Il Natale ha un indiscutibile fascino su adulti e bambini. È una festa magica soprattutto perché i bambini ai quali ancora non è stata svelata la verità su Babbo Natale, credono in modo meravigliosamente puro che questo “supernonno” vestito di rosso porti regali a tutti i bambini volando su una slitta.

Ed ecco che questa magia si punteggia di tanti piccoli rituali che la rendono ancora più credibile agli occhi dei più piccoli: c’è la possibilità di scrivere la letterina dove si richiedono i doni preferiti, la cassetta rossa dove imbucarla, il piattino di biscotti e il bicchiere di latte da lasciare sul tavolo per rifocillare Babbo Natale, casette dove incontrare Santa Claus in persona, addirittura qualche familiare si traveste da Babbo Natale e riesce (con i più piccoli) a rendersi credibile. Gli adulti dal canto loro si lasciano affascinare dalle mille luci colorate che ornano le strade e i negozi e possono lasciarsi trascinare dalle fantasticherie dei più piccoli per avere la sensazione di tornare bimbi per qualche istante.

Essere bambini e diventare grandi. La credenza che Babbo Natale esista segna un passaggio importante dall’infanzia pura a quella più smaliziata dei bambini più grandi.

Fino a che età è normale che un bambino creda a Babbo Natale? È una domanda che i genitori di bambini piccoli si pongono ogni anno, chiedendosi per quanto ancora sia giusto recitare la parte di quelli che aspettano un vecchietto vestito di rosso con barba bianca che porta i regali. Non esiste un’età esatta in cui è giusto spezzare l’incantesimo sulla credenza di Babbo Natale. L’aspetto più importante riguarda la conoscenza del proprio figlio e della sua sensibilità.

Il primo elemento da considerare comunque è l’età. Di solito i bambini fino a 5 anni credono senza riserve all’esistenza di Babbo Natale. Tra i 5 e i 7 anni iniziano i dubbi, il pensiero magico che alimentava la fantasia quando si è più piccoli è svanito. All’età di 9 anni ormai i bambini hanno scoperto la verità.

Un altro aspetto da considerare, e che può rincuorare molti genitori, è che la scoperta che Babbo Natale non esiste non arriva all’improvviso. Quando i bambini sono pronti a scoprire la verità si capisce anche da come percepiscono alcune situazioni che hanno visto per caso. Ad esempio, notano i genitori che incartano i regali o li vedono sistemare i doni sotto l’albero di Natale. Il bambino che è ormai pronto alla scoperta, inizia a notare tanti piccoli indizi che lo portano sempre di più a dubitare. D’altra parte se il bambino ancora non è pronto può notare la testimonianza più schiacciante sulla non esistenza di Babbo Natale, ma ciò non farà crollare il suo mondo fantastico fatto di elfi, fate, draghi, e Babbo Natale.

In effetti la maggior parte dei bambini scopre in autonomia che Santa Claus non esiste, spesso anche con il suggerimento di compagni di scuola o parenti più grandi oppure perché nota l’elastico che regge la barba bianca o perché riconosce il familiare che si è travestito. La dissonanza che si crea tra i vari elementi porta il bambino a tirare la conclusione più logica sommando tutti gli elementi a disposizione. Non dimentichiamo che i bambini amano molto giocare a “fare finta di”. Questo modo di giocare è fondamentale alla loro età perché imparano ad immedesimarsi nei loro personaggi preferiti e di conseguenza ad immaginare la realtà in tanti modi diversi e alternativi.

Se il bambino è ancora piccolo (sotto i 5 anni) e sente dire che Babbo Natale non esiste e ci rimane male, è meglio che sia rassicurato del contrario, cioè sul fatto che alcune persone non credono a Santa Claus ma che invece i suoi genitori ci credono.

La scoperta quando il bambino è un po’ più grande non provoca traumi, ma avviene in modo molto graduale, anche perché è la somma dei segnali colti dal bambino che lo porta nella giusta direzione. Inconsciamente il bambino ha già elaborato questi indizi. Il genitore è meglio che non si avventuri nel fare rivelazioni serie o drammatiche, ma piuttosto non deve fare altro che lasciare qualche altro elemento più chiaro che porti il figlio nella giusta direzione.

Quando il bambino scoprirà la verità su Babbo Natale, è bene che i genitori gli raccontino di come anche loro hanno creduto alla sua esistenza e di come abbiano amato quel periodo della loro vita: proprio questa gioia li avrebbe spinti a rivivere con lui la magica suggestione del Natale. Il passaggio del bambino a sentirsi più “grande” dopo questa scoperta, può essere rafforzato dalla richiesta di non svelare nulla ai fratellini o alle sorelline. Anzi deve aiutare i genitori a creare la messinscena per i più piccoli di casa e che anche lui sarà un depositario del segreto di Babbo Natale.

3 Gennaio 2017 at 19:52 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Due sono le categorie di persone più a rischio per maltrattamento: i minori e gli anziani. In entrambi i casi infatti i soggetti interessati sono deboli perché incapaci o impossibilitati a difendersi e a denunciare i fatti.

Negli ultimi anni ci sono stati moltissimi procedimenti giudiziari legati a maltrattamenti di minori e anziani. Solo dall’inizio del 2016 ci sono stati molteplici casi accertati dai carabinieri (Panorama – Francalacci, 1 agosto 2016). Nel febbraio 2016 in una scuola a Pavullo nel Frignano, comune montano in provincia di Modena, è emerso che l’insegnante sottoponeva gli alunni a violenze fisiche come schiaffi, percosse, spinte, minacce. Una insegnante aveva persino punito una bambina lasciandola all’aperto a 700 metri di altitudine in pieno inverno. Gli alunni terrorizzati non volevano più andare a scuola. Lo stato d’animo angosciato di questi bambini ha allertato alcuni genitori che hanno sporto denuncia da cui poi è partita l’indagine.

Sempre a febbraio 2016 in un asilo di Pisa una maestra si rivolgeva così ad alcuni bambini da 1 a 3 anni: “Rincoglionito, oggi ti faccio del male, sciocco stai zitto, ti metto fuori al freddo, sei duro come il muro, a te oggi niente frutto, levati di torno, boia! Vai a piangere in bagno, con te non ci parlo”. Oltre ad insulti e urla, questa maestra picchiava anche i bambini. La donna è finita agli arresti domiciliari.

Nell’aprile 2016 una maestra di Bisceglie picchiava e offendeva i bambini che non mangiavano o non obbedivano.

Ancora nell’aprile 2016 un’educatrice di un asilo comunale di Roma maltrattava con schiaffi, scossoni e grida bambini di età compresa tra i 12 e 24 mesi.

Nell’agosto 2016 in un asilo del quartiere Bicocca di Milano il titolare e la coordinatrice della struttura sono stati arrestati. Alcuni bimbi sarebbero stati più volte legati con cinghie alle sedie, altri chiusi al buio in stanzini e trattenuti dentro a lungo terrorizzati nonostante urla e pianti disperati. In un caso è stato rilevato in ospedale anche un morso dato sul collo vicino all’orecchio ad un piccolo di circa 2 anni da parte della donna.

Molti casi riguardano anche gli anziani. Nell’ottobre 2016 ad Acerno nel salernitato sono state emesse diciotto misure cautelari nei confronti del direttore e degli operatori di una casa di cura per anziani che devono rispondere per maltrattamenti continui e aggravati. Razioni di cibo minime, schiaffi, minacce, bestemmie, strattoni. Erano queste, come dimostrano le intercettazioni audio e le riprese video agli atti dell’inchiesta, le condizioni quotidiane di vita per una trentina di anziani e sofferenti psichici ospiti in questa casa di cura. Non avevano spesso neanche il permesso di comunicare con i propri parenti e non potevano usufruire liberamente dei servizi igienici. «Posso andare in bagno?» chiede un anziano e l’assistente con crudeltà risponde: «Quando stai per morire». E poi ancora: «Ti sfondo la testa». E in sottofondo il pianto dei poveri pazienti (Corriere della Sera – Coppola, 19 ottobre 2016).

Ancora nell’ottobre 2016 anziani ultrasettantenni e anche una donna di oltre 90 anni, insultati, strattonati, vittime di violenze fisiche e morali. È accaduto in una casa di riposo di Gioia del Colle dove, stanca di subire maltrattamenti da parte di una operatrice sanitaria, un’anziana ospite ha deciso di reagire e ha raccontato tutto alla responsabile della struttura che ha messo fine alle vessazioni facendo arrestare la responsabile (La Gazzetta del Mezzogiorno – Laforgia, 22 ottobre 2016).

Riguardo agli anziani, la tendenziale crescita demografica della popolazione di età avanzata ha posto la società di fronte al problema dell’assistenza agli anziani. La persona in età senile frequentemente si trova, alla fine, a perdere la propria indipendenza per eterogenee motivazioni: giunge, quindi, ad instaurare rapporti di dipendenza domestica, medico-igienica, motoria e socio-emotiva.

È bene tenere presente che i casi di maltrattamento ai danni delle persone di età avanzata che giungono alla Magistratura sono presumibilmente una minima parte della reale presenza del fenomeno (Molinelli et al., 2007).

I casi da citare sarebbero moltissimi e questi sono solo alcuni di quelli avvenuti negli ultimi mesi. Si tratta di una lunga e vergognosa scia di violenza che colpisce i soggetti più deboli della nostra società. Come possono infatti denunciare e raccontare bambini piccolissimi o anziani spesso soli o molto malati?

I bambini sono il futuro della nostra società, mentre gli anziani rappresentano la storia e i ricordi e troppo spesso vengono dimenticati e lasciati soli. Entrambe le categorie andrebbero protette e salvaguardate da qualsiasi atto di violenza e maltrattamento nei loro confronti. I minori hanno diritto a costruire il proprio futuro su basi allegre e spensierate; gli anziani dal canto loro hanno diritto di poter vivere una vecchiaia serena.

Riguardo alla tutela dei minori, come è affermato nell’art. 3 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia, approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 20 novembre 1989, “in tutte le decisioni riguardanti i bambini che scaturiscono da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative o organi legislativi, l’interesse prevalente del bambino deve costituire oggetto di primaria considerazione”.

In quest’ottica, dopo anni di violenze, circa due mesi fa la Camera ha approvato la legge sulla videosorveglianza negli asili e nelle strutture per anziani e disabili. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato (Orizzonte Scuola, 19 ottobre 2016).

La videosorveglianza entra quindi negli asili e nelle strutture per anziani e disabili. Le immagini filmate potranno essere visionate solo dopo una segnalazione credibile o una denuncia, e solo dalla la polizia o da un pubblico ministero. Non potranno essere viste da nessun altro, neppure dal personale della scuola.

Inoltre, per l’installazione del sistema di videosorveglianza sarà necessario l’assenso dei sindacati e per la tutela della privacy, la presenza dei sistemi di videosorveglianza dovrà essere segnalata con dei cartelli a tutti quelli che accedono negli edifici monitorati.

Tale provvedimento non tocca solo l’argomento della videosorveglianza, ma entra anche nel merito di una valutazione attitudinale nell’accesso alle professioni educative e di cura ovvero test psico-attitudinali da fare al momento dell’assunzione e poi periodicamente, nonché di formazione iniziale e permanente del personale delle strutture (Orizzonte Scuola, 19 ottobre 2016).

Questo provvedimento è davvero importante, dal momento che ogni forma di violenza ai danni di un minore crea una forte destabilizzazione nello sviluppo della sua personalità, e provoca danni a breve, medio e lungo termine sul processo di crescita del bambino. Tutte le forme di maltrattamento ai danni di un minore possono generare serie conseguenze a seconda della gravità e della durata delle violenze subite.

I bambini maltrattati frequentemente manifestano: pianto costante, panico, paura, accessi di aggressività, comportamenti regressivi, rifiuto di contatto fisico di ogni tipo e ansia eccessiva per gli approcci relazionali. Inoltre, è possibile che si presenti un’eccessiva attenzione per i pericoli in generale e verso l’ambiente circostante. Sono bambini che si mostrano timidi, remissivi e paurosi in ambienti estranei, ma spesso al rientro nel loro contesto diventano aggressivi e sfogano la loro aggressività con la modalità del gioco violento. Va tenuto presente che, in età evolutiva, la psicopatologia è caratterizzata da una flessibilità dei sintomi, poiché il bambino reagisce ad un evento stressante a seconda della sua personalità e, soprattutto in base allo stadio evolutivo in cui si trova, in base alla sua storia pregressa, e al tipo di ambiente in cui vive. I sintomi che il bambino presenta in reazione ad un evento stressante sono sempre aspecifici, e soprattutto sono in relazione ai fattori protettivi e di rischio che ha sperimentato all’interno del suo ambiente familiare (Popolla, 2010).

Non dimentichiamo inoltre che la scuola è un osservatorio priviliegiato della condizione dei minori e che essi, frequentandola per molte ore al giorno e per diversi anni dovrebbero sia poter instaurare rapporti di fiducia con i propri insegnanti sia riuscire ad esprimere più liberamente se stessi, le loro esperienze e anche le loro sofferenze, e non essere invece maltrattati proprio da chi si dovrebbe prendere cura di loro (Iamartino, 2007).

In quest’ottica, la focalizzazione sull’abilità di riconoscere determinate modalità educative come forme di maltrattamento è fondamentale sia in un’ottica di prevenzione secondaria, consentendo al corpo insegnante di rilevare tecniche e prassi educative inappropriate, eventualmente agite al suo interno; sia in termini di prevenzione primaria, se si opera per incrementare la capacità dei docenti di riflettere e controllare le proprie condotte professionali, potenzialmente sfociabili in un maltrattamento dell’alunno (Caravita e Miragoli, 2007).

Grazie all’approvazione del provvedimento sull’inserimento delle telecamere negli asili e nelle case di cura, sia la scuola sia il contesto medico-assistenziale sono coinvolti in prima linea nella prevenzione del disagio e di conseguenza nella diffusione e nella somministrazione efficace di interventi volti alla promozione del benessere psicologico e della tutela della salute fisica e mentale dei bambini e degli anziani (World Health Organization, 1990; Miragoli e Caravita, 2007).

L’ultima notte di ottobre è dedicata ad una festa che ormai ha un grande riscontro anche in Italia, cioè Halloween.

Già da molti giorni le vetrine dei negozi sono addobbate con pipistrelli, zucche, scheletri, vampiri, streghe, ragnatele, fantasmi, ecc.

I bambini non aspettano altro che mascherarsi con costumi mostruosi e giocare chiedendo: “dolcetto o scherzetto?” (“trick or treat”).

Ma Halloween non è una festa solo per bambini, perché anche molti adulti si divertono a travestirsi da macabri personaggi.

Cosa attrae così tanto adulti e bambini in questa festa?

Innanzitutto è un modo per avvicinarsi e di toccare con mano le proprie paure più recondite in modo scherzoso. Spaventare e spaventarsi per gioco ad Halloween può avere un effetto quasi terapeutico rispetto alle nostre paure più innate, come la paura della morte, la paura dell’ignoto e la paura del buio.

La possibilità di scherzare su questi temi e sapere che non accadrà nulla è un modo per dominare tali paure.

Inoltre, il travestimento di per sé può celare il desiderio di impersonare qualcun altro ed in particolare assumere le sembianze di una strega, di un fantasma, di uno zombie, di un diavolo, di un vampiro, ecc. può servire ad esternare in modo innocuo una parte di noi che normalmente è celata e che invece rappresenta il lato più nascosto e trasgressivo che invece in questo modo può essere manifestato.

Molti genitori però temono che una festa del genere possa impaurire i loro figli e far emergere nei loro sogni mostri e figure terribili che nell’immaginario collettivo è meglio tenere lontani dai più piccoli.

In realtà, il voler impersonare un mostro o un personaggio lugubre oppure giocare con teschi, ragnatele, ragni e pipistrelli può avere tutt’altro che un effetto negativo. Infatti, immedesimarsi in un’altra identità è un aspetto del gioco che dovrebbe essere sempre presente nel gioco dei bambini dai 3 anni in su. È da questa età in avanti che il bambino gioca con la fantasia e si diverte a “fare finta di” essere un protagonista delle fiabe piuttosto che un animale o un personaggio della notte o dei propri sogni.

Halloween asseconda proprio questo aspetto ludico dei bambini: giocare con altre sfaccettature della propria fantasia senza paura che accada qualcosa. Halloween aiuta a esorcizzare le proprie paure. Il bambino potrà scegliere di travestirsi proprio del personaggio che più lo spaventa oppure che più lo affascina; in ogni caso egli ne assumerà le vesti sapendo di essere al sicuro perché conscio della dimensione scherzosa della festa.

Questa festa affascina grandi e piccini perché è ricca di un simbolismo macabro che normalmente viene tenuto lontano, ma che per questa occasione si tocca con mano. Proprio grazie ai rituali della notte del 31 ottobre, Halloween si arricchisce di una funzione liberatoria rispetto a tutte le proprie paure. In questo modo affrontiamo la paura della morte, la tocchiamo e la sconfiggiamo. La morte è qualcosa di cui bisogna avere rispetto. Avere troppa paura della morte può solo impedire di vivere con serenità e avventura la vita.

Proprio questa paura che da sempre accompagna il concetto di morte ha fatto sì che il nostro immaginario creasse un momento in cui i morti possono tornare tra i vivi, ed è ciò che dovrebbe accadere magicamente la notte di Halloween.

Halloween rappresenta quindi la festa che più di ogni altra serve ad esorcizzare il più antico dei sentimenti: la paura, in particolare della morte.

Proprio per questo motivo, è importante che i bambini imparino a parlare delle proprie paure, così da poterle affrontare ed esorcizzare.

In che modo? Il travestimento e la messinscena portano il bambino a fare proprio un mondo altrimenti sconosciuto, come quello dell’ignoto e dell’occulto. Proprio parlare, rappresentare e raccontare di un mondo affollato di mostri permette di non viverlo più come tale.

Uno dei rituali della notte di Halloween è di tenere le lanterne accese per allontanare gli spiriti maligni ed impedire alla morte di portare l’oscurità. In particolare, la notte del 31 ottobre si espongono le zucche illuminate. La zucca, detta anche jack-o-lantern, assume una connotazione sovrannaturale grazie alla leggenda di Jack che insegna come le forze dell’occulto nulla possano contro la ragione. Proprio l’intelligenza permise al fabbro Jack di salvarsi dal diavolo. Secondo la leggenda, alla morte di Jack, il demone diede all’uomo un tizzone di fuoco eterno che egli adagiò all’interno di una zucca vagando tra le anime disperse.

Proprio la lampada a forma di zucca oggi è il simbolo di un mondo sconosciuto che si può affrontare senza paura.

Purtroppo è successo di nuovo: una bimba di 18 mesi è stata “dimenticata” in auto dalla mamma. La piccola, soccorsa dopo 4 ore, è stata trasportata all’ospedale di Cecina, poi con un elicottero all’ospedale pediatrico Meyer dove è morta il giorno successivo (27 luglio 2016).

«L’ho uccisa, l’ho dimenticata in auto, sono io la responsabile della morte di mia figlia». In una stanzetta, davanti al reparto di terapia intensiva dell’ospedale pediatrico Meyer, c’è una mamma che da ore ripete le stesse parole come un’improbabile nenia. È prostrata e sembra lo spettro di quella donna piena di energia ed entusiasmo capace di alzarsi ogni giorno alle 3 e mezza del mattino per aprire la pescheria dove lavora con il marito e poi alle 7 in punto accompagnare le figlie di 6 e un anno e mezzo al campo estivo e all’asilo nido come un orologio svizzero. Martedì mattina quel meccanismo si è inceppato. Michela C., 37 anni, ha aperto il negozio, ha accompagnato i figli e infine si è scontrata con il buco nero della sua memoria”. «Ero sicura di aver lasciato Gaia felice all’asilo, di averla salutata come sempre con un bacio — racconta ancora sotto choc — e invece era sempre lì, nel seggiolino sul sedile posteriore, dormiva, sognava forse». È una giornata calda, più di 30 gradi. Michela parcheggia la sua Focus come sempre in piazza Garibaldi a Vada (Livorno) davanti alla pescheria, chiude portiere e finestrini con il telecomando, poi va al lavoro in negozio con il marito. Solo dopo quattro ore, tornando alla macchina, si accorge della piccola esamine. Gaia sta malissimo, è svenuta, respira a fatica. Troppe ore al sole in quell’abitacolo diventato un forno”. (Gasperetti, Corriere della Sera, 26 luglio 2016).

Di storie come questa purtroppo ce ne sono tante e ricorrenti, non solo in Italia, ma anche in altri Paesi come gli Stati Uniti.

Il tema dei bambini dimenticati in macchina ritorna drammaticamente attuale, soprattutto durante l’estate, il periodo dell’anno in cui si concentrano maggiormente questi episodi. Ricordiamo un altro caso avvenuto a Piacenza il 4 giugno 2013 quando un padre dimenticò il figlio di 2 anni in auto e lo ritrovò dopo 9 ore ormai senza vita. Questo padre ha proposto l’elaborazione di un progetto di legge per l’installazione obbligatoria di sensori che segnalino la presenza di persone in macchina.

A chi si domanda come è possibile dimenticare il proprio figlio in auto, psichiatri e psicologi danno una risposta spiegando che al momento dell’evento, il genitore è incapace di intendere e di volere a causa di una transitoria amnesia dissociativa.

L’amnesia dissociativa più comunemente si presenta come una lacuna, o una serie di lacune, riportate retrospettivamente, nella rievocazione di momenti della storia della vita di un individuo. Queste lacune sono di solito collegate a eventi traumatici o estremamente stressanti. Alcuni soggetti possono avere amnesia per episodi di auto-mutilazione, esplosioni violente di ira, oppure tentativi di suicidio. Diversi tipi di alterazione della memoria sono stati descritti nell’amnesia dissociativa. Nell’amnesia circoscritta, il soggetto non è in grado di rievocare eventi che si sono verificati durante un periodo circoscritto di tempo, di solito le prime ore susseguenti a un evento gravemente disturbante (per es. il sopravvissuto incolume di un incidente automobilistico in cui un familiare sia rimasto ucciso può non riuscire a ricordare nulla di quanto è accaduto dal momento dell’incidente a 2 giorni dopo). Nell’amnesia selettiva la persona può ricordare alcuni, ma non tutti, degli eventi riguardanti un periodo circoscritto di tempo (per es. un reduce di guerra può ricordare solo parzialmente una serie di esperienze violente di combattimento). Altri 3 tipi di amnesia, generalizzata, continuativa e sistematizzata, sono meno comuni. Nell’amnesia generalizzata, l’incapacità di ricordare riguarda l’intera vita della persona. I soggetti con questo raro disturbo di solito si presentano alla polizia, al pronto soccorso, o ai servizi di consulenza degli ospedali. L’amnesia continuativa viene definita come l’incapacità di rievocare gli eventi da un certo momento in poi, incluso il presente. L’amnesia sistematizzata corrisponde alla perdita di memoria per certe categorie di informazioni, come i ricordi riguardanti la propria famiglia oppure una particolare persona (DSM IV, Diagnostic and Statistical Manual of Mental DisordersIV).

Poiché è indicato che queste lacune mnemoniche sono collegate ad eventi traumatici o particolarmente stressanti, è importante tenere presente che la soglia dello stress cambia da persona a persona: uno stress lieve per alcuni, può essere percepito come particolarmente gravoso da altri. Ci sono alcuni campanelli d’allarme che possono indicare che il livello di stress è particolarmente alto, come ad esempio: difficoltà di memoria e di concentrazione, disturbi del sonno, tendenza a fare cose in modo automatico, irritabilità verso ciò che scombussola la cadenza automatica della gestione delle cose. Come si può notare lo stress va ad incidere proprio sulla memoria.

Questi segnali non vanno né trascurati né sottovalutati, ma appena ci si rende conto che la mente ed il fisico iniziano a “rispondere” agli eventi quotidiani in modo inappopriato, è bene rallentare e provare a ripristinare uno stato di salute generale migliore con piccoli spazi dedicati a se stessi e al riposo.

Nell’attesa che la proposta di installazione di sensori audio che segnalano la presenza di persone in auto vada a buon fine, si possono seguire alcuni piccoli accorgimenti per evitare dimenticanze dall’esito drammatico: mettere la borsa del cambio o i giocattoli del bambino sul sedile anteriore così da ricordarne la presenza, posizionare oggetti personali di uso frequente (borsa, portafoglio, cellulare, chiavi di casa, ecc.) vicino al seggiolino del bambino.

Inoltre, un’ultima importante raccomandazione: chiunque si accorga di un bambino lasciato solo in auto è tenuto ad intervenire e comunque a chiamare i soccorsi tempestivamente.

31 Ottobre 2016 at 11:49 e taggato , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

È boom dei socialnetwork tra gli adolescenti. Ormai quasi tutti i giovani usano Whatsapp e si collegano ad Internet non più tramite il computer, ma con lo smartphone. Non ci sono orari definiti per chattare, anzi valgono anche le ore notturne. La quasi totalità degli adolescenti ha Internet sempre a portata di mano, in qualunque momento della giornata. E Internet, salvo qualche eccezione, si associa ai social network. Ormai non solo gli adolescenti, ma anche i preadolescenti alla soglia delle scuole medie utilizzano i social per comunicare. Essi usano con grande dimestichezza: Facebook, Whatsapp, Instagram, Ask.

Questo utilizzo di Internet nasconde i suoi rischi - Indubbiamente questo utilizzo smodato e spesso incontrollato di Internet nasconde i suoi rischi, infatti da un’indagine nazionale della Società Italiana di Pediatria su giovani di terza media emerge che: “il 15% degli intervistati ha dichiarato di aver postato un proprio “selfie” provocante, percentuale certamente sottostimata se si considera che il 48% dello stesso campione afferma contemporaneamente di avere amici e compagni che postano selfie provocanti. Tra gli altri comportamenti a rischio il 19% ha dato on line il telefono, il 16,8% ha inviato una foto, il 24,7% ha rivelato la scuola che frequenta, l’11,6% si è incontrata con lui, il 5,2% ha accettato proposte di sesso online. E se all’87,6% piace internet perché si può stare in contatto con gli amici, per il 60,2% internet è addirittura irrinunciabile” (La Stampa, 24 settembre 2014).

Il bisogno primario è collegarsi alla Rete - Il fatto che gli adolescenti ormai usino il cellulare per connettersi ad Internet, rende difficile per un genitore rendersi conto di quanto tempo spende suo figlio in rete. Infatti, non solo i giovani chattano fino a tardi la sera, ma ormai il loro primo pensiero al mattino è collegarsi sui social. Online i giovani mostrano vari aspetti di se stessi, da quello puramente estetico a quello relazionale ed infine creativo. Sperimentare, mettersi in gioco con diverse realtà serve loro come compito evolutivo per diventare adulti. Ecco perché la foto del profilo, simbolo della propria identità virtuale, cambia così spesso.

Genitori possono limitare i comportamenti rischiosi - Le risorse che hanno i genitori per prevenire comportamenti a rischio sono: il dialogo, l’ascolto, l’etica comportamentale. Come deve comportarsi un genitore davanti ad un uso così smodato di Internet del proprio figlio? Prima di tutto deve essere capace di cogliere eventuali segnali di malessere. Se in generale i giovani non sentono di essere eccessivamente controllati, possono aprirsi con i genitori quando ne sentono la necessità. Ad ogni modo è bene sempre prestare attenzione a determinati comportamenti: se il giovane rimane chiuso in camera per ore, è depresso, è taciturno, ha un calo del rendimento scolastico, è possibile che questi comportamenti possano avere un collegamento con l’utilizzo dei social.

È importante trasmettere il valore della privacy ai propri figli - Ciò significa far comprendere che se anche in rete si può pubblicare qualsiasi cosa, molto spesso ciò che viene postato non si può cancellare o almeno non definitivamente. Imparare il concetto di privacy diventa quindi basilare. Il giovane deve avere rispetto per sé e per gli altri. Ciò renderà la navigazione più sicura, ma farà sì che i giovani imparino un valore importante dell’educazione. È poi fondamentale parlare insieme ai figli, motivando le proprie ragioni e facendo degli esempi, di cosa si può inviare, postare e condividere sui social. In questo senso è particolarmente rilevante sia il problema del mettere foto provocanti di sé in rete sia quello del sesso online. Non dimentichiamo che in un clic due persone collegate ad Internet possono entrare in contatto. Dietro lo schermo ci possono essere adolescenti che improvvisano spogliarelli, ma dietro falsi profili si possono nascondere anche adulti.

Internet può essere anche una grande risorsa – D’altra parte Internet può essere anche una grande risorsa se si riesce a prenderne il meglio. Si possoni leggere e imparare molti argomenti sconosciuti. Si possono raccogliere informazioni sulle proprie passioni nella vita reale e si possono scoprire nuove attività da fare. La rete e tutto ciò che di nuovo fa scoprire possono essere un interessante argomento di dialogo con i propri figli.

I bambini piccoli vivono in un mondo fatto di cose reali, ma anche popolato di fate, folletti, personaggi delle fiabe, dei fumetti e dei cartoni animati. Essi ci credono e non c’è motivo di voler per forza metterli davanti alla realtà prima del tempo, dicendo loro che i personaggi che loro tanto amano in realtà non esistono.

Ancora di più i bambini sono affascinati dalla magia del Natale: lucine e illuminazioni dappertutto, regali, fiocchi colorati, addobbi, l’albero, il presepe ed infine lui, Babbo Natale. Anche gli adulti che ormai avevano abbandonato l’aspetto più infantile della festa, quando hanno dei figli si ritrovano a rivivere quell’atmosfera dimenticata fatta di letterine, attese e doni.

Ma quando è giusto spezzare questo incantesimo e far sì che i bambini scoprano la verità su Babbo Natale in modo sereno e senza traumi?

Non c’è una risposta standard, ogni genitore, con la sua sensibilità e la conoscenza di suo figlio, capisce quando è il momento. Ad ogni modo un fattore che può essere indicativo è l’età. Di solito i bambini abbandonano l’idea di Babbo Natale tra i 5 e i 7 anni, mentre prima la loro fantasia è sostenuta da un pensiero magico che alimenta questa credenza.

Cosa accade se invece qualche adulto o un ragazzino si lasciano scappare la verità e dicono prima del tempo ad un bambino che Babbo Natale non esiste? Se appunto il bambino è ancora troppo piccolo probabilmente ci rimarrà male di questa rivelazione e andrà a chiedere conferma ai genitori. Se è triste è importante rassicurarlo e spiegargli che ci sono alcune persone che non credono che Babbo Natale esista, ma che invece il papà e la mamma ci credono e che aspettano sempre che lui porti i doni con la sua slitta. Il bambino piccolo sarà soddisfatto da questa spiegazione.

Quando invece il piccolo inizia ad avere 5-6 anni probabilmente può iniziare a nutrire dei dubbi già per conto suo. Se poi inizia a fare domande a riguardo vuol dire che ha già intuito la verità e chiederà una conferma. A quel punto potrà rimanerci un po’ male del fatto che i genitori confermino i suoi dubbi, ma è meglio così piuttosto che poi essere preso in giro dai compagni che già lo sanno.

Il problema si pone quando il bambino supera i 7 anni e ancora crede alla leggenda dei regali portati dalla slitta con le renne guidata da un vecchietto vestito di rosso con una lunga barba bianca. A questo punto il piccolo rischia solo di essere deriso dai compagni che invece già sanno la verità e si credono per questo più grandi. Magari potrebbe anche prendersela con i genitori perché non gli hanno detto per tempo la verità. Se poi il bambino ancora rifiuta questa idea, allora può essere un indice di immaturità e di atteggiamento troppo infantile. A questo punto può essere utile provare intanto a fargli accettare l’idea che non è possibile che una persona voli in cielo con una slitta trainata da renne, che si cali da un camino per portare i doni e che faccia tutto questo in una sola notte e in tutto il mondo. Piano piano accetterà la verità.

Il modo migliore per svelare il segreto è quello di usare dolcezza, prudenza e serenità. Infatti quanto più il bambino è ancorato alla fantasia di Babbo Natale e ne è affascinato, tanto più potrà risentire a livello emotivo di questa rivelazione e di questo cambiamento nell’ambito delle sue fantasie magiche. Un consiglio può essere quello di inserire la rivelazione all’interno della storia familiare, cioè raccontando che anche il papà e la mamma quando erano piccoli credevano a Babbo Natale, che per loro è stato fantastico e per questo motivo hanno voluto ricreare questa magia anche con il loro figlio. È fondamentale però che lui non riveli il segreto ad eventuali altri fratelli, sorelle o altri bambini più piccoli, ma che stia al gioco come i genitori hanno fatto con lui. Sicuramente egli adorerà essere il custode di un segreto così importante e sarà d’aiuto con i bambini più piccoli.

Altro aspetto importante è che entrambi i genitori siano d’accordo nell’idea di dire la verità al bambino e che si comportino in modo coerente. Bisogna quindi evitare che uno dei due continui a prolungare la fantasia di Santa Claus, mentre l’altro comincia a prospettare una visione realistica del Natale al proprio figlio. I genitori devono accompagnare il loro bambino nella sua crescita verso la realtà in modo sereno, senza imposizioni e rispettando i suoi tempi.

In conclusione, Babbo Natale è un connubio di magia, sogni, colori, luci, fantasia. I bambini piccoli lo adorano, mentre gli adulti ormai disincantati generalmente amano comunque l’atmosfera che riesce a creare. D’altra parte perché non crederci un po’ almeno per qualche giorno? In fondo con un pizzico di magia è tutto più facile.

19 Dicembre 2014 at 18:20 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Un medico pediatra di 54 anni è stato arrestato dalla polizia, a Milano, per violenza sessuale su un paziente di 12 anni. L’uomo è inoltre accusato di detenzione e produzione di materiale pedopornografico e atti persecutori per aver tempestato di sms la sua vittima. L’uomo arrestato lavora in una clinica del centro di Milano che è risultata estranea ai fatti. Si sospetta che il medico abbia abusato anche di altri pazienti. Gli agenti lo hanno sottoposto a fermo dopo la denuncia dei genitori del bambino, che era stata presentata a fine marzo”.

Prendendo spunto da questa notizia pubblicata sui giornali il 26 maggio 2014, vorrei delineare il profilo del pedofilo. Il termine pedofilia sta ad indicare l’attrazione sessuale da parte di adulti nei confronti di bambini in età pubere o prepubere. In ambito psicologico e psichiatrico la pedofilia è inserita tra le parafilie, cioè disturbi nei quali il soggetto prova eccitazione sessuale attraverso oggetti inusuali o la pratica di attività sessuali insolite.

Secondo i criteri diagnostici il pedofilo per essere classificato tale deve avere almeno 16 anni e deve avere almeno 5 anni in più del bambino. Nonostante questi criteri, alcune persone con pedofilia scelgono come vittime anche adolescenti. Come nella maggior parte delle parafilie, vi è un forte sentimento soggettivo di compulsione che governa il comportamento del pedofilo.

Talvolta il pedofilo si accontenta di accarezzare i capelli del bambino, ma può anche manipolarne i genitali, incoraggiare il bambino a manipolare i suoi ed anche tentare la penetrazione. Le molestie possono ripetersi per settimane, mesi o anni, se non vengono scoperte da un adulto o se la vittima non protesta oppure non lo rivela a nessuno. In genere, le persone con pedofilia molestano bambini che conoscono, come figli dei vicini o di amici di famiglia (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2008).

È molto importante tenere separati e distinguere i concetti di pedofilia e di abuso sessuale sui minori. Se la pedofilia è un’attrazione sessuale per i bambini e la persona con tale tendenza la definiamo pedofilo, l’abuso sessuale su minore si riferisce invece all’azione di recare danno ad un minore attraverso comportamenti sessualmente connotati.

La pedofilia non è un comportamento, ma un sentimento, un atteggiamento, al limite una tendenza ad avere relazioni sessuali con un bambino. Un pedofilo è prima di tutto attratto sessualmente da bambini prepubere, mentre un abusante può avere abusato sessualmente di un minore, ma tuttavia non avere una principale attrazione verso i bambini. Quindi non necessariamente un abusante deve essere un pedofilo, dal momento che può avere rapporti abitualmente con partner adulti, ma può desiderare un rapporto con un minore, sia per curiosità che per disponibilità. D’altro canto molti pedofili mettono in pratica i loro impulsi diventando abusanti, così come molti abusanti sono in realtà pedofili.

Nella maggior parte dei casi, la pedofilia non comporta altra violenza che l’atto sessuale, ma talvolta la violenza può andare oltre quando il pedofilo decide di infliggere gravi lesioni fisiche all’oggetto della propria passione arrivando persino ad ucciderlo. Tali individui sono fondamentalmente diversi da altre persone con pedofilia, perché il loro desiderio di fare del male al bambino è almeno altrettanto forte del desiderio di ottenere gratificazione sessuale.

Poiché nella pedofilia una palese violenza fisica si manifesta solo raramente, spesso il molestatore di bambini nega di aver imposto le sue attenzioni alla vittima. Malgrado le convinzioni distorte dei perpetratori, è necessario riconoscere con molta chiarezza che l’abuso sessuale infantile comporta per sua stessa natura un terribile tradimento della fiducia e altre gravi conseguenze psicologiche.

Molti abusanti tendono a preparare la vittima così da manipolarla e renderla “complice” dell’abuso sessuale. L’abusante manipola la vittima attraverso comportamenti quali coercizione fisica e/o verbale, manipolazione emotiva, seduzione, giochi e lusinghe. Gli abusanti tendono a cercare una relazione reciprocamente confortante con i bambini e vogliono che il minore accetti e tragga piacere dal rapporto. Dal momento che hanno scarse capacità sociali, molti abusanti trovano conforto in relazioni con bambini passivi, dipendenti, psicologicamente meno minacciosi degli adulti e facili da manipolare.

In generale, il bambino non svela sempre con chiarezza l’abuso subito, ma è l’adulto che gli sta vicino che deve fare attenzione a vari elementi come:

dichiarazioni generali del bambino su argomenti sessuali o comportamenti sessualizzati con bambole, giochi, ecc.;

resoconti spontanei;

cambiamenti nel comportamento abituale (disturbi del sonno, disturbi dell’appetito, comportamenti aggressivi, senso di colpa, depressione, fobie, ecc.);

condizioni mediche (dolori addominali, traumi genitali, enuresi, malattie a trasmissione sessuale, ecc.) (Dettore e Fuligni, 1999).

Un primo passo per proteggere i bambini e cercare di debellare la piaga della pedofilia e dell’abuso sessuale sui minori è far sì che ci siano fonti di conoscenza a disposizione degli adulti e dei minori, sportelli di ascolto nelle scuole, aggiornamenti per insegnanti, formazione per i genitori e soprattutto il dialogo con i propri figli così da cogliere subito i primi segnali di un disagio.

22 Luglio 2014 at 23:55 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Il progresso dei vari tipi di intelligenza e delle competenze di ogni bambino è fondamentale per raggiungere uno sviluppo equilibrato. Per questo motivo è importante scegliere dei giocattoli che servano a potenziare le capacità dei minori e possano far emergere la loro creatività. Non necessariamente bisogna stupire i bambini con giochi sfavillanti o rumorosi, ma è sufficiente che siano i genitori ad introdurre il gioco con gesti semplici e ripetitivi affinché il piccolo abbia il tempo di apprendere. Nei primissimi anni di vita tutto è nuovo e sorprendente per i bambini e quindi anche i giochi più semplici sono utili a capire il meccanismo di causa-effetto. Di fatto il gioco aiuta a comprendere i processi. Per questo motivo il neonato sia vedendo luci e oggetti luminosi sia ascoltando suoni e rumori, inizia a imparare come funzionano gli oggetti e a prevedere le conseguenze delle sue azioni. In ciò i bambini sono aiutati dal fattore sorpresa che provano davanti a tutto ciò che vedono per la prima volta e su cui pongono la loro attenzione. Piano piano imparano a creare le prime associazioni, a risolvere i piccoli problemi e a divertirsi attraverso il movimento del corpo.

Quali regali si possono fare ai neonati e quale scopo hanno? Suddividerò alcune idee di giochi da regalare in base ai diversi tipi di intelligenza (come nel precedente articolo).

Intelligenza musicale. La musica favorisce lo sviluppo del cervello. Ascoltarla e suonarla sin da bambini favorisce l’apprendimento successivo della matematica e le capacità di ragionamento, oltre a sviluppare l’intelligenza musicale. Di conseguenza ottimi regali per i piccolissimi sono quelli che stimolano l’udito (sonagli e melodie) per poi passare a strumenti musicali per neonati, colorati e divertenti (trombetta, maracas, tamburi, xilofono, piano, chitarra, dove con il tocco il bambino solitamente aziona melodie, suoni e luci colorate).

Intelligenza corporeo-cinestetica. Per i più piccoli alcuni possibili doni sono: coperta colorata con giochi, suoni e stimoli vari su cui il bambino può stare sdraiato o seduto; macchinina o trenino, veicoli a frizione che aiutano a farlo gattonare o nell’iniziare i primi passi potenziando così lo sviluppo psicomotorio. Intorno all’anno di età i bambini imparano a camminare ed è quindi importante controllare l’equilibrio. Ildondolo aiuta nell’infondere sicurezza nel piccolo in questa fase e quindi può essere un dono da fare  sia nella classica forma del cavallino di legno sia nelle forme più originali (coccodrillo, renna, macchinina, ecc.). Dopo che il bambino ha iniziato a camminare sicuro, si possono donare veicoli che si spingono con i piedi che rendono i bambini consapevoli delle loro capacità motorie e rafforzano le gambe (moto, macchina, triciclo).

Intelligenza logico-matematica. Giocare aiuta anche a comprendere l’ordine logico delle cose. I giochi a incastro con varie forme e colori sviluppano la capacità di analizzare, classificare e categorizzare. I giochi di abilità mentale migliorano il pensiero logico-matematico, l’attenzione e la memoria per sviluppare una mente più agile e attenta. Giocando i bambini mettono in azione varie abilità intellettive e assimilano concetti come l’addizione e la sottrazione. Fare le costruzioni sviluppa la pianificazione e l’ordine ed insegna ai bambini il funzionamento delle cose. Quindi molto stimolanti sono i giochi con cubi impilabili, labirinti di fili metallici con pezzi che scorrono, giochi a incastro con forme geometriche per favorire la capacità manuale e la risoluzione di problemi e per stimolare la visione spaziale del bambino (sviluppano la coordinazione visiva, manuale e la capacità di deduzione). Ai bambini di età compresa tra i 12 e i 36 mesi si possono anche regalare i primipuzzle, essenziali per lo sviluppo cognitivo e motorio del bambino con un livello di difficoltà adeguato all’età del piccolo per sviluppare la coordinazione e la capacità manuale. Infatti creare un oggetto unendo vari pezzi potenzia nei bambini la facoltà di essere pazienti e perseveranti nelle loro azioni.

Intelligenza spaziale. Per i più piccoli (0-12 mesi) può essere utile regalare giochi che stimolano il tatto (oggetti con forme tubolari per facilitare la presa del bambino, giochi composti da materiali e tessuti diversi) e la vista (ciondoli, specchietti, oggetti che si muovono, cordicelle che fanno vibrare il gioco). Altro dono può essere la giostrina con o senza musica con animaletti o altri oggetti appesi che stimolano la vista e divertono il bambino quando è nella culla o sul fasciatoio per il cambio del pannolino. Le macchine, le piste, i garage, il trenino (anche elettrico), la ferrovia, i trattori, i veicoli di vario genere aiutano il bambino a conoscere lo spazio, la profondità e le distanze. Si passa dai veicoli più semplici a quelli con luci, suoni o addirittura telecomandati. Divertenti per bambini particolarmente dinamici sono il tunnel, la tenda, la casetta dove nascondersi o portare i propri giochi. Anche l’acqua è un mezzo perfetto per imparare. Per questo motivo molto divertenti sono i giochi d’acqua (libri per il bagnetto, animali marini galleggianti). I giochi nella vasca donano ai bambini nuove sensazioni e li avvicinano ai concetti di capacità e volume. Divertendosi i piccoli imparano anche buone abitudini di igiene e pulizia.

Intelligenza interpersonale. Giochi con immagini e versi degli animali che permettono di imparare, riconoscere e associare ciascun animale con i suoni che emette in vari contesti ambientali (fattoria, savana, bosco, mare) e imitare situazioni della vita reale. Regali possibili sono: libri di stoffa morbidi e colorati, animaletti morbidi (potenziano la capacità di riconoscimento e di associare immagini e suoni).

Queste idee hanno lo scopo di aiutare chi deve scegliere un regalo per i più piccoli. L’auspicio è di scegliere un gioco non tanto per l’attrazione che può infondere in chi lo acquista, ma piuttosto con la consapevolezza di ciò che intende promuovere nello sviluppo del bambino.

E ricordate, è un dono il tempo che passate a giocare con i vostri figli.

I bambini apprendono attraverso il gioco, scoprono di avere tante capacità e si mettono alla prova con il mondo circostante, gli oggetti, le persone, gli animali e tutto ciò che vedono, ascoltano e toccano per la prima volta. Il modo in cui i bambini si avvicinano alle novità e le strategie che utilizzano per affrontare al meglio ogni nuovo evento o situazione, permettono loro di sviluppare una serie di competenze che diventeranno un prezioso bagaglio di conoscenze per il futuro. Elemento fondamentale per lo sviluppo equilibrato di tali competenze è l’intelligenza. Per molto tempo l’intelligenza è stata considerata come un concetto unitario misurabile attraverso test che privilegiano le competenze linguistiche e logico-matematiche.

Nel 1983 Howard Gardner ha rivoluzionato questo concetto coinvolgendo negli studi sull’intelligenza anche la biologia, la neurologia, la psicologia e la psichiatria. Gardner ha poi affermato che tutte le persone possiedono una serie di abilità, competenze intellettive o talenti, relativamente autonomi e collegati a specifiche aree cerebrali, che hanno portato allo sviluppo della sua teoria delle intelligenze multiple. Questa teoria è particolarmente interessante perché accantona la teoria classica dell’intelligenza e la sua misurabilità attraverso il QI (Quoziente di Intelligenza). Secondo Gardner ogni persona è dotata di nove tipi di intelligenza ed è quindi intelligente in nove  modi diversi. Alcuni possono raggiungere livelli alti in tutte le intelligenze, altri spiccano in alcune e sono carenti in altre, ma tutti possono sviluppare le intelligenze se messi nelle condizioni ambientali e psicologiche per farlo. Ciò implica essere incoraggiati, seguiti e ben istruiti. Le nove intelligenze sono legate tra loro e interagiscono continuamente in modo complesso.

In cosa consistono queste nove intelligenze?

Intelligenza linguistica. Capacità di usare le parole in modo efficace sia oralmente sia per iscritto. Indica la padronanza nell’usare la sintassi o la struttura del linguaggio, la fonologia, i suoni, la semantica e l’uso pratico della lingua. Comprende anche: facilità di parola; saper spiegare, insegnare e apprendere verbalmente; saper convincere gli altri; humor.

Intelligenza musicale. Capacità di riconoscere, ricostruire e comporre brani musicali, sulla base del tono, del ritmo e del timbro

Intelligenza logico-matematica. Capacità di usare i numeri in modo efficace e di saper ragionare bene; inoltre include la sensibilità verso principi e relazioni, abilità nella valutazione di oggetti concreti o astratti.

Intelligenza spaziale. Questa abilità, che può svilupparsi anche in assenza della vista, consiste nel riconoscere gli oggetti, nell’immaginare il movimento o lo spostamento di parti e nella capacità di visualizzare e rappresentare idee in modo visivo e spaziale. Questa intelligenza implica sensibilità verso il colore, la linea, la forma, lo spazio. Comprende: immaginazione attiva; forte senso dell’orientamento; capacità nella rappresentazione grafica (pittura, disegno, scultura, ecc.); manipolazione mentale di oggetti; memoria visiva.

Intelligenza corporeo-cinestetica. Consiste nella capacità di usare il corpo per fini funzionali o espressivi e nella manipolazione di oggetti. Include specifiche abilità fisiche quali la coordinazione, la forza, la flessibilità e la velocità.

Intelligenza interpersonale. Capacità di interpretare le emozioni, le motivazioni e gli stati d’animo altrui. Capacità di cogliere il significato della comunicazione non verbale (espressioni del viso, toni di voce, gesti, ecc.) e di rispondere adeguatamente ed in modo efficace; empatia.

Intelligenza intrapersonale. Capacità di comprendere le proprie emozioni e indirizzarle in un modo socialmente accettabile. Capacità introspettiva, coscienza dei propri stati d’animo, autodisciplina; senso del sé.

Intelligenza naturalistica. Sensibilità verso i problemi ambientali. Capacità di salvare l’ambiente dal degrado e le specie animali. Capacità di proteggere gli animali dallo sfruttamento, dall’abbandono, dalla vivisezione, dalla violenza. Sensibilità verso la natura, amore per l’allevamento di animali o la coltivazione di piante, cura e interazione con animali, saper riconoscere e classificare oggetti naturali.

Intelligenza esistenziale. Capacità di riflettere sulle questioni fondamentali riguardanti l’esistenza e l’attitudine al ragionamento astratto per categorie concettuali universali (Provincia di Torino e Centro Servizi Didattici).

Essere consapevoli delle proprie intelligenze è importante per poter sviluppare quelle più forti e compensare quelle più deboli. Per questo motivo è fondamentale far crescere i bambini con giochi istruttivi e stimolanti rispetto a tutte le intelligenze sopra menzionate.

L’AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome  o in italiano Sindrome da Immunodeficienza Acquisita) costituisce uno dei principali problemi per la salute pubblica. Questa malattia dal decorso infausto presenta due caratteristiche peculiari e correlate: 1) può insorgere a seguito di comportamenti irrazionali e autodistruttivi; 2) si può prevenire grazie a interventi psicologici. L’AIDS è una malattia nella quale il sistema immunitario dell’organismo è gravemente compromesso dall’HIV (virus dell’immunodeficienza umana), e ciò espone l’individuo a un rischio elevato nei confronti di malattie letali, quali il sarcoma di Kaposi, forme rare di cancro linfatico e una grande varietà di pericolose infezioni funginee, virali e batteriche. In termini strettamente medici, le persone non muoiono di AIDS, ma a causa delle infezioni e delle altre malattie fatali alle quali l’AIDS rende vulnerabili.

L’HIV si trasmette da una persona all’altra per lo più attraverso pratiche sessuali a rischio, indipendentemente da quale sia l’orientamento sessuale. L’HIV è presente nel sangue, nel liquido seminale e nelle secrezioni vaginali e può essere trasmesso solo quando i fluidi infetti entrano a contatto con il sangue e penetrano nel flusso sanguigno. L’HIV non si trasmette attraverso contatti sociali casuali. Tra i tossicodipendenti che si iniettano sostanze per via endovenosa, la condivisione di siringhe non sterilizzate può far sì che il sangue infetto da HIV di una persona passi nell’apparato circolatorio di un’altra. I bambini nati da madri sieropositive sono a rischio, perché il virus può superare la barriera della placenta e infettare il feto.

Il rischio è elevato nelle persone che abusano di droghe, anche di quelle che non vengono iniettate, probabilmente perché gli effetti delle droghe possono compromettere la capacità o la volontà di una persona di considerare le conseguenze del proprio comportamento. Negli Stati Uniti inizialmente si proclamò che l’AIDS era la malattia degli omosessuali maschi, ma in realtà da numerosi dati emerge che l’infezione è in aumento anche negli eterosessuali, sia maschi che femmine (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2008). In Africa e in parti dell’America Latina, l’AIDS colpisce principalmente gli eterosessuali, e in tutto il mondo donne sieropositive (ossia donne che hanno contratto l’infezione da HIV) danno alla luce bambini sieropositivi. Le seguenti statistiche danno un’idea della portata del problema.

Secondo i dati del rapporto Unaids 2010, nel 2009 erano 33,3 milioni le persone affette da HIV, di cui più di 30 milioni nei Paesi a basso e medio reddito, e oltre 1000 i bambini che ogni giorno si sono infettati. Si stima che nel 2009 le persone contagiate siano state 2,6 milioni e i decessi per malattie legate all’AIDS 1,8 milioni. Il Centro operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità stima che in Italia siano 150 mila le persone affette da HIV e circa 22 mila quelle affette da AIDS. Un sieropositivo su quattro non sa di essere infetto. Rispetto a venti anni fa, grazie ai progressi delle nuove terapie farmacologiche antiretrovirali, è aumentato il numero delle persone sieropositive viventi ed è diminuito il numero di persone infettate (circa 4 mila all’anno).

Riguardo alla prevenzione dell’AIDS, si presume che la modalità migliore consista nel cambiamento del comportamento. La psicologia sociale suggerisce che diverse strategie possono costituire la base di efficaci interventi di prevenzione:

-          fornire informazioni accurate sulla trasmissione dell’HIV;

-          spiegare chiaramente quali sono i rischi per la persona (ad esempio, coloro che hanno molti partner sessuali corrono rischi maggiori;);

-          identificare i segnali di situazioni ad alto rischio (ad esempio, il consumo di alcolici in una situazione sessualmente stimolante è associato ad un comportamento sessuale a più alto rischio);

-          fornire istruzioni per l’uso corretto dei profilattici, includendo istruzioni su come “erotizzarne” l’uso (suggerendo modi nei quali il profilattico può essere vissuto come sessualmente eccitante). Inoltre, porre l’accento sul fatto che usare i profilattici dà alle persone un certo grado di controllo sulla loro salute;

-          fornire un addestramento nelle abilità sociali che comprenda l’assertività sessuale (ad esempio, la capacità di resistere alle pressioni volte a ottenere un rapporto sessuale oppure quella di insistere con il partner perché si pratichi sesso sicuro) e altre competenze comunicative in grado di aiutare a preservare la relazione (Kring, Davison, Neale e Johnson, 2008).

Bisogna anche dire che purtroppo la conoscenza dei danni che qualcosa può procurare non è affatto una garanzia del fatto che si eviterà di mettere in atto proprio quel comportamento nocivo. Perché non è sufficiente informare le persone con chiarezza, soprattutto se è evidente che determinati comportamenti sono pericolosi? Molte persone, ad esempio, pur sapendo che l’uso del profilattico riduce notevolmente il rischio di contrarre l’HIV, spesso evitano di adoperarlo perché ricorda loro una malattia che vogliono tenere mentalmente lontana da sé oppure perché preferiscono non prendere in considerazione il problema quando stanno per avere un rapporto sessuale. Altri arrivano a convincersi che il loro sistema immunitario è sufficientemente forte da respingere il contagio. Pertanto è fondamentale sviluppare programmi di prevenzione che siano efficaci già tra gli adolescenti, i nuovi adulti di domani.