È del 3 novembre (Tgcom24.it, 3 novembre 2016) la notizia che Francesco (nome di fantasia), un sedicenne romano, vive da 3 anni chiuso in camera, rifiuta qualsiasi contatto umano, vive a letto, mangia di nascosto e l’unico contatto con il mondo esterno è rappresentato dal suo computer.

Francesco è un Hikikomori, uno dei tantissimi giovani che pian piano si isolano e staccano qualsiasi rapporto con il mondo circostante.

“Mio figlio è sempre stato introverso – ricorda la madre Michela – era sempre in disparte a scuola per sua indole. E’ il primo di tre fratelli e si sentiva responsabile. Poi la separazione da mio marito lo ha sconvolto, spingendolo nel suo mondo”.

Progressivamente il suo mondo ha avuto quattro pareti come confini, come orizzonte una persiana quasi sempre chiusa e come vie di fuga il pc e il cellulare. Niente scuola da due anni, niente amici, niente contatti umani. “Riesco ad entrare nella sua camera per portare del cibo qualche volta – dice la donna – ma lui è schivo e attacca la litania: Quando te ne vai? oppure Sei ancora qua?. (…) L’universo di Francesco è fatto di giornate tutte identiche. “La sua routine, prima di iniziare la nuova terapia, era sempre la stessa – rivela Michela - con la sveglia verso le 14,30-15,30, niente pranzo, un po’ di giochi come Fifa 2016, un po’ di serie come “Lost” al tablet. Quindi una veloce merenda sempre in camera. A cena quando, raramente, è di buon umore esce, prende il cibo e rientra. Ma più di una volta l’ho sentito muoversi di notte, di nascosto verso le due, per farsi qualcosa da mangiare e rientrare in camera. Si addormenta alle quattro”. Così un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra mentre fuori il mondo corre sempre più veloce minuto dopo minuto (Tgcom24.it, 3 novembre 2016).

Hikikomori significa letteralmente stare in disparte, isolarsi e si usa per fare riferimento a giovani e adolescenti che si ritirano dalla vita sociale per mesi o anni, trascorrendo le giornate nella propria camera da letto senza avere contatti diretti con il mondo circostante.

I casi in Italia sono circa 20-30 mila, in Francia quasi 80 mila, mentre in Giappone si parla di 1 milione di casi, numero che corrisponde a circa l’1% dell’intera popolazione giapponese (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Gli Hikikomori sono giovani che soffrono particolarmente la pressione sociale relativa alla realizzazione personale tipica della moderna società e che hanno la reazione di isolarsi per sfuggire a questo meccanismo troppo pesante da sostenere per loro.

In particolare, le pressioni esterne possono provenire dalla famiglia, dagli amici, dalla società e sono molto più difficili da affrontare proprio nel periodo dell’adolescenza, età critica sia per lo sviluppo sia per i primi reali confronti con le difficoltà della vita.

Le aspettative sociali spesso riguardano: il rendimento scolastico (“devi prendere dei buoni voti”), la carriera professionale (“devi trovare un buon lavoro/un lavoro fisso), i rapporti interpersonali (“devi essere divertente, attraente”; “devi trovarti un/una partner”), ecc.

La gestione che l’adolescente riesce ad avere della sua vita è spesso ben diversa da quella che si aspettano i genitori, gli insegnanti ed i coetanei. Questo divario tra realtà e aspettative crea un disagio nel giovane, ma quando questo gap diventa troppo grande gli adolescenti sentono di aver fallito nella loro realizzazione personale. Proprio il senso di fallimento e di impotenza può far emergere nel giovane un senso di rifiuto nei confronti di coloro che sono all’origine delle aspettative sociali che ha disatteso. Il giovane pian piano si allontana da tutto il suo mondo composto da genitori, insegnanti, amici fino a ritirarsi e ad isolarsi completamente (Crepaldi, 2013).

Gli Hikikomori utilizzano molto Internet e proprio l’uso della Rete è al centro di un’ampia discussione per capire se il rapporto tra Hikikomori e web sia la causa o l’effetto del disturbo. In tal senso esistono due teorie: secondo la prima gli Hikikomori nascono proprio a causa di Internet che attrae e isola dal mondo esterno. La seconda invece sostiene che i giovani stanno male perché non reggono il peso del confronto con gli altri e le aspettative sociali e si isolano. Solo in un secondo momento, già isolati a casa, usano il web per crearsi una vita virtuale più gestibile e meno pressante (Grosso, 2015).

Quest’ultima teoria è quella a mio avviso più valida e l’uso della Rete da parte degli Hikikomori va inteso come una conseguenza dell’isolamento e non come una causa. Questa tesi è avvalorata dal fatto che il fenomeno è nato in Giappone ancora prima della diffusione di Internet ed allora l’isolamento dei giovani ritirati in casa era totale. In quest’ottica l’uso del web può essere considerato un fattore positivo perché evita il completo isolamento del giovane e gli consente di mantenere relazioni sociali ed un contatto virtuale con il mondo circostante (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Riguardo alle modalità di cura degli Hikikomori il percorso comprende colloqui psicoterapeutici attuabili, almeno inizialmente, attraverso l’unica apertura possibile nel loro mondo cioè Internet e quindi tramite Skype o attraverso le chat.

24 Novembre 2016 at 00:13 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Settembre è il periodo dei test di ammissione e delle iscrizioni alle Università.

La scelta del percorso formativo da seguire dopo la scuola superiore è complessa perché non sempre si possono tenere in considerazione esclusivamente le propensioni individuali, ma è necessario dare un’occhiata a ciò che offre il mercato del lavoro. Il giovane deve scegliere la propria formazione futura sulla base degli esiti scolastici e delle aspettative relative all’avvenire professionale, tenendo conto anche di ciò che offre il mercato del lavoro.

L’orientamento professionale può essere molto utile in questi casi. I problemi legati all’orientamento dipendono dal modo in cui è organizzato il lavoro e dalla ripartizione degli impieghi, aspetti che a loro volta sono legati al modo in cui è organizzata la formazione all’interno della scuola. D’altra parte la persona che si trova a dover scegliere riguardo al proprio futuro professionale, deve inevitabilmente fronteggiare il problema del modo in cui le attività lavorative si collegano con le altre dimensioni della sua vita. Le riflessioni sulla scelta formativa comprendono inevitabilmente: lo stile di vita che si vorrebbe condurre, il tipo di persona che si vorrebbe diventare, i valori importanti, ecc. In fondo, ciascuno di noi dovrebbe chiedersi cosa è importante nella propria vita: un particolare impegno di lavoro, un determinato investimento familiare oppure l’autorealizzazione in un progetto personale (Guichard, 2009)?

Affinché la scelta della formazione professionale futura possa essere più “semplice” è necessario quindi incrociare le aspettative personali con le offerte del mercato del lavoro. In particolare, è utile svolgere un bilancio di competenze, così suddiviso:

1) scoprire, precisare e analizzare le proprie competenze;

2) elaborare un progetto personale o professionale;

3) mettere in relazione le proprie competenze con le opportunità e le offerte del mondo del lavoro.

È fondamentale essere concreti e realisti nel costruire un progetto e conoscere il mercato del lavoro, le procedure per accedervi, dei prerequisiti e delle condizioni da soddisfare per evitare la sconfitta (Guichard, 2009).

Al giorno d’oggi per un giovane, non può prescindere da questo punti, al fine di fare una scelta consapevole e di successo.

Per questo motivo è fondamentale il contatto e il lavoro sinergico tra la scuola, l’università e le aziende in modo da far intercettare posti di lavoro fruibili dai giovani che devono magari ancora scegliere il percorso di studio superiore o universitario.

È necessario in tal senso che da una parte la scuola faccia orientamento, ma che essa stessa a sua volta sia orientata laddove le aziende hanno bisogno di posti di lavoro.

In particolare, in Toscana vi è stato un lavoro di coordinamento che ha visto protagonisti, fra gli altri, il Comune di Firenze, la Camera di Commercio e la Città metropolitana che ha portato alla scoperta che alle grandi aziende servono mille posti di lavoro in cinque anni (Mugnaini, La Nazione, 3 marzo 2015).

Il presidente della Camera di Commercio di Firenze, Leonardo Bassilichi, ha affermato che: C’è una occupazione che sottaceva che può essere ancora più alimentata se si raccoglie l’esigenza di tutti. Stiamo realizzando un programma pluriennale per poter indirizzare la nostra scuola. Oggi usiamo slogan: ma conta di più che domani, leggendo il giornale, genitori e figli si confrontino sulle prospettive di lavoro” (Firenze, 3 marzo 2015).

Quest’attività di coordinamento ha portato ad individuare quali saranno i profili più cercati nei prossimi anni:“Per quanto riguarda le lauree, si va dagli ingegneri “finance” (meccanici, termostrutturali, analisti) ai laureati in fisica (progettisti ottici) ma entrambi con esperienza di lavoro. Per questo motivo, è fondamentale un percorso “professionalizzante”, con esperienza in azienda, nel triennio universitario. Ancora: tirano gli architetti, gli specialisti in logistica, i commerciali per l’estero (quindi con conoscenza di lingue), informatici esperti nel “cloud”. Tra i tecnici, fondamentali quelli di cantiere e gestionali, per lo sviluppo di prodotti, collaudatori ottici, meccanici, ma anche calzolai e aggiuntatrici. Ma occorre anche ampliare le modalità con cui si confrontano formazione, università e aziende: con seminari aziendali all’interno di corsi di studio, esperienza lavorativa in azienda pre-diploma, un anno di esperienza lavorativa in azienda prima della laurea”(Fatucchi, Corriere Fiorentino, 3 marzo 2015).

In questo articolo ho riportato la realtà della Toscana, ma ciò vuole essere solo uno spunto su come orientarsi e per comprendere in che direzione i giovani devono cercare nell’ambito della propria Regione.

Ritengo che questo segnale di apertura tra scuola, università e aziende sia fondamentale per aiutare i giovani a scegliere un percorso formativo e professionale che dia maggiori certezze rispetto al futuro lavorativo e che possa regalare maggiore serenità anche ai genitori su quello che sarà il futuro, non solo professionale ma anche personale, dei loro figli.

Per acquisire più sicurezza e migliorare la qualità della propria vita sia in campo personale sia in quello professionale, è fondamentale comprendere qual è il modo corretto per costruire, mantenere, conservare e sostenere le relazioni umane. Stephen Covey, docente di comportamento organizzato, autorità stimata in campo internazionale sulla leadership, sulle tematiche manageriali e di crescita personale, autore del famoso libro The seven habits of highly effective people (1989) (tradotto in italiano, Le sette regole per avere successo), ha utilizzato la metafora del conto corrente per spiegare quanto sia importante lavorare sul proprio comportamento e sui processi di interazione per avere una vita migliore.

Il conto corrente è un “luogo virtuale” in cui facciamo depositi di denaro, creando una riserva da cui possiamo effettuare prelievi ogni volta che ne abbiamo bisogno. In linea con questa definizione, Covey sviluppa il concetto di conto corrente emozionale per descrivere la quantità di fiducia che deve esistere in una relazione. Questo tipo di conto, a differenza di quello bancario, è un luogo in cui bisogna ridurre al minimo i prelievi e aumentare i depositi, perché quello che si perde oppure aumenta è la qualità del rapporto con un altro essere umano. In sostanza si pone l’accento sulle azioni di investimento che ognuno di noi dovrebbe fare nella gestione delle relazioni interpersonali.

Tutte le volte che si effettuano dei depositi in un conto corrente emozionale versando cortesia, gentilezza, onestà, mantenendo gli impegni presi, mostrandosi affidabili, aumenta la fiducia dell’altro. Si crea così una riserva consistente di emozioni che potrebbero essere utili nel caso in cui uno dei due interlocutori commettesse, anche senza volerlo, degli errori. Se, invece, si ha spesso l’abitudine di essere maleducati, scortesi, capricciosi, traditori o minacciosi, ecco che il conto corrente emozionale diventa negativo, va in rosso. Il livello di fiducia cala drasticamente e non si creano le premesse per fruire della comprensione dell’altro. Un livello di fiducia basso distrugge i matrimoni, le amicizie, i rapporti di lavoro e di studio, gli amori e la comunicazione si chiude definitivamente. Per accrescere continuamente il conto corrente delle persone per noi importanti bisogna effettuare quattro tipi di depositi (Porto e Castoldi, 2012).

Comprendere la persona. È il presupposto di qualsiasi relazione: quello che è importante per noi potrebbe non esserlo per l’altro. A volte tendiamo a interpretare i nostri desideri come quelli dell’altro, ma ciò che non dobbiamo mai dimenticare è che ognuno di noi vuole essere capito e accettato come individuo unico e irripetibile.

Badare alle piccole cose. Le piccole cose sono spesso grandi cose: un sorriso, un abbraccio, qualche parola gentile fanno sentire l’altro importante. Anche mantenere gli impegni è fondamentale: non c’è prelievo più grande di fare una promessa a qualcuno e poi non mantenerla.

Chiarire le aspettative. “Tu hai detto – No, ti sbagli, tu pensavi – Io ho capito che – Ma eravamo rimasti d’accordo così!”. La causa dell’insorgere di molte difficoltà nei rapporti umani è spesso legata ad aspettative contrastanti ed ambigue circa i ruoli, gli scopi e le azioni, sia che si tratti di questioni di lavoro sia di faccende private. Molte aspettative sono implicite, ma le persone le introducono spontaneamente, senza parlarne, come per esempio nel matrimonio, in cui i ruoli sembrano essere chiari e delineati a priori. In realtà, in tutti i tipi di relazione, anche in quelle più scontate, c’è sempre una parte di aspettativa soggettiva, personale, non discussa, che se violata diventa fonte di malintesi difficili da recuperare. Si creano situazioni negative solo perché si dà per scontato che le nostre aspettative siano evidenti e condivise. Quello che in realtà bisognerebbe sempre fare è rendere i propri desideri chiari fin dall’inizio e, se quello che vogliamo è difficile o impossibile da ottenere, lavorare insieme all’altro per trovare un punto di incontro che dia reciproca soddisfazione.

Scusarsi sinceramente in caso di prelievo. Quando facciamo un prelievo dal conto corrente emozionale dell’altro, dobbiamo chiedere scusa sinceramente. “Mi sono sbagliato – Ti ho mancato di rispetto – Sono stato arrogante e insensibile” sono frasi che richiedono grande coraggio e forza di carattere che non tutti possiedono. Spesso ci si nasconde dietro l’orgoglio, il principio, per non ammettere di avere una scarsa sicurezza interiore. Erroneamente le persone pensano che scusandosi apparirebbero deboli e fragili, ma è proprio la loro incapacità emozionale a farle apparire come non vorrebbero essere giudicate (Porto e Castoldi, 2012). “Se devi inchinarti, che l’inchino sia profondo” raccomanda la saggezza popolare. Chiunque può commettere un errore, ma è condannato il tentativo di nasconderlo dettato dalla superficialità.

È iniziato il nuovo anno ed è convinzione comune che ad esso si affianchi l’inizio di una vita piena di novità ed eventi positivi. Indubbiamente l’atteggiamento verso le situazioni che la vita ci porta ad affrontare è la chiave per risolverle in modo positivo o quantomeno per evitare di esserne sopraffatti. Allora il primo passo da fare è recuperare la fiducia in se stessi senza accusarsi in modo troppo negativo dei propri sbagli, ma con la volontà di comprendere i propri errori per evitare di ripeterli. In seconda battuta è necessario lasciarsi alle spalle vecchi rancori (che sono come una zavorra e tengono ancorati al passato) e guardare al futuro con la voglia di realizzare un progetto, anche piccolo, dedicato solo a se stessi. È bene anche circondarsi di persone che caricano di energia positiva e donano serenità e benessere. Molto spesso non si riesce a scrollarsi di dosso il passato perché si tende ad evitare di pensare all’evento che ha causato i malesseri e ad avere atteggiamenti fortemente critici verso chi è ritenuto responsabile dell’evento negativo. Al contrario invece bisogna cercare di trovare qualcosa di positivo anche in ciò che è accaduto.

Anno nuovo, vita nuova - Molte sono le cause per cui si rimane bloccati in una sorta di limbo senza avere la capacità di fare delle scelte significative per se stessi: senso di colpa, sfiducia in sé, senso di inadeguatezza e scarsa autostima. Le origini di questi “blocchi” psicologici risiedono nel passato, in particolare nell’infanzia o in situazioni vissute in modo traumatico. Ad esempio, è stata tradita la fiducia riposta in una persona importante oppure si è stati lasciati senza una spiegazione soddisfacente. Queste delusioni provocano una generale sfiducia rivolta sia a se stessi sia negli altri che si tramuta in una costante paura di rimanere delusi e in un atteggiamento difensivo che limita il contatto con gli altri. Se invece in passato sono state fatte delle scelte che poi non hanno avuto l’esito sperato ma che anzi si sono rivelate deleterie, probabilmente, provati dai sensi di colpa, si avrà paura di ripetere gli stessi errori e si preferirà non prendere alcuna decisione rimanendo in uno stato di immobilità frustrante e demotivante. Il senso di inadeguatezza può trovare le sue radici nel tentativo di soddisfare le aspettative di genitori spesso troppo esigenti e poco presenti nella vita dei propri figli. Il compiacimento del genitore può aver creato una sorta di circolo vizioso per cui il bambino tende a reprimere la sua vera natura e la sua spontaneità solo per avere l’approvazione del genitore con un comportamento che da adulto avrà lo scopo di essere benvoluto e apprezzato da tutti.

Pensieri negativi influiscano sulla propria autostima – Per costruire qualcosa di nuovo, per iniziare l’anno facendo davvero qualcosa per se stessi, bisogna pensare ad un nuovo progetto che sia davvero il proprio e non suggerito da qualcun altro, concentrandovi solo energie positive, presupposto per ricominciare davvero con una nuova sicurezza. Durante il percorso verso l’obiettivo è bene svolgere una sorta di monitoraggio di come stanno andando le cose: sono nella giusta direzione? Come mi sento? Le mie aspettative sono eccessive? Queste domande hanno lo scopo di calibrare meglio le proprie forze ed eventualmente aggiustare il tiro per poi poter raccogliere i frutti di tanti sforzi, senza prefiggersi mete impossibili o dettate da altri. È importante quindi valutare la fattibilità dei propri progetti, le risorse a disposizione e quanto i pensieri negativi influiscano sulla propria autostima. Essere troppo critici verso se stessi e denigrarsi con frasi come “Non sono capace di combinare nulla di buono nella vita” rendono solo tutto più difficile, per questo è fondamentale cambiare atteggiamento verso se stessi, impostando una visione mentale positiva volta a considerare il proprio impegno e gli obiettivi raggiunti attraverso la libera iniziativa e la possibilità di scegliere. I pensieri negativi con il passare del tempo si sedimentano e diventano vere e proprie convinzioni. La bassa autostima crea una sorta di profezia che si auto-avvera: l’essere convinti di non essere in grado di raggiungere un determinato obiettivo avrà come esito una sicura sconfitta.

Il futuro è nelle nostre mani, nessuno verrà a cercarci se non siamo noi a proporci - Si possono fare ogni giorno piccole cose dedicate al prendersi cura di sé che con il tempo diventeranno sempre più significative ponendosi sempre traguardi raggiungibili e realizzabili. Indubbiamente è indispensabile mettere al centro della propria vita se stessi e le proprie esigenze: solo così si avrà la misura dei propri desideri. Mettere da parte tutte le paure e le convinzioni scaturite dal passato daranno l’opportunità di scoprire la propria vera identità. Inizialmente è fondamentale porsi obiettivi minimi e semplici. Raggiungerli darà la fiducia necessaria per prospettarne di nuovi e più importanti fino a raggiungere quella tanto agognata sicurezza in se stessi e nelle proprie scelte.

4 Aprile 2014 at 10:31 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Ormai internet offre la possibilità di accedere a qualsiasi tipo di argomento e di poter visualizzare gratuitamente siti che prima invece erano solo a pagamento come quelli dedicati ai film a luci rosse. Una così facile accessibilità è sfruttata non solo dagli adulti, ma anche dagli adolescenti che cercano in questo modo di soddisfare le proprie curiosità sul sesso. Nel caso dei giovani, la visione di filmati pornografici può essere sviante se non esiste l’opportunità di parlarne con un adulto che spieghi effettivamente le dinamiche relazionali e la sessualità in una coppia. È importante che i giovani capiscano che il sesso pornografico riflette un aspetto esasperato della sessualità svuotata da ogni legame affettivo.

È proprio questa mancanza di relazione e di sentimento che crea forte attrazione in chi guarda questi video dove ci sono una totale mancanza di inibizione e di senso del pudore con una forte trasgressività. Nella realtà è difficile vivere questo mix di elementi legati alla libertà sessuale a meno che non ci sia una forte complicità con il proprio partner. Per tali motivi molte persone si rifugiano nella visione di film hardcore per dare spazio alle proprie fantasie e anche per alimentarle. È un comportamento comune e in forte espansione in particolare tra gli uomini che in questo modo cercano di poter vedere realizzate le proprie fantasie più recondite, di soddisfare le proprie curiosità o di allargare i confini delle proprie fantasie. D’altra parte l’immaginario maschile si nutre di stimoli visivi e pertanto l’uomo è ancora più attratto dalle immagini ad alto tasso erotico. Le scene più ricercate online sono: sesso di gruppo, bondage, feticismo, esibizionismo, fino a pratiche con le varianti più strane e trasgressive che tendono ad amplificare le fantasie hard delle persone e che comunque riscuotono un particolare successo per via della curiosità che generano.

Come può una donna reagire alla scoperta del proprio uomo che guarda siti porno? Le principali reazioni femminili comprendono gelosia e senso di inadeguatezza. Bisogna però sottolineare che la visione di questi siti è un fatto comune negli uomini anche se nella coppia non ci sono problemi. Quindi le donne dovrebbero fare alcune riflessioni in tutta serenità prima di colpevolizzare il partner, e di conseguenza reagire in diversi modi. In primo luogo, se la donna è sicura del proprio rapporto e di se stessa, il fatto che il suo uomo guardi qualche volta siti porno può lasciarla indifferente, a patto che sia ben consapevole del buon andamento della propria vita sessuale. Se invece questo comportamento del partner fa nascere dubbi, paure, insicurezze in un periodo in cui il rapporto non va già bene, allora è consigliabile parlarne con serenità esponendo le proprie emozioni e soprattutto avendo fiducia in lui e nel proprio rapporto. Probabilmente si tratta solo di un momento di evasione in cui l’uomo si rilassa o si diverte e ciò è tanto più vero se le scene hard consultate riguardano ad esempio sesso estremo. Ciò non significa che sia un desiderio del proprio partner vivere determinate esperienze, ma semplicemente è un modo per saziare la propria fantasia e, almeno con l’immaginazione, provare a vivere amplessi particolarmente trasgressivi. Anzi è proprio internet che aumenta la fantasia degli uomini che, trovando situazioni mai immaginate, sono incuriositi ed incentivati a navigare online.

Il passo successivo di chi frequenta spesso il mondo dell’hard in rete è quello di fare sesso virtuale fino a che questa non diventa una dipendenza vera e propria. L’uso di internet tende quindi a soppiantare la vita reale sia per gli adolescenti sia per gli adulti. L’aspetto importante è che ciò rimanga un aspetto contenuto e che abbia solo una funzione di ampliamento della fantasia e dell’immaginazione della persona. Se invece l’uso di internet a scopo sessuale diventa eccessivo può sfociare nel provare insoddisfazione riguardo al sesso nella vita reale, con conseguente stress e aspettative nei confronti del partner fino a sviluppare una dipendenza patologica dal sesso virtuale. Nei casi più gravi possono verificarsi disfunzione erettile e anoressia sessuale. Queste persone vanno alla ricerca continua di sensazioni forti e quindi di esperienze sessuali più estreme e trasgressive. In sostanza, ciò che è importante è mantenere un’alchimia e una fiducia nella relazione tali da lasciare il giusto spazio alla possibilità di ampliare i confini della propria fantasia a beneficio non del singolo ma della coppia.

Una coppia può decidere di avere un figlio dopo una scelta ponderata o un desiderio impulsivo. Qualsiasi sia il motivo che porta un uomo e una donna a scegliere di avere un bambino nulla potrà prepararli alla rivoluzione che li attende dopo la nascita del piccolo. Si tratta di un cambiamento radicale nell’equilibrio della coppia: il tempo che prima i due partner si dedicavano, dopo l’arrivo del nuovo membro della famiglia, andrà quasi completamente dedicato al piccolo.

Anche la coppia più forte può tentennare dopo uno scossone così forte. La neomamma è completamente assorbita dal figlio, sia psicologicamente sia fisicamente. La diade madre-bambino può far sentire il padre escluso soprattutto se egli non prova a trovare delle sue modalità per interagire con il bambino. L’uomo però non deve perdere di vista l’importanza del suo ruolo nel sostenere la compagna in un periodo così nuovo e stressante: ha il compito di farla sempre sentire donna e non solo mamma e di non farle perdere il contatto con la dimensione del concetto di coppia.

Il periodo critico dipende anche dalla sensazione di “sentirsi in gabbia” soprattutto da parte della madre che vede la sua vita completamente stravolta e dedicata al bambino. Questa sensazione può essere percepita anche dall’uomo, ma ciò dipende da quanto riesce a stare accanto alla compagna e aiutarla.

Anche la vita sessuale può risentirne. Da una parte c’è il periodo di pausa fisiologico dopo il parto che varia da donna a donna, ma anche il desiderio può subire interferenze a causa della stanchezza fisica per soddisfare i bisogni del neonato. Indubbiamente la nuova vita della coppia dopo la nascita di un figlio diventa piuttosto caotica.

È possibile allora prevenire o almeno aiutare a migliorare questo periodo complesso nella vita di un uomo e di una donna? Sono fattori protettivi:

- il modo in cui il padre manifesta il suo affetto sia nei confronti del bambino che della compagna;

- il modo in cui la madre coinvolge il papà nella gestione del neonato;

- la partecipazione del padre alle attività di accudimento del piccolo alleviando la madre dalle troppe incombenze;

- il dialogo rispetto a emozioni, aspettative, difficoltà, paure, incertezze, ecc.;

- le basi su cui si è costruito il rapporto di coppia;

- la cura dell’altro e non solo del neonato;

- la cura di sé, diventare mamma non significa dimenticare di essere anche una donna con accanto il proprio uomo.

E’ quindi importante che la donna conquisti nuovamente la sua forma fisica, non solo per il partner, ma soprattutto per se stessa. Anche questo aspetto ha un peso nella relazione di una coppia che ha avuto un bambino. Molte donne dopo il parto pensano di aver raggiunto lo scopo più importante della loro vita, diventare madri, e per questo motivo iniziano a trascurare se stesse, il proprio corpo e il modo di vestirsi.

In realtà, si può essere mamme ma non per questo dimenticare il tempo che prima si dedicava a se stesse. Questo punto non va sottovalutato perché ha un’ulteriore implicazione: l’uomo ha bisogno di più tempo per realizzare di essere diventato padre, sia perché l’allattamento spetta alla madre e quindi è meno coinvolto nell’atto nutritivo (a meno che il neonato non sia allattato con latte artificiale o che la madre non usi il tiralatte), sia perché solitamente interagisce meglio con il figlio quando questi ha maggiori competenze comunicative. Tali competenze con la madre non servono visto l’attaccamento più viscerale che il bambino ha nei suoi confronti dovuto ai mesi passati nella pancia durante la gravidanza e all’allattamento naturale. Non bisogna quindi dimenticare le necessità dell’uomo che apprezzerà di avere accanto a sé una donna che ancora tiene alla propria bellezza e avvenenza e che quindi sia sempre una compagna e non si trasformi solo in una madre.

È quindi necessario un periodo fisiologico di adattamento alla nascita per la coppia, ma se questa fase si prolunga troppo allora può essere utile rivolgersi ad un esperto per farsi aiutare a ritrovare una sintonia di coppia. L’eventuale aiuto va richiesto non troppo tardi, perché sono tante le coppie che dopo la nascita di un figlio, si sfaldano e si separano. Il motivo più comune è il tradimento dovuto alla perdita di punti di riferimento nella coppia e che quindi porta, solitamente l’uomo, a cercare altrove ciò che non trova più nel rapporto con la sua compagna.

Superato il periodo di assestamento, le coppie più solide riescono a ritrovare sintonia e benessere all’interno del nuovo assetto familiare. A questo punto i genitori devono riuscire a crescere il figlio trasmettendogli sensazioni positive di serenità, stabilità e affetto. Il padre e la madre devono anche ritrovare dei loro spazi di coppia dove il bambino non è coinvolto così da potersi dedicare esclusivamente l’uno all’altra: in questo modo daranno nuova linfa vitale alla relazione e il loro bambino crescerà con due genitori felici e innamorati.

Ci siamo. Tra pochi giorni, per la precisione il 27 luglio 2012, avranno inizio a Londra i giochi olimpici, per la gioia degli sportivi, per i patriottici e per chi lo sport ama solo guardarlo. Per tutti noi è un grande evento e una grande emozione, ma proviamo a pensare a quanto si giocano gli atleti che negli anni di preparazione alle Olimpiadi hanno dato il massimo impegno che vedranno culminare in una grande vittoria o in una clamorosa sconfitta. L’atleta si gioca anni di preparazione in una manciata di secondi, in pochi minuti o talvolta in qualche ora. Quale percorso psicologico deve fare un atleta per arrivare pronto a questo grande evento? Quale deve essere il suo principale obiettivo durante la preparazione?

Generalmente, la gara è il momento di maggiore complessità, in cui l’atleta deve confrontarsi non solo con i suoi avversari atleti, ma anche con avversari d’altro tipo, forse più temibili. Tra questi, il primo avversario è il caso. Spesso diventa l’unico responsabile di una sconfitta, ma è compito dell’atleta prevenirlo e sconfiggerlo. Il secondo avversario è la “via della complicazione”. Prima di una gara importante chi interagisce con un atleta di solito ha la tentazione di dargli un consiglio portando solo disordine nell’equilibrio dell’atleta. Il terzo avversario è il presentarsi di proprietà emergenti o epifenomeniche. È quindi importante non solo sapere come si è fatti, ma anche come si cambia a seconda delle circostanze (ambiente, avversari, evento, ecc.).

È importante che il percorso complessivo dell’atleta si svolga nell’ottica di un lavoro basato su continuo sviluppo e perfezionamento della performance, liberando quest’ultima dal risultato di classifica o dal cronometro. È necessario quindi che il soggetto sia stimolato e sostenuto nella sua crescita psicofisica, che comprende il desiderio di vittoria, ma che non diventa l’unico obiettivo accettabile. Ciò perché cercare solo la vittoria trasforma una pulsione sana e naturale di affermazione di sé in qualcosa di negativo, in quanto vincere diventa un obbligo.

Al contrario, è utile prendere in considerazione anche la possibilità di una sconfitta come presa di coscienza e impulso al miglioramento. Quando si vuole vincere ad ogni costo senza accettare la superiorità dell’avversario, si priva lo sport della sua magia e della sua purezza legate ad una sana competizione (Vercelli, 2009)

Una prestazione eccellente è prima di tutto una conquista su se stessi derivante dai tanti sacrifici fatti per lungo tempo.

Vincere e mantenere un titolo rispondendo positivamente alle aspettative del pubblico sono atti spesso dati per scontati, ma non è così semplice. Quanti atleti sono miseramente crollati di fronte alle aspettative che si erano create nei loro confronti? Dopo la gioia iniziale, prevale il timore di non riuscire a bissare il successo ottenuto e il timore della conseguente delusione negli altri.

Invece l’atleta non dovrebbe mai perdere di vista che anche una sconfitta può essere una vittoria laddove è l’esito della sua migliore performance in quell’occasione, mentre la vittoria dovrebbe essere un rinforzo per migliorare ancora la propria condizione psicofisica.

In tutto questo, non dimentichiamo che dietro un atleta c’è tutto un mondo composto da allenatori, staff, famiglia, giornalisti, pubblico, ecc. che va ad influire sulla sua stabilità emotiva e fisica. Purtroppo la smania di vincere che fa parte di una cultura centrata sulla massima prestazione, ha portato tanti sportivi a fare ricorso a qualsiasi mezzo pur di vincere, doping compreso, dimenticando il vero senso dello sport. Avere una mentalità onesta e leale che crede nell’impegno e nel talento e che sa accettare la sconfitta, preserva dall’uso eventuale di sostanze potenzianti per la prestazione. Colui che invece vorrà evitare, o quanto meno ridurre, la fatica degli allenamenti, evitare l’umiliazione della sconfitta e ottenere tutto e subito, sarà più portato a fare ricorso a sostanze dopanti.

L’atleta deve focalizzarsi non tanto sul piacere immediato della vittoria, ma piuttosto su quello duraturo dell’allenamento e della prestazione indipendentemente dal risultato. Oscillare continuamente tra delusioni e soddisfazioni, tra ansia da prestazione e gioia per la vittoria sono tutti elementi che minano l’autostima dello sportivo (Vercelli, 2009).

Di conseguenza, l’atleta che vuole fare una grande prestazione deve possedere tante qualità sia fisiche che psicologiche. In primo luogo il talento e un fisico adatto alla sua disciplina, coadiuvati da abilità psicologiche senza le quali non sarebbe un campione: elevata motivazione, grande fiducia in se stesso e nelle proprie capacità, obiettivi chiari e definiti, capacità di controllare e gestire le proprie emozioni, di far fronte ad eventi inattesi, di concentrazione e di visualizzare la propria prestazione.

In conclusione, permettetemi un po’ di sano campanilismo. E allora forza: Cagnotto, Errani, Sensini, Schiavone, Pellegrini, Mastrangelo & Co, Magnini, Russo, Montano, Seppi, Nibali, Donato, Piccinini & Co, Vezzali, Rossi, Quintavalle e tutti gli altri campioni italiani. In fondo però facciamo il tifo anche per le grandi prestazioni che fanno sognare e rimanere increduli davanti all’espressione di tanta potenzialità del fisico umano.

famiglia-436_jpg_415368877Ogni coppia ad un certo punto del suo percorso si trova a dover affrontare la decisione di avere o meno un figlio, sempre che la gravidanza non sopraggiunga inaspettatamente. D’altra parte una coppia può decidere di avere un bambino sia naturalmente sia attraverso l’adozione. Ci sono famiglie che, pur avendo figli naturali, decidono di adottarne altri, mentre per altre coppie la decisione che porta all’adozione giunge dopo moltissimi tentativi infruttuosi di avere un figlio per vie naturali.
Intraprendere il percorso dell’adozione significa prima di tutto capire che quasi sempre i bambini adottati in età prescolare o scolare vivono esperienze negative legate alla separazione e all’abbandono da parte dei genitori naturali. Per questo motivo è importante che i genitori adottivi si rendano conto che è necessario affrontare questo passo con un’adeguata preparazione psicologica.La coppia che opta per l’adozione deve sottoporsi ad un lungo iter di controlli e colloqui per verificarne l’idoneità con medici, psicologi e assistenti sociali. Quando i genitori sono considerati idonei devono poi aspettare i tempi più o meno lunghi per le pratiche burocratiche dell’adozione.
Affinché l’adozione abbia un esito positivo è fondamentale che la coppia abbia elaborato il senso di frustrazione e fallimento per non essere stata capace di procreare biologicamente. Ciò potrebbe lasciare la sensazione che la genitorialità adottiva sia inferiore a quella biologica, creando un rapporto disfunzionale. Quindi è importante che i genitori adottivi, che hanno alle spalle tale storia di sofferenza dovuta alla sterilità, si confrontino con il figlio in merito alle motivazioni che li hanno spinti all’adozione. Svelare questo vissuto doloroso aiuta a creare un legame più intimo e forte con il bambino, anch’egli portatore di grandi dolori e sofferenze spesso dovute all’abbandono.
I primi incontri sono fondamentali in quanto si confrontano le aspettative reciproche dei genitori adottivi e del bambino. In entrambi i casi i soggetti in questione avranno sviluppato fantasie sul futuro e su come sarà la famiglia che si verrà a creare. È necessario che vi sia un adattamento reciproco determinato dalla voglia di instaurare da subito un legame positivo e intenso. I genitori dovranno ridimensionare l’immagine fantasiosa sia del bambino sia di se stessi come coppia genitoriale, inserendo tali elementi nella realtà; senza dimenticare che il minore, se da una parte può essere felice di essere adottato, dall’altra può avere la consapevolezza di essere stato definitivamente abbandonato dai genitori naturali.
È giusto inoltre che i genitori ricordino con il bambino il suo passato prima dell’adozione. Anche perché il passato del minore non si può cancellare, anzi privarlo di questo aspetto significherebbe fargli perdere contatto con una parte di se stesso e della sua identità personale e culturale. Infatti, spesso i bambini adottati provengono da paesi con lingua e cultura diversa dalla propria che vanno comunque rispettate. È necessario che il minore si senta accettato dalla nuova famiglia e integrato nell’ambiente sociale nonostante queste diversità. Questi aspetti sono fondamentali affinché si pongano le basi per una relazione sana ed equilibrata.
Le cose si complicano quando un bambino che ha avuto contatto con i genitori naturali viene adottato. Da una parte i genitori adottivi hanno paura che non si affezioni a loro, dall’altra il minore potrebbe sviluppare un forte senso di abbandono e di autosvalutazione che potrebbe farlo rimanere ancorato alle sue origini senza peraltro riuscire ad integrarsi nella nuova famiglia. Per il bambino che invece non ha conosciuto i genitori naturali, è normale avere curiosità rispetto alle sue origini e alle motivazioni che hanno spinto i genitori naturali a darlo in adozione. Questa curiosità non deve ledere la sicurezza della coppia adottiva e non deve mettere in dubbio il legame che si è creato con il figlio adottivo.
Per quanto riguarda il lavoro degli operatori, la consulenza preadottiva consiste nell’aiutare i genitori e le famiglie rivelatesi idonee per l’adozione di un minore a far fronte a tutte le difficoltà iniziali derivanti dall’eventuale successivo inserimento del minore nel nuovo nucleo e dalla conseguente problematica che concerne la ristrutturazione dei rapporti interattivi tra i vari membri. L’operatore dovrebbe, in questa fase, fornire validi strumenti e aiuti concreti finalizzati a prevenire la futura comparsa di difficoltà.
È importante che la valutazione e la scelta della famiglia in cui verrà inserito il minore si basi più sui bisogni e sulle specifiche caratteristiche personali del bambino che sulle persone richiedenti l’adozione. È necessario che venga svolto dai servizi un continuo lavoro di consulenza, di aiuto e di sostegno rivolto a tutti i membri del nuovo nucleo, affinché si vengano a costituire e consolidare positivi rapporti e si pervenga a ristrutturare adeguatamente il nucleo familiare.
Effettivamente i genitori potrebbero, ad esempio, incontrare difficoltà a fornire una corretta spiegazione dell’adozione ai loro figli che crescono o potrebbero avvertire il bisogno di avere ulteriori informazioni sull’ambiente di origine del minore o sul vissuto del minore adottato. Per questi motivi spesso è utile offrire un aiuto alle famiglie anche oltre la conclusione legale del processo di adozione (Minardi, 2000). Sicuramente l’adozione può sembrare complicata o essere vissuta con difficoltà, ma preparandosi adeguatamente e chiedendo l’aiuto degli operatori in caso di bisogno, può rivelarsi un’esperienza meravigliosa.
10 Febbraio 2011 at 20:01 e taggato , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink
divorzio-644_jpg_415368877Quando in una coppia le aspettative di una vita insieme a lungo andare si rivelano diverse da quella che è la realtà matrimoniale iniziano a sorgere i problemi, tanto più gravi tanto più le aspettative sono disattese. Inizialmente da parte di uno o entrambi i coniugi vi è una forte insoddisfazione inespressa, che cresce fino a manifestarsi apertamente; si ritira ogni investimento emotivo dalla sfera della vita coniugale e la relazione diventa soffocante.
A questo punto si elabora la decisione che porta alla separazione fisica accompagnata da sentimenti di perdita e di rimpianto. Per superare questo periodo difficile e traumatico si cercano nuovi amici, si sperimentano nuove attività e diversi stili di vita. È una fase di riequilibrio, caratterizzata da una lenta reintegrazione di sé e da una progressivo aumento dell’autostima, grazie anche allo sforzo di prendere decisioni e di porsi nuovi obiettivi relativi alla vita futura.
Indicativamente le persone impiegherebbero circa due anni per completare l’intero processo e tornare ad un equilibrato e reintegrato stile di vita: tuttavia il tempo richiesto varia da soggetto a soggetto e non sempre il ritmo evolutivo segue un andamento lineare, ma spesso assume un carattere oscillante, “ad altalena”, con regressi e progressi (Santi, 2007). Secondo Bohannan (1973), il tempo che intercorre tra l’inizio della grave crisi ed il recupero dopo la separazione può essere suddiviso in sei fasi, il cui superamento permette al soggetto di ristabilire il proprio equilibrio psicologico.
La prima fase è quella del “divorzio emotivo”, detta anche da “ping pong” per la continua oscillazione tra momenti di aggressività e momenti di riappacificazione, fino a quando il conflitto si cronicizza e i rapporti si deteriorano irrimediabilmente. La seconda fase è quella del “divorzio legale” che può esacerbare eventuali antagonismi oppure sfociare in un processo di mediazione utile affinché i partner assumano atteggiamenti di collaborazione e giungano ad un accordo equo e sereno. Gli ex coniugi in questo modo ricercano attivamente la soluzione ai loro problemi, avvicinandosi progressivamente ad un accordo attraverso un periodo di trattative e negoziati.
Al fine di assicurare un buon esito del processo di mediazione, i membri della coppia devono convenire su precise regole che, se condivise, sono importanti per definire il percorso di ricerca dell’accordo. Un simile approccio si rivela proficuo soprattutto nei casi di dispute relative ai figli perché si fonda sulla congiunta assunzione di decisioni e di responsabilità prevenendo così conflitti futuri.
Nel terzo stadio rientrano le questioni relative alla suddivisione dei beni e delle proprietà, all’ammontare dell’assegno spettante al coniuge e al mantenimento dei figli.
Quando due coniugi si separano mettono fine ai rispettivi ruoli di marito e moglie (tanto legalmente quanto emotivamente), ma lasciano inalterati i ruoli di padre e madre: essi continueranno ad interagire con i figli in quanto genitori. È questa la quarta fase, detta del “divorzio genitoriale”. Recenti studi hanno dimostrato come il divorzio genitoriale costituisca il fattore critico decisivo per il sano equilibrio psicologico dei minori dopo la separazione ed hanno evidenziato inoltre che vi è una la forte correlazione tra comportamenti anomali dei figli e conflitto tra coniugi.
Uno dei compiti più delicati per le coppie disgregate consiste nel ridefinire la relazione come genitori all’interno della nuova situazione familiare, effettuando una netta demarcazione tra ruolo genitoriale e ruolo matrimoniale. Il divorzio genitoriale ha strette interferenze con il divorzio economico che costituisce l’area che più spesso accresce il conflitto dal momento che investe interessi materiali. Il quinto stadio è definito “divorzio dalla comunità” che si verifica con il mutamento a livello delle relazioni sociali, aspetto implicito in ogni disgregazione.
I vecchi amici spesso rimangono amici di uno solo e, d’altra parte, la persona separata, perché sola, può in alcune occasioni sentirsi a disagio con loro. Può allora emergere un profondo senso di solitudine che può gradualmente svanire a patto che si investano le proprie energie psichiche nella ricerca di nuove relazioni sociali e in una presa di coscienza di sé e dei propri desideri.
Infine, l’ultima fase è quella del “divorzio psichico” caratterizzata dalla necessità delle persone separate di ritrovare la propria personalità, la fiducia nelle proprie effettive capacità, senza più contare sulla presenza e l’aiuto del coniuge (Santi, 2007).
Un processo di separazione può considerarsi psicologicamente concluso nel momento in cui i due ex coniugi sono diventati consapevoli sia delle ragioni per le quali il matrimonio è fallito, sia delle motivazioni che hanno portato a scegliere un partner con determinate caratteristiche che poi si sono rivelate incompatibili, potendo così impostare con coscienza e fiducia il loro futuro, senza il timore di ripetere gli stessi errori.