Quante volte nella vita ci si sente dire: “sbagliando s’impara”. Eppure quanto è difficile accettare una sconfitta e ricominciare da capo. Ci si sente meno sicuri delle proprie capacità ed a questo si aggiunge il timore di vedersi sminuiti agli occhi degli altri. In realtà, alcuni studiosi (Madsen & Desai, 2010) hanno scoperto che nella nostra mente rimane molto più impressa la lezione derivante da un fallimento piuttosto che quella legata ad una vittoria. Gli insuccessi aiutano a crescere e a migliorarsi e diventano un’importante e preziosa scuola di vita, ma solo se gestiti nella maniera corretta, altrimenti rischiano di ledere l’autostima e di incidere negativemente sulla sicurezza e la serenità di una persona.

Un flop è utile perché fa capire che si sta andando nella direzione sbagliata e può fornire spunti utili per raccogliere informazioni al fine di imboccare la strada del successo. Inoltre un insuccesso può fare acquisire significative strategie per affrontare le difficoltà della vita e diventare di conseguenza un’occasione di crescita e miglioramento. Ma, affinché una sconfitta si trasformi davvero in un’opportunità di arricchimento personale, occorre gestirla nel modo giusto. Certamente la capacità di rispondere in modo più o meno costruttivo ad un insuccesso dipende non solo dalla propria personalità e dall’educazione, ma anche dalle proprie esperienze e dal modo di rapportarsi verso se stessi e gli altri. La lente attraverso cui viene filtrata l’idea che si ha di se stessi e degli altri, può essere utile per capire quali sono le proprie convinzioni e di conseguenza per renderle più funzionali agli eventi di vita in cui ci si imbatte.

Alcuni eventi all’apparenza avversi possono essere interpretati come delle vere e proprie sfide e quindi come opportunità per cambiare qualcosa nella propria quotidianità. Questa fiducia nelle proprie capacità nel fronteggiare gli eventi e la propria vita si definisce autoefficacia. Persone con un alto livello di autoefficacia colgono la sfida come un evento realizzabile e pertanto utilizzano tutte le loro competenze per farvi fronte e per colmare eventuali lacune. Le persone che invece hanno un basso livello di autoefficacia si concentrano sulle proprie mancanze senza tentare in alcun modo di riempire eventuali deficit con nuove competenze. Ciò le porta ad interpretare il fallimento come una sconfitta a tutto tondo della propria vita.

Quindi si riesce a dare il meglio di sé quando si sfruttano delle credenze positive rispetto alla capacità di raggiungere un obiettivo, avendo una percezione della sfida come un possibile successo e come opportunità di crescita e apprendimento. Possedere una buona dose di autoefficacia rende la persona fiduciosa in se stessa e le permette di utilizzare le proprie competenze per non abbandonare la situazione difficoltosa, e di affrontare le sconfitte senza che le conseguenze positive o negative gravino sulla percezione del valore di sé, ma semmai accrescendolo. Questa capacità di far fronte e di reagire in modo positivo agli eventi negativi e traumatici e di riorganizzare la propria vita in modo positivo di fronte alle difficoltà si definisce “resilienza”. La persona è così capace di scoprire nuove abilità fino a quel momento sconosciute, nuovi punti di forza e di creare nuovi progetti di vita. La capacità di leggere un cambiamento come una sfida o un’opportunità dipende molto dalla visione più o meno positiva che si ha di se stessi. Avere avuto in passato esperienze negative e possedere una bassa autostima può incanalare la persona in una visuale negativa e di insuccesso. Se invece la persona crede in se stessa, il fallimento potrà scalfire solo una parte della sua sfera personale, senza intaccare tutto il resto. Anzi potrebbe aprire un varco per il cambiamento ed un eventuale miglioramento se la persona evita di dare giudizi o di valutarsi negativamente come se non fosse in grado di affrontare una situazione avversa.

L’atteggiamento che si ha verso se stessi può condizionare le proprie azioni e di conseguenza se ci si sofferma sull’errore dicendo “sono io ad essere sbagliata” ciò porterà ad un esito inevitabilmente negativo. Se invece l’approccio è costruttivo la persona sarà portata a pensare: “ho fatto un errore, la prossima volta andrà meglio”. In questo modo si attivano risorse e competenze positive volte a risolvere e ad affrontare le difficoltà in modo propositivo. La voglia di affrontare le sfide senza timori dipende quindi da molti fattori tra i quali prevalgono: autoefficacia, autostima, resilienza e rete sociale. Oltre ai fattori già citati, possedere un’ampia rete sociale con cui confrontarsi può fornire maggiori possibilità di confronto e di crescita e di scoprire sconosciute risorse personali. D’altra parte Goethe diceva: “non è forte colui che non cade mai, ma colui che cadendo si rialza sempre”. “Più forte di prima”, si potrebbe aggiungere.

La crisi e le difficoltà economiche che il nostro Paese sta vivendo hanno rafforzato nell’immaginario collettivo l’idea di lasciare tutto per andare a vivere all’estero dove i ritmi di vita sono meno serrati e c’è più tempo da dedicare a se stessi. Le persone sentono il peso delle responsabilità e dei doveri senza riuscire a ritagliarsi spazi di semplice relax o benessere da dedicare a se stessi o alla propria famiglia.

La crisi economica ha anche fatto aumentare il numero delle persone che, illudendosi di incrementare le proprie entrate, inizia a giocare d’azzardo. Coloro che hanno uno stipendio normale e che non hanno possibilità di crescita a livello professionale, possono pensare che questo sia l’unico modo di cambiare la propria vita. Il montepremi altissimo attira l’attenzione perché regalerebbe una “nuova” vita.

Il gioco d’azzardo fa innescare una sorta di distorsione cognitiva per cui sembra che la vittoria sia a portata di mano. La voglia di provare è incrementata anche dalle notizie che appaiono sui giornali o in televisione di persone che vincono cifre da capogiro con un semplice gratta e vinci o una schedina. Molti, vedendo che altri ce l’hanno fatta, sperano che possa capitare anche a loro e dicono: “se non ci provo, non potrò mai vincere” e di conseguenza tentano la fortuna. Il passo dal puro divertimento occasionale alla creazione di una vera e propria dipendenza dal gioco è breve.

La dipendenza dal gioco d’azzardo è una variante del disturbo ossessivo-compulsivo derivante proprio dalla spinta compulsiva a compiere una determinata azione senza riuscire a smettere. La compulsione nel gioco d’azzardo però genera emozioni positive che rendono ancora più difficile interrompere il comportamento. Le persone dipendenti dal gioco d’azzardo sono alla continua ricerca della sensazione di eccitazione ed euforia legate proprio all’azzardo di puntare cifre di denaro sempre più alte. Al contempo vi è anche un effetto sedativo che permette al giocatore di dimenticare per un po’ di tempo i suoi problemi. L’euforia può anche lasciare spazio a sentimenti di depressione dovuti a continue perdite. A questo punto, la persona tenterà di annullare la perdita di denaro puntando cifre sempre più alte e cercando anche di ripristinare quello stato emotivo di eccitazione che in un secondo tempo può essere appannato dalla preoccupazione.

Oggi molti giochi sono stati pensati per agevolare il comportamento compulsivo: si basano infatti sulla velocità e sul risultato immediato. Basta pensare al gratta e vinci e alle slot machine dove non è richiesta alcuna abilità cognitiva a differenza invece delle scommesse sportive o della schedine. In questo modo tutti possono giocare allo stesso livello. Le lotterie, il gratta e vinci, il lotto, il superenalotto, il bingo e le nuove slot machine sono giochi in cui la sorte è alla base di tutto. Questi giochi non possono essere influenzati dal controllo personale in alcun modo.

Ci sono giochi dove invece è possibile tentare una previsione e dove l’apporto personale può illusoriamente incrociarsi con la fortuna. Ciò può accadere nei giochi come il totocalcio, in tutti i giochi di scommesse e nei giochi legati all’ippica. Si possono ipotizzare i risultati in modo casuale oppure valutando l’esito degli eventi precedenti, gli infortuni, ecc.

Ci sono poi giochi di abilità in cui il fattore umano ha una sua importanza. Nei giochi di abilità il giocatore valuta e corregge la sua performance in base a quanto si è avvicinato alla vittoria. Se ci è andato vicino questo aspetto rinforza la voglia di giocare e soprattutto di continuare con quella strategia di gioco che il giocatore reputa efficace e da perfezionare per portarlo alla vittoria. Questa sensazione di essere ad un passo dal vincere provoca un forte senso di eccitazione che è un rinforzo positivo per continuare a giocare. Ci sono alcuni giocatori (spesso quelli di poker o comunque di carte) che non sono dipendenti dal gioco, ma che anzi dell’azzardo ne hanno fatta una professione. Riescono infatti a controllare l’ammontare di denaro scommesso, a fermarsi al momento opportuno gestendo molto bene il tempo speso a giocare.

In tutto questo anche il luogo del gioco d’azzardo ha un suo ruolo ben preciso. Ad esempio, i casinò sono organizzati per fare in modo che il giocatore sia in una sorta di trance. Complici le luci, la musica, la mancanza di orologi, la persona è spinta a non fermarsi mai e a non rendersi conto del tempo che passa.

Giocare d’azzardo e vincere non sempre porta ad un esito positivo. Purtroppo l’euforia di una vittoria, magari molto importante, può far perdere i riferimenti su cui si basa l’equilibrio di una persona. L’errore è cambiare drasticamente la propria vita lasciando tutti i punti fermi che l’hanno resa stabile. Il soggetto può iniziare a sperperare la fortuna vinta magari contando illusoriamente sulla possibilità di rifarsi una seconda volta. Ma l’incapacità di gestire questa novità e il cambiamento importante possono essere sconvolgenti fino a far peggiorare paradossalmente la vita della persona sia a livello psicologico sia a livello economico in quanto può sperperare in poco tempo tutto il denaro vinto, non essendo abituata a gestire somme di denaro importanti.

La dipendenza dal gioco d’azzardo è purtroppo un fenomeno che è in crescita, ma che andrebbe contrastato attraverso l’informazione e la prevenzione riguardo a questo tipo di patologia. Il recupero di chi soffre di dipendenza dal gioco d’azzardo è lungo e faticoso e necessita di un percorso pianificato con uno psicoterapeuta e può prevedere anche la partecipazione a gruppi di auto-aiuto.

Settembre è il periodo dei test di ammissione e delle iscrizioni alle Università.

La scelta del percorso formativo da seguire dopo la scuola superiore è complessa perché non sempre si possono tenere in considerazione esclusivamente le propensioni individuali, ma è necessario dare un’occhiata a ciò che offre il mercato del lavoro. Il giovane deve scegliere la propria formazione futura sulla base degli esiti scolastici e delle aspettative relative all’avvenire professionale, tenendo conto anche di ciò che offre il mercato del lavoro.

L’orientamento professionale può essere molto utile in questi casi. I problemi legati all’orientamento dipendono dal modo in cui è organizzato il lavoro e dalla ripartizione degli impieghi, aspetti che a loro volta sono legati al modo in cui è organizzata la formazione all’interno della scuola. D’altra parte la persona che si trova a dover scegliere riguardo al proprio futuro professionale, deve inevitabilmente fronteggiare il problema del modo in cui le attività lavorative si collegano con le altre dimensioni della sua vita. Le riflessioni sulla scelta formativa comprendono inevitabilmente: lo stile di vita che si vorrebbe condurre, il tipo di persona che si vorrebbe diventare, i valori importanti, ecc. In fondo, ciascuno di noi dovrebbe chiedersi cosa è importante nella propria vita: un particolare impegno di lavoro, un determinato investimento familiare oppure l’autorealizzazione in un progetto personale (Guichard, 2009)?

Affinché la scelta della formazione professionale futura possa essere più “semplice” è necessario quindi incrociare le aspettative personali con le offerte del mercato del lavoro. In particolare, è utile svolgere un bilancio di competenze, così suddiviso:

1) scoprire, precisare e analizzare le proprie competenze;

2) elaborare un progetto personale o professionale;

3) mettere in relazione le proprie competenze con le opportunità e le offerte del mondo del lavoro.

È fondamentale essere concreti e realisti nel costruire un progetto e conoscere il mercato del lavoro, le procedure per accedervi, dei prerequisiti e delle condizioni da soddisfare per evitare la sconfitta (Guichard, 2009).

Al giorno d’oggi per un giovane, non può prescindere da questo punti, al fine di fare una scelta consapevole e di successo.

Per questo motivo è fondamentale il contatto e il lavoro sinergico tra la scuola, l’università e le aziende in modo da far intercettare posti di lavoro fruibili dai giovani che devono magari ancora scegliere il percorso di studio superiore o universitario.

È necessario in tal senso che da una parte la scuola faccia orientamento, ma che essa stessa a sua volta sia orientata laddove le aziende hanno bisogno di posti di lavoro.

In particolare, in Toscana vi è stato un lavoro di coordinamento che ha visto protagonisti, fra gli altri, il Comune di Firenze, la Camera di Commercio e la Città metropolitana che ha portato alla scoperta che alle grandi aziende servono mille posti di lavoro in cinque anni (Mugnaini, La Nazione, 3 marzo 2015).

Il presidente della Camera di Commercio di Firenze, Leonardo Bassilichi, ha affermato che: C’è una occupazione che sottaceva che può essere ancora più alimentata se si raccoglie l’esigenza di tutti. Stiamo realizzando un programma pluriennale per poter indirizzare la nostra scuola. Oggi usiamo slogan: ma conta di più che domani, leggendo il giornale, genitori e figli si confrontino sulle prospettive di lavoro” (Firenze, 3 marzo 2015).

Quest’attività di coordinamento ha portato ad individuare quali saranno i profili più cercati nei prossimi anni:“Per quanto riguarda le lauree, si va dagli ingegneri “finance” (meccanici, termostrutturali, analisti) ai laureati in fisica (progettisti ottici) ma entrambi con esperienza di lavoro. Per questo motivo, è fondamentale un percorso “professionalizzante”, con esperienza in azienda, nel triennio universitario. Ancora: tirano gli architetti, gli specialisti in logistica, i commerciali per l’estero (quindi con conoscenza di lingue), informatici esperti nel “cloud”. Tra i tecnici, fondamentali quelli di cantiere e gestionali, per lo sviluppo di prodotti, collaudatori ottici, meccanici, ma anche calzolai e aggiuntatrici. Ma occorre anche ampliare le modalità con cui si confrontano formazione, università e aziende: con seminari aziendali all’interno di corsi di studio, esperienza lavorativa in azienda pre-diploma, un anno di esperienza lavorativa in azienda prima della laurea”(Fatucchi, Corriere Fiorentino, 3 marzo 2015).

In questo articolo ho riportato la realtà della Toscana, ma ciò vuole essere solo uno spunto su come orientarsi e per comprendere in che direzione i giovani devono cercare nell’ambito della propria Regione.

Ritengo che questo segnale di apertura tra scuola, università e aziende sia fondamentale per aiutare i giovani a scegliere un percorso formativo e professionale che dia maggiori certezze rispetto al futuro lavorativo e che possa regalare maggiore serenità anche ai genitori su quello che sarà il futuro, non solo professionale ma anche personale, dei loro figli.

Capita a molte persone di provare invidia o di avere pensieri negativi nei confronti di altri, ma sono poche ad ammetterlo forse per il timore di essere giudicate male o di apparire “cattive”.

In realtà pensare male di qualcuno può avere una valenza terapeutica perché serve per alleggerire momentaneamente la propria psiche da situazioni troppo pesanti e disagevoli.

Come nascono questi pensieri negativi? Come vengono vissuti e come possono essere affrontati?

Provare invidia dipende molto dal tipo di educazione che si è ricevuta, ad esempio quando un genitore imposta il raggiungimento degli obiettivi sul confronto con gli altri o comunque con uno stile competitivo. L’autostima del giovane, se non raggiunge risultati soddisfacenti rispetto a quelli attesi, ne risente, diventando una persona frustrata e che non sa gioire dei successi altrui e dimenticando che il successo personale non si raggiunge sull’insuccesso degli altri, ma con l’impegno e la dedizione.

Gioire delle disgrazie altrui può capitare a qualcuno che ha una personalità che non è capace di reagire alle difficoltà e pertanto ha bisogno di ricalibrare il proprio periodo “nero” confrontandolo con quello degli altri. Se anche altri hanno problemi, la persona si sente meno “sola” e può “condividere” il suo periodo difficile.

Sensazioni di malessere dovute a difficoltà non superate nei rapporti con gli altri si possono trascinare nel tempo e cristallizzarsi sempre di più. Ad esempio, difficoltà nei rapporti con i colleghi mai sanate, incomprensioni più o meno profonde con familiari, coniuge, ecc., un litigio importante con un caro amico, ecc. Doversi quotidianamente trovare ad affrontare situazioni irrisolte del passato crea una continua sensazione di malessere accompagnata da pensieri negativi.

La consapevolezza di convivere con la presenza di pensieri negativi, con una sensazione di malessere diffusa, con la difficoltà di trovare una sensazione di pace interiore rende anche la visione di un futuro sereno più complessa. Pertanto i pensieri negativi si infittiscono rispetto a come evolveranno determinate situazioni o rapporti che non si riescono a migliorare. Si ha la sensazione di avere un futuro davanti a sé incerto e comunque portatore di ulteriori situazioni negative correlate ad altre già vissute. Ad esempio, problemi sul lavoro legati ad incomprensioni con i colleghi o con il superiore che possono influire negativamente su una promozione oppure difficoltà nella risoluzione dei conflitti con il partner che fanno confluire i pensieri negativi in una visione di un incerto futuro insieme.

Le difficoltà sul lavoro, i rapporti con i colleghi, ecc. possono diventare ben presto fonte di pensieri ossessivi negativi che si portano anche a casa e che fanno vivere male. È importante invece essere o diventare capaci di lasciare fuori dalla porta di casa i problemi lavorativi e riossigenarsi nel proprio habitat ricaricando le energie e ritornando al lavoro pronti per ricominciare.

A tal proposito alcuni ricercatori (Nota & Coles, 2014) della Binghamton University hanno riscontrato che i cattivi pensieri più comuni si riferiscono fondamentalmente a dosi eccessive di preoccupazione e ansia relative ad eventi del passato, ossessione verso alcuni eventi o persone, preoccupazioni per ciò che può riservare il futuro. Inoltre, questi pensieri negativi sarebbero più frequenti nelle persone che dormono poco o che vanno a letto molto tardi rispetto a coloro che dormono più regolarmente.

In sostanza, questi ricercatori hanno concluso che l’orario in cui si va a dormire e il numero di ore di sonno possono condizionare lo stato di salute mentale di una persona. Il consiglio è quello di regolarizzare il ritmo sonno-veglia per cancellare i pensieri negativi.

L’ossessione per fatti accaduti o persone è un elemento forte dei pensieri negativi. Questi ultimi sono rinforzati non solo dalla stanchezza dovuta alla mancanza di sonno, ma anche dallo stress per mancanza di organizzazione, per un carico di lavoro eccessivo, per mancanza di tempo libero da dedicare a se stessi. La classica situazione in cui ci si sente girare in un turbine di eventi, ma non ci si riesce a fermare. Quindi se da una parte il riposo è un elemento fondamentale, anche la capacità di organizzarsi e conoscere i propri limiti sono altri due aspetti chiave per la soluzione dello stesso problema. Le difficoltà sul lavoro, i rapporti con i colleghi, ecc. possono diventare ben presto fonte di pensieri ossessivi negativi che si portano anche a casa e che fanno vivere male. È importante invece essere o diventare capaci di lasciare fuori dalla porta di casa i problemi lavorativi e riossigenarsi nel proprio habitat ricaricando le energie e ritornando al lavoro pronti per ricominciare.

Infine, l’uso dei social può avere accentuato il problema dei pensieri negativi, perché le persone possono “controllare” quello che fanno gli altri, familiari, amici e non, e fare confronti con la propria vita. In questo modo si generano spesso sentimenti di invidia, bassa autostima, ecc.

In questo senso i pensieri negativi sono un vero e proprio segnale di malessere. Osservare la vita degli altri, essere ossessionati dai problemi lavorativi o altro, sta a indicare che probabilmente la propria vita privata non va molto bene e pertanto la mente si focalizza su altro. Ma in realtà bisogna fare i conti con altri problemi irrisolti.

Un primo passo per stare meglio è accettare che un periodo della propria vita è stato caratterizzato da emozioni e sentimenti negativi. Successivamente bisogna prendersi cura di se stessi, imparare a rilassarsi, riposarsi, mangiare in modo sano, dormire per un numero adeguato di ore, imparare a prendere la distanza dagli eventi che fanno soffrire, confrontarsi con qualcuno, affrontare i problemi immediatamente uno per volta, imparare a trovare sempre uno spazio di serenità dentro se stessi anche nella massima confusione o difficoltà. Infine, bisogna imparare ad accettare i propri pensieri negativi così da farli defluire fino a che diventeranno sempre meno frequenti lasciando spazio alla positività.

29 Agosto 2015 at 17:52 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Finalmente arriva l’estate e la possibilità per moltissime persone di andare in ferie. Le vacanze rappresentano un periodo più o meno lungo in cui ci si può riposare e rilassare. In realtà le ferie possono trasformarsi nel peggiore degli incubi: marito e moglie passano tutta la giornata insieme senza interruzioni derivanti dal lavoro o da altri impegni. Ciò può dare linfa vitale al rapporto, ma anche essere assolutamente deleterio perché la miccia del litigio è sempre pronta a prendere fuoco.

Le vacanze prevedono un cambiamento dei ritmi di vita che non sono gli stessi per la coppia e ancora meno il concetto di riposo è lo stesso per tutti. C’è chi ama rimanere in spiaggia nelle ore più calde a prendere il sole, chi invece vuole fare il sonnellino pomeridiano, chi desidera giocare tutto il giorno a racchettoni o a beachvolley, ecc. Ogni piccola differenza nella gestione delle attività quotidiane può trasformarsi in un motivo di litigio.

La rottura di una coppia pertanto non dipende dalla vacanza estiva, che può far emergere prepotentemente una crisi già in atto. Se due persone che hanno già dei problemi si trovano sole 24 ore su 24 devono affrontare di petto i loro problemi. Possono riuscirci attraverso il dialogo, consolidando il loro rapporto e recuperando attimi di intimità persi. D’altra parte però si possono anche creare troppe aspettative che puntualmente vengono disilluse e le tante ore trascorse insieme possono diventare occasioni per numerosi litigi. Ci si può rendere conto che gli interessi comuni sono diventati sempre meno e che anche il desiderio sessuale si è affievolito.

Riguardo al posto dove trascorrere le ferie, è importante scegliere una meta che metta d’accordo entrambi. Se le opzioni sono opposte (ad esempio: mare vs montagna) e la coppia non trova un punto d’accordo, la soluzione è quella di scendere ad un compromesso: trascorrere qualche giorno in un posto che piace a lei e qualche altro giorno in un altro luogo che interessa a lui. Importante è non mettere da parte i propri desideri che potrebbero riemergere prepotentemente durante la vacanza e creare solo malcontento e frustrazione.

Trovare il compromesso è un elemento fondamentale per il buon andamento della vita di coppia. In merito alle attività da svolgere in vacanza, durante il soggiorno è importante che entrambi i partner cerchino di assecondare i desideri dell’altro senza sacrificare i propri. Se a lui piace andare in kayak lei può provare ad accompagnarlo, viceversa se lei vuole fare un corso di ballo, lui può cimentarsi nell’attività di ballerino per qualche ora. È bene non dimenticare che la vacanza può essere anche l’occasione per scoprire nuove e inaspettatamente piacevoli sfaccettature del partner. Quindi perché non provare a cimentarsi in qualcosa che non si è mai tentato? Bisogna però anche sentirsi liberi di evitare attività che proprio non si ha voglia o paura di fare. Stare insieme deve essere un piacere e non una costrizione. Quindi se lui vuole dedicarsi ad attività spericolate deve sentirsi libero di farle senza che lei glielo possa rinfacciare o viceversa. L’aspetto positivo è che ci sarà poi uno spazio comune in cui raccontarsi le emozioni e le sensazioni provate per condividerle comunque con il partner. Alcune coppie, più o meno consce del loro stato di crisi oppure perché annoiate, decidono di trascorrere le vacanze insieme ad un gruppo di amici, tentando così di colmare quelle lacune ormai presenti nel rapporto oppure di trascorrere vacanze separate. La vacanza potrebbe anche risultare più divertente, ma il problema della coppia è solo rimandato.

Ecco allora un decalogo “salvacoppia” per l’estate.

1. Trovate un compromesso sulla meta delle vacanze.

2. Trovate dei compromessi sulle attività da fare in vacanza.

3. Viaggiate leggeri (fate una valigia con poche cose indispensabili. Ciò vi agevolerà negli spostamenti, eviterà di creare disordine in camera e vi permetterà di avere sempre le cose a disposizione. A volte sono anche questi piccoli dettagli a creare l’opportunità per malumori o discussioni.).

4. La vacanza deve essere uno spazio dedicato alla coppia (se la coppia è annoiata, colmare i vuoti attraverso la presenza di amici equivale solo a rimandare il problema).

5. Evitate di fare vacanze separate se la coppia ha dei problemi (altro discorso invece vale se la coppia è solida. In questo caso, la vacanza da soli può essere un’occasione per fare ciò che piace rispettando l’autonomia dell’altro).

6. Accantonate Internet e il cellulare (almeno per un po’! A parte gli scherzi considerate quanto tempo togliete al partner quando siete al telefono. Una soluzione è concordare insieme il tempo da dedicare all’utilizzo di Internet e del cellulare per motivi lavorativi. Ad esempio, definite degli orari in cui farne uso. Nel frattempo il partner può dedicarsi ad altre attività di suo interesse in totale libertà).

7. Dividetevi i compiti (per un equilibrio di coppia è importante che sia stabilita una divisione equa dei compiti, soprattutto in vacanza dove entrambi i partner hanno diritto a svagarsi e a riposarsi. Semplicemente basta dividersi le cose da fare per risparmiare tempo e per poterlo dedicare maggiormente alle attività più piacevoli. Quindi se lei lava i piatti, lui può caricare la lavatrice e poi stendere i panni, ecc. La collaborazione in questo senso può anche creare un nuova dimensione di complicità nella coppia).

8. Definite insieme le spese da affrontare (nella coppia l’aspetto economico è spesso fonte di discussioni. Definire un tetto massimo di spesa e una quota per gli extra può essere utile ad evitare problemi).

9. Sperimentate nuove attività (fare insieme cose diverse da quelle a cui si è abituati, può essere utile a superare i propri limiti ma anche a spaziare e a dare nuovo ossigeno alla coppia).

10. Rispettate il bisogno di solitudine dell’altro (può capitare che anche in vacanza si abbia bisogno di un po’ di tempo da dedicare solo a se stessi. È importante quindi lasciare all’altro la possibilità di isolarsi senza che vi sia la sensazione che questo sia imposto o comunque costretto).

E buone vacanze.

28 Agosto 2015 at 15:30 e taggato , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Il sesso è un aspetto che riguarda la sfera più intima della vita delle persone e pertanto è difficile individuarne i confini. Nella nostra società dove molti ambiti della quotidianità hanno forti connotazioni sessuali e dove le provocazioni di immagini hanno grande impatto sessuale è difficile definire quella che è una sessualità “normale” ed una “patologica” (Cardoso, 2014).

Oggi ancora non esiste una definizione condivisa, ma comunque il National Council on Sex Addiction (NCSA, 1987) definisce la dipendenza da sesso come “persistente e crescente modalità di comportamento sessuale messo in atto nonostante il manifestarsi di conseguenze negative per sé e per gli altri”. Molti personaggi famosi hanno dichiarato di soffrire di sex addiction, tra questi: Michael Douglas, Tiger Woods, David Duchovny, Charlie Sheen, Kanye West, Russell Brand, Amber Smith, ecc.

La sex addiction si manifesta attraverso varie modalità tra cui il bisogno incontrollato di avere continui rapporti sessuali e l’incapacità di resistere all’impulso sessuale. Si parla quindi di dipendenza da sesso quando la persona adotta uno o più comportamenti sessuali che portano a conseguenze negative su svariati piani: relazionale, emozionale, fisico, finanziario, legale, lavorativo e sociale. La dipendenza sessuale è un comportamento eccessivo che se non soddisfatto porta disagio e sofferenza nella persona che la manifesta.

A livello biochimico si possono individuare tre fasi: attivazione, sazietà e fantasia. Come per le altre dipendenze, quella sessuale diventa un’abitudine con alcuni aspetti di inconsapevolezza, un rituale compulsivo con un attaccamento biologico e psicologico all’oggetto del piacere.

I sintomi di astinenza si manifestano quando l’oggetto del piacere non è disponibile e la preoccupazione comincia ad avere delle ripercussioni nella vita quotidiana della persona che cambia umore a causa dei problemi connessi alla mancata attività sessuale. Spesso si verifica lo sfruttamento di un altro soggetto a scopo sessuale (Cardoso, 2014). La persona però nega, distorce la realtà e ignora il problema, dando la colpa agli altri del proprio comportamento.

Schaeffer (2009) ha evidenziato le seguenti caratteristiche di dipendenza sessuale (Cardoso, 2014): utilizzo del sesso per affrontare i problemi; conseguenze negative legate al comportamento sessuale (il soggetto dipendente può non rendersi conto o minimizzare le conseguenze negative a cui il comportamento porta, come depressione, bassa autostima, gravidanze indesiderate, malattie, divorzi); cambi d’umore legati all’attività sessuale; incapacità di interrompere il comportamento anche a seguito di conseguenze negative (le persone possono perdere la reputazione, il lavoro e il partner per soddisfare le loro necessità sessuali); molto tempo è utilizzato per pianificare e soddisfare l’attività sessuale; sentimenti di colpa e vergogna a causa del comportamento; perpetuarsi di comportamenti a rischio o distruttivi (trovarsi in quartieri malfamati, ecc.); presenza di un circolo vizioso che prevede: preoccupazione, ritualizzazione, comportamento sessuale e disagio una volta ottenuto; tolleranza, cioè bisogno di una quantità sempre maggiore di sesso per raggiungere lo stato di eccitazione. La persona ha bisogno di comportamenti sempre più spinti e pericolosi per raggiungere lo stato di eccitazione desiderato, poiché è come se ci fosse un’assuefazione ai comportamenti precedenti; essere in disaccordo con la famiglia o con i propri valori spirituali; negare, razionalizzare o giustificare il comportamento.

La persona nega di avere un problema, minimizzando le conseguenze negative del suo comportamento; avere dei craving sessuali, cioè desideri caratterizzati da grande urgenza e impulsività. È come un bisogno incalzante del corpo, quasi doloroso; vivere una doppia vita: una sana e una dipendente, riuscendo a mantenerle distinte; usare il sesso per superare un trauma che non sa elaborare emotivamente; usare gli altri come oggetti sessuali ed esclusivamente per la propria gratificazione sessuale.

Secondo Goodman (1993) la dipendenza da sesso è un comportamento compulsivo che serve alla persona per regolare i propri stati interni che altrimenti non riuscirebbe a gestire. Il soggetto quindi da una parte non riesce a controllare il comportamento sessuale e dall’altra non riesce ad abbandonare il suo comportamento sessuale nonostante abbia delle conseguenze negative (Cardoso, 2014). La dipendenza da sesso può essere associata ad altri disturbi psichiatrici, come disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, disturbi da uso di sostanze.

Il trattamento della dipendenza da sesso include una valutazione adeguata degli aspetti sessuale, medico e psicologico. Si possono coinvolgere la famiglia ed il partner, ma può essere utile lavorare anche in gruppo per confrontare i sentimenti di vergogna provati. È utile anche impostare il trattamento con un intervento specifico per prevenire le ricadute.

Le persone che in generale cercano di imitare e somigliare il più possibile a qualcun altro sono generalmente insoddisfatte, insicure e con poca autostima. Questa affermazione va comunque calibrata rispetto a cosa si intende per “copiare”. Infatti una donna può imitare la pettinatura, il trucco o il tipo di abbigliamento di un’attrice famosa pur rimanendo se stessa. Quando però l’imitazione diventa una fissazione allora è un problema. Quando si tratta di voler essere come la propria beniamina o il proprio modello in tutto e per tutto significa che si ha poca personalità e si cerca di “appropriarsi” di quella di un’altra persona popolare. Il modello da emulare è visto come illusoria strada verso il successo che invece prima o poi si rivelerà una delusione perchè è la brutta copia della vita di qualcun altro. D’altra parte la vita dei VIP solo all’apparenza è fatta di rose, fiori, pailettes e luci della ribalta, ma anche le persone famose possono vivere fasi difficili della propria vita anche personale. La curiosità, e quindi non solo la voglia di emulare, spinge tante persone ad acquistare riviste di gossip o a seguire i propri beniamini sui social. In questo modo, se non si riesce ad imitarli, si vivono di sfuggita momenti della loro vita fatta di feste, locali famosi, moda, ecc.

Riguardo alla motivazione relativa alla scelta del personaggio da imitare, non indica necessariamente un senso logico, ma piuttosto bisogna indagare il significato simbolico che esso rappresenta e che la persona vorrebbe far suo. Ad esempio Marilyn Monroe è stata sempre molto emulata. Marilyn è ancora oggi un’icona di fascino e bellezza intramontabile e la donna che cerca di assomigliarle ha bisogno di sentirsi rassicurata sulle sue capacità di affascinare e conquistare gli uomini. È stato fatto anche un film su una parte della vita di quest’attrice, ma nessuna donna è mai riuscita ad eguagliare il suo carisma. Evidentemente una semplice pettinatura non è sufficiente, ma ciò che è importante è cio che crede la persona. Quindi se un cambiamento di acconciatura e colore può rassicurare una donna circa il suo fascino, ben venga!

I personaggi famosi che vengono imitati cambiano a seconda dell’età del target di persone che li seguono. I maschi adolescenti tendenzialmente emulano i calciatori. In realtà molti giovani cercano di somigliare ai loro beniamini non solo nell’aspetto fisico, ma anche negli ideali che questi trasmettono. Ad esempio: guadagno facile, donne, divertimento, ecc. Le femmine adolescenti, cercano di imitare: veline, cantanti, ballerine famose (vedi tutti i talent show in cui giovanissimi cercano di trovare il successo: Amici, Xfactor, ecc.). Gli adulti tendenzialmente imitano alcuni aspetti dei VIP, come stile di abbigliamento, pettinatura, oggetti che fanno tendenza, scelta dei luoghi “giusti” dove andare in vacanza, arredamento della casa, ecc.

Purtroppo capita anche l’imitazione in senso negativo, per cui ci sono personaggi che inducono a copiare gesti, vizi e altro che invece sono solo da evitare. Anche questa è emulazione. Ad esempio un ragazzino ribelle che vuole stupire in senso negativo può decidere di copiare un modello di vita riprovevole ma che ai suoi occhi ha successo, è “rispettato” dagli altri, è ricco, ecc. anche se attraverso mezzi sbagliati o corrotti. Questo rafforzerà la sua personalità debole, ma purtroppo sarà indotto a fare scelte sempre più sbagliate se non riportato sulla giusta strada.

Fino a che punto ci si può spingere per somigliare al personaggio famoso tanto amato? Alcune persone ricorrono addirittura alla chirurgia estetica per coronare il loro sogno. Ad esempio, Valeria Lukyanova è una ragazza di 21 anni che si è sottoposta ad innumerevoli interventi chirurgici e ha speso quasi un milione di euro pur di diventare come la Barbie. È importante sottolineare che i meccanismi psicologici che sottostanno alla decisione di sottoporsi ad interventi di chirurgia estetica sono molto importanti perché sono guidati dalla percezione della propria immagine corporea. Se non si ha una personalità abbastanza forte che permette di accettarsi fisicamente, la disarmonia tra l’immagine di sé e quella ideale può creare seri problemi psicologici con conseguenze anche nell’ambito relazionale. Se ci sono problemi di personalità, di insicurezza o di autostima è bene risolverli in altro modo, perché in questi casi la persona non si accontenterà di un solo intervento, ma ne farà seguire molti altri nell’intento di uguagliare un ideale corporeo impossibile.

Questo discorso non vale solo per il desiderio di somigliare ai VIP a livello fisico, ma anche come a livello psicologico si confronta la propria vita con quella di un personaggio famoso. Se la propria autostima viene scalfita dal continuo confronto perdente rispetto ad una vita fatta di lussi di un personaggio famoso, ciò significa che non si ha una personalità sufficientemente strutturata per vivere con serenità la propria quotidianità fatta di tante piccole e grandi soddisfazioni. Il desiderio di raggiungere obiettivi impossibili crea solo uno stato di frustrazione e rabbia che fa vivere male ciò che invece la vita ha di bello da offrire a ciascuno di noi.

L’avvento di internet e dei social network ha fatto sì che questi ultimi siano diventati lo strumento attraverso il quale molte persone, soprattutto i giovani, possano esprimere se stesse con la possibilità di condividere il proprio mondo con gli altri. D’altra parte i social network hanno creato un terreno ideale per lo sviluppo in altra forma di molti problemi dei giovani, come il bullismo che diventa cyberbullismo laddove è generato nella rete.

Il cyberbullismo sfrutta la comunicazione digitale ed in questo modo il cyberbullo ha l’opportunità di rimanere anonimo oppure di fingersi qualcun altro, avendo così la possibilità di non uscire allo scoperto, anche se ogni comunicazione digitale lascia comunque delle tracce, rendendo vani i tentativi di rimanere anonimi (Tonioni, 2014).

Il cyberbullo, spalleggiato dai molti spettatori, non pone limiti alle persecuzioni nei confronti della sua vittima.

Le modalità digitali usate per denigrare, ridicolizzare oppure offendere sono molte e per lo più sconosciute agli adulti.

Una prima modalità si chiama “flaming” sono litigi online caratterizzati da termini violenti e volgari che possono coinvolgere una singola persona o un gruppo di amici.

L’”harassment” è la spedizione ossessiva e ripetuta di messaggi denigratori fino a diventare una vera e propria molestia.

Put down” significa denigrare qualcuno attraverso email, sms, post, con l’obiettivo di ledere la reputazione della vittima agli occhi degli altri.

Masquerade” riguarda la sostituzione di persona con lo scopo di spedire messaggi a nome altrui, dopo essere entrati nel suo account o pubblicare contenuti offensivi o volgari che screditano la vittima.

Exposure” è la rivelazione di informazioni inventate o estorte sulla vita privata della vittima senza che questa possa rimediare in alcun modo.

Trickery” si manifesta come un tradimento affettivo, in quanto si ottiene la fiducia della vittima che in buona fede rivela confidenze del suo privato che prontamente vengono messe in piazza dal bullo.

Exclusion” si verifica quando una persona viene esclusa bruscamente e con intenzione da un gruppo online, una chat o un gioco interattivo.

Cyberstalking” è un invio ripetuto di messaggi denigratori, comprese minacce esplicite, che hanno lo scopo di impaurire la vittima e che possono sfociare in episodi di aggressione fisica.

Cyberbashing” si verifica quando la vittima viene aggredita o molestata mentre altri riprendono la scena con la telecamera del cellulare. Le immagini vengono poi postate in rete, visibili a tutti e commentate (Tonioni, 2014).

Nell’ambiente scolastico è difficile scrollarsi di dosso determinate etichette, così la vittima inizia a soffrire fino a manifestare stati d’ansia, disistima, depressione, abbandono scolastico e, solo nei casi più gravi, anche il suicidio. Dal canto suo, il bullo diventa schiavo della sua aggressività e del ruolo che si è costruito.

Il fulcro del cyberbullismo sta in un difetto della comunicazione affettiva tra figli e genitori. In particolare l’assenza genitoriale bullizza i bambini e gli adolescenti, cioè li rende incapaci di gestire le emozioni provate e di esprimerne il significato a parole. Sia le vittime sia i bulli non sanno tradurre a parole ciò che provano. In certi casi, non riescono nemmeno a capire quello che provano tanto da dissociarsi da determinate situazioni negative: i bulli da quello che fanno e le vittime da ciò che subiscono.

I genitori di un piccolo bullo avranno l’inclinazione a giustificare il suo comportamento, negando i problemi e mostrandosi risentiti, perchè considerano il figlio vittima della situazione. I genitori di una piccola vittima, invece, proveranno paura e ansia per il figlio, impegnato nelle prime relazioni sociali, e una sorta di diffidenza nei confronti degli altri bambini e delle loro famiglie. In entrambi i casi, i genitori si sentono in colpa e spesso chiedono continue conferme a educatori e insegnanti sul fatto che il loro figlio non abbia problemi, il che mostra come comportamenti opposti possano avere la stessa radice (Tonioni, 2014).

Per questi motivi tutta la società può e deve dare il suo contributo perché il cyberbullismo rappresenta un problema sociale che riguarda non solo le parti coinvolte, ma tutti coloro che perseguono nella loro vita l’educazione e il rispetto per gli altri. In quest’ottica non bisogna abbassare la soglia di attenzione nei confronti dei bulli che altrimenti sono portati a pensare di poter agire indisturbati.

Fondamentale è la prevenzione che da una parte aiuta ad identificare immediatamente quei piccoli segnali di bullismo che potrebbero evolversi in un vero e proprio comportamento delinquenziale del bullo, e dall’altra riduce il rischio che la vittima possa sviluppare problemi legati alla sfera affettiva e relazionale.

Ultimamente si parla spesso di rapimenti e sequestri per motivi economici (estorsione) e politici che fanno da sfondo ad una guerra terribile e interminabile come quella in atto in Siria e Iraq. Purtroppo spesso questi casi finiscono con il brutale omicidio della persona sequestrata laddove non venga pagato un riscatto. Le motivazioni alla base di un sequestro possono anche essere di tipo vendicativo, a sfondo sessuale o di impeto per esercitare il pieno controllo sulla vita di qualcuno.

Cosa accade nella mente di una persona che è vittima di un sequestro? Molti possono sviluppare un disturbo da stress post traumatico (PTSD), in particolare dopo la liberazione, con ricorrenti pensieri sulla paura di ciò che è loro accaduto, incubi, disturbi del sonno, ecc.

Esiste una particolare condizione psicologica per cui la persona sequestrata manifesta sentimenti positivi e di affetto nei confronti di chi l’ha rapita: la Sindrome di Stoccolma. La persona rapita può addirittura ammirare il suo sequestratore fino ad innamorarsene. Molto spesso questa sindrome si può riscontrare nelle situazioni di violenza sulle donne, negli abusi sui minori e nei sopravvissuti ai campi di concentramento.

La spiegazione psicologica alla base di questa condizione paradossale risiede in alcuni meccanismi mentali guidati dall’istinto di sopravvivenza della vittima.

La Sindrome di Stoccolma può insorgere con maggiore probabilità nei casi in cui i soggetti coinvolti hanno passato molto tempo insieme. La vittima percepisce che la sua vita è completamente nelle mani del suo aguzzino che al contempo è l’unico che può garantirle la protezione. Si sviluppa a questo punto un meccanismo psicologico di totale attaccamento verso di lui, nell’illusoria credenza di poter evitare la morte, nell’eventualità che questa soluzione si possa verificare.

Di fatto, la persona rapita, dopo un periodo più o meno breve di terrore e confusione per la situazione forzata in cui si trova, comincia a cercare un modo per resistere a ciò che sta vivendo e quindi sviluppa questo stato psicologico che la porta ad affidarsi totalmente al proprio rapitore.

La vittima si identifica con il proprio aguzzino ed in questo modo riesce a comprendere le motivazioni che l’hanno spinto a rapirla e a comportarsi in un determinato modo. Questo meccanismo psicologico permette alla vittima di tollerare le violenze subite fino ad annullare la rabbia e il rancore che invece sarebbe lecito nutrire nei confronti del proprio carnefice.

La vittima vive un forte senso di impotenza rispetto ad una reale possibilità di fuga. Una volta che la persona rapita ha la certezza di non potersi liberare autonomamente, a livello psicologico si attivano risorse volte ad evitare che si possano verificare eventi temuti. La vittima tende quindi a comportarsi in modo docile e remissivo e solitamente il rapitore rimanda feedback positivi rispetto a comportamenti di questo tipo. Si crea così un circolo vizioso che rinforza determinati atteggiamenti da entrambe le parti fino ad evidenziare che gli effetti della Sindrome di Stoccolma possono coinvolgere anche l’aguzzino che può sviluppare a sua volta sentimenti positivi verso la vittima.

La Sindrome di Stoccolma prende il nome dalla città omonima presso la quale a seguito di un sequestro a scopo di rapina, alcuni degli ostaggi una volta liberi, manifestarono dei sentimenti positivi verso i criminali, sentendosi in debito per la gentilezza e la generosità dimostrate. In particolare, il 23 agosto del 1973 Jan Erik Olsson, a quell’epoca trentaduennenne, ed un suo complice fecero irruzione nella sede della Banca di credito svedese a Stoccolma per compiere una rapina. In quel momento nell’istituto si trovavano anche quattro giovani donne. Il sequestro degli ostaggi a Stoccolma durò sei giorni, si risolse con la riconsegna dei sequestrati sani e salvi e con la resa dei rapinatori. Ma ciò che turbò l’opinione pubblica preoccupata per il rischio di vita in cui si trovavano gli ostaggi, fu l’atteggiamento imprevisto delle vittime del sequestro. Oggi Olsson, pacifico pensionato di 74 anni, racconta del momento in cui gli ostaggi si schierarono dalla sua parte: “I primi tre giorni ho sempre indossato una parrucca nera e avevo la faccia coperta di una crema marrone. Dovevo sembrare un terrorista arabo. Non parlavo svedese, solo inglese. Vedevo la paura nei loro occhi, ed era quello volevo. Poi quando ci siamo rifugiati in una sorta di corridoio all’interno della banca, quasi un tunnel, per essere più lontani dalla polizia, le cose sono cambiate. Mi sono tolto la parrucca, e ho parlato. Vede, il mio accento dello Skåne si sente molto… Abbiamo iniziato a raccontarci le nostre vite, i nostri sogni, le paure. Gli raccontavo dei miei figli – pensi, uno di loro oggi fa il poliziotto. Vedevo che gli ostaggi avevano sempre meno paura. Poi uno di loro mi chiese di andare al bagno. Mi disse “Signor rapinatore”, proprio così, “Signor rapinatore, posso andare alla toilette?”. Ero stanco, sapevo che i servizi erano vicino alla polizia, sapevo che sarebbe scappata, ma le dissi ugualmente: – Vai, ma vedi di tornare -” (La Stampa, 23 agosto 2013). La donna, nonostante i vari tentativi di convincimento di scappare da parte della polizia, tornò dal rapinatore.

Alcuni esempi famosi di vittime di sequestri che hanno manifestato comportamenti tipici della Sindrome di Stoccolma sono: l’americana Patricia Hearst, ricca ereditiera diventata guerrigliera simbionese, l’austriaca Natascha Kampusch sequestrata per anni dal padre, l’italiana Giovanna Amati vittima di un sequestro dei marsigliesi, ecc.

Come è già stato detto la Sindrome di Stoccolma non è codificata in nessun manuale diagnostico, in quanto non viene considerata un disturbo a tutti gli effetti. Eppure, sarebbe interessante approfondire le dinamiche psicologiche che sono alla base di quei comportamenti legati a tale sindrome così da poter individuare approcci psicologici d’aiuto più efficaci nei confronti delle vittime di determinate violenze o che hanno subito gravi privazioni della propria libertà.

“Canta che ti passa” recita il detto. È proprio vero perché sia la musica sia il canto sono dei potenti antistress. Cantare quindi fa bene alla salute e alla psiche: aumenta la funzionalità del sistema immunitario, favorisce il rilascio di ormoni e di serotonina, fa diminuire il livello di cortisolo (un ormone la cui produzione aumenta in condizioni di stress), riduce le tensioni muscolari, implica una respirazione più regolare e profonda tanto da aumentare l’ossigenazione nel sangue e migliorare la funzionalità cardiaca, favorisce la dilatazione dei vasi sanguigni come quando si ride o si assumono farmaci specifici. La musica e di conseguenza i suoni sono un messaggio universale da tutti compreso e con effetto immediato a livello psicofisico. D’altra parte uno tra i primi sensi utilizzati dal feto è proprio l’udito: quando il piccolo ascolta la voce della mamma e impara a distinguerla dalle altre, sa anche riconoscere le varie intonazioni a seconda delle emozioni che la madre sta vivendo.

Cantare aiuta a rilassarsi e a buttare fuori le sensazioni e le emozioni negative vissute durante la giornata. Ciò vale in modo particolare per tutti coloro che non si occupano di musica per lavoro. Quindi anche solo canticchiare una canzone mentre si passeggia o si torna a casa oppure cantare sotto la doccia sono tutte azioni che migliorano l’umore, allontanano la stanchezza, fanno iniziare o terminare in modo positivo una giornata perchè favoriscono il rilascio di ormoni e sostanze come la serotonina e le endorfine. In particolare sono molte le persone che cantano sotto la doccia o anche in macchina quando sono sole. L’effetto è benefico e liberatorio perchè la persona è sola e sente di poter dare libero sfogo alla sua energia, può cantare ciò che vuole senza timore di essere giudicata o criticata o presa in giro, assecondando anche lo stato d’animo del momento e quindi scegliendo la musica più adatta al suo umore.

Di fatto la persona sotto la doccia canta per se stessa e ciò le regala un senso di libertàimpagabile, privo di valutazioni, di timori o di aspettative di persone che ascoltano. Coloro che intonano una canzone da soli sotto la doccia o in casa possono tirare fuori la parte più infantile di se stessi o anche provocatoria, perché potrebbero decidere di imitare cantanti famosi, scimmiottarne i movimenti, improvvisare anche qualche passo di danza, tutto con un unico scopo: divertirsi a fare qualcosa che in presenza d’altri non farebbero mai. Per molte persone infatti esibirsi davanti a qualcuno, anche solo per svago, diventa un problema serio. Il timore di cantare in pubblico può derivare da molteplici motivi: insicurezza personale, consapevolezza di essere stonati (ma ciò spesso non è un deterrente, anzi), bassa autostima, timore di essere giudicati. Rispetto a quelle che si vergognano, per le persone esibizioniste prevale il senso di benessere e divertimento derivante dal cantare. La persona che canta in pubblico vuole comunicare qualcosa di sé agli altri sia attraverso le parole sia con i gesti che accompagnano la sua performance. In ogni caso prevale il piacere di essere ascoltati e guardati dagli altri anche se le doti canore possono lasciare a desiderare.

D’altra parte cantare insieme ad altre persone, come ad esempio in un coro, aumenta la sicurezza in se stessi, fa sentire parte di un gruppo coeso e migliora l’umore. Infatti il coro è tradizionalmente usato in tutto il mondo durante i riti di moltissime religioni per i suoi effetti rilassanti, energizzanti e coinvolgenti. Molte ricerche hanno evidenziato come nelle persone che cantano in coro aumenti la percezione di benessere e allo stesso tempo si viva la presenza degli altri come uno stimolo ad impegnarsi con regolarità. Alcune malattie senili, come la demenza, possono essere affrontate dai pazienti, partecipando ad un coro, così da mantenere la mente sempre in esercizio grazie alla necessità di ricordare le parole e la musica dei brani. Inoltre, presupposto fondamentale di chi canta in coro non è emergere, ma piuttosto amalgamare la propria voce con quella degli altri così da creare un insieme armonico equilibrato e omogeneo. Quindi, a meno che non ci sia qualche voce solista che deve emergere in alcuni casi prestabiliti, nel coro non bisogna cercare di mettersi in evidenza, evitando quindi situazioni di rivalità o narcisismo.

Anzi il coro crea una clima di solidarietà, unione, rilassatezza e senso di protezione. Far parte di un gruppo vocale significa prima di tutto condividere una passione, ma anche momenti gratificanti derivanti da un benessere comune. L’ansia tende a scomparire, così come la timidezza si riduce notevolmente grazie alla possibilità di mescolare la propria voce con quella degli altri coristi. Il corista canta con forza e intensità sviluppando una sensazione liberatoria e di armonia con gli altri e con se stesso. Infatti, dopo una giornata di lavoro, fatica e stress, cantare con tutta la propria energia fa sentire davvero bene. Anche ritrovarsi con gli altri elementi del gruppo e avere la possibilità di creare nuove amicizie, fa superare la pigrizia e la voglia di rimanere a casa magari stanchi e stressati. Cantare fa bene. Ed è bello cantare per il piacere di farlo, con orgoglio e passione, con la certezza poi di sentirsi più leggeri e sereni.