Quando gettare via anche il più piccolo oggetto diventa un trauma troppo difficile da superare fino a rovinare la vita di chi ne è vittima, si è di fronte ad una sindrome denominata disposofobia o Compulsive Hoarding Syndrome.

Esiste addirittura una serie TV su questa patologia: “accumulatori Seriali”, dove si raccontano i casi più scioccanti di chi ha lasciato che gli oggetti prendessero il sopravvento sulla propria esistenza.

La disposofobia è un disturbo psicologico caratterizzato da una seriale tendenza ad accumulare compulsivamente (si può anche definire disturbo da accumulo) qualsiasi oggetto anche se inutile o deperibile senza avere poi la capacità di disfarsene perché “un giorno o l’altro potrebbero servire”. Alcuni accumulano particolari tipi di oggetti, come giornali, bricolage o indumenti. Altri, affetti da una condizione nota come sindrome di Diogene, conservano i rifiuti, compresi vecchi contenitori, cibo andato a male o rifiuti umani. Infine, ci sono gli accumulatori di animali, persone che raccolgono molti più animali di quanti possano mantenerne in condizioni adeguate, mettendo a rischio la salute e la sicurezza propria e degli animali (Harmon, 2012).

Una delle caratteristiche peculiari dei soggetti con disposofobia è un forte attaccamento nei confronti delle cose che posseggono, talvolta attribuendo ad esse un forte senso identitario. Ecco che lo scenario di doversi sbarazzare di cose a cui sentono di essere molto legati affettivamente può essere esperito dalla persona come molto doloroso.

È proprio la difficoltà a buttare via le cose che può portare ad occupare significativamente gli spazi di casa, fino ad ostacolare le normali attività quotidiane come cucinare, pulire, camminare e addirittura dormire.

L’accaparratore (hoarder) ha paura di buttare e di disfarsi di qualsiasi cosa, fino ad accumulare in modo patologico ogni oggetto che attrae la sua attenzione. Lo spazio occupato dalle “collezioni” può arrivare ad ingombrare gran parte dello spazio in casa.

Molti di noi sentono la propria casa o il proprio spazio di lavoro più affollato del dovuto o di quanto servirebbe alla nostra serenità mentale. Ma nelle persone a cui è stato diagnosticato il disturbo da accumulo di solito questo comportamento arriva a livelli straordinari (Harmon, 2012).

Sepolti in casa, letteralmente sommersi da oggetti di qualsiasi tipo. È questa l’immagine che più di ogni altra caratterizza le persone affette da disposofobia.

L’enorme quantità di oggetti accumulati dall’hoarder può mettere in pericolo la sua salute e la sua sicurezza. Infatti, a causa delle scarse condizioni igieniche in cui vive, la persona affetta da disposofobia può ammalarsi, cadere, farsi male o scatenare un incendio che può anche coinvolgere i vicini. Un altro elemento che caratterizza questa patologia è il progressivo isolamento a cui tende l’hoarder a causa dell’imbarazzo e della vergogna che prova nell’invitare ospiti nella propria casa. Ciò può essere motivo di discussioni con i familiari e con i vicini. Tali conflitti possono portare anche alla rottura dei pochi rapporti interpersonali che ha l’accaparratore il quale vede aggravarsi il suo stato psicologico fino a trovarsi in uno stato di totale degrado e abbandono.

Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, DSM V) nel quale la disposofobia (HD, Hoarding Disorder) ha acquisito lo status di disturbo con criteri diagnostici propri, la diagnosi di HD può essere fatta se il comportamento di accumulo non è ascrivibile ad altra condizione medica generale o ad altro disturbo mentale (APA, American Psychiatric Association, 2013).

In tal senso, talvolta i soggetti affetti da disposofobia pensano che gli oggetti abbiano dei veri e propri sentimenti. Il paziente ossessivo-compulsivo, invece, anche nei casi in cui manifesta una sintomatologia di accumulo, non è in alcun modo interessato al valore emotivo o affettivo dell’oggetto, ma piuttosto non se ne libera per motivi superstiziosi perché pensa che quell’oggetto possa proteggerlo da qualche evento negativo.

Il paziente con disturbo da accumulo invece non riesce a buttare via gli oggetti perché questi fanno parte integrante della sua identità personale, dei suoi ricordi e liberarsene lo porterebbe a dover affrontare a una vera e propria esperienza di lutto.

Riguardo al trattamento di questa patologia vale il concetto secondo cui per qualsiasi disturbo psicologico, il soggetto interessato deve rendersi conto di avere un problema. Alcune indicazioni di base per persone che manifestano la disposofobia sono: stabilire un numero massimo di oggetti da conservare ed evitare di isolarsi. Se questi suggerimenti non bastano allora è necessario iniziare una psicoterapia che ha come obiettivo sostituire il bisogno di accumulare con interessi nuovi che vadano a creare una diversa gestione del tempo libero.

Il consumismo giovanile è notevolmente aumentato negli ultimi anni tanto da portare a considerare i bambini e gli adolescenti un vero e proprio target determinante per chi si occupa di marketing. Da una parte infatti i giovani influenzano la famiglia sulle compere da fare e dall’altra hanno loro stessi un potere d’acquisto. Il bambino è entrato a far parte della domanda di beni e servizi sul mercato e per questo è destinato ad essere fidelizzato in qualità di consumatore fin dai primi anni d’età.

I bambini e gli adolescenti sono un’importante fonte di profitto e di persuasione rispetto alle decisioni economiche familiari. Già a partire dalle interazioni e dai confronti con i coetanei, essi crescono seguendo l’onda del facile acquisto e dell’immediata gratificazione, elementi delle attuali leggi di mercato, rischiando così di acquisire esclusivamente i valori materialistici, individualistici e del possesso e perdendo il senso ed il valore delle cose (Olivero e Russo, 2009).

Nelle ore libere da altri impegni infatti i bambini passano molto tempo a guardare la televisione (ricca di messaggi pubblicitari) o nei supermercati e nei negozi a fare acquisti con i genitori, diventando così perfetti conoscitori dei prodotti in vendita, delle marche e degli slogan. È per tali motivi che il mercato dei prodotti per l’infanzia è in continua espansione. Le aziende investono moltissimi soldi nella realizzazione di comunicazioni pubblicitarie suggestive specifiche per un pubblico di più piccoli. Il bambino assiste a questi messaggi pubblicitari quando guarda la televisione o è al computer, quando cammina per strada o si reca nei negozi, al cinema o quando sfoglia un giornalino.

Il mercato considera il bambino un consumatore immediato. È cioè il consumatore ideale perché ingenuo (o ritenuto tale) e a cui è possibile vendere qualsiasi cosa. Spesso i genitori accontentano i figli che desiderano acquistare prodotti superflui, anche per sedare il senso di colpa per il poco tempo dedicato loro. A volte sono i figli che autonomamente comprano gli oggetti che desiderano grazie ai soldi che ricevono settimanalmente dai genitori.

I bambini sono considerati anche mediatori dei consumi degli adulti, diventano cioè degli strumenti per le aziende in quanto possiedono un gran potere, ossia quello di influenzare i genitori. Le aziende riescono a guidare i consumi delle famiglie grazie all’influenza che hanno sui figli. Non solo le pubblicità destinate ai prodotti per l’infanzia, ma spesso anche quelle rivolte ad un pubblico adulto hanno come focus i bambini.

Infatti il bambino quando riconosce un prodotto di una particolare marca pubblicizzata, per esempio in televisione, chiederà ai genitori di comprarlo finché non sarà riuscito nel suo intento. Questa tecnica viene definita pester power (o nag factor), ossia il “potere di assillare”, che può creare problemi nel rapporto genitore-figlio a causa della rabbia o dei pianti che scatena se il prodotto non viene acquistato, così da indurre il genitore stremato ad accontentare il bambino per vederlo soddisfatto. Il fattore “assillo” viene particolarmente sfruttato dai pubblicitari che tentano di approfondire come spingere ancora di più i bambini ad essere pressanti nei confronti dei genitori (Olivero e Russo, 2009).

Una campagna pubblicitaria ben congegnata può mettere in crisi il rapporto genitore-bambino: il piccolo recepisce dalla pubblicità che determinati prodotti sono per lui e non accetta che l’adulto gli neghi il possesso di quel prodotto. Se il messaggio pubblicitario è in netto contrasto con la visione dei genitori, essi dovranno convincere con fatica e pazienza il figlio a lasciare da parte il messaggio e a seguire le proprie indicazioni educative; qualora i genitori non avessero la pazienza necessaria, i messaggi pubblicitari, nuovi educatori di molti bambini di oggi, l’avranno vinta. In quest’ultimo caso i genitori avranno perso autorevolezza e sicurezza, mentre i figli si abitueranno a sentirsi gratificati attraverso l’acquisto di determinati beni, crescendo senza sviluppare capacità quali l’autocritica, la riflessione e il ragionamento che potrebbero guidarli all’ascolto dei propri bisogni fisici e mentali (Oliverio Ferraris).

Inoltre i bambini sono anche i futuri consumatori e di conseguenza le aziende cercano di fidelizzarli creando da subito un rapporto positivo con la loro marca (brand), attraverso lo slogan o la confezione, che acquisisce per il piccolo consumatore una risonanza emotiva che dovrebbe “condizionarlo” anche negli anni a seguire, così da renderlo dipendente da quel prodotto per molto tempo. La merce per attirare un bambino deve evocare sensazioni piacevoli quali protezione, affetto, sicurezza oppure avventura, divertimento, curiosità. Elementi accattivanti per i bambini più piccoli sono gli animali, i jingle orecchiabili, i colori, brevi episodi di vita quotidiana e le confezioni, belle, divertenti e colorate. Altre tecniche comprendono la possibilità di regalare figurine o un elemento di una collezione di giocattoli insieme al bene di consumo.

Tutti questi aspetti generano il rischio di crescere figli dediti solo all’omologazione con i pari per sentirsi accettati e che non riescono a sviluppare un Io individuale forte e sicuro. Per questo motivo è necessario cogliere i reali bisogni dei bambini e degli adolescenti per evitare che crescano passivi, deboli e privi della capacità di affrontare le difficoltà di una vita futura.