Il Natale ha un indiscutibile fascino su adulti e bambini. È una festa magica soprattutto perché i bambini ai quali ancora non è stata svelata la verità su Babbo Natale, credono in modo meravigliosamente puro che questo “supernonno” vestito di rosso porti regali a tutti i bambini volando su una slitta.

Ed ecco che questa magia si punteggia di tanti piccoli rituali che la rendono ancora più credibile agli occhi dei più piccoli: c’è la possibilità di scrivere la letterina dove si richiedono i doni preferiti, la cassetta rossa dove imbucarla, il piattino di biscotti e il bicchiere di latte da lasciare sul tavolo per rifocillare Babbo Natale, casette dove incontrare Santa Claus in persona, addirittura qualche familiare si traveste da Babbo Natale e riesce (con i più piccoli) a rendersi credibile. Gli adulti dal canto loro si lasciano affascinare dalle mille luci colorate che ornano le strade e i negozi e possono lasciarsi trascinare dalle fantasticherie dei più piccoli per avere la sensazione di tornare bimbi per qualche istante.

Essere bambini e diventare grandi. La credenza che Babbo Natale esista segna un passaggio importante dall’infanzia pura a quella più smaliziata dei bambini più grandi.

Fino a che età è normale che un bambino creda a Babbo Natale? È una domanda che i genitori di bambini piccoli si pongono ogni anno, chiedendosi per quanto ancora sia giusto recitare la parte di quelli che aspettano un vecchietto vestito di rosso con barba bianca che porta i regali. Non esiste un’età esatta in cui è giusto spezzare l’incantesimo sulla credenza di Babbo Natale. L’aspetto più importante riguarda la conoscenza del proprio figlio e della sua sensibilità.

Il primo elemento da considerare comunque è l’età. Di solito i bambini fino a 5 anni credono senza riserve all’esistenza di Babbo Natale. Tra i 5 e i 7 anni iniziano i dubbi, il pensiero magico che alimentava la fantasia quando si è più piccoli è svanito. All’età di 9 anni ormai i bambini hanno scoperto la verità.

Un altro aspetto da considerare, e che può rincuorare molti genitori, è che la scoperta che Babbo Natale non esiste non arriva all’improvviso. Quando i bambini sono pronti a scoprire la verità si capisce anche da come percepiscono alcune situazioni che hanno visto per caso. Ad esempio, notano i genitori che incartano i regali o li vedono sistemare i doni sotto l’albero di Natale. Il bambino che è ormai pronto alla scoperta, inizia a notare tanti piccoli indizi che lo portano sempre di più a dubitare. D’altra parte se il bambino ancora non è pronto può notare la testimonianza più schiacciante sulla non esistenza di Babbo Natale, ma ciò non farà crollare il suo mondo fantastico fatto di elfi, fate, draghi, e Babbo Natale.

In effetti la maggior parte dei bambini scopre in autonomia che Santa Claus non esiste, spesso anche con il suggerimento di compagni di scuola o parenti più grandi oppure perché nota l’elastico che regge la barba bianca o perché riconosce il familiare che si è travestito. La dissonanza che si crea tra i vari elementi porta il bambino a tirare la conclusione più logica sommando tutti gli elementi a disposizione. Non dimentichiamo che i bambini amano molto giocare a “fare finta di”. Questo modo di giocare è fondamentale alla loro età perché imparano ad immedesimarsi nei loro personaggi preferiti e di conseguenza ad immaginare la realtà in tanti modi diversi e alternativi.

Se il bambino è ancora piccolo (sotto i 5 anni) e sente dire che Babbo Natale non esiste e ci rimane male, è meglio che sia rassicurato del contrario, cioè sul fatto che alcune persone non credono a Santa Claus ma che invece i suoi genitori ci credono.

La scoperta quando il bambino è un po’ più grande non provoca traumi, ma avviene in modo molto graduale, anche perché è la somma dei segnali colti dal bambino che lo porta nella giusta direzione. Inconsciamente il bambino ha già elaborato questi indizi. Il genitore è meglio che non si avventuri nel fare rivelazioni serie o drammatiche, ma piuttosto non deve fare altro che lasciare qualche altro elemento più chiaro che porti il figlio nella giusta direzione.

Quando il bambino scoprirà la verità su Babbo Natale, è bene che i genitori gli raccontino di come anche loro hanno creduto alla sua esistenza e di come abbiano amato quel periodo della loro vita: proprio questa gioia li avrebbe spinti a rivivere con lui la magica suggestione del Natale. Il passaggio del bambino a sentirsi più “grande” dopo questa scoperta, può essere rafforzato dalla richiesta di non svelare nulla ai fratellini o alle sorelline. Anzi deve aiutare i genitori a creare la messinscena per i più piccoli di casa e che anche lui sarà un depositario del segreto di Babbo Natale.

3 Gennaio 2017 at 19:52 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Due sono le categorie di persone più a rischio per maltrattamento: i minori e gli anziani. In entrambi i casi infatti i soggetti interessati sono deboli perché incapaci o impossibilitati a difendersi e a denunciare i fatti.

Negli ultimi anni ci sono stati moltissimi procedimenti giudiziari legati a maltrattamenti di minori e anziani. Solo dall’inizio del 2016 ci sono stati molteplici casi accertati dai carabinieri (Panorama – Francalacci, 1 agosto 2016). Nel febbraio 2016 in una scuola a Pavullo nel Frignano, comune montano in provincia di Modena, è emerso che l’insegnante sottoponeva gli alunni a violenze fisiche come schiaffi, percosse, spinte, minacce. Una insegnante aveva persino punito una bambina lasciandola all’aperto a 700 metri di altitudine in pieno inverno. Gli alunni terrorizzati non volevano più andare a scuola. Lo stato d’animo angosciato di questi bambini ha allertato alcuni genitori che hanno sporto denuncia da cui poi è partita l’indagine.

Sempre a febbraio 2016 in un asilo di Pisa una maestra si rivolgeva così ad alcuni bambini da 1 a 3 anni: “Rincoglionito, oggi ti faccio del male, sciocco stai zitto, ti metto fuori al freddo, sei duro come il muro, a te oggi niente frutto, levati di torno, boia! Vai a piangere in bagno, con te non ci parlo”. Oltre ad insulti e urla, questa maestra picchiava anche i bambini. La donna è finita agli arresti domiciliari.

Nell’aprile 2016 una maestra di Bisceglie picchiava e offendeva i bambini che non mangiavano o non obbedivano.

Ancora nell’aprile 2016 un’educatrice di un asilo comunale di Roma maltrattava con schiaffi, scossoni e grida bambini di età compresa tra i 12 e 24 mesi.

Nell’agosto 2016 in un asilo del quartiere Bicocca di Milano il titolare e la coordinatrice della struttura sono stati arrestati. Alcuni bimbi sarebbero stati più volte legati con cinghie alle sedie, altri chiusi al buio in stanzini e trattenuti dentro a lungo terrorizzati nonostante urla e pianti disperati. In un caso è stato rilevato in ospedale anche un morso dato sul collo vicino all’orecchio ad un piccolo di circa 2 anni da parte della donna.

Molti casi riguardano anche gli anziani. Nell’ottobre 2016 ad Acerno nel salernitato sono state emesse diciotto misure cautelari nei confronti del direttore e degli operatori di una casa di cura per anziani che devono rispondere per maltrattamenti continui e aggravati. Razioni di cibo minime, schiaffi, minacce, bestemmie, strattoni. Erano queste, come dimostrano le intercettazioni audio e le riprese video agli atti dell’inchiesta, le condizioni quotidiane di vita per una trentina di anziani e sofferenti psichici ospiti in questa casa di cura. Non avevano spesso neanche il permesso di comunicare con i propri parenti e non potevano usufruire liberamente dei servizi igienici. «Posso andare in bagno?» chiede un anziano e l’assistente con crudeltà risponde: «Quando stai per morire». E poi ancora: «Ti sfondo la testa». E in sottofondo il pianto dei poveri pazienti (Corriere della Sera – Coppola, 19 ottobre 2016).

Ancora nell’ottobre 2016 anziani ultrasettantenni e anche una donna di oltre 90 anni, insultati, strattonati, vittime di violenze fisiche e morali. È accaduto in una casa di riposo di Gioia del Colle dove, stanca di subire maltrattamenti da parte di una operatrice sanitaria, un’anziana ospite ha deciso di reagire e ha raccontato tutto alla responsabile della struttura che ha messo fine alle vessazioni facendo arrestare la responsabile (La Gazzetta del Mezzogiorno – Laforgia, 22 ottobre 2016).

Riguardo agli anziani, la tendenziale crescita demografica della popolazione di età avanzata ha posto la società di fronte al problema dell’assistenza agli anziani. La persona in età senile frequentemente si trova, alla fine, a perdere la propria indipendenza per eterogenee motivazioni: giunge, quindi, ad instaurare rapporti di dipendenza domestica, medico-igienica, motoria e socio-emotiva.

È bene tenere presente che i casi di maltrattamento ai danni delle persone di età avanzata che giungono alla Magistratura sono presumibilmente una minima parte della reale presenza del fenomeno (Molinelli et al., 2007).

I casi da citare sarebbero moltissimi e questi sono solo alcuni di quelli avvenuti negli ultimi mesi. Si tratta di una lunga e vergognosa scia di violenza che colpisce i soggetti più deboli della nostra società. Come possono infatti denunciare e raccontare bambini piccolissimi o anziani spesso soli o molto malati?

I bambini sono il futuro della nostra società, mentre gli anziani rappresentano la storia e i ricordi e troppo spesso vengono dimenticati e lasciati soli. Entrambe le categorie andrebbero protette e salvaguardate da qualsiasi atto di violenza e maltrattamento nei loro confronti. I minori hanno diritto a costruire il proprio futuro su basi allegre e spensierate; gli anziani dal canto loro hanno diritto di poter vivere una vecchiaia serena.

Riguardo alla tutela dei minori, come è affermato nell’art. 3 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia, approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 20 novembre 1989, “in tutte le decisioni riguardanti i bambini che scaturiscono da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative o organi legislativi, l’interesse prevalente del bambino deve costituire oggetto di primaria considerazione”.

In quest’ottica, dopo anni di violenze, circa due mesi fa la Camera ha approvato la legge sulla videosorveglianza negli asili e nelle strutture per anziani e disabili. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato (Orizzonte Scuola, 19 ottobre 2016).

La videosorveglianza entra quindi negli asili e nelle strutture per anziani e disabili. Le immagini filmate potranno essere visionate solo dopo una segnalazione credibile o una denuncia, e solo dalla la polizia o da un pubblico ministero. Non potranno essere viste da nessun altro, neppure dal personale della scuola.

Inoltre, per l’installazione del sistema di videosorveglianza sarà necessario l’assenso dei sindacati e per la tutela della privacy, la presenza dei sistemi di videosorveglianza dovrà essere segnalata con dei cartelli a tutti quelli che accedono negli edifici monitorati.

Tale provvedimento non tocca solo l’argomento della videosorveglianza, ma entra anche nel merito di una valutazione attitudinale nell’accesso alle professioni educative e di cura ovvero test psico-attitudinali da fare al momento dell’assunzione e poi periodicamente, nonché di formazione iniziale e permanente del personale delle strutture (Orizzonte Scuola, 19 ottobre 2016).

Questo provvedimento è davvero importante, dal momento che ogni forma di violenza ai danni di un minore crea una forte destabilizzazione nello sviluppo della sua personalità, e provoca danni a breve, medio e lungo termine sul processo di crescita del bambino. Tutte le forme di maltrattamento ai danni di un minore possono generare serie conseguenze a seconda della gravità e della durata delle violenze subite.

I bambini maltrattati frequentemente manifestano: pianto costante, panico, paura, accessi di aggressività, comportamenti regressivi, rifiuto di contatto fisico di ogni tipo e ansia eccessiva per gli approcci relazionali. Inoltre, è possibile che si presenti un’eccessiva attenzione per i pericoli in generale e verso l’ambiente circostante. Sono bambini che si mostrano timidi, remissivi e paurosi in ambienti estranei, ma spesso al rientro nel loro contesto diventano aggressivi e sfogano la loro aggressività con la modalità del gioco violento. Va tenuto presente che, in età evolutiva, la psicopatologia è caratterizzata da una flessibilità dei sintomi, poiché il bambino reagisce ad un evento stressante a seconda della sua personalità e, soprattutto in base allo stadio evolutivo in cui si trova, in base alla sua storia pregressa, e al tipo di ambiente in cui vive. I sintomi che il bambino presenta in reazione ad un evento stressante sono sempre aspecifici, e soprattutto sono in relazione ai fattori protettivi e di rischio che ha sperimentato all’interno del suo ambiente familiare (Popolla, 2010).

Non dimentichiamo inoltre che la scuola è un osservatorio priviliegiato della condizione dei minori e che essi, frequentandola per molte ore al giorno e per diversi anni dovrebbero sia poter instaurare rapporti di fiducia con i propri insegnanti sia riuscire ad esprimere più liberamente se stessi, le loro esperienze e anche le loro sofferenze, e non essere invece maltrattati proprio da chi si dovrebbe prendere cura di loro (Iamartino, 2007).

In quest’ottica, la focalizzazione sull’abilità di riconoscere determinate modalità educative come forme di maltrattamento è fondamentale sia in un’ottica di prevenzione secondaria, consentendo al corpo insegnante di rilevare tecniche e prassi educative inappropriate, eventualmente agite al suo interno; sia in termini di prevenzione primaria, se si opera per incrementare la capacità dei docenti di riflettere e controllare le proprie condotte professionali, potenzialmente sfociabili in un maltrattamento dell’alunno (Caravita e Miragoli, 2007).

Grazie all’approvazione del provvedimento sull’inserimento delle telecamere negli asili e nelle case di cura, sia la scuola sia il contesto medico-assistenziale sono coinvolti in prima linea nella prevenzione del disagio e di conseguenza nella diffusione e nella somministrazione efficace di interventi volti alla promozione del benessere psicologico e della tutela della salute fisica e mentale dei bambini e degli anziani (World Health Organization, 1990; Miragoli e Caravita, 2007).

È del 3 novembre (Tgcom24.it, 3 novembre 2016) la notizia che Francesco (nome di fantasia), un sedicenne romano, vive da 3 anni chiuso in camera, rifiuta qualsiasi contatto umano, vive a letto, mangia di nascosto e l’unico contatto con il mondo esterno è rappresentato dal suo computer.

Francesco è un Hikikomori, uno dei tantissimi giovani che pian piano si isolano e staccano qualsiasi rapporto con il mondo circostante.

“Mio figlio è sempre stato introverso – ricorda la madre Michela – era sempre in disparte a scuola per sua indole. E’ il primo di tre fratelli e si sentiva responsabile. Poi la separazione da mio marito lo ha sconvolto, spingendolo nel suo mondo”.

Progressivamente il suo mondo ha avuto quattro pareti come confini, come orizzonte una persiana quasi sempre chiusa e come vie di fuga il pc e il cellulare. Niente scuola da due anni, niente amici, niente contatti umani. “Riesco ad entrare nella sua camera per portare del cibo qualche volta – dice la donna – ma lui è schivo e attacca la litania: Quando te ne vai? oppure Sei ancora qua?. (…) L’universo di Francesco è fatto di giornate tutte identiche. “La sua routine, prima di iniziare la nuova terapia, era sempre la stessa – rivela Michela - con la sveglia verso le 14,30-15,30, niente pranzo, un po’ di giochi come Fifa 2016, un po’ di serie come “Lost” al tablet. Quindi una veloce merenda sempre in camera. A cena quando, raramente, è di buon umore esce, prende il cibo e rientra. Ma più di una volta l’ho sentito muoversi di notte, di nascosto verso le due, per farsi qualcosa da mangiare e rientrare in camera. Si addormenta alle quattro”. Così un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra mentre fuori il mondo corre sempre più veloce minuto dopo minuto (Tgcom24.it, 3 novembre 2016).

Hikikomori significa letteralmente stare in disparte, isolarsi e si usa per fare riferimento a giovani e adolescenti che si ritirano dalla vita sociale per mesi o anni, trascorrendo le giornate nella propria camera da letto senza avere contatti diretti con il mondo circostante.

I casi in Italia sono circa 20-30 mila, in Francia quasi 80 mila, mentre in Giappone si parla di 1 milione di casi, numero che corrisponde a circa l’1% dell’intera popolazione giapponese (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Gli Hikikomori sono giovani che soffrono particolarmente la pressione sociale relativa alla realizzazione personale tipica della moderna società e che hanno la reazione di isolarsi per sfuggire a questo meccanismo troppo pesante da sostenere per loro.

In particolare, le pressioni esterne possono provenire dalla famiglia, dagli amici, dalla società e sono molto più difficili da affrontare proprio nel periodo dell’adolescenza, età critica sia per lo sviluppo sia per i primi reali confronti con le difficoltà della vita.

Le aspettative sociali spesso riguardano: il rendimento scolastico (“devi prendere dei buoni voti”), la carriera professionale (“devi trovare un buon lavoro/un lavoro fisso), i rapporti interpersonali (“devi essere divertente, attraente”; “devi trovarti un/una partner”), ecc.

La gestione che l’adolescente riesce ad avere della sua vita è spesso ben diversa da quella che si aspettano i genitori, gli insegnanti ed i coetanei. Questo divario tra realtà e aspettative crea un disagio nel giovane, ma quando questo gap diventa troppo grande gli adolescenti sentono di aver fallito nella loro realizzazione personale. Proprio il senso di fallimento e di impotenza può far emergere nel giovane un senso di rifiuto nei confronti di coloro che sono all’origine delle aspettative sociali che ha disatteso. Il giovane pian piano si allontana da tutto il suo mondo composto da genitori, insegnanti, amici fino a ritirarsi e ad isolarsi completamente (Crepaldi, 2013).

Gli Hikikomori utilizzano molto Internet e proprio l’uso della Rete è al centro di un’ampia discussione per capire se il rapporto tra Hikikomori e web sia la causa o l’effetto del disturbo. In tal senso esistono due teorie: secondo la prima gli Hikikomori nascono proprio a causa di Internet che attrae e isola dal mondo esterno. La seconda invece sostiene che i giovani stanno male perché non reggono il peso del confronto con gli altri e le aspettative sociali e si isolano. Solo in un secondo momento, già isolati a casa, usano il web per crearsi una vita virtuale più gestibile e meno pressante (Grosso, 2015).

Quest’ultima teoria è quella a mio avviso più valida e l’uso della Rete da parte degli Hikikomori va inteso come una conseguenza dell’isolamento e non come una causa. Questa tesi è avvalorata dal fatto che il fenomeno è nato in Giappone ancora prima della diffusione di Internet ed allora l’isolamento dei giovani ritirati in casa era totale. In quest’ottica l’uso del web può essere considerato un fattore positivo perché evita il completo isolamento del giovane e gli consente di mantenere relazioni sociali ed un contatto virtuale con il mondo circostante (Crepaldi, 2013; Grosso, 2015).

Riguardo alle modalità di cura degli Hikikomori il percorso comprende colloqui psicoterapeutici attuabili, almeno inizialmente, attraverso l’unica apertura possibile nel loro mondo cioè Internet e quindi tramite Skype o attraverso le chat.

24 Novembre 2016 at 00:13 e taggato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Quando gettare via anche il più piccolo oggetto diventa un trauma troppo difficile da superare fino a rovinare la vita di chi ne è vittima, si è di fronte ad una sindrome denominata disposofobia o Compulsive Hoarding Syndrome.

Esiste addirittura una serie TV su questa patologia: “accumulatori Seriali”, dove si raccontano i casi più scioccanti di chi ha lasciato che gli oggetti prendessero il sopravvento sulla propria esistenza.

La disposofobia è un disturbo psicologico caratterizzato da una seriale tendenza ad accumulare compulsivamente (si può anche definire disturbo da accumulo) qualsiasi oggetto anche se inutile o deperibile senza avere poi la capacità di disfarsene perché “un giorno o l’altro potrebbero servire”. Alcuni accumulano particolari tipi di oggetti, come giornali, bricolage o indumenti. Altri, affetti da una condizione nota come sindrome di Diogene, conservano i rifiuti, compresi vecchi contenitori, cibo andato a male o rifiuti umani. Infine, ci sono gli accumulatori di animali, persone che raccolgono molti più animali di quanti possano mantenerne in condizioni adeguate, mettendo a rischio la salute e la sicurezza propria e degli animali (Harmon, 2012).

Una delle caratteristiche peculiari dei soggetti con disposofobia è un forte attaccamento nei confronti delle cose che posseggono, talvolta attribuendo ad esse un forte senso identitario. Ecco che lo scenario di doversi sbarazzare di cose a cui sentono di essere molto legati affettivamente può essere esperito dalla persona come molto doloroso.

È proprio la difficoltà a buttare via le cose che può portare ad occupare significativamente gli spazi di casa, fino ad ostacolare le normali attività quotidiane come cucinare, pulire, camminare e addirittura dormire.

L’accaparratore (hoarder) ha paura di buttare e di disfarsi di qualsiasi cosa, fino ad accumulare in modo patologico ogni oggetto che attrae la sua attenzione. Lo spazio occupato dalle “collezioni” può arrivare ad ingombrare gran parte dello spazio in casa.

Molti di noi sentono la propria casa o il proprio spazio di lavoro più affollato del dovuto o di quanto servirebbe alla nostra serenità mentale. Ma nelle persone a cui è stato diagnosticato il disturbo da accumulo di solito questo comportamento arriva a livelli straordinari (Harmon, 2012).

Sepolti in casa, letteralmente sommersi da oggetti di qualsiasi tipo. È questa l’immagine che più di ogni altra caratterizza le persone affette da disposofobia.

L’enorme quantità di oggetti accumulati dall’hoarder può mettere in pericolo la sua salute e la sua sicurezza. Infatti, a causa delle scarse condizioni igieniche in cui vive, la persona affetta da disposofobia può ammalarsi, cadere, farsi male o scatenare un incendio che può anche coinvolgere i vicini. Un altro elemento che caratterizza questa patologia è il progressivo isolamento a cui tende l’hoarder a causa dell’imbarazzo e della vergogna che prova nell’invitare ospiti nella propria casa. Ciò può essere motivo di discussioni con i familiari e con i vicini. Tali conflitti possono portare anche alla rottura dei pochi rapporti interpersonali che ha l’accaparratore il quale vede aggravarsi il suo stato psicologico fino a trovarsi in uno stato di totale degrado e abbandono.

Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, DSM V) nel quale la disposofobia (HD, Hoarding Disorder) ha acquisito lo status di disturbo con criteri diagnostici propri, la diagnosi di HD può essere fatta se il comportamento di accumulo non è ascrivibile ad altra condizione medica generale o ad altro disturbo mentale (APA, American Psychiatric Association, 2013).

In tal senso, talvolta i soggetti affetti da disposofobia pensano che gli oggetti abbiano dei veri e propri sentimenti. Il paziente ossessivo-compulsivo, invece, anche nei casi in cui manifesta una sintomatologia di accumulo, non è in alcun modo interessato al valore emotivo o affettivo dell’oggetto, ma piuttosto non se ne libera per motivi superstiziosi perché pensa che quell’oggetto possa proteggerlo da qualche evento negativo.

Il paziente con disturbo da accumulo invece non riesce a buttare via gli oggetti perché questi fanno parte integrante della sua identità personale, dei suoi ricordi e liberarsene lo porterebbe a dover affrontare a una vera e propria esperienza di lutto.

Riguardo al trattamento di questa patologia vale il concetto secondo cui per qualsiasi disturbo psicologico, il soggetto interessato deve rendersi conto di avere un problema. Alcune indicazioni di base per persone che manifestano la disposofobia sono: stabilire un numero massimo di oggetti da conservare ed evitare di isolarsi. Se questi suggerimenti non bastano allora è necessario iniziare una psicoterapia che ha come obiettivo sostituire il bisogno di accumulare con interessi nuovi che vadano a creare una diversa gestione del tempo libero.

L’ultima notte di ottobre è dedicata ad una festa che ormai ha un grande riscontro anche in Italia, cioè Halloween.

Già da molti giorni le vetrine dei negozi sono addobbate con pipistrelli, zucche, scheletri, vampiri, streghe, ragnatele, fantasmi, ecc.

I bambini non aspettano altro che mascherarsi con costumi mostruosi e giocare chiedendo: “dolcetto o scherzetto?” (“trick or treat”).

Ma Halloween non è una festa solo per bambini, perché anche molti adulti si divertono a travestirsi da macabri personaggi.

Cosa attrae così tanto adulti e bambini in questa festa?

Innanzitutto è un modo per avvicinarsi e di toccare con mano le proprie paure più recondite in modo scherzoso. Spaventare e spaventarsi per gioco ad Halloween può avere un effetto quasi terapeutico rispetto alle nostre paure più innate, come la paura della morte, la paura dell’ignoto e la paura del buio.

La possibilità di scherzare su questi temi e sapere che non accadrà nulla è un modo per dominare tali paure.

Inoltre, il travestimento di per sé può celare il desiderio di impersonare qualcun altro ed in particolare assumere le sembianze di una strega, di un fantasma, di uno zombie, di un diavolo, di un vampiro, ecc. può servire ad esternare in modo innocuo una parte di noi che normalmente è celata e che invece rappresenta il lato più nascosto e trasgressivo che invece in questo modo può essere manifestato.

Molti genitori però temono che una festa del genere possa impaurire i loro figli e far emergere nei loro sogni mostri e figure terribili che nell’immaginario collettivo è meglio tenere lontani dai più piccoli.

In realtà, il voler impersonare un mostro o un personaggio lugubre oppure giocare con teschi, ragnatele, ragni e pipistrelli può avere tutt’altro che un effetto negativo. Infatti, immedesimarsi in un’altra identità è un aspetto del gioco che dovrebbe essere sempre presente nel gioco dei bambini dai 3 anni in su. È da questa età in avanti che il bambino gioca con la fantasia e si diverte a “fare finta di” essere un protagonista delle fiabe piuttosto che un animale o un personaggio della notte o dei propri sogni.

Halloween asseconda proprio questo aspetto ludico dei bambini: giocare con altre sfaccettature della propria fantasia senza paura che accada qualcosa. Halloween aiuta a esorcizzare le proprie paure. Il bambino potrà scegliere di travestirsi proprio del personaggio che più lo spaventa oppure che più lo affascina; in ogni caso egli ne assumerà le vesti sapendo di essere al sicuro perché conscio della dimensione scherzosa della festa.

Questa festa affascina grandi e piccini perché è ricca di un simbolismo macabro che normalmente viene tenuto lontano, ma che per questa occasione si tocca con mano. Proprio grazie ai rituali della notte del 31 ottobre, Halloween si arricchisce di una funzione liberatoria rispetto a tutte le proprie paure. In questo modo affrontiamo la paura della morte, la tocchiamo e la sconfiggiamo. La morte è qualcosa di cui bisogna avere rispetto. Avere troppa paura della morte può solo impedire di vivere con serenità e avventura la vita.

Proprio questa paura che da sempre accompagna il concetto di morte ha fatto sì che il nostro immaginario creasse un momento in cui i morti possono tornare tra i vivi, ed è ciò che dovrebbe accadere magicamente la notte di Halloween.

Halloween rappresenta quindi la festa che più di ogni altra serve ad esorcizzare il più antico dei sentimenti: la paura, in particolare della morte.

Proprio per questo motivo, è importante che i bambini imparino a parlare delle proprie paure, così da poterle affrontare ed esorcizzare.

In che modo? Il travestimento e la messinscena portano il bambino a fare proprio un mondo altrimenti sconosciuto, come quello dell’ignoto e dell’occulto. Proprio parlare, rappresentare e raccontare di un mondo affollato di mostri permette di non viverlo più come tale.

Uno dei rituali della notte di Halloween è di tenere le lanterne accese per allontanare gli spiriti maligni ed impedire alla morte di portare l’oscurità. In particolare, la notte del 31 ottobre si espongono le zucche illuminate. La zucca, detta anche jack-o-lantern, assume una connotazione sovrannaturale grazie alla leggenda di Jack che insegna come le forze dell’occulto nulla possano contro la ragione. Proprio l’intelligenza permise al fabbro Jack di salvarsi dal diavolo. Secondo la leggenda, alla morte di Jack, il demone diede all’uomo un tizzone di fuoco eterno che egli adagiò all’interno di una zucca vagando tra le anime disperse.

Proprio la lampada a forma di zucca oggi è il simbolo di un mondo sconosciuto che si può affrontare senza paura.

Purtroppo è successo di nuovo: una bimba di 18 mesi è stata “dimenticata” in auto dalla mamma. La piccola, soccorsa dopo 4 ore, è stata trasportata all’ospedale di Cecina, poi con un elicottero all’ospedale pediatrico Meyer dove è morta il giorno successivo (27 luglio 2016).

«L’ho uccisa, l’ho dimenticata in auto, sono io la responsabile della morte di mia figlia». In una stanzetta, davanti al reparto di terapia intensiva dell’ospedale pediatrico Meyer, c’è una mamma che da ore ripete le stesse parole come un’improbabile nenia. È prostrata e sembra lo spettro di quella donna piena di energia ed entusiasmo capace di alzarsi ogni giorno alle 3 e mezza del mattino per aprire la pescheria dove lavora con il marito e poi alle 7 in punto accompagnare le figlie di 6 e un anno e mezzo al campo estivo e all’asilo nido come un orologio svizzero. Martedì mattina quel meccanismo si è inceppato. Michela C., 37 anni, ha aperto il negozio, ha accompagnato i figli e infine si è scontrata con il buco nero della sua memoria”. «Ero sicura di aver lasciato Gaia felice all’asilo, di averla salutata come sempre con un bacio — racconta ancora sotto choc — e invece era sempre lì, nel seggiolino sul sedile posteriore, dormiva, sognava forse». È una giornata calda, più di 30 gradi. Michela parcheggia la sua Focus come sempre in piazza Garibaldi a Vada (Livorno) davanti alla pescheria, chiude portiere e finestrini con il telecomando, poi va al lavoro in negozio con il marito. Solo dopo quattro ore, tornando alla macchina, si accorge della piccola esamine. Gaia sta malissimo, è svenuta, respira a fatica. Troppe ore al sole in quell’abitacolo diventato un forno”. (Gasperetti, Corriere della Sera, 26 luglio 2016).

Di storie come questa purtroppo ce ne sono tante e ricorrenti, non solo in Italia, ma anche in altri Paesi come gli Stati Uniti.

Il tema dei bambini dimenticati in macchina ritorna drammaticamente attuale, soprattutto durante l’estate, il periodo dell’anno in cui si concentrano maggiormente questi episodi. Ricordiamo un altro caso avvenuto a Piacenza il 4 giugno 2013 quando un padre dimenticò il figlio di 2 anni in auto e lo ritrovò dopo 9 ore ormai senza vita. Questo padre ha proposto l’elaborazione di un progetto di legge per l’installazione obbligatoria di sensori che segnalino la presenza di persone in macchina.

A chi si domanda come è possibile dimenticare il proprio figlio in auto, psichiatri e psicologi danno una risposta spiegando che al momento dell’evento, il genitore è incapace di intendere e di volere a causa di una transitoria amnesia dissociativa.

L’amnesia dissociativa più comunemente si presenta come una lacuna, o una serie di lacune, riportate retrospettivamente, nella rievocazione di momenti della storia della vita di un individuo. Queste lacune sono di solito collegate a eventi traumatici o estremamente stressanti. Alcuni soggetti possono avere amnesia per episodi di auto-mutilazione, esplosioni violente di ira, oppure tentativi di suicidio. Diversi tipi di alterazione della memoria sono stati descritti nell’amnesia dissociativa. Nell’amnesia circoscritta, il soggetto non è in grado di rievocare eventi che si sono verificati durante un periodo circoscritto di tempo, di solito le prime ore susseguenti a un evento gravemente disturbante (per es. il sopravvissuto incolume di un incidente automobilistico in cui un familiare sia rimasto ucciso può non riuscire a ricordare nulla di quanto è accaduto dal momento dell’incidente a 2 giorni dopo). Nell’amnesia selettiva la persona può ricordare alcuni, ma non tutti, degli eventi riguardanti un periodo circoscritto di tempo (per es. un reduce di guerra può ricordare solo parzialmente una serie di esperienze violente di combattimento). Altri 3 tipi di amnesia, generalizzata, continuativa e sistematizzata, sono meno comuni. Nell’amnesia generalizzata, l’incapacità di ricordare riguarda l’intera vita della persona. I soggetti con questo raro disturbo di solito si presentano alla polizia, al pronto soccorso, o ai servizi di consulenza degli ospedali. L’amnesia continuativa viene definita come l’incapacità di rievocare gli eventi da un certo momento in poi, incluso il presente. L’amnesia sistematizzata corrisponde alla perdita di memoria per certe categorie di informazioni, come i ricordi riguardanti la propria famiglia oppure una particolare persona (DSM IV, Diagnostic and Statistical Manual of Mental DisordersIV).

Poiché è indicato che queste lacune mnemoniche sono collegate ad eventi traumatici o particolarmente stressanti, è importante tenere presente che la soglia dello stress cambia da persona a persona: uno stress lieve per alcuni, può essere percepito come particolarmente gravoso da altri. Ci sono alcuni campanelli d’allarme che possono indicare che il livello di stress è particolarmente alto, come ad esempio: difficoltà di memoria e di concentrazione, disturbi del sonno, tendenza a fare cose in modo automatico, irritabilità verso ciò che scombussola la cadenza automatica della gestione delle cose. Come si può notare lo stress va ad incidere proprio sulla memoria.

Questi segnali non vanno né trascurati né sottovalutati, ma appena ci si rende conto che la mente ed il fisico iniziano a “rispondere” agli eventi quotidiani in modo inappopriato, è bene rallentare e provare a ripristinare uno stato di salute generale migliore con piccoli spazi dedicati a se stessi e al riposo.

Nell’attesa che la proposta di installazione di sensori audio che segnalano la presenza di persone in auto vada a buon fine, si possono seguire alcuni piccoli accorgimenti per evitare dimenticanze dall’esito drammatico: mettere la borsa del cambio o i giocattoli del bambino sul sedile anteriore così da ricordarne la presenza, posizionare oggetti personali di uso frequente (borsa, portafoglio, cellulare, chiavi di casa, ecc.) vicino al seggiolino del bambino.

Inoltre, un’ultima importante raccomandazione: chiunque si accorga di un bambino lasciato solo in auto è tenuto ad intervenire e comunque a chiamare i soccorsi tempestivamente.

31 Ottobre 2016 at 11:49 e taggato , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

È boom dei socialnetwork tra gli adolescenti. Ormai quasi tutti i giovani usano Whatsapp e si collegano ad Internet non più tramite il computer, ma con lo smartphone. Non ci sono orari definiti per chattare, anzi valgono anche le ore notturne. La quasi totalità degli adolescenti ha Internet sempre a portata di mano, in qualunque momento della giornata. E Internet, salvo qualche eccezione, si associa ai social network. Ormai non solo gli adolescenti, ma anche i preadolescenti alla soglia delle scuole medie utilizzano i social per comunicare. Essi usano con grande dimestichezza: Facebook, Whatsapp, Instagram, Ask.

Questo utilizzo di Internet nasconde i suoi rischi - Indubbiamente questo utilizzo smodato e spesso incontrollato di Internet nasconde i suoi rischi, infatti da un’indagine nazionale della Società Italiana di Pediatria su giovani di terza media emerge che: “il 15% degli intervistati ha dichiarato di aver postato un proprio “selfie” provocante, percentuale certamente sottostimata se si considera che il 48% dello stesso campione afferma contemporaneamente di avere amici e compagni che postano selfie provocanti. Tra gli altri comportamenti a rischio il 19% ha dato on line il telefono, il 16,8% ha inviato una foto, il 24,7% ha rivelato la scuola che frequenta, l’11,6% si è incontrata con lui, il 5,2% ha accettato proposte di sesso online. E se all’87,6% piace internet perché si può stare in contatto con gli amici, per il 60,2% internet è addirittura irrinunciabile” (La Stampa, 24 settembre 2014).

Il bisogno primario è collegarsi alla Rete - Il fatto che gli adolescenti ormai usino il cellulare per connettersi ad Internet, rende difficile per un genitore rendersi conto di quanto tempo spende suo figlio in rete. Infatti, non solo i giovani chattano fino a tardi la sera, ma ormai il loro primo pensiero al mattino è collegarsi sui social. Online i giovani mostrano vari aspetti di se stessi, da quello puramente estetico a quello relazionale ed infine creativo. Sperimentare, mettersi in gioco con diverse realtà serve loro come compito evolutivo per diventare adulti. Ecco perché la foto del profilo, simbolo della propria identità virtuale, cambia così spesso.

Genitori possono limitare i comportamenti rischiosi - Le risorse che hanno i genitori per prevenire comportamenti a rischio sono: il dialogo, l’ascolto, l’etica comportamentale. Come deve comportarsi un genitore davanti ad un uso così smodato di Internet del proprio figlio? Prima di tutto deve essere capace di cogliere eventuali segnali di malessere. Se in generale i giovani non sentono di essere eccessivamente controllati, possono aprirsi con i genitori quando ne sentono la necessità. Ad ogni modo è bene sempre prestare attenzione a determinati comportamenti: se il giovane rimane chiuso in camera per ore, è depresso, è taciturno, ha un calo del rendimento scolastico, è possibile che questi comportamenti possano avere un collegamento con l’utilizzo dei social.

È importante trasmettere il valore della privacy ai propri figli - Ciò significa far comprendere che se anche in rete si può pubblicare qualsiasi cosa, molto spesso ciò che viene postato non si può cancellare o almeno non definitivamente. Imparare il concetto di privacy diventa quindi basilare. Il giovane deve avere rispetto per sé e per gli altri. Ciò renderà la navigazione più sicura, ma farà sì che i giovani imparino un valore importante dell’educazione. È poi fondamentale parlare insieme ai figli, motivando le proprie ragioni e facendo degli esempi, di cosa si può inviare, postare e condividere sui social. In questo senso è particolarmente rilevante sia il problema del mettere foto provocanti di sé in rete sia quello del sesso online. Non dimentichiamo che in un clic due persone collegate ad Internet possono entrare in contatto. Dietro lo schermo ci possono essere adolescenti che improvvisano spogliarelli, ma dietro falsi profili si possono nascondere anche adulti.

Internet può essere anche una grande risorsa – D’altra parte Internet può essere anche una grande risorsa se si riesce a prenderne il meglio. Si possoni leggere e imparare molti argomenti sconosciuti. Si possono raccogliere informazioni sulle proprie passioni nella vita reale e si possono scoprire nuove attività da fare. La rete e tutto ciò che di nuovo fa scoprire possono essere un interessante argomento di dialogo con i propri figli.

La memoria gioca un ruolo fondamentale nei consumi. Determinante in tal senso è la capacità di un messaggio promozionale di un prodotto di essere ricordato nel momento della scelta. Allo stesso modo, il ricordo di un’esperienza passata in relazione a quello specifico prodotto e all’emozione provata dall’averlo posseduto incide profondamente nella scelta. Il ricordo di un profumo o di un sapore è capace di farci rivivere emozioni ed esperienze ad esso collegate, riportandoci in un momento felice della nostra vita. In questo caso i prodotti svolgono il ruolo di stimolazioni per rivivere determinate esperienze del passato. Per questo motivo è particolarmente interessante riuscire a individuare il collegamento che ci può essere tra un prodotto ed eventuali ricordi nostalgici ad esso collegati (Olivero e Russo, 2013).

La nostalgia è un’emozione molto importante che viene spesso usata in pubblicità per legare un articolo o un servizio ad un momento della vita di una persona carico di ricordi positivi. Spesso si ritrovano in molti messaggi pubblicitari e in numerose caratterizzazioni di brand il ricordo del periodo infantile, ricco di affetti e di valori, di immagini familiari e di naturalezza, capace di richiamare alla mente la qualità del prodotto di una volta. L’importanza di questo processo spiega perchè nel marketing si sta consolidando una branca chiamata marketing della memoria, che crea e comunica prodotti e/o brand in quanto tasselli cruciali nella costruzione di identità e storie di gruppi e generazioni di consumatori.

La Ferrero, per esempio, ha riproposto l’immagine del periodo felice in cui la mamma preparava la merenda utilizzando un articolo di successo senza tempo come la Nutella. Da prodotto da consumare “da soli, di nascosto” diventa un facilitatore della relazione, e quindi un prodotto da condividere con gli amici e la famiglia. La stessa frase “che mondo sarebbe senza Nutella” sottolinea il ruolo dell’articolo nella vita delle persone, riportando all’attenzione il valore dell’esperienza di un tempo passato caratterizzato da molteplici momenti di convivialità (Olivero e Russo, 2013).

Un altro esempio calzante può essere quello della Barilla che, introducendo nuovi prodotti indirizzati ad un target giovane, che vive la dimensione familiare in modo più furtivo, strategicamente crea il legame con il passato proponendo sughi pronti attraverso lo slogan “proprio come li faresti tu” e la linea di pasta ispirata alle tradizioni regionali. In questo modo il giovane ha la sensazione di vivere l’emozione provata durante l’infanzia nel sentirsi coccolato da una madre premurosa.

Proprio queste emozioni e questi vissuti sono quelli che le persone che si occupano di marketing sperano di stimolare utilizzando la strategia del ricordo nostalgico. La possibilità di tralsare l’emozione legata alla bontà di un prodotto di un tempo, o all’esperienza di un periodo felice come quello dell’infanzia o dell’adolescenza, nelle emozioni vissute oggi nel provare un articolo che è garanzia di quello che si è esperito, è alla base dell’uso della nostalgia nei consumi.

Stessa tecnica è stata usata da Mulino Bianco che ha riproposto immagini tipiche della vita rurale di un tempo, ricca di simboli legati alla natura, alla qualità dei prodotti e ai valori della famiglia. In queste immagini ritroviamo tutto come era fatto una volta. L’obiettivo è quello di evocare il legame tra le “cose buone di un tempo” e la genuinità di un prodotto.

Per capire quali sono i meccanismi che caratterizzano l’uso della memoria nel mondo dei consumi occorre conoscere meglio il processo mnemonico. La memoria non consiste in una semplice operazione di immagazzinamento di informazioni, elaborazioni di idee, sentimenti ed emozioni passate, ma in un processo dinamico che coinvolge da una parte meccanismi automatici e dall’altro un insieme di strategie tra cui hanno particolare importanza il pensiero, l’attenzione e la percezione (Olivero e Russo, 2013).

Per questo motivo nel momento in cui motiviamo o raccontiamo il senso e il significato della scelta di un determinato acquisto è possibile stupirci nell’avere individuato razionalmente un fattore determinante nella scelta, influenzando il modo di ricordare il momento dell’acquisto.

8 Marzo 2016 at 10:42 e taggato , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

Tra pochi giorni è San Valentino, la festa degli innamorati. Per molte coppie sarà una scusa in più per passare una serata romantica insieme, mentre per altre potrà essere il termometro che qualcosa non va da tempo nel rapporto. Diciamo che quindi questa giornata di festa può diventare paradossalmente più significativa per quelle coppie che ormai non si possono più definire tali, ma che non hanno il coraggio di affrontare il problema.  Ecco che allora tutto diventa una forzatura, fino a che non si prende atto della crisi. Ci sono quelle coppie che eludono la crisi, fanno finta che le difficoltà non ci siano illudendosi che le cose possano andare avanti così. Ci sono poi quelle coppie che alternano periodi di delusione e periodi di vera e propria crisi cristallizzandosi in un rapporto dove i partner non riescono a cambiare e a trasformarsi in funzione di una risoluzione dei loro problemi. Infine ci sono poi le coppie che attraversano una fase di disillusione, utile per passare da un primo impatto di delusione ad un secondo aspetto caratterizzato dalla presa di coscienza dell’altro e della sua accettazione totale. La coppia a questo punto riesce bene ad integrare le proprie differenze e difetti.

Esistono dei segnali per capire quando vi è una crisi in atto nella coppia? Certamente, eccoli:

- scarsa comunicazione: si parla poco, non si cerca il confronto con il partner e non si ha piacere nel raccontare anche aneddoti divertenti che possono essere capitati durante la giornata;

- mancanza di confronto: ognuno cerca di risolvere i problemi della coppia autonomamente, evitando il confronto con l’altro;
- calo del desiderio: un calo del desiderio può essere anche fisiologico dopo tanto tempo che una coppia è assieme, ma ciò che indica la crisi sono la scarsa complicità e la poca voglia di reinventarsi associate al desiderio di avere altri partner;
- senso di solitudine: uno o entrambi i partner si sentono soli anche in presenza dell’altro e questo porta ad una voglia di evasione dal rapporto;
- litigi molto frequenti: le liti possono servire per confrontarsi e trovare poi una mediazione rispetto ad un problema comune, ma se diventano troppo frequenti possono soffocare la relazione;
- condurre vite parallele: non si ha più il piacere di fare qualcosa insieme al partner e di condividere una propria passione, ma si opta per una conduzione della propria vita in autonomia coinvolgendo l’altro il meno possibile;
cercare di cambiare il partner: la non accettazione dell’altro ed il tentativo di cambiarlo sono indici di insoddisfazione e di insofferenza che inevitabilmente portano ad attriti e a delusioni ripetute;
- atteggiamento critico: uno dei due partner critica e incolpa l’altro dei problemi che possono esserci in casa o nella coppia;
- disprezzo: uno dei due partner utilizza il sarcasmo, lo scherno e perfino gli insulti per rivolgersi all’altro

Cosa fare quindi se uno o più segnali di crisi caratterizzano il proprio rapporto di coppia? -Innanzitutto, c’è la volonta di salvare la relazione? Se la risposta è affermativa allora il primo passo da compiere è rendersi conto che si sono date per scontate troppe cose nel rapporto e che lo stesso partner è stato trascurato. Probabilmente quando scatta il meccanismo della trascuratezza dell’altro, inevitabilmente questo comportamento diventa reciproco, cancellando tutte quelle attenzioni e gentilezze che invece fanno bene alla coppia. È importante ritrovare la voglia di sorprendere ancora il partner e di dare nuova linfa ad un rapporto stanco e deteriorato dalla routine. La presa di consapevolezza che il cambiamento e che un periodo critico sia normale attraversarli è un punto di partenza per non farsi trovare impreparati. È bene quindi ripartire da gesti quotidiani fatti di piccole attenzioni, soprese, mistero, seduzione e corteggiamento. È utile anche saper indicare con chiarezza quali sono i propri bisogni, essere sempre gentili anche quando un gesto è scontato, descrivere i problemi senza incolpare l’altro. Piccoli cambiamenti che possono dare ossigento alla relazione e farla nuovamente decollare. Questo significa diventare una coppia vincente, cioè una coppia che non evita i problemi e i conflitti, ma che ha imparato a superarli insieme.

8 Marzo 2016 at 10:37 e taggato , , , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink

I tragici eventi accaduti il 13 novembre a Parigi hanno scosso l’opinione pubblica mondiale. Ormai il terrorismo si è evoluto e sfrutta al massimo il potere mediatico e persuasivo dei mezzi di comunicazione di massa. I video degli omicidi e delle violenze perpetrate su singoli ostaggi oppure gli attentati su una moltitudine di persone vengono messi in rete, facendo immediatamente il giro del mondo. In questo modo l’effetto di creare panico e terrore è amplificato perché si ha la sensazione che il terrorismo possa arrivare dovunque, in qualsiasi momento e colpire chiunque.

L’obiettivo è che la gente non si senta più al sicuro da nessuna parte e che inizi a limitare i suoi spostamenti, fino a percepire che il proprio senso di libertà è stato intaccato. Gli effetti psicologici per chi ha osservato i fatti tramite la televisione o internet sono normali reazioni che spesso si rivelano transitorie. D’altra parte in alcune persone che già soffrono di disturbi psicologici, questi fatti possono creare come una cassa di risonanza che amplifica problemi antecedenti, come stati d’ansia, panico, fobie, disturbi del sonno, depressione, ecc.

Le persone invece che hanno vissuto da vicino la strage di Parigi, ma che fortunatamente sono rimaste illese o solo ferite, possono sviluppare alcuni disturbi psicologici tra cui il Disturbo Post-Traumatico da Stress (Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD). Può capitare che tra il trauma e l’inizio del disturbo passi del tempo (anche anni) e più intenso e prolungato è stato l’evento traumatico, più grave sarà il PTSD. Ci sono persone che soffrono di PTSD per anni e, nel caso in cui il trauma sia stato particolarmente violento e prolungato, un soggetto non aiutato da esperti può anche rimanere per sempre vittima di tale disturbo.

Di contro, cosa si può dire della psicologia dei terroristi? Innanzitutto come è definita l’organizzazione terroristica che ha colpito Parigi e che ha compiuto tanti attentati e omicidi efferati di ostaggi? “Lo Stato Islamico, alias Isis, è una realtà spaventosa il cui obiettivo è cancellare confini preesistenti attraverso la progressiva conquista di Iraq e Siria. Questo, attraverso l’annientamento di qualsivoglia nemico, spesso con l’attuazione di esecuzioni cruente, astutamente filmate e diffuse a fini propagandistici. Per Barack Obama e per il governo di Cameron, questa organizzazione è conosciuta come ISIL. Altri paesi invece hanno classificato questa realtà come ISIS o IS. E c’è una definizione ancora più particolare e complessa, adottata unicamente dalla Francia per scelta del presidente Hollande che ha dato all’organizzazione terroristica il nome di DAESH” (La Stampa, 23 settembre 2014).

Lo Stato Islamico legittima le sue azioni attraverso la religione, ma in realtà riesce a reclutare e a radicalizzare il proprio modus operandi attraverso altre modalità, come ad esempio soddisfare bisogni di prima necessità della popolazione più povera e degradata. A ciò si aggiunge l’enorme capacità propagandistica dei media che viene sfruttata al massimo per manipolare psicologicamente e reclutare combattenti anche originari di altri Paesi (i cosiddetti foreign fighters). Perché alcune persone decidono di abbandonare il proprio stile di vita ed abbracciare l’estremismo? A livello psicologico una scelta di questo tipo può derivare dal bisogno di appartenere a qualcosa che dia un senso alla propria esistenza. È come si il mondo a cui queste persone appartenevano prima li facesse sentire insicuri e insignificanti. Le promesse dettate invece dallo Stato Islamico riempiono dei vuoti nella vita di queste persone.

Pensiamo al reclutamento di persone che devono farsi esplodere per uccidere altri individui. Le azioni compiute dai kamikaze sono considerate nella cultura dello Stato Islamico atti di eroismo. Non solo viene insegnato agli adepti che è giusto uccidere, ma anche che è bene morire. I messaggi assorbiti negli anni dello sviluppo assumono un ruolo fondamentale nel plasmare il comportamento dell’adulto, soprattutto quando sono saturi di ideologie riguardo all’appartenenza etnica e a credenze ideologiche estreme. Ciò ha portato a far sì che oggi i kamikaze non siano più persone disperate, ma anzi soggetti con un ottimo grado di istruzione, competenti, di successo, con uno spiccato senso di abnegazione.

Gli estremisti non prendono minimamente in considerazione le sofferenze delle vittime e tendono a disumanizzare il nemico. La loro è una visione della vita guidata da leader carismatici che fanno leva sul potere comunicativo per influenzare e fare in modo che le persone abbandonino ogni scrupolo morale fino a uccidere brutalmente qualsiasi nemico e a sacrificare la loro vita in nome dello Stato Islamico.

8 Marzo 2016 at 10:33 e taggato , , , , , , , , , , ,  | Commenti disabilitati | Permalink