I tragici eventi accaduti il 13 novembre a Parigi hanno scosso l’opinione pubblica mondiale. Ormai il terrorismo si è evoluto e sfrutta al massimo il potere mediatico e persuasivo dei mezzi di comunicazione di massa. I video degli omicidi e delle violenze perpetrate su singoli ostaggi oppure gli attentati su una moltitudine di persone vengono messi in rete, facendo immediatamente il giro del mondo. In questo modo l’effetto di creare panico e terrore è amplificato perché si ha la sensazione che il terrorismo possa arrivare dovunque, in qualsiasi momento e colpire chiunque.

L’obiettivo è che la gente non si senta più al sicuro da nessuna parte e che inizi a limitare i suoi spostamenti, fino a percepire che il proprio senso di libertà è stato intaccato. Gli effetti psicologici per chi ha osservato i fatti tramite la televisione o internet sono normali reazioni che spesso si rivelano transitorie. D’altra parte in alcune persone che già soffrono di disturbi psicologici, questi fatti possono creare come una cassa di risonanza che amplifica problemi antecedenti, come stati d’ansia, panico, fobie, disturbi del sonno, depressione, ecc.

Le persone invece che hanno vissuto da vicino la strage di Parigi, ma che fortunatamente sono rimaste illese o solo ferite, possono sviluppare alcuni disturbi psicologici tra cui il Disturbo Post-Traumatico da Stress (Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD). Può capitare che tra il trauma e l’inizio del disturbo passi del tempo (anche anni) e più intenso e prolungato è stato l’evento traumatico, più grave sarà il PTSD. Ci sono persone che soffrono di PTSD per anni e, nel caso in cui il trauma sia stato particolarmente violento e prolungato, un soggetto non aiutato da esperti può anche rimanere per sempre vittima di tale disturbo.

Di contro, cosa si può dire della psicologia dei terroristi? Innanzitutto come è definita l’organizzazione terroristica che ha colpito Parigi e che ha compiuto tanti attentati e omicidi efferati di ostaggi? “Lo Stato Islamico, alias Isis, è una realtà spaventosa il cui obiettivo è cancellare confini preesistenti attraverso la progressiva conquista di Iraq e Siria. Questo, attraverso l’annientamento di qualsivoglia nemico, spesso con l’attuazione di esecuzioni cruente, astutamente filmate e diffuse a fini propagandistici. Per Barack Obama e per il governo di Cameron, questa organizzazione è conosciuta come ISIL. Altri paesi invece hanno classificato questa realtà come ISIS o IS. E c’è una definizione ancora più particolare e complessa, adottata unicamente dalla Francia per scelta del presidente Hollande che ha dato all’organizzazione terroristica il nome di DAESH” (La Stampa, 23 settembre 2014).

Lo Stato Islamico legittima le sue azioni attraverso la religione, ma in realtà riesce a reclutare e a radicalizzare il proprio modus operandi attraverso altre modalità, come ad esempio soddisfare bisogni di prima necessità della popolazione più povera e degradata. A ciò si aggiunge l’enorme capacità propagandistica dei media che viene sfruttata al massimo per manipolare psicologicamente e reclutare combattenti anche originari di altri Paesi (i cosiddetti foreign fighters). Perché alcune persone decidono di abbandonare il proprio stile di vita ed abbracciare l’estremismo? A livello psicologico una scelta di questo tipo può derivare dal bisogno di appartenere a qualcosa che dia un senso alla propria esistenza. È come si il mondo a cui queste persone appartenevano prima li facesse sentire insicuri e insignificanti. Le promesse dettate invece dallo Stato Islamico riempiono dei vuoti nella vita di queste persone.

Pensiamo al reclutamento di persone che devono farsi esplodere per uccidere altri individui. Le azioni compiute dai kamikaze sono considerate nella cultura dello Stato Islamico atti di eroismo. Non solo viene insegnato agli adepti che è giusto uccidere, ma anche che è bene morire. I messaggi assorbiti negli anni dello sviluppo assumono un ruolo fondamentale nel plasmare il comportamento dell’adulto, soprattutto quando sono saturi di ideologie riguardo all’appartenenza etnica e a credenze ideologiche estreme. Ciò ha portato a far sì che oggi i kamikaze non siano più persone disperate, ma anzi soggetti con un ottimo grado di istruzione, competenti, di successo, con uno spiccato senso di abnegazione.

Gli estremisti non prendono minimamente in considerazione le sofferenze delle vittime e tendono a disumanizzare il nemico. La loro è una visione della vita guidata da leader carismatici che fanno leva sul potere comunicativo per influenzare e fare in modo che le persone abbandonino ogni scrupolo morale fino a uccidere brutalmente qualsiasi nemico e a sacrificare la loro vita in nome dello Stato Islamico.

8 Marzo 2016 at 10:33 e taggato , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Capita a molte persone di provare invidia o di avere pensieri negativi nei confronti di altri, ma sono poche ad ammetterlo forse per il timore di essere giudicate male o di apparire “cattive”.

In realtà pensare male di qualcuno può avere una valenza terapeutica perché serve per alleggerire momentaneamente la propria psiche da situazioni troppo pesanti e disagevoli.

Come nascono questi pensieri negativi? Come vengono vissuti e come possono essere affrontati?

Provare invidia dipende molto dal tipo di educazione che si è ricevuta, ad esempio quando un genitore imposta il raggiungimento degli obiettivi sul confronto con gli altri o comunque con uno stile competitivo. L’autostima del giovane, se non raggiunge risultati soddisfacenti rispetto a quelli attesi, ne risente, diventando una persona frustrata e che non sa gioire dei successi altrui e dimenticando che il successo personale non si raggiunge sull’insuccesso degli altri, ma con l’impegno e la dedizione.

Gioire delle disgrazie altrui può capitare a qualcuno che ha una personalità che non è capace di reagire alle difficoltà e pertanto ha bisogno di ricalibrare il proprio periodo “nero” confrontandolo con quello degli altri. Se anche altri hanno problemi, la persona si sente meno “sola” e può “condividere” il suo periodo difficile.

Sensazioni di malessere dovute a difficoltà non superate nei rapporti con gli altri si possono trascinare nel tempo e cristallizzarsi sempre di più. Ad esempio, difficoltà nei rapporti con i colleghi mai sanate, incomprensioni più o meno profonde con familiari, coniuge, ecc., un litigio importante con un caro amico, ecc. Doversi quotidianamente trovare ad affrontare situazioni irrisolte del passato crea una continua sensazione di malessere accompagnata da pensieri negativi.

La consapevolezza di convivere con la presenza di pensieri negativi, con una sensazione di malessere diffusa, con la difficoltà di trovare una sensazione di pace interiore rende anche la visione di un futuro sereno più complessa. Pertanto i pensieri negativi si infittiscono rispetto a come evolveranno determinate situazioni o rapporti che non si riescono a migliorare. Si ha la sensazione di avere un futuro davanti a sé incerto e comunque portatore di ulteriori situazioni negative correlate ad altre già vissute. Ad esempio, problemi sul lavoro legati ad incomprensioni con i colleghi o con il superiore che possono influire negativamente su una promozione oppure difficoltà nella risoluzione dei conflitti con il partner che fanno confluire i pensieri negativi in una visione di un incerto futuro insieme.

Le difficoltà sul lavoro, i rapporti con i colleghi, ecc. possono diventare ben presto fonte di pensieri ossessivi negativi che si portano anche a casa e che fanno vivere male. È importante invece essere o diventare capaci di lasciare fuori dalla porta di casa i problemi lavorativi e riossigenarsi nel proprio habitat ricaricando le energie e ritornando al lavoro pronti per ricominciare.

A tal proposito alcuni ricercatori (Nota & Coles, 2014) della Binghamton University hanno riscontrato che i cattivi pensieri più comuni si riferiscono fondamentalmente a dosi eccessive di preoccupazione e ansia relative ad eventi del passato, ossessione verso alcuni eventi o persone, preoccupazioni per ciò che può riservare il futuro. Inoltre, questi pensieri negativi sarebbero più frequenti nelle persone che dormono poco o che vanno a letto molto tardi rispetto a coloro che dormono più regolarmente.

In sostanza, questi ricercatori hanno concluso che l’orario in cui si va a dormire e il numero di ore di sonno possono condizionare lo stato di salute mentale di una persona. Il consiglio è quello di regolarizzare il ritmo sonno-veglia per cancellare i pensieri negativi.

L’ossessione per fatti accaduti o persone è un elemento forte dei pensieri negativi. Questi ultimi sono rinforzati non solo dalla stanchezza dovuta alla mancanza di sonno, ma anche dallo stress per mancanza di organizzazione, per un carico di lavoro eccessivo, per mancanza di tempo libero da dedicare a se stessi. La classica situazione in cui ci si sente girare in un turbine di eventi, ma non ci si riesce a fermare. Quindi se da una parte il riposo è un elemento fondamentale, anche la capacità di organizzarsi e conoscere i propri limiti sono altri due aspetti chiave per la soluzione dello stesso problema. Le difficoltà sul lavoro, i rapporti con i colleghi, ecc. possono diventare ben presto fonte di pensieri ossessivi negativi che si portano anche a casa e che fanno vivere male. È importante invece essere o diventare capaci di lasciare fuori dalla porta di casa i problemi lavorativi e riossigenarsi nel proprio habitat ricaricando le energie e ritornando al lavoro pronti per ricominciare.

Infine, l’uso dei social può avere accentuato il problema dei pensieri negativi, perché le persone possono “controllare” quello che fanno gli altri, familiari, amici e non, e fare confronti con la propria vita. In questo modo si generano spesso sentimenti di invidia, bassa autostima, ecc.

In questo senso i pensieri negativi sono un vero e proprio segnale di malessere. Osservare la vita degli altri, essere ossessionati dai problemi lavorativi o altro, sta a indicare che probabilmente la propria vita privata non va molto bene e pertanto la mente si focalizza su altro. Ma in realtà bisogna fare i conti con altri problemi irrisolti.

Un primo passo per stare meglio è accettare che un periodo della propria vita è stato caratterizzato da emozioni e sentimenti negativi. Successivamente bisogna prendersi cura di se stessi, imparare a rilassarsi, riposarsi, mangiare in modo sano, dormire per un numero adeguato di ore, imparare a prendere la distanza dagli eventi che fanno soffrire, confrontarsi con qualcuno, affrontare i problemi immediatamente uno per volta, imparare a trovare sempre uno spazio di serenità dentro se stessi anche nella massima confusione o difficoltà. Infine, bisogna imparare ad accettare i propri pensieri negativi così da farli defluire fino a che diventeranno sempre meno frequenti lasciando spazio alla positività.

29 Agosto 2015 at 17:52 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

L’avvento di internet e dei social network ha fatto sì che questi ultimi siano diventati lo strumento attraverso il quale molte persone, soprattutto i giovani, possano esprimere se stesse con la possibilità di condividere il proprio mondo con gli altri. D’altra parte i social network hanno creato un terreno ideale per lo sviluppo in altra forma di molti problemi dei giovani, come il bullismo che diventa cyberbullismo laddove è generato nella rete.

Il cyberbullismo sfrutta la comunicazione digitale ed in questo modo il cyberbullo ha l’opportunità di rimanere anonimo oppure di fingersi qualcun altro, avendo così la possibilità di non uscire allo scoperto, anche se ogni comunicazione digitale lascia comunque delle tracce, rendendo vani i tentativi di rimanere anonimi (Tonioni, 2014).

Il cyberbullo, spalleggiato dai molti spettatori, non pone limiti alle persecuzioni nei confronti della sua vittima.

Le modalità digitali usate per denigrare, ridicolizzare oppure offendere sono molte e per lo più sconosciute agli adulti.

Una prima modalità si chiama “flaming” sono litigi online caratterizzati da termini violenti e volgari che possono coinvolgere una singola persona o un gruppo di amici.

L’”harassment” è la spedizione ossessiva e ripetuta di messaggi denigratori fino a diventare una vera e propria molestia.

Put down” significa denigrare qualcuno attraverso email, sms, post, con l’obiettivo di ledere la reputazione della vittima agli occhi degli altri.

Masquerade” riguarda la sostituzione di persona con lo scopo di spedire messaggi a nome altrui, dopo essere entrati nel suo account o pubblicare contenuti offensivi o volgari che screditano la vittima.

Exposure” è la rivelazione di informazioni inventate o estorte sulla vita privata della vittima senza che questa possa rimediare in alcun modo.

Trickery” si manifesta come un tradimento affettivo, in quanto si ottiene la fiducia della vittima che in buona fede rivela confidenze del suo privato che prontamente vengono messe in piazza dal bullo.

Exclusion” si verifica quando una persona viene esclusa bruscamente e con intenzione da un gruppo online, una chat o un gioco interattivo.

Cyberstalking” è un invio ripetuto di messaggi denigratori, comprese minacce esplicite, che hanno lo scopo di impaurire la vittima e che possono sfociare in episodi di aggressione fisica.

Cyberbashing” si verifica quando la vittima viene aggredita o molestata mentre altri riprendono la scena con la telecamera del cellulare. Le immagini vengono poi postate in rete, visibili a tutti e commentate (Tonioni, 2014).

Nell’ambiente scolastico è difficile scrollarsi di dosso determinate etichette, così la vittima inizia a soffrire fino a manifestare stati d’ansia, disistima, depressione, abbandono scolastico e, solo nei casi più gravi, anche il suicidio. Dal canto suo, il bullo diventa schiavo della sua aggressività e del ruolo che si è costruito.

Il fulcro del cyberbullismo sta in un difetto della comunicazione affettiva tra figli e genitori. In particolare l’assenza genitoriale bullizza i bambini e gli adolescenti, cioè li rende incapaci di gestire le emozioni provate e di esprimerne il significato a parole. Sia le vittime sia i bulli non sanno tradurre a parole ciò che provano. In certi casi, non riescono nemmeno a capire quello che provano tanto da dissociarsi da determinate situazioni negative: i bulli da quello che fanno e le vittime da ciò che subiscono.

I genitori di un piccolo bullo avranno l’inclinazione a giustificare il suo comportamento, negando i problemi e mostrandosi risentiti, perchè considerano il figlio vittima della situazione. I genitori di una piccola vittima, invece, proveranno paura e ansia per il figlio, impegnato nelle prime relazioni sociali, e una sorta di diffidenza nei confronti degli altri bambini e delle loro famiglie. In entrambi i casi, i genitori si sentono in colpa e spesso chiedono continue conferme a educatori e insegnanti sul fatto che il loro figlio non abbia problemi, il che mostra come comportamenti opposti possano avere la stessa radice (Tonioni, 2014).

Per questi motivi tutta la società può e deve dare il suo contributo perché il cyberbullismo rappresenta un problema sociale che riguarda non solo le parti coinvolte, ma tutti coloro che perseguono nella loro vita l’educazione e il rispetto per gli altri. In quest’ottica non bisogna abbassare la soglia di attenzione nei confronti dei bulli che altrimenti sono portati a pensare di poter agire indisturbati.

Fondamentale è la prevenzione che da una parte aiuta ad identificare immediatamente quei piccoli segnali di bullismo che potrebbero evolversi in un vero e proprio comportamento delinquenziale del bullo, e dall’altra riduce il rischio che la vittima possa sviluppare problemi legati alla sfera affettiva e relazionale.

Il normale andamento del sonno può essere disturbato ed interrotto dall’incubo, un sogno angosciante associato a reazione fisiologiche come tachicardia, sudorazione e tachipnea (accelerazione del ritmo del respiro). Il malcapitato, vittima del brutto sogno, si sveglia nel cuore della notte sudato, disorientato, spaventato e con il cuore che batte forte tanto da avere poi difficoltà a riaddormentarsi. Solitamente l’incubo emerge in una fase di sonno molto profondo ed è caratterizzato da immagini vivide ed emotivamente forti, tanto da svegliare la persona di soprassalto. L’incubo è sempre molto verosimile tanto da apparire reale anche dopo il risveglio. A volte i brutti sogni possono essere ripetuti più volte in una sola notte, spesso con temi ricorrenti. L’incubo può presentarsi in modo isolato indicando un malessere associato ad un evento recente oppure può ripetersi più volte nell’arco del tempo stando ad indicare un disagio profondo legato ad eventi del passato. Questa tipologia di sogni con risvolti negativi evidenzia molteplici elementi dell’inconscio che altrimenti non sarebbero presi in considerazione con il giusto peso: un periodo in cui si vive male la quotidianità, la voglia di sbloccare una situazione che crea disagio, aggressività repressa, voglia di un cambiamento profondo nella propria vita.

Per evitare che i brutti sogni si ripetano con troppa frequenza si possono seguire alcuni accorgimenti come: consumare una cena leggera, evitare di guardare film thriller o drammatici alla televisione e di leggere libri dalla trama ricca di tensione e contenuti noir, ascoltare musica distensiva, rendere il clima in casa sereno e accogliente, fare un bagno caldo e profumato, bere una tisana calda e rilassante prima di dormire. Gli incubi più comuni comprendono le seguenti tematiche: precipitare nel vuoto; trovarsi al buio; essere sopraffatti da mostri, rettili, insetti; non riuscire a urlare; sentirsi paralizzati; morire; essere malati; essere inseguiti; essere traditi dal partner; essere uccisi; essere abbandonati; ecc. Gli incubi, soprattutto se diventano frequenti e se raggiungono un’intensità tale da turbare i pensieri diurni, sono la spia di un malessere che va indagato.

Per prima cosa è bene compredere le cause alla base degli incubi. È quindi necessario fare una valutazione medica per capire se essi sono la conseguenza dell’assunzione o della brusca interruzione di alcuni medicinali oppure se sono collegati all’abuso di alcol o droghe oppure ad altre patologie. In generale, gli incubi possono essere causa di una cattiva digestione, di una malattia o di altri disturbi a livello fisiologico, ma nella maggior parte dei casi hanno un’origine psicologica e forniscono indicazioni sul proprio inconscio. Il brutto sogno infatti può essere un processo di elaborazione delle emozioni negative. Per la maggior parte delle persone gli incubi si rivelano in modo occasionale e sporadico, essendo frutto di forte stress.

Gli incubi diventano un problema quando sono persistenti per lungo tempo e si ripropongono anche negli orari diurni. In questo caso possono derivare da molteplici disturbi psicologici. Ad esempio un brutto sogno può avere origine da un disturbo da stress post traumatico, per cui la persona rivive in modo tormentato un evento traumatico che ha subito nel passato, anche se non è sempre facile ricondurre il brutto sogno ad una causa precisa. Spesso alla base di un incubo si riscontra la presenza di: un disturbo d’ansia, un disturbo da attacchi di panico o depressione. Quando si verificano crisi d’ansia improvvise con visioni o sogni in cui si ha la netta sensazione di poter morire, si è di fronte ad un disturbo da attacchi di panico. Se invece la sensazione di angoscia è continua ed è accompagnata dalla paura che accada qualcosa a se stessi o ai propri familiari, si è di fronte ad un disturbo d’ansia generalizzato che rovina il sereno andamento del sonno. Chi vive questa condizione di solito ha subito di recente un lutto o una separazione che ne hanno minato la sicurezza a livello emotivo ed esistenziale. Quando invece la persona si sente triste, ha perso interesse per le attività abituali con una conseguente compromissione della capacità lavorativa, allora si è di fronte ad una depressione. La persona può fare incubi in quanto non riesce ad adattarsi psicologicamente ad accadimenti o cambiamenti negativi della sua vita.

Laddove gli incubi persistano con insistenza, anche con temi ricorrenti, può essere utile iniziare una psicoterapia per capire il significato sottostante a questi sogni e risolvere i disturbi ad essi collegati. Altre soluzioni consistono nell’assunzione di determinati farmaci oppure di un percorso parallelo sia psicoterapeutico sia farmacologico o tramite l’applicazione di tecniche di rilassamento o ancora della cosiddetta imagery rehersal therapy (ripetizione immaginativa), in cui il paziente, mentre è sveglio, viene aiutato a immaginare e poi a guidare il sogno fino a modificarne alcuni aspetti, creando così un nuovo sogno a proprio piacimento. In ogni caso anche un evento spiacevole come un incubo, laddove si ripeta nel corso del tempo, non va sottovalutato ma preso nella giusta considerazione. Esso può assumere la funzione di termometro del proprio stato emotivo e del proprio benessere ed in quanto tale può dare la spinta per approfondire ed eventualmente cambiare alcuni aspetti della vita che altrimenti passerebbero inosservati.

Essere belli a tutti i costi. Questo è il motto che da molti anni a questa parte accompagna il pensiero di uomini e donne che vivono ossessionati dalla bellezza del proprio aspetto fisico. È anche vero che al giorno d’oggi l’immagine è il modo attraverso il quale si dà la più immediata informazione su se stessi agli altri, mettendo in secondo piano la personalità, il proprio modo di affrontare la vita, i propri valori. Nella nostra società tutto viene valutato con rapidità per cui non c’è tempo per soffermarsi su qualcuno o qualcosa che non attiri lo sguardo per la sua bellezza. Essere attraenti e curati nell’aspetto è anche considerato un indice del proprio successo personale.

Tutti questi aspetti fanno sì che le persone sia sempre più indirizzate a fare qualsiasi cosa pur di essere belle. Tra le pratiche messe in atto per l’adeguamento del corpo ai canoni di bellezza ci sono tanti mezzi: sport, dieta, cure estetiche fino ad arrivare alla chirurgia estetica. Per molte donne la chirurgia estetica rappresenta uno strumento per intervenire attivamente sul pericolo di esclusione sociale. A seguito di un intervento infatti molte persone sostengono di aver acquisito una maggiore fiducia in sé, esigenza peraltro dettata dalla pressione sociale a conformarsi a determinati standard estetici.

Il ricorso alla chirurgia estetica può essere legato anche a periodi di transizione di ruolo. Si tratta di momenti cruciali nella propria vita, come la separazione, la fine di una relazione, un licenziamento, ecc., per cui le persone sentono la necessità di riprogettare il proprio sé per ricominciare con maggior sicurezza, eliminando i difetti fisici che sembrano aver avuto un ruolo nelle difficoltà precedenti. Anche in questo caso, il corpo rappresenta il fulcro del controllo sull’espressione del sé nella relazione sociale, percepito come uno strumento funzionale al successo nelle relazioni intime come in quelle di lavoro (Olivero e Rovida, 2009).

Insieme al perseguimento della bellezza fisica si osserva contemporaneamente la volontà di contrastare l’invecchiamento. La cultura dei consumi colloca in una posizione marginale l’identità delle persone anziane, enfatizzando il mito della giovinezza. Infatti la giovinezza e l’attività fisica sono diventati valori centrali indipendentemente dall’età, e il corpo magro appare come il simbolo per eccellenza della giovinezza. La capacità di mantenersi in forma è oggetto di valutazione morale, tanto che il sovrappeso e lo scarso impegno nel contrastare l’invecchiamento sono giudicati come comportamenti sbagliati e da contrastare. Il corpo invecchiato viene percepito da molte persone come una maschera che nasconde la vera identità. In questo senso il ricorso alla chirurgia estetica sarebbe funzionale a ristabilire un equilibrio fra immagine corporea e immagine del sé.

Partendo dal presupposto che i modelli estetici proposti dalla società e dalla comunicazione di massa vanno a costituire una forte componente dell’immagine del sé, non sorprende quanto può essere grande il divario percepito tra il sé ideale e il sé reale. In tal senso è possibile individuare tre tipologie di donne che fanno ricorso alla chirurgia estetica: quelle che vi ricorrono in seguito a traumi o malattie; quelle che si sottopongono a pochissimi interventi (massimo tre); quelle che si sottopongono a molti interventi (da quattro a quindici). A parte il gruppo di donne costretto ad intervenire per cause legate ad incidente o malattia, le altre fanno ricorso alla chirurgia estetica per avere un maggiore controllo sulla propria immagine come strumento di realizzazione sociale e per diminuire il divario tra il sé ideale e il sé reale, ambendo ad una parziale o totale sovrapposizione tra i due sé.

Di solito, le donne che ricorrono a pochissimi interventi di chirurgia estetica rivelano un’accresciuta autostima in seguito all’intervento, mentre quelle che vi ricorrono in modo intensivo rimangono insoddisfatte. In quest’ultimo caso si tratta di donne la cui identità si sovrappone quasi totalmente con l’immagine fisica. Per queste donne prendere consapevolezza del processo di invecchiamento del proprio corpo o dell’imperfezione di quest’ultimo, crea un forte stato d’ansia e preoccupazione tanto da mettere in crisi l’accettazione del sé. Tali donne, insicure, in difficoltà nei rapporti interpersonali, insoddisfatte a livello personale e professionale, per tentare di compensare questi aspetti, tendono a focalizzarsi sull’unico territorio sul quale sentono di avere un certo potere: il proprio corpo. Tale processo di trasformazione volto alla ricerca della perfezione è destinato a non finire mai, ma al contrario è fonte continua di frustrazione e insoddisfazione (Olivero e Rovida, 2009).

È evidente che la chirurgia estetica non può risolvere i propri disagi interiori, ma piuttosto prima di qualsiasi intervento bisognerebbe chiedersi: qual è la reale motivazione sottostante, quale immagine si ha del proprio corpo, cosa ci si aspetta di ottenere dall’operazione ed in che modo ci si aspetta che la propria vita possa cambiare dopo un intervento estetico. È il nostro modo di osservare e affrontare la vita a darle un senso piuttosto che un altro, per cui un intervento estetico può essere un valore aggiunto laddove vi sia già una soddisfazione di se stessi e la consapevolezza che le basi della propria bellezza risiedono nel proprio intimo.

La scuola è finita. Molti ragazzi stanno affrontando la maturità e poi li attendono le agognate vacanze. A questo punto inizia la diatriba per andare in vacanza con gli amici piuttosto che con i genitori. Ma quand’è il momento giusto in cui i genitori possono dare maggiore indipendenza ai propri ragazzi?

L’adolescenza è un periodo di passaggio dall’infanzia all’età adulta e pertanto difficile da gestire. Inizia una fase che spinge il giovane verso l’indipendenza ed è un passaggio fondamentale relativo a ciò che un figlio deve fare per crescere in modo positivo. Ciò significa credere nelle proprie idee e nei propri sogni, ma anche avere bisogno dell’appoggio delle persone care per riuscire a realizzarsi e a crescere con la giusta autostima. Un adolescente si può sentire inadeguato rispetto ai suoi pari o alle richieste dei genitori, ma è anche importante che trovi la sua strada per imparare ad accettarsi e avere fiducia in sé. È importante quindi avere il sostegno emotivo della famiglia, ma è anche giusto seguire il proprio percorso sulla base dell’educazione e dei valori ricevuti.

Un adolescente deve rendersi conto di come l’adulto si rapporta con lui. I genitori apprensivi che eccedono nelle raccomandazioni ottengono l’effetto di crescere un figlio insicuro e ribelle e di ingolfarne il processo di maturazione. Essere genitori apprensivi e ripetitivi non aiuta, anzi! Quindi i figli devono essere capaci di discriminare i consigli “giusti” per la loro crescita, da quelli dettati solo dall’ansia. Innanzitutto un giovane deve partire dal tipo di rapporto che ha con il genitore. Se è un rapporto amicale basato sulla fiducia allora sarà più facile seguire i consigli degli adulti. Ma se invece il genitore tende a imporre il suo pensiero allora il figlio deve avere il coraggio di percorrere la sua strada senza sensi di colpa. In che modo?

I figli hanno ricevuto un’educazione e dei valori, ma si confrontano anche con gli amici e con se stessi. Crescere quindi vuol dire anche confrontarsi con il mondo esterno e lo si fa meglio se ci si documenta, non vivendo nell’ignoranza solo copiando ciò che fanno i pari (che magari li portano sulla cattiva strada). Quindi studiare, leggere, viaggiare, conoscere, scoprire cosa fanno gli altri giovani coetanei può mettere tutto in una giusta prospettiva.

È bene cercare di comunicare con serenità il proprio pensiero ai genitori cercando un confronto con loro. Sicuramente dimostrare di essere giovani responsabili e con la testa sulle spalle li rassicurerà e farà sì che loro diano più fiducia. La parola d’ordine dunque è crescita. Per crescere bisogna essere autonomi e non aver paura di abbandonare il nido e di tagliare il cordone ombelicale dalla propria famiglia. Ci sono alcuni genitori che non capiscono quando è il momento di lasciare andare i figli. In questi casi bisogna avere il coraggio di “mollare gli ormeggi” ed iniziare a navigare da soli tenendo a mente e facendo tesoro degli insegnamenti degli adulti.

Pensiamo agli animali: la madre segue i figli, li nutre, insegna loro a procurarsi il cibo e a difendersi dai predatori, ma poi arriva un giorno in cui lascia che i figli affrontino da soli la vita e i suoi pericoli. Quel giorno sembra sempre troppo presto e si pensa “ma quell’animaletto non ce la farà mai a sopravvivere” e invece quasi sempre vediamo che se la cava alla grande. Molti genitori non si rendono conto che spesso anche se hanno le migliori intenzioni ottengono effetti negativi o deleteri. Per questo motivo, tornando al tema delle vacanze, è importante che un padre e una madre capiscano quando è il momento di lasciare andare il proprio figlio alla scoperta del mondo e di cosa c’è là fuori.

Un giovane in vacanza da solo avrà modo di conoscere realtà diverse, scoprire aspetti di sé sconosciuti e attingere a risorse che nemmeno pensava di avere. Ciò non significa fare cose pazze o trasgredire a tutti i costi, ma affrontare la vita con prontezza, intelligenza, capacità di discernimento, con l’obiettivo di crescere a tutto tondo. Basta poi pensare a quell’uccellino che la mamma ha fatto volare giù dal nido. Magari di primo impatto pare che sia stato spinto a farlo troppo presto, ma in realtà quello era il momento giusto. E se non saranno i genitori a lasciare andare i propri figli, saranno loro che troveranno la voglia e impareranno presto a volare in alto con le loro forze.

I bambini si sentono in colpa? Sono consapevoli che le loro azioni possono avere conseguenze negative sugli altri? A partire da che età sono in grado di riconoscere e capire quando hanno danneggiato qualcun altro? Trovare una risposta a questi interrogativi è importante perché la colpa come mediatore della coscienza morale svolge un ruolo importante nella comprensione delle regole morali ed etiche.

Secondo alcuni ricercatori è possibile notare segnali di colpa già in bambini di due anni, un’età in cui il minore inizia a cogliere le differenze tra sé e gli altri e a capire che anche le altre persone provano emozioni e sentimenti che possono essere influenzati dal proprio comportamento. La piena capacità del minore di cogliere le emozioni arriva dai tre anni in poi. Per provare senso di colpa il bambino deve avere consapevolezza della propria identità. Diversi ricercatori sostengono che il sentimento di colpa sia legato alla capacità del bambino di sperimentare empatia nei confronti degli altri. Il dispiacere empatico per il dolore percepito nell’altro si trasforma in senso di colpa nel momento in cui il minore si rende conto di essere la causa del disagio altrui.

Un’altra spiegazione alla base del senso di colpa è l’ansia di separazione o da esclusione. Si tratta della paura di perdere i legami affettivi importanti e del timore di essere allontanati dalle persone. Il bambino, ad esempio, è in grado già molto precocemente di far arrabbiare la mamma disubbidendole, tuttavia il disagio provocato dalla colpa gli consente di percepire la soglia che non deve essere oltrepassata, per non perdere le cure e l’affetto di cui ha bisogno (Di Blasio e Vitali, 2001).

Nel corso del tempo aumentano le situazioni in cui il bambino percepisce i sensi di colpa mostrando una sensibilità sempre più raffinata. Da piccolo si sente in colpa per aver detto una bugia, per aver preso un giocattolo al fratello, per aver fatto arrabbiare i genitori o per aver fatto male a un compagno. In futuro potrà sviluppare sensi di colpa qualora non riuscisse ad aiutare una persona sofferente o venisse meno ad un impegno preso o alla parola data.

La tendenza dei bambini a riparare ad un danno fatto viene favorita se i genitori ricorrono sistematicamente nell’educazione del figlio a spiegazioni di tipo affettivo, come: “Non è bello fare così” oppure a proibizioni seguite da spiegazioni empatiche: “Non vedi che Marco è ferito? Non spingerlo” o ancora ad affermazioni basate su regole precise: “Non si deve mai picchiare nessuno per non far soffrire le persone” e di ritiro affettivo: “Quando mi ferisci o fai del male agli altri, non ti voglio vicino”.

Tra le diverse categorie educative, il ricorso a regole precise e assolute è particolarmente efficace, in quanto crea una combinazione ideale di sentimenti di colpa empatica associati a modalità riparative. Un’altra pratica educativa molto comune consiste nell’indurre direttamente sensi di colpa attraverso frasi come: “Sei responsabile per aver fatto male a Luca”, “È colpa tua se hai preso un brutto voto, dovevi studiare di più”, “Hai rotto il giocattolo di tuo fratello, ora riparalo”. Tali attribuzioni hanno l’effetto di orientare il comportamento dei bambini verso il riconoscimento e l’acquisizione delle regole date.

In ambito educativo, nelle situazioni di violazione involontaria delle regole da parte del bambino, l’induzione del senso di colpa è una tecnica molto efficace. Mentre nel caso di disubbidienze intenzionali è particolarmente utile ricorrere a un controllo coercitivo, cioè richiedere al bambino di riparare al danno fatto attraverso sanzioni, punizioni o altro. All’interno di un modello educativo finalizzato a far comprendere l’effetto negativo di comportamenti dannosi per gli altri, un uso moderato di interventi coercitivi da parte dei genitori può contribuire a promuovere nel bambino un elevato livello di consapevolezza circa la gravità delle sue azioni.

In ogni caso, qualsiasi intervento utilizzato dai genitori deve essere inserito in un quadro di supporto psicologico e di disponibilità emotiva nei confronti del bambino. È fondamentale ricordare che l’efficacia dell’educazione dipende dalla coerenza e dalla concordanza delle azioni e delle regole messe in atto da entrambi i genitori (Di Blasio e Vitali, 2001). Ad ogni modo, le pratiche educative della famiglia d’origine andranno poi a confrontarsi e ad integrarsi con quelle che il bambino riceve dall’ambiente extrafamiliare (scuola, ambiente sportivo, ecc.).

Difatti, l’interiorizzazione di appropriate norme morali e sociali è il presupposto di una buona socializzazione. La coscienza morale è lo strumento che abbiamo per capire se ciò che facciamo è giusto o sbagliato e, attraverso il senso di colpa, ci comunica se uno standard etico culturalmente condiviso è stato violato. In una società come quella attuale dove il senso della famiglia va disgregandosi, il rispetto nei confronti del prossimo è labile, l’egoismo la fa da padrone, il sistema di valori è fragile e troppo frequentemente basato sul ritorno economico, è sempre più urgente che i giovani vadano incontro alla vita con un bagaglio educativo composto da elementi di fiducia, lealtà e rispetto verso l’altro.

Ci siamo. Tra pochi giorni, per la precisione il 27 luglio 2012, avranno inizio a Londra i giochi olimpici, per la gioia degli sportivi, per i patriottici e per chi lo sport ama solo guardarlo. Per tutti noi è un grande evento e una grande emozione, ma proviamo a pensare a quanto si giocano gli atleti che negli anni di preparazione alle Olimpiadi hanno dato il massimo impegno che vedranno culminare in una grande vittoria o in una clamorosa sconfitta. L’atleta si gioca anni di preparazione in una manciata di secondi, in pochi minuti o talvolta in qualche ora. Quale percorso psicologico deve fare un atleta per arrivare pronto a questo grande evento? Quale deve essere il suo principale obiettivo durante la preparazione?

Generalmente, la gara è il momento di maggiore complessità, in cui l’atleta deve confrontarsi non solo con i suoi avversari atleti, ma anche con avversari d’altro tipo, forse più temibili. Tra questi, il primo avversario è il caso. Spesso diventa l’unico responsabile di una sconfitta, ma è compito dell’atleta prevenirlo e sconfiggerlo. Il secondo avversario è la “via della complicazione”. Prima di una gara importante chi interagisce con un atleta di solito ha la tentazione di dargli un consiglio portando solo disordine nell’equilibrio dell’atleta. Il terzo avversario è il presentarsi di proprietà emergenti o epifenomeniche. È quindi importante non solo sapere come si è fatti, ma anche come si cambia a seconda delle circostanze (ambiente, avversari, evento, ecc.).

È importante che il percorso complessivo dell’atleta si svolga nell’ottica di un lavoro basato su continuo sviluppo e perfezionamento della performance, liberando quest’ultima dal risultato di classifica o dal cronometro. È necessario quindi che il soggetto sia stimolato e sostenuto nella sua crescita psicofisica, che comprende il desiderio di vittoria, ma che non diventa l’unico obiettivo accettabile. Ciò perché cercare solo la vittoria trasforma una pulsione sana e naturale di affermazione di sé in qualcosa di negativo, in quanto vincere diventa un obbligo.

Al contrario, è utile prendere in considerazione anche la possibilità di una sconfitta come presa di coscienza e impulso al miglioramento. Quando si vuole vincere ad ogni costo senza accettare la superiorità dell’avversario, si priva lo sport della sua magia e della sua purezza legate ad una sana competizione (Vercelli, 2009)

Una prestazione eccellente è prima di tutto una conquista su se stessi derivante dai tanti sacrifici fatti per lungo tempo.

Vincere e mantenere un titolo rispondendo positivamente alle aspettative del pubblico sono atti spesso dati per scontati, ma non è così semplice. Quanti atleti sono miseramente crollati di fronte alle aspettative che si erano create nei loro confronti? Dopo la gioia iniziale, prevale il timore di non riuscire a bissare il successo ottenuto e il timore della conseguente delusione negli altri.

Invece l’atleta non dovrebbe mai perdere di vista che anche una sconfitta può essere una vittoria laddove è l’esito della sua migliore performance in quell’occasione, mentre la vittoria dovrebbe essere un rinforzo per migliorare ancora la propria condizione psicofisica.

In tutto questo, non dimentichiamo che dietro un atleta c’è tutto un mondo composto da allenatori, staff, famiglia, giornalisti, pubblico, ecc. che va ad influire sulla sua stabilità emotiva e fisica. Purtroppo la smania di vincere che fa parte di una cultura centrata sulla massima prestazione, ha portato tanti sportivi a fare ricorso a qualsiasi mezzo pur di vincere, doping compreso, dimenticando il vero senso dello sport. Avere una mentalità onesta e leale che crede nell’impegno e nel talento e che sa accettare la sconfitta, preserva dall’uso eventuale di sostanze potenzianti per la prestazione. Colui che invece vorrà evitare, o quanto meno ridurre, la fatica degli allenamenti, evitare l’umiliazione della sconfitta e ottenere tutto e subito, sarà più portato a fare ricorso a sostanze dopanti.

L’atleta deve focalizzarsi non tanto sul piacere immediato della vittoria, ma piuttosto su quello duraturo dell’allenamento e della prestazione indipendentemente dal risultato. Oscillare continuamente tra delusioni e soddisfazioni, tra ansia da prestazione e gioia per la vittoria sono tutti elementi che minano l’autostima dello sportivo (Vercelli, 2009).

Di conseguenza, l’atleta che vuole fare una grande prestazione deve possedere tante qualità sia fisiche che psicologiche. In primo luogo il talento e un fisico adatto alla sua disciplina, coadiuvati da abilità psicologiche senza le quali non sarebbe un campione: elevata motivazione, grande fiducia in se stesso e nelle proprie capacità, obiettivi chiari e definiti, capacità di controllare e gestire le proprie emozioni, di far fronte ad eventi inattesi, di concentrazione e di visualizzare la propria prestazione.

In conclusione, permettetemi un po’ di sano campanilismo. E allora forza: Cagnotto, Errani, Sensini, Schiavone, Pellegrini, Mastrangelo & Co, Magnini, Russo, Montano, Seppi, Nibali, Donato, Piccinini & Co, Vezzali, Rossi, Quintavalle e tutti gli altri campioni italiani. In fondo però facciamo il tifo anche per le grandi prestazioni che fanno sognare e rimanere increduli davanti all’espressione di tanta potenzialità del fisico umano.

Ogni anno milioni di bambini sono esposti a situazioni stressanti più o meno gravi che possono diventare una fonte di traumi. Gli eventi traumatici che un essere umano può vivere comprendono: disastri naturali (uragani, terremoti, inondazioni e incendi), disastri causati da errori umani (incidenti automobilistici, incidenti aerei, naufragi), atti di violenza diretta (abuso sessuale, fisico e psicologico, sparatorie, rapimenti, bombardamenti e atti terroristici) o indiretta (esposizione a violenza domestica o ad atti di violenza trasmessi dai mezzi di comunicazione), malattie gravi o procedure mediche dolorose (cancro, ustioni, ecc.) (Belaise, 2003).

La reazione delle vittime a questi eventi traumatici è di solito positiva sia che esse abbiano vissuto il trauma direttamente sia che lo abbiano subito indirettamente. Ciò vale anche per i bambini, nonostante permanga una percentuale significativa di minori che, in seguito a tali eventi, manifesta livelli molto elevati di disagio psicologico con notevoli conseguenze nella vita sociale, familiare e nei processi evolutivi, d’apprendimento e di sviluppo. Una reazione normale agli stress estremi è rappresentata dal sentirsi storditi, apatici e depressi; in un secondo momento, subentrano sintomi come irritabilità e senso d’angoscia per le perdite o i danni subiti.

Una reazione grave è definita Disturbo Post-Traumatico da Stress (Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD). Può capitare che tra il trauma e l’inizio del disturbo passi del tempo (anche anni) e più intenso e prolungato è stato l’evento traumatico, più grave sarà il PTSD. Ci sono persone che soffrono di PTSD per anni e, nel caso in cui il trauma sia stato particolarmente violento e prolungato, un soggetto non aiutato da esperti può anche rimanere per sempre vittima di tale disturbo. Dalla correlazione che c’è tra l’intervento traumatico e lo sviluppo di PTSD si evince la potenzialità che ha il trauma nel determinare questa reazione psicologica. D’altra parte, in bambini esposti a eventi traumatici meno gravi o comunque brevi, la percentuale di PTSD può scendere al di sotto del 20%, soprattutto se è trascorso un certo periodo dall’esperienza traumatica (Belaise, 2003).

Il momento che il soggetto definisce come traumatico può a volte non coincidere con quello che l’interlocutore si aspetta. Ad esempio, un adolescente ferito alla testa, in seguito a un incidente d’auto, dichiarò che il momento più traumatico fu quando lo caricarono su un’ambulanza diversa da quella del fratello e della madre. Da ciò è possibile evincere che l’evento traumatico corrisponde a una serie di percezioni, emozioni e pensieri soggettivi che una particolare situazione può aver suscitato nel soggetto (Belaise, 2003, Shaw, 2000).

I bambini con PTSD  spesso riportano altri disturbi come impulsività, distrazione e problemi dell’attenzione (dovuti all’ipervigilanza), disturbi del comportamento, disforia, scarsa emotività, evitamento sociale, dissociazione, disturbi del sonno, aggressività nel gioco, insuccesso scolastico, ritardo nello sviluppo o perdita di abilità già acquisite, ansia e disturbi psicosomatici (Belaise, 2003, Gurwitch et al, 1998).

È possibile aiutare le vittime di questi eventi traumatici a superarli e ad avere una qualità di vita soddisfacente? Sì e molto dipende dal trattamento e dalla tempestività con cui viene messo in atto. Ci sono varie tipologie di trattamento per bambini e adolescenti con PTSD. Alcuni studiosi hanno verificato l’efficacia di una psicoterapia breve, focalizzata sul trauma e l’angoscia, in un gruppo di giovani adolescenti con PTSD e depressione, esposti al terremoto in Armenia nel 1988.

Il trattamento comprendeva un’esplorazione diretta del trauma, tecniche di rilassamento e procedure di desensibilizzazione, risoluzione del conflitto attraverso modalità di focalizzazione sui ricordi non traumatici e supporto di gruppo attraverso il riconoscimento dei sintomi del PTSD negli altri soggetti. Al termine del trattamento, il gruppo di adolescenti trattati ha riportato una significativa diminuzione della sintomatologia del PTSD e di quella depressiva, mentre i soggetti non trattati hanno riportato significativi peggioramenti (Belaise, 2003, Goenjian et al, 1997).

Il tempo è un elemento molto importante nella risoluzione positiva di questi casi. Per questo motivo è auspicabile che vi siano attività di prevenzione e di monitorizzazione nelle scuole e che i genitori siano sensibilizzati rispetto al problema. La scuola, infatti, è un ambiente in cui il PTSD ha buone possibilità di essere individuato: sintomi come pensieri intrusivi e difficoltà nella concentrazione, per esempio, nella maggior parte dei casi, interferiscono con il rendimento scolastico del bambino e con il suo adattamento sociale. Gli interventi a scopo preventivo e i programmi di trattamento nelle scuole sembrano essere molto efficaci nel caso di bambini a rischio di trauma o già traumatizzati. Pertanto si potrebbero prevedere programmi nelle scuole gestiti da uno psicologo scolastico e strutturati nel seguente modo:

-          interventi, durante le lezioni, diretti sul trauma e sulle reazioni allo stress;

-          opportunità per discussioni e rilevazioni;

-          attività in piccoli gruppi;

-          tecniche proiettive come gioco, attività artistiche e racconto di storie (Belaise, 2003).

È evidente che gli interventi nelle scuole non possono sostituire i trattamenti individuali centrati sulle caratteristiche del singolo caso, ma possono contribuire ad identificare i casi più complessi (o ancora non emersi), affinché vi sia un intervento tempestivo e adeguato.

Quante volte capita di riascoltare canzoni che hanno accompagnato periodi della propria vita, dall’infanzia, all’adolescenza fino all’età adulta, e che hanno anche caratterizzato momenti significativi durante la crescita. Quando dopo anni succede di risentire un particolare brano in un attimo e con incredibile facilità possono tornare alla mente ricordi che sembravano svaniti. Da ciò si evince come la musica abbia un enorme potere nella rievocazione dei ricordi e nell’espressione delle emozioni e dei sentimenti.

La World Federation of Music Therapy (Federazione Mondiale di Musicoterapia) ha dato nel 1996 la seguente definizione di musicoterapia: “è l’uso della musica e/o degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia) da parte di un musicoterapeuta qualificato, con un utente o un gruppo, in un processo atto a facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione e altri rilevanti obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive. La musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell’individuo in modo tale che questi possa meglio realizzare l’integrazione intra- e interpersonale e consequenzialmente possa migliorare la qualità della vita grazie a un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico”.

Più nello specifico, la musicoterapia è un tipo di intervento psicologico che permette al paziente di comunicare attraverso un codice alternativo definito ISO (Identità Sonora Individuale), cioè attraverso la musica, il suono e il movimento, tutti elementi utili a facilitare la comunicazione e ad aiutare il paziente ad esprimere le proprie difficoltà. L’obiettivo è quello di raggiungere un’armonia psicofisica, un giusto equilibrio con se stessi e con gli altri e di conseguenza una buona qualità della vita.

Tutte le attività creative sono molto utili per raggiungere un equilibrio psicofisico. La musica, come anche il canto e la danza, ha bisogno di ordine e concentrazione per esprimere al meglio le sue potenzialità creative e artistiche.  Essa ha un effetto positivo sia a livello fisiologico sia psicologico, in quanto, attraverso i suoni, può far emergere sensazioni e stati d’animo inconsci. Di fatto, la musicoterapia permette di esprimersi attraverso un codice alternativo a quello verbale e proprio per questo può essere funzionale a quelle persone che hanno difficoltà ad esprimere le proprie emozioni per sbloccare resistenze o conflitti interiori.

Il terapeuta utilizza soprattutto suoni, musica, silenzi e movimenti per aprire un varco nei canali comunicativi del paziente. Prevale quindi una modalità di comunicazione non verbale, dando così particolare valore alle emozioni, alle sensazioni, alle immagini, ai ricordi. È proprio la musica che riesce a far emergere sensazioni legate a ricordi sopiti che attraverso determinati suoni riesplodono nella memoria.

Ci sono comunque diversi ambiti di applicazione della musicoterapia che spesso vanno ad integrarsi alla psicoterapia: preventivo, educativo, socio-riabilitativo e terapeutico. La musicoterapia può essere applicata al paziente singolo o al gruppo e oltre agli adulti può essere molto utile anche ai bambini. Infatti, può essere usata nei casi di: autismo infantile, ritardo mentale, disabilità motorie, morbo di Alzheimer ed altre demenze, psicosi, disturbi dell’umore, disturbi somatoformi, disturbi del comportamento alimentare, ecc.

La musicoterapia può essere adoperata anche durante la gravidanza. A livello prenatale è impiegata per stimolare il sistema nervoso del bambino, il canto prenatale serve per migliorare la tecnica respiratoria della futura madre, durante il parto aiuta a rilassarsi e a contenere l’ansia. Un altro ambito di applicazione della musicoterapia è la scuola, dove spesso serve nei casi di handicap e disagio. In questo caso i bambini entrano in contatto con i compagni di classe attraverso la musica e i suoni. In particolare, vengono svolte attività di improvvisazione vocale e strumentale, manipolazione di strumenti ed oggetti sonori, ecc. che hanno come obiettivo quello di far capire al bambino il mondo che lo circonda ed il rapporto con gli altri.

La musicoterapia è utilizzata anche con gli anziani per contrastare il decadimento fisico e mentale e per cercare di mantenere e recuperare funzionalità intellettive che vanno deteriorandosi con il tempo. Il potere della musica è senza dubbio enorme. Anche laddove non si presentano patologie, aiuta chiunque a rilassarsi, a socializzare, a distrarsi e a divertirsi. Basta scegliere la colonna sonora giusta per iniziare la giornata.