È del 3 novembre (Tgcom24.it, 3 novembre 2016) la notizia che Francesco (nome di fantasia), un sedicenne romano, vive da 3 anni chiuso in camera, rifiuta qualsiasi contatto umano, vive a letto, mangia di nascosto e l’unico contatto con il mondo esterno è rappresentato dal suo computer.

Francesco è un Hikikomori, uno dei tantissimi giovani che pian piano si isolano e staccano qualsiasi rapporto con il mondo circostante.

“Mio figlio è sempre stato introverso – ricorda la madre Michela – era sempre in disparte a scuola per sua indole. E’ il primo di tre fratelli e si sentiva responsabile. Poi la separazione da mio marito lo ha sconvolto, spingendolo nel suo mondo”.

Progressivamente il suo mondo ha avuto quattro pareti come confini, come orizzonte una persiana quasi sempre chiusa e come vie di fuga il pc e il cellulare. Niente scuola da due anni, niente amici, niente contatti umani. “Riesco ad entrare nella sua camera per portare del cibo qualche volta – dice la donna – ma lui è schivo e attacca la litania: Quando te ne vai? oppure Sei ancora qua?. (…) L’universo di Francesco è fatto di giornate tutte identiche. “La sua routine, prima di iniziare la nuova terapia, era sempre la stessa – rivela Michela - con la sveglia verso le 14,30-15,30, niente pranzo, un po’ di giochi come Fifa 2016, un po’ di serie come “Lost” al tablet. Quindi una veloce merenda sempre in camera. A cena quando, raramente, è di buon umore esce, prende il cibo e rientra. Ma più di una volta l’ho sentito muoversi di notte, di nascosto verso le due, per farsi qualcosa da mangiare e rientrare in camera. Si addormenta alle quattro”. Così un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra mentre fuori il mondo corre sempre più veloce minuto dopo minuto (Tgcom24.it, 3 novembre 2016).

Hikikomori significa letteralmente stare in disparte, isolarsi e si usa per fare riferimento a giovani e adolescenti che si ritirano dalla vita sociale per mesi o anni, trascorrendo le giornate nella propria camera da letto senza avere contatti diretti con il mondo circostante.

I casi in Italia sono circa 20-30 mila, in Francia quasi 80 mila, mentre in Giappone si parla di 1 milione di casi, numero che corrisponde a circa l’1% dell’intera popolazione giapponese (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Gli Hikikomori sono giovani che soffrono particolarmente la pressione sociale relativa alla realizzazione personale tipica della moderna società e che hanno la reazione di isolarsi per sfuggire a questo meccanismo troppo pesante da sostenere per loro.

In particolare, le pressioni esterne possono provenire dalla famiglia, dagli amici, dalla società e sono molto più difficili da affrontare proprio nel periodo dell’adolescenza, età critica sia per lo sviluppo sia per i primi reali confronti con le difficoltà della vita.

Le aspettative sociali spesso riguardano: il rendimento scolastico (“devi prendere dei buoni voti”), la carriera professionale (“devi trovare un buon lavoro/un lavoro fisso), i rapporti interpersonali (“devi essere divertente, attraente”; “devi trovarti un/una partner”), ecc.

La gestione che l’adolescente riesce ad avere della sua vita è spesso ben diversa da quella che si aspettano i genitori, gli insegnanti ed i coetanei. Questo divario tra realtà e aspettative crea un disagio nel giovane, ma quando questo gap diventa troppo grande gli adolescenti sentono di aver fallito nella loro realizzazione personale. Proprio il senso di fallimento e di impotenza può far emergere nel giovane un senso di rifiuto nei confronti di coloro che sono all’origine delle aspettative sociali che ha disatteso. Il giovane pian piano si allontana da tutto il suo mondo composto da genitori, insegnanti, amici fino a ritirarsi e ad isolarsi completamente (Crepaldi, 2013).

Gli Hikikomori utilizzano molto Internet e proprio l’uso della Rete è al centro di un’ampia discussione per capire se il rapporto tra Hikikomori e web sia la causa o l’effetto del disturbo. In tal senso esistono due teorie: secondo la prima gli Hikikomori nascono proprio a causa di Internet che attrae e isola dal mondo esterno. La seconda invece sostiene che i giovani stanno male perché non reggono il peso del confronto con gli altri e le aspettative sociali e si isolano. Solo in un secondo momento, già isolati a casa, usano il web per crearsi una vita virtuale più gestibile e meno pressante (Grosso, 2015).

Quest’ultima teoria è quella a mio avviso più valida e l’uso della Rete da parte degli Hikikomori va inteso come una conseguenza dell’isolamento e non come una causa. Questa tesi è avvalorata dal fatto che il fenomeno è nato in Giappone ancora prima della diffusione di Internet ed allora l’isolamento dei giovani ritirati in casa era totale. In quest’ottica l’uso del web può essere considerato un fattore positivo perché evita il completo isolamento del giovane e gli consente di mantenere relazioni sociali ed un contatto virtuale con il mondo circostante (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Riguardo alle modalità di cura degli Hikikomori il percorso comprende colloqui psicoterapeutici attuabili, almeno inizialmente, attraverso l’unica apertura possibile nel loro mondo cioè Internet e quindi tramite Skype o attraverso le chat.

24 Novembre 2016 at 00:13 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

È boom dei socialnetwork tra gli adolescenti. Ormai quasi tutti i giovani usano Whatsapp e si collegano ad Internet non più tramite il computer, ma con lo smartphone. Non ci sono orari definiti per chattare, anzi valgono anche le ore notturne. La quasi totalità degli adolescenti ha Internet sempre a portata di mano, in qualunque momento della giornata. E Internet, salvo qualche eccezione, si associa ai social network. Ormai non solo gli adolescenti, ma anche i preadolescenti alla soglia delle scuole medie utilizzano i social per comunicare. Essi usano con grande dimestichezza: Facebook, Whatsapp, Instagram, Ask.

Questo utilizzo di Internet nasconde i suoi rischi - Indubbiamente questo utilizzo smodato e spesso incontrollato di Internet nasconde i suoi rischi, infatti da un’indagine nazionale della Società Italiana di Pediatria su giovani di terza media emerge che: “il 15% degli intervistati ha dichiarato di aver postato un proprio “selfie” provocante, percentuale certamente sottostimata se si considera che il 48% dello stesso campione afferma contemporaneamente di avere amici e compagni che postano selfie provocanti. Tra gli altri comportamenti a rischio il 19% ha dato on line il telefono, il 16,8% ha inviato una foto, il 24,7% ha rivelato la scuola che frequenta, l’11,6% si è incontrata con lui, il 5,2% ha accettato proposte di sesso online. E se all’87,6% piace internet perché si può stare in contatto con gli amici, per il 60,2% internet è addirittura irrinunciabile” (La Stampa, 24 settembre 2014).

Il bisogno primario è collegarsi alla Rete - Il fatto che gli adolescenti ormai usino il cellulare per connettersi ad Internet, rende difficile per un genitore rendersi conto di quanto tempo spende suo figlio in rete. Infatti, non solo i giovani chattano fino a tardi la sera, ma ormai il loro primo pensiero al mattino è collegarsi sui social. Online i giovani mostrano vari aspetti di se stessi, da quello puramente estetico a quello relazionale ed infine creativo. Sperimentare, mettersi in gioco con diverse realtà serve loro come compito evolutivo per diventare adulti. Ecco perché la foto del profilo, simbolo della propria identità virtuale, cambia così spesso.

Genitori possono limitare i comportamenti rischiosi - Le risorse che hanno i genitori per prevenire comportamenti a rischio sono: il dialogo, l’ascolto, l’etica comportamentale. Come deve comportarsi un genitore davanti ad un uso così smodato di Internet del proprio figlio? Prima di tutto deve essere capace di cogliere eventuali segnali di malessere. Se in generale i giovani non sentono di essere eccessivamente controllati, possono aprirsi con i genitori quando ne sentono la necessità. Ad ogni modo è bene sempre prestare attenzione a determinati comportamenti: se il giovane rimane chiuso in camera per ore, è depresso, è taciturno, ha un calo del rendimento scolastico, è possibile che questi comportamenti possano avere un collegamento con l’utilizzo dei social.

È importante trasmettere il valore della privacy ai propri figli - Ciò significa far comprendere che se anche in rete si può pubblicare qualsiasi cosa, molto spesso ciò che viene postato non si può cancellare o almeno non definitivamente. Imparare il concetto di privacy diventa quindi basilare. Il giovane deve avere rispetto per sé e per gli altri. Ciò renderà la navigazione più sicura, ma farà sì che i giovani imparino un valore importante dell’educazione. È poi fondamentale parlare insieme ai figli, motivando le proprie ragioni e facendo degli esempi, di cosa si può inviare, postare e condividere sui social. In questo senso è particolarmente rilevante sia il problema del mettere foto provocanti di sé in rete sia quello del sesso online. Non dimentichiamo che in un clic due persone collegate ad Internet possono entrare in contatto. Dietro lo schermo ci possono essere adolescenti che improvvisano spogliarelli, ma dietro falsi profili si possono nascondere anche adulti.

Internet può essere anche una grande risorsa – D’altra parte Internet può essere anche una grande risorsa se si riesce a prenderne il meglio. Si possoni leggere e imparare molti argomenti sconosciuti. Si possono raccogliere informazioni sulle proprie passioni nella vita reale e si possono scoprire nuove attività da fare. La rete e tutto ciò che di nuovo fa scoprire possono essere un interessante argomento di dialogo con i propri figli.

L’avvento di internet e dei social network ha fatto sì che questi ultimi siano diventati lo strumento attraverso il quale molte persone, soprattutto i giovani, possano esprimere se stesse con la possibilità di condividere il proprio mondo con gli altri. D’altra parte i social network hanno creato un terreno ideale per lo sviluppo in altra forma di molti problemi dei giovani, come il bullismo che diventa cyberbullismo laddove è generato nella rete.

Il cyberbullismo sfrutta la comunicazione digitale ed in questo modo il cyberbullo ha l’opportunità di rimanere anonimo oppure di fingersi qualcun altro, avendo così la possibilità di non uscire allo scoperto, anche se ogni comunicazione digitale lascia comunque delle tracce, rendendo vani i tentativi di rimanere anonimi (Tonioni, 2014).

Il cyberbullo, spalleggiato dai molti spettatori, non pone limiti alle persecuzioni nei confronti della sua vittima.

Le modalità digitali usate per denigrare, ridicolizzare oppure offendere sono molte e per lo più sconosciute agli adulti.

Una prima modalità si chiama “flaming” sono litigi online caratterizzati da termini violenti e volgari che possono coinvolgere una singola persona o un gruppo di amici.

L’”harassment” è la spedizione ossessiva e ripetuta di messaggi denigratori fino a diventare una vera e propria molestia.

Put down” significa denigrare qualcuno attraverso email, sms, post, con l’obiettivo di ledere la reputazione della vittima agli occhi degli altri.

Masquerade” riguarda la sostituzione di persona con lo scopo di spedire messaggi a nome altrui, dopo essere entrati nel suo account o pubblicare contenuti offensivi o volgari che screditano la vittima.

Exposure” è la rivelazione di informazioni inventate o estorte sulla vita privata della vittima senza che questa possa rimediare in alcun modo.

Trickery” si manifesta come un tradimento affettivo, in quanto si ottiene la fiducia della vittima che in buona fede rivela confidenze del suo privato che prontamente vengono messe in piazza dal bullo.

Exclusion” si verifica quando una persona viene esclusa bruscamente e con intenzione da un gruppo online, una chat o un gioco interattivo.

Cyberstalking” è un invio ripetuto di messaggi denigratori, comprese minacce esplicite, che hanno lo scopo di impaurire la vittima e che possono sfociare in episodi di aggressione fisica.

Cyberbashing” si verifica quando la vittima viene aggredita o molestata mentre altri riprendono la scena con la telecamera del cellulare. Le immagini vengono poi postate in rete, visibili a tutti e commentate (Tonioni, 2014).

Nell’ambiente scolastico è difficile scrollarsi di dosso determinate etichette, così la vittima inizia a soffrire fino a manifestare stati d’ansia, disistima, depressione, abbandono scolastico e, solo nei casi più gravi, anche il suicidio. Dal canto suo, il bullo diventa schiavo della sua aggressività e del ruolo che si è costruito.

Il fulcro del cyberbullismo sta in un difetto della comunicazione affettiva tra figli e genitori. In particolare l’assenza genitoriale bullizza i bambini e gli adolescenti, cioè li rende incapaci di gestire le emozioni provate e di esprimerne il significato a parole. Sia le vittime sia i bulli non sanno tradurre a parole ciò che provano. In certi casi, non riescono nemmeno a capire quello che provano tanto da dissociarsi da determinate situazioni negative: i bulli da quello che fanno e le vittime da ciò che subiscono.

I genitori di un piccolo bullo avranno l’inclinazione a giustificare il suo comportamento, negando i problemi e mostrandosi risentiti, perchè considerano il figlio vittima della situazione. I genitori di una piccola vittima, invece, proveranno paura e ansia per il figlio, impegnato nelle prime relazioni sociali, e una sorta di diffidenza nei confronti degli altri bambini e delle loro famiglie. In entrambi i casi, i genitori si sentono in colpa e spesso chiedono continue conferme a educatori e insegnanti sul fatto che il loro figlio non abbia problemi, il che mostra come comportamenti opposti possano avere la stessa radice (Tonioni, 2014).

Per questi motivi tutta la società può e deve dare il suo contributo perché il cyberbullismo rappresenta un problema sociale che riguarda non solo le parti coinvolte, ma tutti coloro che perseguono nella loro vita l’educazione e il rispetto per gli altri. In quest’ottica non bisogna abbassare la soglia di attenzione nei confronti dei bulli che altrimenti sono portati a pensare di poter agire indisturbati.

Fondamentale è la prevenzione che da una parte aiuta ad identificare immediatamente quei piccoli segnali di bullismo che potrebbero evolversi in un vero e proprio comportamento delinquenziale del bullo, e dall’altra riduce il rischio che la vittima possa sviluppare problemi legati alla sfera affettiva e relazionale.

Cellulare e computer isolano gli adolescenti oppure migliorano le loro relazioni sociali? In passato i giovani usavano la carta da lettere, i bigliettini o il telefono fisso per comunicare, oggi invece manifestano le loro emozioni attraverso mezzi di comunicazione tecnologici che forse tolgono un po’ di romanticismo alle relazioni, ma probabilmente sono più efficaci e immediati. Molti pensano che ciò abbia un effetto negativo sui ragazzi e che alla fine questi rapporti virtuali vadano a sostituire quelli reali. Una recente ricerca (Lancini e Turuani, 2012) suggerisce che queste modalità di comunicazione siano in realtà utili punti di riferimento nel periodo complesso dell’adolescenza (Corriere della Sera, 28 giugno 2009).

Il cellulare ad esempio per un adolescente è come un diario, l’evoluzione moderna dei segreti che un tempo venivano scritti su una pagina. Perderlo significa perdere parte di un mondo fatto di ricordi, di messaggi, di fotografie. Inoltre attraverso l’uso del cellulare molti genitori possono placare molte ansie e preoccupazioni perché i figli dovrebbero essere quasi sempre rintracciabili. Usare il cellulare attraverso l’invio di sms oppure tramite messenger può anche aiutare chi soffre di timidezza a comunicare più agevolmente o comunque a mantenere più facilmente i contatti sociali. Il problema sorge quando l’uso del cellulare diventa una dipendenza (In Europa, 5 ottobre 2009).

A questo proposito il New York Times parla di adolescenti “iperconnessi”, cioè che passano la maggior parte del loro tempo usando smartphone, computer, televisione, parlando al cellulare o inviando sms. In pratica, ragazzi dagli 8 ai 18 anni trascorrono circa 12 ore al giorno usando mezzi di comunicazione multimediale. La sera o addirittura negli orari notturni i giovani scaricano musica o film (La Repubblica, 21 gennaio 2010).

I dati di un’indagine della Società Italiana di Pediatria sugli adolescenti mostrano che nel 2000 soltanto il 37% dei giovanissimi aveva in casa un computer, nella grande maggioranza senza collegamento internet; nel 2010 il 97% aveva un pc a casa e si collegava tutti i giorni. Alcuni sociologi ritengono che le paure di un isolamento dei giovani da parte dei genitori sia infondato. Anzi, i ragazzi di oggi “iperconnessi” sarebbero i più estroversi e con maggiori contatti sociali. Inoltre, i quozienti intellettivi di questa generazione sarebbero più alti di quelli delle generazioni precedenti, difatti i giovani sono capaci di moltiplicare le loro abilità grazie all’avanzamento delle tecnologie (Lancini, 2012).

Ma questa moltiplicazione di abilità, definita anche multitasking, il fare mille cose contemporaneamente come studiare ascoltando musica e chattando con gli amici, camminare mandando sms, come sta cambiando i processi cognitivi e l’uso dell’intelligenza? Si è visto come nel 2008 su 100 famiglie con almeno un ragazzo minorenne, il 51% si collega a internet ogni giorno e il 16,7% lo fa più di 3 ore al giorno. Inoltre, il 75% utilizza chat e messenger, l’80% usa di frequente youtube, il 22% ha inviato un filmato, il 41% ha un suo blog, il 50% è iscritto su facebook. Infine, il 54% ha il pc in camera e il 21,7% naviga in internet prima di addormentarsi (La Repubblica, 21 gennaio 2010).

Il problema principale è la concentrazione: i ragazzi sono bombardati da informazioni e spesso non sono in grado di selezionarle. Da una parte poi hanno la scuola che insegna un tipo di apprendimento basato sull’approfondimento e lo studio, dall’altro c’è internet che invece fornisce la possibilità di accedere in tempo reale alle più disparate informazioni rimanendo però spesso ad un livello superficiale (La Repubblica, 21 gennaio 2010). Il problema serio sopraggiunge quando il giovane non utilizza la tecnologia per i suoi fini specifici, ma per impersonare un personaggio diverso da quello che è nella vita reale oppure per trascorrere la maggior parte del tempo giocando con i videogiochi.

Il rischio più grande è che gli adolescenti non sappiano gestire questa tecnologia e tendano ad isolarsi sempre di più, facendo una vita sedentaria che li porti ad avere anche problemi di sovrappeso. Inoltre, l’esposizione a contenuti riservati ad adulti in televisione e su internet ha portato questa generazione a vivere il sesso in modo molto precoce e spesso senza le dovute informazioni.

Allora il punto focale è che i giovani imparino a sfruttare al meglio questi strumenti senza soccombere ad essi: tramite la tecnologia si può vivere meglio, ma senza diventarne schiavi. È importante quindi che la vita di un ragazzo sia ricca e piena di relazioni vere che gli riempiano la giornata. E allora ben vengano piccoli spazi del suo tempo dedicati ad inviare sms, email o a vedere il proprio profilo su facebook, ma senza che questi vadano a sostituirsi alla realtà. D’altra parte, la tecnologia, anche quella più avanzata, non potrà mai competere con il piacere che può regalare un pomeriggio trascorso con gli amici a scambiare quattro chiacchiere, una risata sincera con il migliore amico o una passeggiata mano nella mano con il partner.

È ricominciata la scuola e con essa i tanti impegni che invadono la vita dei bambini e di conseguenza dei genitori. Tra le tante occupazioni che i bambini hanno, una di quelle a cui gli adulti tengono in modo particolare riguarda lo sport. Spesso l’attività fisica praticata dai più piccoli è scelta dai genitori sulla base di varie motivazioni: la passione di un tempo, la struttura più vicina a casa, le preferenze degli amici, ecc. Ogni genitore quando opta per un determinato sport per il figlio deve tenere presente che il bambino deve poter divertirsi, dimostrare competenze e acquisire nuove abilità, stare con i compagni. Pertanto un primo requisito è che vi sia una corrispondenza tra le capacità e attitudini del bambino e le richieste dello sport che andrà a svolgere. Inoltre, è probabile che tanto più lo sport è amato dal bambino e quanto prima egli ne apprenderà le tecniche.

Bisogna anche considerare che esistono età più favorevoli in cui i piccoli imparano alcuni movimenti, ma c’è anche una correlazione in base alla maturazione fisica e psicologica del minore. In generale, lo sport contribuisce a sviluppare: coordinazione, forza, flessibilità, velocità e resistenza. A tal proposito, alcune discipline legate maggiormente alla coordinazione e alla rapidità (ad esempio: scherma, sci, ecc.) sono più adatte all’apprendimento per bambini a partire dai 6 ai 12 anni, mentre la preparazione per le discipline legate allo sviluppo della forza è bene che inizi dopo l’età del picco di velocità di crescita puberale (Carbonaro, 2001).

Un aspetto da non trascurare quando si sceglie una disciplina è se optare per uno sport di squadra oppure individuale. Lo sport di squadra orienta verso un obiettivo comune di tutto il gruppo pertanto aiuta il bambino a socializzare, può essere quindi adatto per i piccoli più timidi e introversi, mentre lo sport individuale individua una meta del singolo ed è utile a responsabilizzare il soggetto. In entrambi i casi l’attività sportiva è molto efficace nel creare un forte senso di responsabilità verso se stessi e verso gli altri. L’attività fisica è utile perché aiuta i bambini a scaricare le energie accumulate durante la giornata, dalle ore trascorse a fare i compiti a quelle dove sono costretti a stare seduti sui banchi di scuola.

È importante quindi che sia enfatizzato l’aspetto ludico dell’attività sportiva in modo che il bambino associ il divertimento al movimento fisico. Allo stesso tempo avrà modo di imparare: le regole sociali della convivenza, il rispetto degli altri, una sana competizione, la lealtà, il benessere fisico, uno stile di vita attivo, la cura di se stesso, una corretta alimentazione, l’igiene personale, ecc. tenendosi automaticamente lontano da troppe ore dedicate a videogiochi, computer, televisione e vita sedentaria. Se poi manifesterà un talento che lo porterà a svolgere uno sport a livello agonistico, questo lo diranno solo il tempo e la sua perseveranza.

In generale quindi lo sport è una palestra di vita, in quanto aiuta a gestire le emozioni, rafforza l’autostima e rende il soggetto più autonomo. Con il tempo l’attività fisica, in particolare quella agonistica, forma il carattere, l’identità e la personalità di un bambino. Un ruolo fondamentale lo rivestono i genitori che devono sostenere i propri figli, gratificarli quando raggiungono un risultato seppur minimo e incoraggiarli quando invece non forniscono una buona prestazione. Il supporto dei genitori è fondamentale per infondere sicurezza nel bambino e nelle sue capacità durante i periodi critici.

È necessario anche che la famiglia e gli allenatori non spingano il bambino ad assumere comportamenti e atteggiamenti da piccolo campione del tutto arbitrari enfatizzando una competizione diseducativa tra i più piccoli. Nel prossimo articolo proverò a stilare una breve guida per quei genitori che non hanno le idee chiare verso quale sport indirizzare il proprio figlio, mettendo in evidenza le caratteristiche fondamentali sia dal punto di vista fisico sia psicologico delle discipline più praticate.

Il consumismo giovanile è notevolmente aumentato negli ultimi anni tanto da portare a considerare i bambini e gli adolescenti un vero e proprio target determinante per chi si occupa di marketing. Da una parte infatti i giovani influenzano la famiglia sulle compere da fare e dall’altra hanno loro stessi un potere d’acquisto. Il bambino è entrato a far parte della domanda di beni e servizi sul mercato e per questo è destinato ad essere fidelizzato in qualità di consumatore fin dai primi anni d’età.

I bambini e gli adolescenti sono un’importante fonte di profitto e di persuasione rispetto alle decisioni economiche familiari. Già a partire dalle interazioni e dai confronti con i coetanei, essi crescono seguendo l’onda del facile acquisto e dell’immediata gratificazione, elementi delle attuali leggi di mercato, rischiando così di acquisire esclusivamente i valori materialistici, individualistici e del possesso e perdendo il senso ed il valore delle cose (Olivero e Russo, 2009).

Nelle ore libere da altri impegni infatti i bambini passano molto tempo a guardare la televisione (ricca di messaggi pubblicitari) o nei supermercati e nei negozi a fare acquisti con i genitori, diventando così perfetti conoscitori dei prodotti in vendita, delle marche e degli slogan. È per tali motivi che il mercato dei prodotti per l’infanzia è in continua espansione. Le aziende investono moltissimi soldi nella realizzazione di comunicazioni pubblicitarie suggestive specifiche per un pubblico di più piccoli. Il bambino assiste a questi messaggi pubblicitari quando guarda la televisione o è al computer, quando cammina per strada o si reca nei negozi, al cinema o quando sfoglia un giornalino.

Il mercato considera il bambino un consumatore immediato. È cioè il consumatore ideale perché ingenuo (o ritenuto tale) e a cui è possibile vendere qualsiasi cosa. Spesso i genitori accontentano i figli che desiderano acquistare prodotti superflui, anche per sedare il senso di colpa per il poco tempo dedicato loro. A volte sono i figli che autonomamente comprano gli oggetti che desiderano grazie ai soldi che ricevono settimanalmente dai genitori.

I bambini sono considerati anche mediatori dei consumi degli adulti, diventano cioè degli strumenti per le aziende in quanto possiedono un gran potere, ossia quello di influenzare i genitori. Le aziende riescono a guidare i consumi delle famiglie grazie all’influenza che hanno sui figli. Non solo le pubblicità destinate ai prodotti per l’infanzia, ma spesso anche quelle rivolte ad un pubblico adulto hanno come focus i bambini.

Infatti il bambino quando riconosce un prodotto di una particolare marca pubblicizzata, per esempio in televisione, chiederà ai genitori di comprarlo finché non sarà riuscito nel suo intento. Questa tecnica viene definita pester power (o nag factor), ossia il “potere di assillare”, che può creare problemi nel rapporto genitore-figlio a causa della rabbia o dei pianti che scatena se il prodotto non viene acquistato, così da indurre il genitore stremato ad accontentare il bambino per vederlo soddisfatto. Il fattore “assillo” viene particolarmente sfruttato dai pubblicitari che tentano di approfondire come spingere ancora di più i bambini ad essere pressanti nei confronti dei genitori (Olivero e Russo, 2009).

Una campagna pubblicitaria ben congegnata può mettere in crisi il rapporto genitore-bambino: il piccolo recepisce dalla pubblicità che determinati prodotti sono per lui e non accetta che l’adulto gli neghi il possesso di quel prodotto. Se il messaggio pubblicitario è in netto contrasto con la visione dei genitori, essi dovranno convincere con fatica e pazienza il figlio a lasciare da parte il messaggio e a seguire le proprie indicazioni educative; qualora i genitori non avessero la pazienza necessaria, i messaggi pubblicitari, nuovi educatori di molti bambini di oggi, l’avranno vinta. In quest’ultimo caso i genitori avranno perso autorevolezza e sicurezza, mentre i figli si abitueranno a sentirsi gratificati attraverso l’acquisto di determinati beni, crescendo senza sviluppare capacità quali l’autocritica, la riflessione e il ragionamento che potrebbero guidarli all’ascolto dei propri bisogni fisici e mentali (Oliverio Ferraris).

Inoltre i bambini sono anche i futuri consumatori e di conseguenza le aziende cercano di fidelizzarli creando da subito un rapporto positivo con la loro marca (brand), attraverso lo slogan o la confezione, che acquisisce per il piccolo consumatore una risonanza emotiva che dovrebbe “condizionarlo” anche negli anni a seguire, così da renderlo dipendente da quel prodotto per molto tempo. La merce per attirare un bambino deve evocare sensazioni piacevoli quali protezione, affetto, sicurezza oppure avventura, divertimento, curiosità. Elementi accattivanti per i bambini più piccoli sono gli animali, i jingle orecchiabili, i colori, brevi episodi di vita quotidiana e le confezioni, belle, divertenti e colorate. Altre tecniche comprendono la possibilità di regalare figurine o un elemento di una collezione di giocattoli insieme al bene di consumo.

Tutti questi aspetti generano il rischio di crescere figli dediti solo all’omologazione con i pari per sentirsi accettati e che non riescono a sviluppare un Io individuale forte e sicuro. Per questo motivo è necessario cogliere i reali bisogni dei bambini e degli adolescenti per evitare che crescano passivi, deboli e privi della capacità di affrontare le difficoltà di una vita futura.

Videogame_bambiniL’uso di computer, videogiochi, Internet e televisione è ormai una parte fondamentale nella vita di bambini e adolescenti e rappresenta la principale fonte di svago e divertimento per la maggioranza dei giovani d’oggi. Quest’uso a volte spasmodico dei media interattivi ci deve porre davanti ad un importante interrogativo: come e quanto i mezzi di comunicazione moderni possono influenzare lo sviluppo cognitivo e sociale della gioventù? È vero che la violenza trasmessa dai media può generare comportamenti violenti nei giovani?

Sebbene vi sia una crescente ricerca su questo argomento ed un consenso di gran parte dei ricercatori sul fatto che la violenza nei media possa essere dannosa, ancora ciò non è stato ben compreso dalla società. Generalmente, le ricerche si focalizzano da una parte sulla frequenza e la natura della violenza e dall’altra sulle emozioni, gli atteggiamenti e i comportamenti generati dalla vista di atti violenti (Cantor, 2004).
Proviamo ad immaginare l’effetto che fa in un ragazzo osservare quotidianamente e per ripetute ore scene violente nei videogiochi, nei fumetti o alla televisione. Rispetto al passato c’è da considerare anche la maggiore intensità di esposizione a questi stimoli negativi. Un famoso precedente che deve farci riflettere sulla potenza dei mass media sui giovani è l’epidemia di suicidi verificatasi in Germania in seguito alla pubblicazione, nel 1774, del romanzo I dolori del giovane Werther di Goethe.
Il fenomeno fu talmente potente che alcuni Paesi proibirono la diffusione del testo. Moderni studiosi di suicidologia hanno chiamato questo fenomeno “effetto Werther” per definire l’influenza esercitata dai mass media sui comportamenti autolesivi (Picozzi, Venditti e Zappalà, 2002). Tra tutti i media interattivi i videogiochi sono sicuramente il passatempo preferito dei bambini e degli adolescenti e per questo motivo è importante capire quanto questi possano influenzarne lo sviluppo sociale e cognitivo. Giocare è il modo più comune per i giovani di utilizzare il computer o la televisione, in particolare per i maschi.
Dalle ricerche si è evinto che per valutare l’influenza dei media interattivi è necessario prendere in considerazione non tanto il tempo totale trascorso, quanto piuttosto il contenuto, la trama, i personaggi, gli obiettivi del gioco. Infatti, l’identificarsi con un personaggio e il coinvolgimento attivo possono facilitare l’apprendimento di materiale educativo e formativo, ma possono anche facilitare incredibilmente l’apprendimento di contenuti violenti. È emerso come i maschi preferiscano in larga misura giochi che prevedono azioni violente o sport rispetto alle ragazze che invece prediligono giochi fantastici, di relazione o puzzle (Picozzi, Venditti e Zappalà, 2002).
Secondo la prospettiva dell’apprendimento sociale (Bandura, 1977, 1986), la relazione tra il giocare ad un videogioco violento e il conseguente comportamento aggressivo si deve attribuire al modeling, cioè i soggetti apprendono come commettere azioni aggressive emulando altri. Inoltre, i media possono avere il potere di trasmettere ai giovani, spesso erroneamente, quali comportamenti sono appropriati e quali invece sono da punire (Picozzi, Venditti e Zappalà, 2002).
A sostegno dell’ipotesi che vi sia un legame tra utilizzo dei videogiochi a carattere violento e comparsa o aumento di comportamenti aggressivi vi sono i seguenti elementi:
- l’identificazione con il personaggio aggressivo potrebbe essere maggiore nel gioco interattivo, in quanto è possibile scegliere determinate caratteristiche di combattimento del personaggio per sconfiggere gli avversari;
- il giocatore è un partecipante attivo, per cui prova sensazioni di successo o di fallimento in base alle decisioni prese durante il gioco;
- il giocatore effettua scelte comportamentali aggressive, le mette in atto e riceve ricompense se queste si sono rivelate vincenti (Picozzi, Venditti e Zappalà, 2002).
Le scelte e le preferenze dei giovani riguardo ai media cambiano con la crescita, ciò sia per le maggiori opportunità di accesso al mondo esterno sia per lo sviluppo sociale e cognitivo. In ogni caso è bene ricordarsi che i modelli formati da bambini tendono ad essere altamente predittivi riguardo alle preferenze e al tipo di interazione futura con i media (Picozzi, Venditti e Zappalà, 2002).
In conclusione, perché i giovani trascorrono così tanto tempo giocando ai videogiochi, navigando su Internet o guardando la televisione? Purtroppo oggi i genitori hanno poco tempo per stare con i figli, sia per motivi di lavoro sia per interessi personali, per cui i mass media fungono da baby sitter in un mondo sempre più frenetico dove i genitori, in particolare le mamme, devono districarsi tra mille cose da fare.
Vorrei evidenziare il fatto che alcuni ricercatori hanno riscontrato che la comunicazione con i genitori sia una variabile fondamentale nell’ambito dell’influenza dei media sui giovani. Laddove tale comunicazione sia scarsa è più facile che si verifichi l’effetto negativo dei videogiochi violenti, in quanto viene a mancare il ruolo protettivo ed esplicativo del genitore (Wallenius e Punamäki, 2008). Condillac sosteneva che l’uomo è il frutto della sua educazione. Ciò è sempre vero ed è per questo motivo che la famiglia rimane il fulcro della formazione e dell’evoluzione di un giovane.

 

Il mercato della pornografia non conosce crisi ed in base ad una ricerca dell’Eurispes si è stimato che abbia un fatturato annuale pari ad una media di 993 milioni di euro l’anno (quasi 2000 miliardi di vecchie lire). Ciò grazie anche alle televisioni a pagamento, ai siti web e alle chat a sfondo erotico. Anche a causa di questa ampia diffusione e alla facile reperibilità di materiale pornografico è aumentato prepotentemente il fenomeno della pornodipendenza e nello specifico della dipendenza da sesso virtuale (denominata anche cybersexual addiction). Nei casi gravi si instaura una vera e propria dipendenza dalla chat e dalla visione di film pornografici, con un sempre maggiore distacco tra il mondo reale e quello virtuale. Il dipendente da sesso virtuale perde la concezione del tempo e passa ore davanti al computer a guardare foto e film pornografici senza riuscire a smettere, masturbandosi in maniera compulsiva. Serie conseguenze sia psicologiche che fisiologiche si verificano nel soggetto. La vita sociale sarà sempre più compromessa infatti la persona tende progressivamente a perdere fiducia in sé, ad evitare i rapporti sociali e relazionali, con un calo del desiderio nei confronti della partner. Infatti, riesce a trarre soddisfazione dal sesso solo se contemplato nell’immaginario pornografico.

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28 Dicembre 2007 at 01:09 e taggato , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink