peraltro dettata dalla pressione sociale a conformarsi a determinati standard estetici.

Il ricorso alla chirurgia estetica può essere legato anche a periodi di transizione di ruolo. Si tratta di momenti cruciali nella propria vita, come la separazione, la fine di una relazione, un licenziamento, ecc., per cui le persone sentono la necessità di riprogettare il proprio sé per ricominciare con maggior sicurezza, eliminando i difetti fisici che sembrano aver avuto un ruolo nelle difficoltà precedenti. Anche in questo caso, il corpo rappresenta il fulcro del controllo sull’espressione del sé nella relazione sociale, percepito come uno strumento funzionale al successo nelle relazioni intime come in quelle di lavoro (Olivero e Rovida, 2009).

Insieme al perseguimento della bellezza fisica si osserva contemporaneamente la volontà di contrastare l’invecchiamento. La cultura dei consumi colloca in una posizione marginale l’identità delle persone anziane, enfatizzando il mito della giovinezza. Infatti la giovinezza e l’attività fisica sono diventati valori centrali indipendentemente dall’età, e il corpo magro appare come il simbolo per eccellenza della giovinezza. La capacità di mantenersi in forma è oggetto di valutazione morale, tanto che il sovrappeso e lo scarso impegno nel contrastare l’invecchiamento sono giudicati come comportamenti sbagliati e da contrastare. Il corpo invecchiato viene percepito da molte persone come una maschera che nasconde la vera identità. In questo senso il ricorso alla chirurgia estetica sarebbe funzionale a ristabilire un equilibrio fra immagine corporea e immagine del sé.

Partendo dal presupposto che i modelli estetici proposti dalla società e dalla comunicazione di massa vanno a costituire una forte componente dell’immagine del sé, non sorprende quanto può essere grande il divario percepito tra il sé ideale e il sé reale. In tal senso è possibile individuare tre tipologie di donne che fanno ricorso alla chirurgia estetica: quelle che vi ricorrono in seguito a traumi o malattie; quelle che si sottopongono a pochissimi interventi (massimo tre); quelle che si sottopongono a molti interventi (da quattro a quindici). A parte il gruppo di donne costretto ad intervenire per cause legate ad incidente o malattia, le altre fanno ricorso alla chirurgia estetica per avere un maggiore controllo sulla propria immagine come strumento di realizzazione sociale e per diminuire il divario tra il sé ideale e il sé reale, ambendo ad una parziale o totale sovrapposizione tra i due sé.

Di solito, le donne che ricorrono a pochissimi interventi di chirurgia estetica rivelano un’accresciuta autostima in seguito all’intervento, mentre quelle che vi ricorrono in modo intensivo rimangono insoddisfatte. In quest’ultimo caso si tratta di donne la cui identità si sovrappone quasi totalmente con l’immagine fisica. Per queste donne prendere consapevolezza del processo di invecchiamento del proprio corpo o dell’imperfezione di quest’ultimo, crea un forte stato d’ansia e preoccupazione tanto da mettere in crisi l’accettazione del sé. Tali donne, insicure, in difficoltà nei rapporti interpersonali, insoddisfatte a livello personale e professionale, per tentare di compensare questi aspetti, tendono a focalizzarsi sull’unico territorio sul quale sentono di avere un certo potere: il proprio corpo. Tale processo di trasformazione volto alla ricerca della perfezione è destinato a non finire mai, ma al contrario è fonte continua di frustrazione e insoddisfazione (Olivero e Rovida, 2009).

È evidente che la chirurgia estetica non può risolvere i propri disagi interiori, ma piuttosto prima di qualsiasi intervento bisognerebbe chiedersi: qual è la reale motivazione sottostante, quale immagine si ha del proprio corpo, cosa ci si aspetta di ottenere dall’operazione ed in che modo ci si aspetta che la propria vita possa cambiare dopo un intervento estetico. È il nostro modo di osservare e affrontare la vita a darle un senso piuttosto che un altro, per cui un intervento estetico può essere un valore aggiunto laddove vi sia già una soddisfazione di se stessi e la consapevolezza che le basi della propria bellezza risiedono nel proprio intimo.

San Valentino è una di quelle feste come il Natale che presuppone la presenza di persone speciali accanto. Pertanto chi è felicemente in coppia deve solo decidere se festeggiare o no, mentre chi non  ha un partner può trovarsi nella triste situazione di immalinconirsi solo alla vista di una scatola di cioccolatini. Altra storia vale per chi è in coppia ma non ha voglia di festeggiare né il 14 febbraio né altri giorni dell’anno. Per queste persone è pensato questo articolo nel tentativo di indicare una strada a quelle coppie che da festeggiare hanno ben poco, ma che alla fin fine vorrebbero ancora un motivo per ritrovare la voglia di scriversi un bigliettino d’amore, regalare una rosa rossa o aspettare con emozione di rivedere il partner.

Il 14 febbraio spesso si rivela la scusa più banale per acquistare un regalo per il compagno o la compagna o per passare una serata romantica insieme. Ben venga la festa degli innamorati se è solo l’inizio di una serie di novità e se si pensa che da sempre si inneggia alla quotidianità delle sorprese, dei baci, delle carezze e degli spazi dedicati alla coppia troppo spesso trascurati.

Recuperare un rapporto in crisi non è poca cosa. Molto dipende da quanto tempo si sta assieme, dall’età dei partner, dalle esperienze vissute, da quanto tempo durano i problemi e dalla rispettiva capacità di dialogo. Proviamo a trovare alcune possibili soluzioni per ristabilire un’intesa di coppia.

Uno dei motivi principali di una crisi in un rapporto è la routine. Le abitudini con il tempo prendono il sopravvento, prevalgono stanchezza e pigrizia, si perde lo slancio di fare cose improvvisate. Questo è il momento per ritrovare un contesto in grado di far riaffiorare la voglia di stare insieme, inserendo qualche novità, come un fine settimana romantico lontano da tutto ciò che è legato alla quotidianità.

Un altro elemento critico riguarda le argomentazioni su cui ci si focalizza durante un litigio: di solito vengono evidenziate mancanze e difetti del partner. Si può invece provare a fare un passo indietro nel passato, a riscoprire i motivi per cui ci si è innamorati e a confrontarsi con il partner su questi elementi. Una visione positiva dopo tante discussioni non può che essere uno stimolo per riflettere su quanto sta accadendo all’interno del rapporto.

Inoltre, durante un litigio è importante cercare di ascoltare cosa ha da dire l’altro e non fare finta di nulla dando libero sfogo a tutta la propria frustrazione. Il rischio è che con il passare del tempo le discussioni diventino sterili e non sfocino invece in un confronto sincero.

È importante a questo punto ritagliarsi degli spazi da condividere, come probabilmente avveniva all’inizio del rapporto. È necessaria anche l’idea di ritrovare quei piccoli gesti affettuosi dell’innamoramento. Non dare mai per scontato il rapporto è una regola fondamentale da non dimenticare.

Un altro errore è sentirsi troppo sicuri del partner, senza che vi sia più la voglia di conquistarlo perché ormai il suo amore è dato per scontato.

E allora bisogna darsi da fare e trovare una buona idea per il giorno degli innamorati, ma anche per tutti i giorni a venire. Questo non significa prodigarsi in regali tutto l’anno, anche perché data la crisi economica attuale il progetto risulterebbe probabilmente fallimentare ancor prima di cominciare, ma piuttosto di trovare tanti modi per comunicare il proprio amore che non necessitino di denaro, ma solo di fantasia e sentimento.

Anzi forse l’idea di impegnarsi nel dimostrare il proprio amore senza l’aiuto di un regalo rende tutto più impegnativo e per questo più ricco di significato per la coppia in crisi. Invece di cercare un regalo in un negozio, è più utile trovare un modo per esprimere il proprio amore in modo originale, organizzando una sorpresa, una gita romantica, compiendo gesti affettuosi e ricchi di attenzioni o semplicemente pronunciando più spesso la frase: “Ti amo”. D’altra parte sono queste le cose importanti che mantengono vivo un rapporto.

E allora ben venga San Valentino se questo giorno indica una ripartenza della vita di coppia, fatta di condivisione, voglia di intimità, di coesione e di trascorrere più tempo possibile con il partner. Antoine de Saint-Exupéry scriveva: “È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. Se i petali della vostra rosa sono caduti, non importa, prendete un seme, piantate il vostro fiore e questa volta prendetevi cura di lui tutti i giorni, finché non sarà cresciuto di nuovo, bello come e più di prima.

   Quando un amore arriva al capolinea e non c’è più niente da fare, le persone soffrono sia psicologicamente che fisicamente, di una sofferenza che toglie il respiro. Tutto ciò che prima veniva svolto con facilità, può richiedere enormi sforzi tanto che sembra impossibile immaginare una vita senza il partner. Prima di tutto è necessario che ciascuno si prenda il tempo utile per accettare l’idea di non essere più parte di una coppia. Lentamente si tenta di accettare il distacco e di fare ciò che emotivamente viene più facile, evitando comportamenti autodistruttivi. L’importante è volersi bene, anche se il partner non vuole più condividere la vita di coppia insieme. Infatti, una delle prime cose che diminuisce quando si viene lasciati è l’autostima. È importante proprio per questo motivo fare tutto quanto è nelle proprie possibilità per prendersi cura di se stessi e per colmare il vuoto lasciato dalla persona amata. Ad esempio, imparando nuovamente a stare da soli, soprattutto dopo una convivenza; anche se la solitudine può essere una sensazione non necessariamente legata alla fine di un’amore. Parafrasando una frase di Goethe si può crollare dopo la fine di un amore, ma ciò che conta è rialzarsi ritrovando una forza in se stessi che non si pensava di avere e che diventerà una risorsa che farà parte della propria vita.

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