Gli adolescenti si trovano sospesi in un mondo che fa loro abbandonare l’età infantile per approdare gradualmente in quella adulta. Il percorso è lungo e difficile e spesso i giovani cercano delle scorciatoie, come quella di fumare, per sentirsi grandi. Il fumo assume per alcuni adolescenti la funzione di affermazione anticipata dell’essere adulto.

Il fumare rappresenta un comportamento, criticato dal punto di vista della salute ma accettato nel mondo degli adulti, pertanto gli adolescenti ritengono che il fumo sia il modo facile di potersi affermare nella società in qualità di adulti. Molte ricerche infatti indicano che c’è un’alta correlazione tra i ragazzi che fumano e che mettono in pratica altri comportamenti a rischio, come avere rapporti sessuali precoci e fare uso di alcol (Bonino, 2005).

I ricercatori hanno riscontrato che sono più inclini a fumare i giovani che sembrano più smarriti nel loro mondo adolescenziale e meno capaci di trovare soddisfazione in altri campi. Sono ragazzi che hanno meno sostegno e regole da parte della famiglia d’origine e non mettono in pratica progetti tesi a valorizzare la propria autostima e a dare un senso di progettualità alla propria vita e al proprio futuro. Infatti questi giovani hanno spesso una visione negativa e pessimistica del futuro, in cui non vedono prospettive di realizzazione personale.

Gli adolescenti che non usano il fumo per anticipare l’età adulta, pare che vivano meglio il periodo dell’adolescenza, guidati dalla famiglia. Sono giovani che pensano di seguire un percorso scolastico lungo, trovando soddisfazione in ciò che fanno e con stimoli legati alla vita futura. Per loro il periodo dell’adolescenza è vissuto con meno conflittualità e pertanto con minore voglia di anticipare i comportamenti adulti, come il fumare (Bonino, 2005).

Gli adolescenti che non fumano hanno un approccio più positivo alla scuola rispetto a coloro che fumano che invece hanno risultati peggiori. In sostanza i giovani non fumatori vivono meglio la loro condizione di studenti da cui traggono soddisfazione, oltre ad avere un rapporto con la famiglia positivo e sereno che offre loro la possibilità di confrontarsi e riuscire a seguire le regole date loro dagli adulti. Ciò non li rende dipendenti in senso negativo, ma piuttosto capaci di poter fare determinate esperienze nell’età giusta. Infatti i giovani che assumono anticipatamente il ruolo da adulto, lo pagano poi a lungo termine, in quanto costituirà un limite a realizzazioni migliori e più fruttuose.

I ricercatori ritengono che i giovani che non hanno bisogno di affermarsi attraverso il fumo ed altri comportamenti da adulti, sono in grado di vivere altre forme più mature che riguardano la sfera degli adulti, come: assumersi le responsabilità, avere la capacità di progettare il futuro, sviluppare la partecipazione sociale. Un aspetto interessante è che i giovani che scelgono di anticipare l’età adulta adottando comportamenti come il fumo, quasi sempre lo fanno all’insaputa dei genitori. Questo atteggiamento trasgressivo si associa anche al rischio che crea eccitazione. Nonostante la tendenza  all’omogeneità di comportamento tra i due sessi, nelle femmine sembra assumere una vena più trasgressiva.

Vi è un’alta correlazione tra tutti i comportamenti a rischio e ciò significa che non si presentano in forma isolata, ma piuttosto come una costellazione di comportamenti simili che portano a seguire un determinato stile di vita (Bonino, 2005). Nella decisione di iniziare a fumare, fondamentale è l’approvazione del gruppo e il fatto che gli amici fumino. Il fumo in questo frangente non è un comportamento solitario, ma di gruppo, tanto da portare i fumatori a non avere amici che non fumano.

Ciò conferma il fatto che i giovani tendono a rafforzare la propria identità scegliendo amici e compagni simili a se stessi. Di conseguenza, i gruppi si costituiscono e tendono a differenziarsi sempre più in base a questa caratteristica e crescendo i fumatori hanno un numero sempre più alto di amici fumatori. Il fumare inoltre sembra facilitare l’inserimento nel gruppo, al punto che i ragazzi che non fumano si sentono più facilmente tagliati fuori dalle attività svolte dai ragazzi della loro età, temono di non riuscire a farsi degli amici e si sentono socialmente più incerti.

Il fumo è un modo per fare cose da grandi e non più da bambini. In questo senso il fumo viene inteso come un rito di legame, come modalità ritualizzata di entrare in relazione con il gruppo, di unire i partecipanti e di accomunarli. Il fumo infatti condivide molti dei tratti dei comportamenti ritualizzati, caratterizzati da ridondanza, esagerazione e semplificazione del gesto. Pensiamo alla sequenza rituale del fumo: dalla richiesta o dall’offerta, all’accensione, all’inalazione, allo sbuffo, allo scambio della sigaretta accesa.

Gli adolescenti provenienti da famiglie con uno stile educativo permissivo risultano maggiormente coinvolti nel fumo; al contrario uno stile educativo autorevole svolge un ruolo protettivo, sia riguardo al coinvolgimento che allo smettere di fumare. È fondamentale la copresenza del sostegno empatico e della fermezza genitoriale tale da indurre una minore esigenza di trasgressione, un minore orientamento verso il gruppo e una maggiore accettazione della propria condizione adolescenziale (Bonino, 2005).

In conclusione, è chiaro come i giovani nel periodo dell’adolescenza cerchino in ogni modo di mettere in atto comportamenti (che andranno a sedimentarsi nell’età adulta) che permettano loro di affermare la propria identità e di costruire una rete di relazioni sociali e affettive. Ci sono giovani che riescono a raggiungere tali obiettivi senza mettere in pericolo la propria vita, mentre altri optano per i comportamenti a rischio. È per questo motivo che sono fondamentali le attività di promozione della salute e di prevenzione dei comportamenti che mettono a repentaglio il proprio benessere, messi in atto nelle scuole e nelle famiglie attraverso il dialogo, il confronto, l’esempio e la condivisione.

Qualcuno una volta ha detto: “il cane è il miglior amico dell’uomo”. Considerando tutti i “pets” (gatti, criceti, conigli, ecc.) e non solo il cane, c’è da dire che, sebbene gli animali domestici forniscano ai loro proprietari numerosi benefici diretti (ad esempio, tenendo lontani i ladri o gli animali nocivi come i ratti, ecc.), essi possono apportare anche influenze positive a livello psicologico. Infatti, alcune ricerche dimostrano che i proprietari di cani che hanno avuto un infarto, un anno dopo tale episodio muoiono in minore percentuale rispetto a chi non ha animali (rispettivamente 1% vs 7%; Friedmann e Thomas, 1995). Ugualmente, pazienti medicalizzati con animali (in particolare con cani) hanno bisogno di meno visite mediche rispetto a coloro che non hanno animali domestici (Siegel, 1990) e persone sieropositive soffrono meno di depressione rispetto a persone senza animali (Shoda, Stayton e Martin, 2011).

Una ragione per cui probabilmente i proprietari di animali hanno tanti benefici è perché l’animale rappresenta un’importante fonte di sostegno sociale. Numerose ricerche dimostrano che avere una buona rete sociale migliora la salute a livello psicologico e fisiologico. In una meta-analisi di 81 studi, alcuni autori hanno riscontrato che un buon sostegno sociale migliora le funzioni cardiovascolari, endocrine e immunitarie. A supporto di questi risultati, altri ricercatori hanno riscontrato che una scarsa rete sociale aumenta gli indici di mortalità. Inoltre un buon sostegno sociale è fortemente collegato ad un’alta autostima.

Un sondaggio condotto da Associated Press (2009, 2010) evidenzia che il 50% dei proprietari di animali considera il proprio amico “come un membro della famiglia”, il 30% riporta che l’animale dorme con sé nel letto e il 25% delle persone sposate o conviventi afferma che l’animale è un “ascoltatore migliore del coniuge”. È quindi chiaro come avere rapporti interpersonali abbia un effetto psicologico positivo sul proprio benessere, al contrario l’essere esclusi socialmente dagli altri porta a conseguenze deleterie. Quindi se l’animale è psicologicamente “vicino” al padrone, ciò può offrire benefici positivi come la vicinanza di qualsiasi altra persona. Inoltre, quando una persona si sente sola, vede il proprio animale come un modo per avere sostegno sociale. In questo senso, quando i proprietari sono soli, tendono ad umanizzare il proprio animale, presumibilmente per compensare il distacco dall’ambiente sociale (Shoda, Stayton e Martin, 2011).

D’altra parte rivolgere cure ed attenzioni ad un animale domestico permette di capire cosa significa essere responsabili di un’altra vita, spostando l’attenzione sull’utilità di ciò che si fa per l’animale con effetti positivi per la propria autostima. Gli animali si rivelano anche un sostegno morale in tanti periodi difficili della vita, ad esempio quando si perde una persona cara oppure nei momenti di solitudine. Non sempre le persone sono disponibili o in grado di comprendere i periodi di difficoltà che si possono attraversare nella vita, mentre un animale è sempre pronto ad offrire la sua compagnia ed il suo amore. Accarezzare un animale dopo una giornata carica di tensione, aiuta a rilassarsi e a lasciare da parte le preoccupazioni, abbassando i livelli di stress. Infatti, alcuni studi hanno dimostrato che accarezzare un animale, come un cane o un gatto, può abbassare la frequenza cardiaca, indurre una respirazione più lenta e profonda e abbassare la pressione sanguigna. Tutti questi effetti riducono la probabilità di avere un infarto o un ictus.

Ci sono tante persone che preferiscono non prendere un animale adducendo i più svariati motivi: “sporca, costa, ecc.”, ma in realtà il focus riguarda come ogni persona tende a soddisfare i propri bisogni. Chi fa questo tipo di valutazioni mettendo in secondo piano l’aspetto relazionale e altruistico dell’affetto per un animale, probabilmente tende a considerare solo i bisogni primari e materiali legati alla sopravvivenza, come il dormire, mangiare, guadagnare, ecc. C’è chi poi non vuole “l’impegno” di dover badare ad un animale e preferisce essere libero di gestire la propria vita senza vincoli. Altro discorso vale per chi invece vorrebbe un animale ma non può tenerlo per motivi lavorativi e quindi di disponibilità di tempo da potergli dedicare.

Un animale ha bisogno di cure e attenzioni quotidiane e non è pensabile l’idea di prenderlo per  poi parcheggiarlo a casa come un pacco. Occuparsi di un animale ha tra i tanti effetti positivi, quello di spingere una persona a fare esercizio fisico. I proprietari di animali sono più invogliati di altri a fare movimento. In particolare, un cane ha bisogno di camminare e quindi l’essere in qualche modo costretti a portarlo a passeggio fa sì che ciò si ripercuota positivamente anche sul benessere fisico del proprietario. Questo si rivela anche un modo per conoscere altre persone ugualmente amanti degli animali e con le quali condividere questa passione.

I vantaggi non sono solo per gli adulti, ma anche per i bambini. Grazie alla presenza di un animale, il bambino potrà incrementare il suo senso di responsabilità, di affetto e di empatia, migliorare le capacità comunicative e relazionali e apprendere valori positivi come la lealtà, il rispetto e l’amore per se stessi, per gli altri e per gli animali. Valori che si porterà dietro per tutta la vita e che lo renderanno una persona migliore.

Ogni anno milioni di bambini sono esposti a situazioni stressanti più o meno gravi che possono diventare una fonte di traumi. Gli eventi traumatici che un essere umano può vivere comprendono: disastri naturali (uragani, terremoti, inondazioni e incendi), disastri causati da errori umani (incidenti automobilistici, incidenti aerei, naufragi), atti di violenza diretta (abuso sessuale, fisico e psicologico, sparatorie, rapimenti, bombardamenti e atti terroristici) o indiretta (esposizione a violenza domestica o ad atti di violenza trasmessi dai mezzi di comunicazione), malattie gravi o procedure mediche dolorose (cancro, ustioni, ecc.) (Belaise, 2003).

La reazione delle vittime a questi eventi traumatici è di solito positiva sia che esse abbiano vissuto il trauma direttamente sia che lo abbiano subito indirettamente. Ciò vale anche per i bambini, nonostante permanga una percentuale significativa di minori che, in seguito a tali eventi, manifesta livelli molto elevati di disagio psicologico con notevoli conseguenze nella vita sociale, familiare e nei processi evolutivi, d’apprendimento e di sviluppo. Una reazione normale agli stress estremi è rappresentata dal sentirsi storditi, apatici e depressi; in un secondo momento, subentrano sintomi come irritabilità e senso d’angoscia per le perdite o i danni subiti.

Una reazione grave è definita Disturbo Post-Traumatico da Stress (Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD). Può capitare che tra il trauma e l’inizio del disturbo passi del tempo (anche anni) e più intenso e prolungato è stato l’evento traumatico, più grave sarà il PTSD. Ci sono persone che soffrono di PTSD per anni e, nel caso in cui il trauma sia stato particolarmente violento e prolungato, un soggetto non aiutato da esperti può anche rimanere per sempre vittima di tale disturbo. Dalla correlazione che c’è tra l’intervento traumatico e lo sviluppo di PTSD si evince la potenzialità che ha il trauma nel determinare questa reazione psicologica. D’altra parte, in bambini esposti a eventi traumatici meno gravi o comunque brevi, la percentuale di PTSD può scendere al di sotto del 20%, soprattutto se è trascorso un certo periodo dall’esperienza traumatica (Belaise, 2003).

Il momento che il soggetto definisce come traumatico può a volte non coincidere con quello che l’interlocutore si aspetta. Ad esempio, un adolescente ferito alla testa, in seguito a un incidente d’auto, dichiarò che il momento più traumatico fu quando lo caricarono su un’ambulanza diversa da quella del fratello e della madre. Da ciò è possibile evincere che l’evento traumatico corrisponde a una serie di percezioni, emozioni e pensieri soggettivi che una particolare situazione può aver suscitato nel soggetto (Belaise, 2003, Shaw, 2000).

I bambini con PTSD  spesso riportano altri disturbi come impulsività, distrazione e problemi dell’attenzione (dovuti all’ipervigilanza), disturbi del comportamento, disforia, scarsa emotività, evitamento sociale, dissociazione, disturbi del sonno, aggressività nel gioco, insuccesso scolastico, ritardo nello sviluppo o perdita di abilità già acquisite, ansia e disturbi psicosomatici (Belaise, 2003, Gurwitch et al, 1998).

È possibile aiutare le vittime di questi eventi traumatici a superarli e ad avere una qualità di vita soddisfacente? Sì e molto dipende dal trattamento e dalla tempestività con cui viene messo in atto. Ci sono varie tipologie di trattamento per bambini e adolescenti con PTSD. Alcuni studiosi hanno verificato l’efficacia di una psicoterapia breve, focalizzata sul trauma e l’angoscia, in un gruppo di giovani adolescenti con PTSD e depressione, esposti al terremoto in Armenia nel 1988.

Il trattamento comprendeva un’esplorazione diretta del trauma, tecniche di rilassamento e procedure di desensibilizzazione, risoluzione del conflitto attraverso modalità di focalizzazione sui ricordi non traumatici e supporto di gruppo attraverso il riconoscimento dei sintomi del PTSD negli altri soggetti. Al termine del trattamento, il gruppo di adolescenti trattati ha riportato una significativa diminuzione della sintomatologia del PTSD e di quella depressiva, mentre i soggetti non trattati hanno riportato significativi peggioramenti (Belaise, 2003, Goenjian et al, 1997).

Il tempo è un elemento molto importante nella risoluzione positiva di questi casi. Per questo motivo è auspicabile che vi siano attività di prevenzione e di monitorizzazione nelle scuole e che i genitori siano sensibilizzati rispetto al problema. La scuola, infatti, è un ambiente in cui il PTSD ha buone possibilità di essere individuato: sintomi come pensieri intrusivi e difficoltà nella concentrazione, per esempio, nella maggior parte dei casi, interferiscono con il rendimento scolastico del bambino e con il suo adattamento sociale. Gli interventi a scopo preventivo e i programmi di trattamento nelle scuole sembrano essere molto efficaci nel caso di bambini a rischio di trauma o già traumatizzati. Pertanto si potrebbero prevedere programmi nelle scuole gestiti da uno psicologo scolastico e strutturati nel seguente modo:

-          interventi, durante le lezioni, diretti sul trauma e sulle reazioni allo stress;

-          opportunità per discussioni e rilevazioni;

-          attività in piccoli gruppi;

-          tecniche proiettive come gioco, attività artistiche e racconto di storie (Belaise, 2003).

È evidente che gli interventi nelle scuole non possono sostituire i trattamenti individuali centrati sulle caratteristiche del singolo caso, ma possono contribuire ad identificare i casi più complessi (o ancora non emersi), affinché vi sia un intervento tempestivo e adeguato.

Il consumismo giovanile è notevolmente aumentato negli ultimi anni tanto da portare a considerare i bambini e gli adolescenti un vero e proprio target determinante per chi si occupa di marketing. Da una parte infatti i giovani influenzano la famiglia sulle compere da fare e dall’altra hanno loro stessi un potere d’acquisto. Il bambino è entrato a far parte della domanda di beni e servizi sul mercato e per questo è destinato ad essere fidelizzato in qualità di consumatore fin dai primi anni d’età.

I bambini e gli adolescenti sono un’importante fonte di profitto e di persuasione rispetto alle decisioni economiche familiari. Già a partire dalle interazioni e dai confronti con i coetanei, essi crescono seguendo l’onda del facile acquisto e dell’immediata gratificazione, elementi delle attuali leggi di mercato, rischiando così di acquisire esclusivamente i valori materialistici, individualistici e del possesso e perdendo il senso ed il valore delle cose (Olivero e Russo, 2009).

Nelle ore libere da altri impegni infatti i bambini passano molto tempo a guardare la televisione (ricca di messaggi pubblicitari) o nei supermercati e nei negozi a fare acquisti con i genitori, diventando così perfetti conoscitori dei prodotti in vendita, delle marche e degli slogan. È per tali motivi che il mercato dei prodotti per l’infanzia è in continua espansione. Le aziende investono moltissimi soldi nella realizzazione di comunicazioni pubblicitarie suggestive specifiche per un pubblico di più piccoli. Il bambino assiste a questi messaggi pubblicitari quando guarda la televisione o è al computer, quando cammina per strada o si reca nei negozi, al cinema o quando sfoglia un giornalino.

Il mercato considera il bambino un consumatore immediato. È cioè il consumatore ideale perché ingenuo (o ritenuto tale) e a cui è possibile vendere qualsiasi cosa. Spesso i genitori accontentano i figli che desiderano acquistare prodotti superflui, anche per sedare il senso di colpa per il poco tempo dedicato loro. A volte sono i figli che autonomamente comprano gli oggetti che desiderano grazie ai soldi che ricevono settimanalmente dai genitori.

I bambini sono considerati anche mediatori dei consumi degli adulti, diventano cioè degli strumenti per le aziende in quanto possiedono un gran potere, ossia quello di influenzare i genitori. Le aziende riescono a guidare i consumi delle famiglie grazie all’influenza che hanno sui figli. Non solo le pubblicità destinate ai prodotti per l’infanzia, ma spesso anche quelle rivolte ad un pubblico adulto hanno come focus i bambini.

Infatti il bambino quando riconosce un prodotto di una particolare marca pubblicizzata, per esempio in televisione, chiederà ai genitori di comprarlo finché non sarà riuscito nel suo intento. Questa tecnica viene definita pester power (o nag factor), ossia il “potere di assillare”, che può creare problemi nel rapporto genitore-figlio a causa della rabbia o dei pianti che scatena se il prodotto non viene acquistato, così da indurre il genitore stremato ad accontentare il bambino per vederlo soddisfatto. Il fattore “assillo” viene particolarmente sfruttato dai pubblicitari che tentano di approfondire come spingere ancora di più i bambini ad essere pressanti nei confronti dei genitori (Olivero e Russo, 2009).

Una campagna pubblicitaria ben congegnata può mettere in crisi il rapporto genitore-bambino: il piccolo recepisce dalla pubblicità che determinati prodotti sono per lui e non accetta che l’adulto gli neghi il possesso di quel prodotto. Se il messaggio pubblicitario è in netto contrasto con la visione dei genitori, essi dovranno convincere con fatica e pazienza il figlio a lasciare da parte il messaggio e a seguire le proprie indicazioni educative; qualora i genitori non avessero la pazienza necessaria, i messaggi pubblicitari, nuovi educatori di molti bambini di oggi, l’avranno vinta. In quest’ultimo caso i genitori avranno perso autorevolezza e sicurezza, mentre i figli si abitueranno a sentirsi gratificati attraverso l’acquisto di determinati beni, crescendo senza sviluppare capacità quali l’autocritica, la riflessione e il ragionamento che potrebbero guidarli all’ascolto dei propri bisogni fisici e mentali (Oliverio Ferraris).

Inoltre i bambini sono anche i futuri consumatori e di conseguenza le aziende cercano di fidelizzarli creando da subito un rapporto positivo con la loro marca (brand), attraverso lo slogan o la confezione, che acquisisce per il piccolo consumatore una risonanza emotiva che dovrebbe “condizionarlo” anche negli anni a seguire, così da renderlo dipendente da quel prodotto per molto tempo. La merce per attirare un bambino deve evocare sensazioni piacevoli quali protezione, affetto, sicurezza oppure avventura, divertimento, curiosità. Elementi accattivanti per i bambini più piccoli sono gli animali, i jingle orecchiabili, i colori, brevi episodi di vita quotidiana e le confezioni, belle, divertenti e colorate. Altre tecniche comprendono la possibilità di regalare figurine o un elemento di una collezione di giocattoli insieme al bene di consumo.

Tutti questi aspetti generano il rischio di crescere figli dediti solo all’omologazione con i pari per sentirsi accettati e che non riescono a sviluppare un Io individuale forte e sicuro. Per questo motivo è necessario cogliere i reali bisogni dei bambini e degli adolescenti per evitare che crescano passivi, deboli e privi della capacità di affrontare le difficoltà di una vita futura.

Si sente spesso parlare dei fiori di Bach. Ma cosa sono, a cosa servono e soprattutto sono efficaci? Edward Bach (1886-1936) è il fondatore della floriterapia, un metodo terapeutico nato circa 80  anni fa, che parte dal presupposto che, riequilibrando gli stati emozionali negativi, viene ristabilita la salute psichica e, con il tempo, anche quella fisica.

Ciò che conta per prescrivere il rimedio è valutare con precisione lo stato emotivo della persona che ha bisogno di essere riequilibrata. Perciò è necessario conoscere i 38 stati emotivi individuati da Bach che trovano corrispondenza negli schemi comportamentali negativi dell’essere umano (Gulminelli, 2007). È possibile fare una suddivisione in base agli stati d’animo: paura, incertezza, scarso interesse verso le circostanze attuali, solitudine, ipersensibilità alle influenze e alle idee, avvilimento e disperazione, eccessiva preoccupazione del benessere altrui.

Volendo suddividere i fiori secondo le loro modalità di utilizzo è possibile identificare tre gruppi:

-  Gruppo 1: fiori per situazioni acute, urgenti o di risposta all’esterno (ad esempio: intolleranza, fastidio, insicurezza, stress, dubbio, scoraggiamento, timidezza, indecisione, disperazione, depressione, ecc.). Si tratta di 16 essenze che rispondono a uno stato, spesso transitorio o momentaneo, che può nascere da circostanze esterne e che richiede un intervento immediato. In questo caso, l’obiettivo non è quello di lavorare sul carattere profondo della persona, bensì di offrirle sollievo, aiutandola a risolvere un problema urgente.

- Gruppo 2: fiori per comportamenti ricorrenti (ad esempio: nervosismo, stanchezza, vergogna, senso di colpa, rigidità, apatia, dispersione, ecc.). Questi 13 fiori di Bach, pur prestandosi a risolvere situazioni acute, riguardano modalità di comportamento che sono in genere già consolidate. In sostanza aiutano a riequilibrare un aspetto negativo del carattere che crea problemi alla persona e la fa soffrire.

- Gruppo 3: fiori per situazioni caratteriali profonde (ad esempio: possessività, rabbia, invidia, prepotenza, violenza, freddezza, vittimismo, negatività, ecc.). Sono 10 fiori che aiutano a risolvere il disagio derivante da problemi di fondo del proprio carattere che magari non emergono in modo evidente e urgente e vanno affrontati solo dopo aver risolto gli stati più acuti e urgenti (Gulminelli, 2007).

Naturalmente gli stati emotivi non sono quasi mai presenti nella loro forma “pura” ma, al contrario, si mescolano in innumerevoli comportamenti diversi, ai quali corrispondono altrettante combinazioni di fiori. È stato calcolato che esistono oltre 2.760.000 possibilità di combinare in modo diverso i fiori tra loro, coprendo la totalità dei possibili stati emotivi negativi dell’essere umano. In pratica, la terapia consiste nell’assunzione di essenze di fiori, macerati al sole o bolliti diluiti in una miscela di acqua e brandy (usato come conservante).

Questi rimedi sono realmente efficaci oppure si tratta solo di un effetto placebo? Chi lavora con la floriterapia afferma che i risultati sono reali anche su soggetti non influenzabili come neonati o bambini piccoli o su persone prive di sensi a causa di traumi o incidenti. In pratica l’azione si concretizza nel riequilibrare il campo energetico della persona. Un atteggiamento positivo nei confronti dei fiori di Bach influisce positivamente perché la persona partecipa più attivamente (ma questo vale anche per altri tipi di terapie). D’altra parte un atteggiamento neutro o scettico non impedisce l’efficacia della floriterapia che invece si riduce se la persona assume un atteggiamento ostile.

È necessario precisare che la floriterapia è una tecnica a sé, con dei presupposti propri e un proprio modo di approcciarsi al paziente che sono completamente diversi da quelli usati da un medico o da uno psicologo (Gulminelli, 2007). Andando oltre la spiegazione teorica di come funzionano i fiori di Bach, è bene sottolineare che non esiste alcun fondamento scientifico che dimostri l’efficacia di tali fiori e che pertanto non si possono considerare una valida alternativa alla medicina tradizionale. Alcune ricerche hanno evidenziato che i fiori di Bach godono piuttosto dell’effetto placebo (Ernst, 2010; Thaler, Kaminski, Chapman, Langley e Gartlehner, 2009; Walach, Rilling e Engelke, 2001).

Ad esempio, Forshaw e Jones (2010) hanno svolto uno studio sperimentale sul livello di stress in 62 studenti divisi in tre gruppi. Al gruppo A sono state somministrate 4 gocce di Rescue Remedy (la miscela più nota e diffusa dei fiori di Bach) in acqua minerale. Al gruppo B è stata data acqua minerale pura ma gli è stato detto che conteneva il Rescue Remedy e al gruppo C è stata data acqua minerale pura e gli è stato detto che era appunto solo acqua. Tale studio ha evidenziato che i livelli di stress sono diminuiti nei tre gruppi in modo simile e che non sono emersi risultati significativi relativi al trattamento con il Rescue Remedy.

D’altro canto, l’effetto placebo è molto potente, ed è anche possibile che qualcuno possa trarre beneficio dai fiori di Bach grazie alla suggestione che si prova assumendo un prodotto. In conclusione, è doveroso mettere in evidenza come sia improprio l’uso di questo rimedio al posto di strumenti terapeutici validi e scientificamente efficaci, come la psicoterapia e gli psicofarmaci.

Che senso ha festeggiare la festa della donna? Nessuno in particolare ormai, anzi ogni donna dovrebbe pretendere di essere vezzeggiata tutti i giorni come l’8 marzo. Come mai tanti uomini che non hanno mai pensato di regalare dei fiori alla propria compagna, durante questa giornata fanno la fila per racimolare un rametto di mimosa per poi tornare l’indomani a comportarsi come prima? Evidentemente è solo un atteggiamento derivante dal consumismo e dalla superficialità.

E allora per vincere tale banalità perché non provare ad utilizzare questa giornata per lanciare un messaggio a tante donne che vivono in situazioni di difficoltà e disagio?

Pensiamo solo a quanti delitti di violenza contro le donne si verificano ogni giorno. Anzi si sta verificando un incremento di omicidi e maltrattamenti contro il mondo femminile: addirittura si parla di una donna vittima ogni tre giorni per mano del marito, del fidanzato o dell’ex.

Sono di questi giorni le notizie di Gabriella Falzoni strangolata con un foulard dal marito in provincia di Verona oppure di un camionista a Brescia che uccide l’ex moglie, un amico che era con lei, la figlia avuta da un’altra relazione e il suo fidanzato, ecc.

Rashida Manjoo, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, ha usato il termine “femminicidio” per riferirsi all’Italia e alla spirale di violenze che sta invadendo il nostro Paese. In particolare, è emerso che “l’omicidio da parte del proprio marito, fidanzato, ex, figlio, è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni”. Inoltre, “la violenza domestica si rivela la forma più pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il Paese, come confermano le statistiche: dal 70 all’87% dei casi si tratta di episodi all’interno della famiglia”. Secondo l’Eurispes il fenomeno è in aumento del 300%.

Purtroppo si tratta di problemi che spesso emergono nella loro piena gravità quando ormai è troppo tardi. Dobbiamo infatti considerare che ci sono alcune donne che non denunciano i soprusi subiti, mentre altre che invece si rivolgono all’autorità giudiziaria spesso non ottengono la tutela necessaria  per evitare le possibili ritorsioni a seguito della denuncia.

Si è detto che la maggior parte dei responsabili della violenza e della morte di tante donne sono i partner o gli ex partner. La violenza agita su queste donne non si manifesta all’improvviso, ma dopo una serie di episodi riconducibili allo stalking, infatti sono in aumento le denunce per questo tipo di fenomeno. È stata emanata anche una legge per proteggere le donne dagli stalker, ma continuano ad esserci morti inutili che molto probabilmente si sarebbero potute evitare. Molto spesso infatti questi omicidi non sono frutto di un raptus, ma sono l’atto finale di un lungo percorso fatto di minacce, pedinamenti, telefonate da parte del persecutore che, non essendo riuscito nell’intento di ricongiungersi con la donna “amata”, premedita l’assassinio.

Quali sono i motivi che stanno dando luogo a questa escalation di violenza? Alcuni psicologi sostengono che il potere della donna a livello sociale non è ancora sufficiente. Per altri dipende dai modelli familiari in cui si è vissuti. Chi è stato testimone o vittima di atti violenti su donne, potrebbe a sua volta emulare tali esperienze. Altri pensano invece che dipenda da un senso di inadeguatezza e di inefficacia dell’uomo che non riesce ad affermarsi nella vita professionale e nel privato ed inizia così a prevaricare la donna fino a voler assumere il pieno controllo della sua vita.

In seguito ai tanti episodi di cronaca a cui assistiamo, viene da chiedersi: come mai molte donne che hanno sporto denuncia sono state comunque uccise proprio dalla persona che avevano segnalato all’autorità competente?

Pensiamo al caso di Emiliana Femiano che il 20 dicembre 2009 sfugge al tentativo di omicidio da parte dell’ex fidanzato salvandosi grazie all’intervento di un passante. Dopo circa un anno di telefonate e pedinamenti, nel novembre del 2010 lo stesso ragazzo, agli arresti domiciliari, riesce nel suo intento: uccidere Emiliana con 66 coltellate.

Si tratta di omicidi che hanno in comune le violenze psicologiche e fisiche messe in atto dal partner che non vuole accettare la decisione della donna e che pertanto si sente in dovere di punirla per aver osato lasciarlo e magari per rifarsi una vita con un altro.

Moltissimi sono anche i casi di donne picchiate dai mariti e compagni per umiliarle e renderle delle nullità, dal momento che essi non riescono a sentirsi superiori in altro modo. Purtroppo sono poche le donne che hanno il coraggio di denunciare tali violenze, sia per paura di conseguenze su di sé e sui figli, sia per motivazioni economiche non riuscendo a sostentarsi senza l’aiuto del compagno.

È possibile cambiare lo stato delle cose? Abbiamo già toccato il fondo, non è giunto il momento di risalire?

E allora, invece di regalare una mimosa, perché non aiutare tante donne in difficoltà a trovare il coraggio di denunciare ciò che accade loro?

E ancora: lottare affinché vi sia la tutela della donna che denuncia. Per esempio, chi controlla lo stalker che perseguita una donna dopo che lei lo ha denunciato?

Forse è necessario partire da questo punto. Garantire l’incolumità a colei che decide di uscire allo scoperto e che ha voglia di ricominciare a vivere.

Ho 28 anni e sono stata due anni con un ragazzo che ho conosciuto nel 2002. Allora siamo stati sei mesi ed è finita lì. Dopo due anni siamo tornati insieme e io l’ho lasciato dopo qualche mese perché non ero molto coinvolta. Da allora non si è mai rassegnato. Nel 2009 io e Marco siamo tornati insieme. Lui ha messo da parte il rancore e ha continuato a corteggiarmi. Stando con lui, sono emersi dei lati del mio carattere non proprio positivi: una gelosia morbosa che mi portava a dubitare sempre di lui. Non appena notavo l’interesse di qualche ragazza nei suoi confronti, mi arrabbiavo, facevo molte scenate e lo accusavo senza motivo.  Per molto tempo mi ha chiesto di smetterla con questo atteggiamento; io promettevo che gli avrei dato più fiducia ma reiteravo. A luglio, dopo quasi un anno di storia, dopo una vacanza passata insieme in cui non abbiamo fatto altro che litigare (sempre per la mia gelosia e paranoia), lui torna in città, riprende a lavorare e io torno al mare dai miei genitori. A settembre torno in città e scopro che mancano dei preservativi nel suo cassetto. Dopo 10 giorni riesco a fargli confessare tutto: mi ha tradita con una collega. Lo lascio per cinque mesi. Dopo due anni sono ancora con lui, ma litighiamo di continuo. Non sopporto l’idea che quei due lavorino insieme, non credo che il loro rapporto sia cambiato. Lui mi chiede di aspettare che si laurei, in modo che possa cercare di cambiare lavoro ma io non sono sicura che lo farà. Credevo fosse una persona speciale, che non fosse capace di tradirmi e soprattutto di farmi stare così male per una storia di sesso. Lui fa di tutto per dimostrarmi che non lo farà più, che è pentito, mi prega di non aprire l’argomento perché gli fa male. Non credo sia possibile cambiare, se ha ceduto vuol dire che non è una persona forte ed è una persona che non ha i miei stessi valori. Il punto è questo: se una persona impegnata cede alle avances di una collega, può avere un attimo di debolezza, soprattutto se il suo rapporto di coppia è in crisi. Ma il giorno dopo se ne pente, non persevera. Mi farebbe meno male sapere che ci è stato una volta e che subito dopo se n’è pentito. Ma sapere che è successo un po’ di volte mi tormenta. Due mesi fa l’ho lasciato. Sono ancora combattuta. Com’è possibile che io stia ancora così male dopo un anno? E perché non so stargli accanto senza rinfacciargli quel che ha fatto? Cosa devo fare? Grazie. Laura

Risposta - Cara Laura, ciò che mi ha colpito in prima battuta di quanto mi hai scritto riguarda il fatto che tu stessa ammetti che stando con Marco, sono emersi dei lati del tuo carattere non proprio positivi, in particolare una gelosia morbosa che ti porta a dubitare sempre di lui. Ciò significa che prima non ti era mai capitato di essere gelosa? Come ti rapportavi con gli altri ragazzi che hai frequentato?  Sei mai stata tradita? Nel caso come hai reagito? Ti pongo virtualmente queste domande perché è importante capire se si tratta di una tua insicurezza oppure se Marco è una persona che effettivamente si comporta in modo tale da generare dubbi nella sua partner. Ma cerchiamo prima di capire che cos’è la gelosia. Bisogna innanzitutto distinguere tra una gelosia normale ed una gelosia patologica. La gelosia normale si manifesta a livelli accettabili e può essere anche una riprova per se stessi e per il partner di provare un sentimento vero perché rappresenta la paura di perdere l’altro. La gelosia patologica comprende: una paura irrazionale della perdita e della separazione, un’aggressività persecutoria verso il partner, atteggiamenti sospettosi per qualsiasi rapporto tra il partner e persone dell’altro sesso, una scarsa autostima e un senso di inadeguatezza. La gelosia patologica si verifica anche se non ci sono elementi che possono realmente darle origine, infatti spesso nasce da circostanze e situazioni infondate che portano la persona ad  interpretare la realtà in maniera distorta. La persona che manifesta una gelosia patologica può aver avuto dei genitori che non le hanno dato sufficiente fiducia in sé e nel proprio valore, rendendola quindi particolarmente insicura anche nelle storie sentimentali. Tornando al tuo caso specifico, se già in passato sei stata gelosa del tuo partner, allora dovresti lavorare su te stessa, sulle tue insicurezze e migliorare la tua autostima, anche con l’aiuto di un esperto. Nel caso in cui invece tu abbia sviluppato questa forma di gelosia solo con Marco, ciò significa che hai scelto di partenza una persona problematica, che probabilmente ha bisogno di conferme o che non sa creare un sano equilibrio nella coppia. D’altra parte, la tua gelosia non giustifica il suo tradimento. Se per lui il tuo comportamento non era più accettabile avrebbe dovuto proseguire per la sua strada e fare scelte diverse. Invece così, paradossalmente, la situazione si è complicata perché lui ha concretizzato le tue paure e adesso ti logori nel sapere che ciò che più temevi si è avverato. Se già prima era difficile, come pensi di affrontare tutto questo sapendo che lui è in grado di tradirti? Vivresti ancora peggio di prima, con l’angoscia che possa rifarlo. Credo che sia giunto il momento di fermarti e di tirare le somme della tua vita. Tu stessa affermi che se Marco ha ceduto vuol dire che non è una persona forte ed è una persona che non ha i tuoi stessi valori. Magari lui ti piace, ha tante qualità che ti attirano, ma forse gli manca la cosa più importante: la capacità di regalarti la serenità. Perché è questo aspetto che dona armonia al rapporto: la consapevolezza che quella persona c’è e che puoi fidarti di lei. Se manca questo presupposto è tutto troppo complicato: davvero ne vale la pena? Le tue insicurezze in questo caso non ti aiutano, ma è in te stessa, nei familiari e negli amici (ed eventualmente attraverso una psicoterapia), che devi trovare la forza per volerti sufficientemente bene da pensare a te stessa e alla tua felicità.

L’invecchiamento è un processo che interessa l’intero arco della vita, ma nello specifico si colloca al termine del ciclo di vita prima della morte.

Invecchiare non vuol dire solo misurare la propria età anagrafica in relazione al passare del tempo, ma comporta dei cambiamenti a livello fisico e cognitivo.

Oltre allo stato di salute fisica di una persona anziana, ha un notevole rilievo sul processo di invecchiamento il modo in cui si percepisce la vecchiaia e come viene attribuita dagli altri.

In tal senso si può dire anche che la vecchiaia inizia quando un individuo si percepisce anziano in base alla propria personalità e al contesto in cui vive. Ad esempio una donna di 90 anni che ha una buona salute, a parte qualche acciacco dovuto all’età, magari si sente sola, si annoia, perché nessuno la chiama e di conseguenza ha sempre meno voglia di fare le cose. Il marito e molti  suoi coetanei sono morti, i figli e i nipoti sono lontani. La donna si sente vitale, ma facendo un bilancio della sua vita si rende conto di essere vecchia; d’altra parte anche i familiari non le rimandano l’immagine produttiva che lei ha ancora di se stessa. Ecco come una persona si può sentire vecchia a 90 anni così come a 60 anni, proprio in base, non solo alle condizioni fisiche,  ma anche al modo in cui si rapporta alla realtà e a come gli altri si relazionano a lei (De Beni, 2009).

Tuttavia, contrariamente agli stereotipi che raffigurano l’anziano come soggetto ad un declino ineluttabile, recenti ricerche psicologiche hanno dimostrato che il decadimento non è pervasivo. Infatti, accanto ad aspetti in cui si evidenziano delle perdite, ce ne sono altri che si mantengono fino ad età avanzata; inoltre le differenze individuali hanno un ruolo tanto nell’esordio quanto nelle caratteristiche del declino cognitivo. Le ricerche svolte nell’ambito della memoria episodica hanno dimostrato che gli anziani hanno prestazioni più basse dei giovani, per esempio, nel ricordo di liste di parole. Ciò ha ripercussioni nella vita di tutti i giorni, infatti gli anziani dimenticano più facilmente il luogo in cui hanno messo un oggetto oppure il nome di una persona conosciuta di recente.

Le difficoltà in alcuni processi cognitivi vengono compensate attraverso il reclutamento di altre abilità: in pratica gli anziani autonomamente sopperiscono ai punti di debolezza facendo leva sui loro punti di forza. Si può parlare quindi di una “plasticità cognitiva” anche durante l’invecchiamento. La plasticità cognitiva comprende quelle risorse cognitive che attraverso varie tecniche, come ad esempio i training, può essere modificata per migliorare la prestazione nei compiti cognitivi. Ci sono training di tipo riabilitativo dove la persona svolge un percorso di potenziamento attraverso attività volte a migliorare la prestazione nell’abilità deficitaria. Ci sono anche training di tipo compensativo in cui si usano le abilità preservate per supportare quelle che tendono a deteriorarsi. Durante il training la persona anziana impara a usare delle tecniche di memoria. Grazie al miglioramento dell’abilità mnemonica, la persona avrà un atteggiamento più attivo e propositivo verso altri compiti di memoria nella vita quotidiana (De Beni, 2009).

È necessario sottolineare che gli studi hanno evidenziato come non tutte le persone traggono gli stessi benefici dai training. Chi ha più di 75 anni mostra un miglioramento ridotto rispetto a chi ha meno di 75 anni. Inoltre, l’incremento delle attività mnemoniche dopo un training dipende in larga parte anche dalle differenze individuali dal punto di vista cognitivo e motivazionale.

Le prestazioni dell’anziano risentono maggiormente del sistema di credenze e di fiducia nella propria memoria rispetto ai giovani. Nello specifico, le convinzioni che un anziano ha riguardo alle proprie abilità cognitive, e in particolare al funzionamento della propria memoria, possono influenzare l’efficacia dei training di memoria. Gli anziani che vivono con un senso di peggioramento i cambiamenti nella loro memoria, hanno più credenze negative e generalmente percepiscono e riportano un maggior numero di dimenticanze rispetto ai giovani. Durante le prove mnemoniche gli anziani che si percepiscono inefficaci perdono la loro motivazione fino ad  evitare situazioni stimolanti per paura di fallire. Gli anziani che svalutano la loro memoria tendono a sottostimarsi anche in compiti di facile esecuzione. Fortunatamente, tali credenze negative possono essere modificate attraverso i training, la promozione delle conoscenze sul funzionamento della memoria e un atteggiamento positivo verso di essa (De Beni, 2009).

Tutto ciò nell’ottica del benessere e della qualità della vita delle persone anziane attraverso la valorizzazione del cambiamento e dello sviluppo individuale.

In una società in cui si parla spesso di devianza, di violenza, di difficoltà e di rischi fa bene sapere che ci sono persone dedite al volontariato e che quindi spendono parte del loro tempo per aiutare chi soffre e chi è più debole. Il volontariato è un fenomeno che socialmente e politicamente ricopre un ruolo sempre più rilevante non solo in Europa, ma anche nel resto del mondo.

In Italia il volontariato è un fenomeno fortemente radicato e connotato da una motivazione prosociale, dal valore della solidarietà, dall’altruismo, dalla reciprocità e dalla gratuità. Calcolando il numero delle organizzazioni di volontariato in rapporto alla dimensione regionale, si ottiene un indice di densità organizzativa. Secondo questo indice, che per l’Italia è di 3,2 organizzazioni ogni 10.000 abitanti, le regioni con il più alto numero di organizzazioni iscritte agli albi provinciali e regionali sono: Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta, Sardegna e Toscana.

Per quanto riguarda le caratteristiche dei volontari, è stato riscontrato che: il 42% dei volontari ha un età tra i 30 e i 54 anni; non esiste una sostanziale differenza di genere anche se la presenza femminile tra i volontari anziani è maggiore; più della metà dei volontari è occupata mentre il 27% è pensionata; infine, in relazione al titolo di studio, il 44,7% dei volontari è in possesso di un titolo di studio inferiore al diploma di scuola media superiore mentre l’11,9% è laureato. Gli utenti maggiormente assistiti rientrano nelle seguenti categorie: malati e traumatizzati (39,5%), adulti senza specifici disagi (21,8%) e minori (8,6%) (Bertani e Ferrari, 2010), ma non dimentichiamo che ci sono anche tanti volontari che si dedicano agli animali e all’ambiente.

Chi fa volontariato deve possedere le capacità di: ascoltare, provare empatia, sostenere e proteggere chi è in difficoltà e chi soffre, prendersi cura di quanto ci circonda. Molto spesso capita che prima di svolgere attività di volontariato sia necessario frequentare corsi formativi. Ciò è importante per imparare ad indirizzare bene le proprie risorse e per essere sensibilizzati ai problemi altrui. Da anni gli psicologi sostengono l’importanza del volontariato nel facilitare lo sviluppo delle risorse psicologiche, responsabili di molte ricadute positive sul benessere individuale e comunitario. Perché le persone decidono di impegnarsi nell’ambito del volontariato e di mantenere questo impegno a lungo termine? Alcuni fattori determinanti sono: la personalità prosociale, le motivazioni, l’identità, le relazioni familiari, il contesto organizzativo e le relazioni con la comunità di appartenenza.

Il volontario presta la sua opera senza ricevere denaro o altre ricompense materiali in cambio. Da alcune ricerche è emerso che vi sono varie motivazioni che spingono a svolgere attività a favore degli altri. Tali ragioni possono essere personali (legate ad esperienze di proprie sofferenze o di persone vicine), ideologiche, religiose, politiche, ecc. Non necessariamente queste motivazioni hanno uno scopo prosociale, ma talvolta nascondono una vena egoistica spesso inconscia. Infatti, svolgere tale attività può aumentare la stima di se stessi perché fa sentire utili e indispensabili per qualcun altro, ma anche aiutare ad occupare il proprio tempo libero e a conoscere altre persone.

Altre motivazioni sono funzionali a una possibile ricompensa, come cercare di entrare a fare parte di un gruppo, ricevere approvazione, incrementare le prospettive di lavoro, attenuare il senso di colpa o acquisire competenze. Altre invece portano ad agire in virtù di valori umanitari e religiosi e della preoccupazione per gli altri. Altre ricerche invece sostengono che all’aumentare della durata dell’impegno di volontariato, si crea nel volontario un’identità di ruolo che guiderà i suoi comportamenti orientandoli per renderli consoni al suo ruolo (Marta e Lanz, 2009).

Chi decide di continuare a svolgere attività di volontariato lo fa per vari motivi: per se stesso, perché riceve un rinforzo positivo dagli altri che sono soddisfatti delle sue attività o perché  incrementa il senso di autoefficacia. Soddisfazione, impegno nell’organizzazione e identità di ruolo sono altre variabili che incidono sull’intenzione a continuare. Questi sono anche i motivi per cui molte persone anziane si dedicano al volontariato: dopo una vita lavorativa e piena di impegni, trovano il modo di occupare il proprio tempo aiutando gli altri e facendo nuove amicizie, mantenendo così la sensazione di poter essere sempre utili a qualcuno dopo che ad esempio i figli sono andati via di casa. Naturalmente la sensazione di benessere derivante dal fare volontariato permea chiunque la svolga, giovane, adulto o anziano.

La tragedia avvenuta a bordo della nave affondata di fronte all’isola del Giglio e che ci ha visti testimoni della morte di tante persone e della paura di molte altre lasciate da sole a gestire lo sbarco attraverso le scialuppe per mettersi in salvo, ha fatto chiedere a molti: quali sono le circostanze che spingono le persone a prestare aiuto oppure a rimanere passive o addirittura a scappare?

Immaginate di essere in crociera e di sentire improvvisamente suonare le sirene d’allarme, seguite dalla voce del capitano che avverte che tutti devono abbandonare la nave. Vi precipitate sul ponte e trovate che sulle scialuppe rimaste vi sono pochissimi posti liberi. Con voi ci sono il vostro unico figlio, vostro cugino, un lontano parente anziano, un amico e una recente conoscenza. Chi fareste salire per primo sulla scialuppa di salvataggio? La maggior parte delle persone a questa domanda ha risposto che darebbe la priorità assoluta al proprio figlio (Moghaddam, 2002).

I sociobiologi sostengono che attraverso la selezione per parentela (scegliere il proprio figlio perché vada per primo nella scialuppa di salvataggio) si aumentano le possibilità che i propri geni vengano trasmessi. In questo caso il comportamento d’aiuto rientra in un complesso quadro di competizione per la sopravvivenza tra geni piuttosto che tra individui. In una ricerca è emerso che quando l’aiuto è richiesto per una questione ordinaria (“Mi può aiutare ad attraversare la strada?”), i partecipanti aiutano coloro che ne hanno più bisogno (i malati e i poveri prima dei sani e dei ricchi, indipendentemente da legami di sangue). Quando però l’aiuto viene chiesto in una situazione di vita o di morte, allora viene data la preferenza ai parenti rispetto ai non parenti (Moghaddam, 2002).

Le ricerche hanno dimostrato come molte persone sono più predisposte di altre all’aiuto, in modo affidabile e duraturo. Inoltre, le persone con un alto livello di emotività positiva, empatia e autoefficacia hanno maggiori probabilità di mostrarsi preoccupate e utili agli altri. Alcuni ricercatori hanno concluso che quando ci si trova a dover affrontare situazioni potenzialmente pericolose in cui degli sconosciuti hanno bisogno di una mano gli uomini prestano aiuto più spesso delle donne. Infatti, il 90% delle persone che hanno ricevuto una medaglia Carnegie per gli atti di eroismo per aver salvato una vita umana era di sesso maschile. In situazioni meno pericolose, tuttavia, le donne risultano di poco più inclini a prestare aiuto. Più in generale, le donne rispondono ai problemi degli amici con maggiore empatia e dedicano più tempo a prestare aiuto e soccorso rispetto agli uomini (Marta e Lanz, 2009).

Nello specifico tre sono le teorie psicologiche usate per comprendere i comportamenti di aiuto. La prima è la teoria dello scambio sociale e sostiene che nei comportamenti di aiuto le persone tendono a monitorare consapevolmente i costi e i benefici che tale aiuto comporta, cercando di minimizzare i primi e aumentare i secondi. La seconda è la teoria  delle norme sociali e sostiene che le persone aiutano per ottenere delle ricompense esterne, interne o per seguire delle norme sociali, quelle della reciprocità e della responsabilità sociale. La terza è la teoria evoluzionista e si basa sull’assunto che il comportamento d’aiuto è motivato dal desiderio di proteggere i parenti e dalla reciprocità.

Per quanto riguarda i fattori che favoriscono o inibiscono l’aiuto sono da prendere in considerazione: il numero di spettatori in caso di emergenza, il fatto di notare o meno la situazione d’aiuto e di interpretarla come situazione di emergenza, la capacità di assumersi la responsabilità in tale situazione. In genere, le persone sono più inclini all’aiuto quando hanno appena osservato un’altra persona che aiuta o quando hanno molto tempo a disposizione (Marta e Lanz, 2009).

Per capire chi è predisposto ad aiutare, bisogna considerare che i tratti di  personalità sono dei modesti predittori dell’aiuto. La fede religiosa è un predittore dell’aiuto a lungo termine, soprattutto quando si parla di comportamenti quali il volontariato. Le ricerche suggeriscono che per incrementare i comportamenti d’aiuto occorre ridurre o eliminare i fattori che li ostacolano, favorire l’azione della norma di reciprocità e insegnare prosocialità e altruismo.

Ciò significa che il comportamento immorale alimenta atteggiamenti immorali, così come l’altruismo incrementa futuri gesti d’aiuto, di solidarietà e di generosità. I modelli pro sociali quindi promuovono l’altruismo. Ad esempio, in un esperimento emerse che i conducenti di Los Angeles erano più inclini a offrire aiuto a una donna al volante con un pneumatico a terra se qualche centinaio di metri prima di raggiungere quest’ultima erano testimoni di qualcuno che aiutava un’altra donna a sostituire il pneumatico dell’auto. Un elemento indubbiamente importante è quindi l’imitazione.

Per questo motivo bisogna che i bambini imparino da piccoli il senso dell’altruismo e della generosità. A tale proposito è bene tenere presente che i minori apprendono i giudizi morali sia da ciò che sentono affermare sia da ciò che osservano nella pratica. Quando si trovano in una situazione di ipocrisia, imitano tali atteggiamenti (Marta e Lanz, 2009). Speriamo allora che i bambini di oggi prendano a esempio il coraggio e la forza di quelle persone che in tante situazioni drammatiche hanno lottato e messo a repentaglio la propria vita per salvare quella di altri.