La memoria gioca un ruolo fondamentale nei consumi. Determinante in tal senso è la capacità di un messaggio promozionale di un prodotto di essere ricordato nel momento della scelta. Allo stesso modo, il ricordo di un’esperienza passata in relazione a quello specifico prodotto e all’emozione provata dall’averlo posseduto incide profondamente nella scelta. Il ricordo di un profumo o di un sapore è capace di farci rivivere emozioni ed esperienze ad esso collegate, riportandoci in un momento felice della nostra vita. In questo caso i prodotti svolgono il ruolo di stimolazioni per rivivere determinate esperienze del passato. Per questo motivo è particolarmente interessante riuscire a individuare il collegamento che ci può essere tra un prodotto ed eventuali ricordi nostalgici ad esso collegati (Olivero e Russo, 2013).

La nostalgia è un’emozione molto importante che viene spesso usata in pubblicità per legare un articolo o un servizio ad un momento della vita di una persona carico di ricordi positivi. Spesso si ritrovano in molti messaggi pubblicitari e in numerose caratterizzazioni di brand il ricordo del periodo infantile, ricco di affetti e di valori, di immagini familiari e di naturalezza, capace di richiamare alla mente la qualità del prodotto di una volta. L’importanza di questo processo spiega perchè nel marketing si sta consolidando una branca chiamata marketing della memoria, che crea e comunica prodotti e/o brand in quanto tasselli cruciali nella costruzione di identità e storie di gruppi e generazioni di consumatori.

La Ferrero, per esempio, ha riproposto l’immagine del periodo felice in cui la mamma preparava la merenda utilizzando un articolo di successo senza tempo come la Nutella. Da prodotto da consumare “da soli, di nascosto” diventa un facilitatore della relazione, e quindi un prodotto da condividere con gli amici e la famiglia. La stessa frase “che mondo sarebbe senza Nutella” sottolinea il ruolo dell’articolo nella vita delle persone, riportando all’attenzione il valore dell’esperienza di un tempo passato caratterizzato da molteplici momenti di convivialità (Olivero e Russo, 2013).

Un altro esempio calzante può essere quello della Barilla che, introducendo nuovi prodotti indirizzati ad un target giovane, che vive la dimensione familiare in modo più furtivo, strategicamente crea il legame con il passato proponendo sughi pronti attraverso lo slogan “proprio come li faresti tu” e la linea di pasta ispirata alle tradizioni regionali. In questo modo il giovane ha la sensazione di vivere l’emozione provata durante l’infanzia nel sentirsi coccolato da una madre premurosa.

Proprio queste emozioni e questi vissuti sono quelli che le persone che si occupano di marketing sperano di stimolare utilizzando la strategia del ricordo nostalgico. La possibilità di tralsare l’emozione legata alla bontà di un prodotto di un tempo, o all’esperienza di un periodo felice come quello dell’infanzia o dell’adolescenza, nelle emozioni vissute oggi nel provare un articolo che è garanzia di quello che si è esperito, è alla base dell’uso della nostalgia nei consumi.

Stessa tecnica è stata usata da Mulino Bianco che ha riproposto immagini tipiche della vita rurale di un tempo, ricca di simboli legati alla natura, alla qualità dei prodotti e ai valori della famiglia. In queste immagini ritroviamo tutto come era fatto una volta. L’obiettivo è quello di evocare il legame tra le “cose buone di un tempo” e la genuinità di un prodotto.

Per capire quali sono i meccanismi che caratterizzano l’uso della memoria nel mondo dei consumi occorre conoscere meglio il processo mnemonico. La memoria non consiste in una semplice operazione di immagazzinamento di informazioni, elaborazioni di idee, sentimenti ed emozioni passate, ma in un processo dinamico che coinvolge da una parte meccanismi automatici e dall’altro un insieme di strategie tra cui hanno particolare importanza il pensiero, l’attenzione e la percezione (Olivero e Russo, 2013).

Per questo motivo nel momento in cui motiviamo o raccontiamo il senso e il significato della scelta di un determinato acquisto è possibile stupirci nell’avere individuato razionalmente un fattore determinante nella scelta, influenzando il modo di ricordare il momento dell’acquisto.

8 Marzo 2016 at 10:42 e taggato , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

La scuola è finita. Molti ragazzi stanno affrontando la maturità e poi li attendono le agognate vacanze. A questo punto inizia la diatriba per andare in vacanza con gli amici piuttosto che con i genitori. Ma quand’è il momento giusto in cui i genitori possono dare maggiore indipendenza ai propri ragazzi?

L’adolescenza è un periodo di passaggio dall’infanzia all’età adulta e pertanto difficile da gestire. Inizia una fase che spinge il giovane verso l’indipendenza ed è un passaggio fondamentale relativo a ciò che un figlio deve fare per crescere in modo positivo. Ciò significa credere nelle proprie idee e nei propri sogni, ma anche avere bisogno dell’appoggio delle persone care per riuscire a realizzarsi e a crescere con la giusta autostima. Un adolescente si può sentire inadeguato rispetto ai suoi pari o alle richieste dei genitori, ma è anche importante che trovi la sua strada per imparare ad accettarsi e avere fiducia in sé. È importante quindi avere il sostegno emotivo della famiglia, ma è anche giusto seguire il proprio percorso sulla base dell’educazione e dei valori ricevuti.

Un adolescente deve rendersi conto di come l’adulto si rapporta con lui. I genitori apprensivi che eccedono nelle raccomandazioni ottengono l’effetto di crescere un figlio insicuro e ribelle e di ingolfarne il processo di maturazione. Essere genitori apprensivi e ripetitivi non aiuta, anzi! Quindi i figli devono essere capaci di discriminare i consigli “giusti” per la loro crescita, da quelli dettati solo dall’ansia. Innanzitutto un giovane deve partire dal tipo di rapporto che ha con il genitore. Se è un rapporto amicale basato sulla fiducia allora sarà più facile seguire i consigli degli adulti. Ma se invece il genitore tende a imporre il suo pensiero allora il figlio deve avere il coraggio di percorrere la sua strada senza sensi di colpa. In che modo?

I figli hanno ricevuto un’educazione e dei valori, ma si confrontano anche con gli amici e con se stessi. Crescere quindi vuol dire anche confrontarsi con il mondo esterno e lo si fa meglio se ci si documenta, non vivendo nell’ignoranza solo copiando ciò che fanno i pari (che magari li portano sulla cattiva strada). Quindi studiare, leggere, viaggiare, conoscere, scoprire cosa fanno gli altri giovani coetanei può mettere tutto in una giusta prospettiva.

È bene cercare di comunicare con serenità il proprio pensiero ai genitori cercando un confronto con loro. Sicuramente dimostrare di essere giovani responsabili e con la testa sulle spalle li rassicurerà e farà sì che loro diano più fiducia. La parola d’ordine dunque è crescita. Per crescere bisogna essere autonomi e non aver paura di abbandonare il nido e di tagliare il cordone ombelicale dalla propria famiglia. Ci sono alcuni genitori che non capiscono quando è il momento di lasciare andare i figli. In questi casi bisogna avere il coraggio di “mollare gli ormeggi” ed iniziare a navigare da soli tenendo a mente e facendo tesoro degli insegnamenti degli adulti.

Pensiamo agli animali: la madre segue i figli, li nutre, insegna loro a procurarsi il cibo e a difendersi dai predatori, ma poi arriva un giorno in cui lascia che i figli affrontino da soli la vita e i suoi pericoli. Quel giorno sembra sempre troppo presto e si pensa “ma quell’animaletto non ce la farà mai a sopravvivere” e invece quasi sempre vediamo che se la cava alla grande. Molti genitori non si rendono conto che spesso anche se hanno le migliori intenzioni ottengono effetti negativi o deleteri. Per questo motivo, tornando al tema delle vacanze, è importante che un padre e una madre capiscano quando è il momento di lasciare andare il proprio figlio alla scoperta del mondo e di cosa c’è là fuori.

Un giovane in vacanza da solo avrà modo di conoscere realtà diverse, scoprire aspetti di sé sconosciuti e attingere a risorse che nemmeno pensava di avere. Ciò non significa fare cose pazze o trasgredire a tutti i costi, ma affrontare la vita con prontezza, intelligenza, capacità di discernimento, con l’obiettivo di crescere a tutto tondo. Basta poi pensare a quell’uccellino che la mamma ha fatto volare giù dal nido. Magari di primo impatto pare che sia stato spinto a farlo troppo presto, ma in realtà quello era il momento giusto. E se non saranno i genitori a lasciare andare i propri figli, saranno loro che troveranno la voglia e impareranno presto a volare in alto con le loro forze.

L’atto di togliersi la vita è un gesto che lascia in chi vive l’amaro in bocca soprattutto se chi decide di compiere questo gesto è un adolescente. Si cerca allora di ripercorrere la vita del giovane per cogliere eventuali fratture che si sarebbero potute interpretare come richieste d’aiuto silenziose e permettere a qualcuno di intervenire in tempo.

Gli adulti spesso tendono a minimizzare i problemi relazionali degli adolescenti perché si pongono da un’altra prospettiva. Avendo anni di esperienza alle spalle, l’adulto tende a valutare la vita dei giovani nella sua evoluzione verso il futuro, perdendo di vista le difficoltà nel presente che un ragazzo può vivere come insormontabili. È difficile per un giovane non tenere conto del giudizio dei coetanei che, quando porta all’emarginazione, genera una sofferenza che può sfociare in atteggiamenti di chiusura e ripiegamento su di sé oppure in atti impulsivi e decisioni avventate (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Talvolta l’emarginazione e l’isolamento, magari portati all’esasperazione, sono motivi sufficienti per indurre un giovane al suicidio. Può capitare che un ragazzo che non segue il gruppo, ma che se ne discosta, sia emarginato. Può essere il caso, ad esempio, di giovani intellettualmente dotati, interessati alla cultura, poco attratti dai passatempi dei compagni e non attenti alle mode. Essi scelgono di essere se stessi fino in fondo, ma scoprono con il tempo che è anche la strada più difficile da percorrere. Non seguire la massa, ma differenziarsi, soprattutto in un’età come l’adolescenza, richiede grande autostima e forza interiore che un giovane ancora non possiede in maniera tale da riuscire ad affrontare un gruppo di pari che gli si schiera contro.

Nell’adolescenza l’identità che si aveva in qualità di bambini deve essere abbandonata per acquisirne un’altra, ma in questa fase di transizione si è più fragili e si cerca l’approvazione del gruppo o di un amico con il quale si condividono gusti e interessi. Se il gruppo non c’è o è ostile o se manca il conforto di un amico, il livello di vulnerabilità aumenta, anche perché è più facile che un adolescente confidi la sua disperazione ad un amico piuttosto che ai genitori.

Per questo motivo, pensando ad un intervento rivolto ai ragazzi a rischio, sarebbe auspicabile inserire maggiori spazi di condivisione delle idee e dei problemi così da sensibilizzare i giovani ad un mutuo aiuto. Indubbiamente non è facile trovare in un ragazzo i segnali che funzionino da campanello d’allarme per chi gli vive accanto. Il giovane, che magari già aveva manifestato indicatori di disagio, può agire d’impulso sull’onda di una forte emozione negativa o della sensazione di un fallimento irrimediabile e mettere in atto il comportamento suicida. Dalle statistiche emerge che circa il 70-75% dei giovani invierebbe nel periodo che precede il suicidio alcuni segnali che, se colti, potrebbero salvarli. Possono ad esempio confidare ad amici, a volte ai familiari, di voler morire. Questi segnali sono una tacita richiesta d’aiuto spesso sottovalutata (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Proviamo ad elencare alcuni stati di difficoltà che non sono necessariamente precursori di un suicidio, ma dovrebbero essere considerati con attenzione da parte dell’adulto in quanto sono comunque indicatori di disagio: comportamenti ostili e aggressività manifesta, consumo di alcol e droga, assenza di coinvolgimento, di partecipazione emotiva e atteggiamenti passivi rispetto alle attività quotidiane e alle relazioni, cambiamenti nelle abitudini alimentari e nel sonno, paura della separazione (ad esempio: la fine di un rapporto sentimentale, il divorzio dei genitori), difficoltà di concentrazione, brusco cambiamento della personalità (ad esempio, una ragazza normalmente gioviale che all’improvviso si chiude in se stessa e non esce più), improvvisi cambiamenti di umore (fasi di intenso cattivo umore si alternano a momenti di grande entusiasmo), comportamenti a rischio (alcuni giovani si lanciano in azioni spericolate sfidando troppo da vicino la morte), drastico abbassamento del rendimento scolastico e della motivazione allo studio, perdita o mancanza di amici.

Vi sono poi alcuni fattori che, con alla base alcuni degli indicatori precedenti, possono far presagire il rischio di un suicidio: perdere una persona cara, vivere con un senso di totale impotenza come se nulla abbia più importanza, essere ossessionati dalla morte, scrivere le proprie ultima volontà (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009). In conclusione, ci sono fattori scatenanti e fattori predisponenti che, sommandosi e potenziandosi, finiscono per creare una miscela esplosiva. È importante che non soltanto gli adulti, ma anche i ragazzi, conoscano questi segnali e vi prestino attenzione. Spesso, infatti, gli amici e i coetanei si trovano nella posizione migliore per notarli e salvare la vita di una persona cara. D’altra parte si può chiedere aiuto in tanti modi, anche solo con gli occhi, silenziosamente.