Domanda – Sono una persona che al momento dovendo affrontare una situazione postuma ad un’attività commerciale andata male, ha ovviamente preoccupazione. Quindi potremmo dire ansia “normale”? Le chiedo se secondo Lei ciò rientra in uno stato mentale nella norma e quindi non necessitare di un percorso psicoterapeutico. Se fosse così gentile da “illuminarmi”. RingraziandoLa di cuore, Le auguro ogni bene.
Risposta – Gentile lettore, le difficoltà economiche hanno toccato e stanno coinvolgendo moltissime persone in questo periodo di crisi. È normale che ciò si viva con ansia e preoccupazione, soprattutto se si sono intraprese attività economiche a proprio carico, se si ha una famiglia, dei figli, ecc.. L’incertezza del guadagno e delle possibilità di sostentamento, sono tutti fattori che generano una profonda incertezza su cosa accadrà nel proprio futuro. D’altra parte l’ansia è un’emozione di base, che comporta uno stato di attivazione dell’organismo e che aumenta quando una situazione viene percepita soggettivamente come pericolosa. Solitamente l’ansia si traduce in una tendenza immediata all’esplorazione dell’ambiente, nella ricerca di spiegazioni, rassicurazioni, vie di fuga, e in una serie di fenomeni neurovegetativi come l’aumento della frequenza del respiro, del battito cardiaco, della sudorazione, vertigini, ecc.. Un percorso psicoterapeutico le sarebbe utile laddove le motivazioni del fallimento della sua attività commerciale risiedano in fattori legati per esempio alla sfera privata, al suo modo di rapportarsi agli altri, ad eventi che l’hanno distratta dai suoi impegni e che lei non ha potuto o saputo gestire. Se invece l’ansia deriva esclusivamente da problemi economici la psicoterapia potrà da una parte supportarla in questo periodo complicato, ma non le risolverà il problema.
Domanda – Sono Maura una ragazza di 24 anni vorrei sapere quanto è grande per una donna lo sforzo fisico del parto? È davvero il più grande della vita come si legge in alcuni racconti? Ho sentito dire che in alcuni corsi preparto si simulano le spinte; vorrei sapere se serve davvero e se durante la simulazione le future mamme si sforzano davvero o serve solo per provare la posizione? Grazie! Maura
Risposta – Cara Maura, il dolore fisiologico del parto varia da donna a donna, tuttavia è vero che è indicato come particolarmente intenso. Esso è intervallato da scariche di endorfine, che lasciano il tempo per pause riposanti che permettono anche di fare un pisolino tra una contrazione e l’altra per riprendere le energie. Il dolore è molto forte, ma è anche associato ad un evento meraviglioso, la nascita di un figlio, e non a qualcosa di patologico come di solito avviene quando si soffre. È infatti l’unico dolore che non è sintomo di malattia. Appena la donna ha partorito naturalmente, il dolore termina immediatamente e con il passare dei giorni viene dimenticato, lasciando spazio solo a ciò che c’è di bello nel mettere al mondo un bambino. Per quanto riguarda le attività del corso pre-parto sono molto utili perché servono ad arrivare psicologicamente preparate al momento del parto, a comprendere meglio cosa accade al proprio corpo durante la gravidanza e agli eventi successivi, ad essere meno vulnerabile e a tenere più sotto controllo la tensione e lo stress nel momento opportuno.
Domanda – Le scrivo perché non so più come gestire la situazione. Non so che fare. Ho litigato già diverse volte con il mio ragazzo (32 anni e io 28, stiamo insieme da due anni, si parla di matrimonio) perché su facebook faceva l’idiota con le sue amiche. Alla fine l’ha chiuso perché ero intenzionata a lasciarlo ma ha sempre detto che il suo era solo un modo, a parole, di gratificare il suo ego cercando attenzioni altrui e che quelle ragazze non gli interessavano, tant’è che non è mai passato ai fatti. Da allora è cambiato, ha promesso di fare il bravo e lo fa, è molto attento e premuroso, in tutto e per tutto il fidanzato ideale. Ma ho scoperto che fa spesso tardi la notte cercando su siti di incontri ragazze che gli inviino foto hot e scambino email con lui. Ora, io capisco il bisogno e la curiosità maschile. Posso ammettere anche il porno entro un certo limite, ma non riesco ad ammettere queste cose! Cosa posso fare? Ok, ne posso parlare con lui, ma troverà sempre scuse banali ed evasive (tipiche maschili), quindi sarebbe inutile. Io voglio capire se questa continua ricerca del trasgressivo, che pare fermarsi alle parole, alle email, può essere pericolosa o no, se nasconde altro. Mi verrebbe di lasciarlo ma prima voglio capire se è una cosa fine a se stessa, con lo scopo della gratificazione, o malsana, cioè potenzialmente concreta. Non voglio diventare il suo cane da guardia, voglio stare tranquilla, ma solo e soltanto se questa cosa non ha effetti di nessun tipo e resta un gioco notturno – cioè fatti squisitamente suoi – e nella notte stessa si conclude. Spero che Lei sappia darmi un consiglio. La saluto cordialmente, Manuela.
Risposta – Cara Manuela, sono tanti gli uomini che guardano film pornografici anche grazie alla facile reperibilità di questo materiale su Internet. Spesso ciò non è indice di una insoddisfazione del rapporto, ma serve alla persona per rifugiarsi nel suo mondo di fantasie sessuali. Lo scambio di email e di foto hot con altre ragazze è invece un’attività che va al di là della fantasia, ma è un mettere in pratica ciò che si immagina o si desidera. C’è da chiedersi se la vostra intimità sessuale è buona o se ci sono problemi. Al di là di questo il comportamento del tuo ragazzo indica una grave mancanza di rispetto nei tuoi confronti perché, anche se solo virtualmente, lui ti “tradisce” cercando rapporti intimi (anche se solo visivi) con altre donne. Penso che tu debba chiarire bene questa sua indole per capire se è un problema suo o se ci sono oggettive difficoltà all’interno della vostra relazione.
Domanda – Sono un ragazzo di 24 anni, da poco la mia ragazza mi ha lasciato (1 mese), siamo stati poco insieme (4 mesi) ma io l’amavo profondamente. Ci sono stati vari intoppi e miei comportamenti errati ma mi vorrei soffermare su una tematica. Non abbiamo mai fatto sesso, abbiamo fatto molto petting, sesso orale, ma un rapporto completo mai perché io ho avuto e ho ancora (in attesa di consulto medico) un problema al frenulo (credo sia breve) che mi dava dolore anche nella semplice penetrazione. Non posso chiederle di interpretare un pensiero della mia ex (in quanto non la conosce), ma lei crede che in una relazione di 4 mesi, un problema del genere possa essere abbastanza pesante per una ragazza, tale da farle decidere di lasciarmi? Sicuramente non è il solo motivo. Io il problema lo sto affrontando ma quando stavo con lei, non l’ho affrontato in famiglia e quindi rivolgendomi ad una struttura pubblica ero in attesa (ci sarebbero voluti mesi) di un consulto urologico. Potrebbe aiutarmi? Saluti
Risposta – Caro lettore, non credo che il motivo della rottura sia stato il tuo problema al frenulo. La tua ex ragazza sapeva che si trattava di qualcosa di temporaneo che poi avrebbe avuto una soluzione. Quindi penso che tu debba orientarti su quali sono stati gli intoppi e i comportamenti errati da parte tua di cui però non fai cenno in modo più approfondito nella tua email. Piuttosto ti consiglio di parlare con i tuoi familiari del problema che devi curare.
È vero che la pazienza è la virtù dei forti? Letteralmente la pazienza è “la facoltà umana di rimandare la propria reazione alle avversità, mantenendo nei confronti dello stimolo un atteggiamento neutro. La pazienza è una qualità e un atteggiamento interiore proprio di chi accetta il dolore, le difficoltà, le avversità, le molestie, le controversie, la morte, con animo sereno e con tranquillità, controllando la propria emotività e perseverando nelle azioni. È la necessaria calma, costanza, assiduità, applicazione senza sosta nel fare un’opera o una qualsiasi impresa”.
Per molte persone la giornata inizia in fretta e furia, il tempo è poco e le cose da fare sono tante. Allora ecco che si verificano nervosismo e scatti d’ira per i più piccoli contrattempi. Ci sono situazioni per cui è importante avere una risposta nel giro di poco tempo, ma ci sono anche eventi che necessitano di più pazienza per capire la piega che prenderanno.
Ci sono tanti tipi di attese: quelle interminabili e quelle che si dissolvono in poco tempo; quelle che sono collegate ad eventi di vita felici (l’attesa per la nascita di un figlio) oppure quelle legate a notizie drammatiche e dolorose (la diagnosi di una malattia); quelle che danno fiducia nella vita e nel futuro e quelle che fanno precipitare nella disperazione.
In pratica, essere paziente vuol dire anche saper aspettare. Di fatto non sapere cosa accadrà può generare ansia dovuta all’insicurezza di cosa ci riserva il futuro, soprattutto in una società dove tante situazioni sono passeggere e instabili. È importante però imparare a modulare i propri tempi con quelli altrui per non cadere sempre in uno stato di irrequietezza che non fa altro che peggiorare le cose e commettere errori di valutazione.
Essere pazienti è un pregio che indica la capacità di saper gestire le situazioni di vita, anche quelle più complesse, con saggezza, calma e un atteggiamento costruttivo. Non si tratta quindi di rassegnazione, passività o indecisione. Questa, infatti, non è una virtù passiva che si concretizza nell’aspettare, ma piuttosto nel saper gestire molte situazioni diverse senza perdere la calma.
Una situazione gravosa può infatti essere affrontata governandola con consapevolezza oppure si può subire vivendola come una condizione senza soluzione. Essere pazienti non vuol dire essere indecisi e poco coraggiosi, ma piuttosto comprensivi e capaci di mostrare se stessi senza timore di cosa possono pensare gli altri.
Un contesto in cui è particolarmente importante essere pazienti riguarda il ruolo di genitore. Un genitore impaziente può nuocere al proprio figlio. Può capitare che un padre o una madre tornando stanchi dal lavoro abbiano meno pazienza nel tollerare i capricci del bambino e che si arrabbino più facilmente. Il problema sorge quando il genitore è costantemente teso e nervoso di fronte alle difficoltà e ai pianti del figlio: è fondamentale invece che l’adulto abbia un ruolo rassicurante e comprensivo.
In generale, la pazienza si può esercitare e migliorare, ad esempio, praticando sport come la pesca oppure attraverso il disegno, la pittura, la musica o ancora facendo puzzle, rompicapo o modellismo. È possibile anche predisporsi mentalmente all’essere pazienti attraverso una serie di piccoli suggerimenti
- non intestardirsi verso un obiettivo che in un determinato periodo o contesto risulta difficile o impossibile da raggiungere: meglio aspettare l’occasione propizia evitando così un inutile senso di frustrazione;
- non esagerare nel voler riuscire a portare a termine tutte le attività prefissate per la giornata. Se una di queste salta va bene lo stesso, l’importante è non trascurare i propri cari;
- darsi una seconda chance quando la prima non è andata a buon fine. Chi invece è impaziente punta tutto sul successo immediato e se non lo ottiene cade in uno stato di frustrazione che difficilmente gli permette di non darsi per vinto e ritentare;
- usare i periodi di stasi per fare il punto della situazione e per pianificare e progettare nuove attività e obiettivi futuri.
In conclusione, nella società caotica in cui viviamo la pazienza è senz’altro un valore positivo. Non dimentichiamo che per raggiungere obiettivi importanti ci vuole tempo e di conseguenza è fondamentale essere pazienti con se stessi, con gli altri e con il corso degli eventi necessari per avere successo. E come scriveva Giacomo Leopardi: “la pazienza è la più eroica delle virtù, giusto perché non ha nessuna apparenza d’eroico”.
Si avvicina il Natale, periodo di riflessioni religiose, feste, scambio di doni e cene con i familiari. A proposito di cibo, negli ultimi decenni si è trasformato il modo di rapportarsi all’alimentazione. Lo stile alimentare di molti adulti e bambini ha iniziato a connotarsi di sregolatezza e mancanza di buoni principi nutrizionali. Kessler (2010) parla addirittura di “iperfagia condizionata” che sta ad indicare un impulso a mangiare senza che vi sia un reale bisogno a livello organico.
Ci sono alcuni elementi che caratterizzano l’iperfagia condizionata. Prima di tutto chi soffre di questo disturbo può reperire il cibo con molta facilità, condizione che già predispone ad un maggior consumo; in secondo luogo il cibo diventa fonte di “pregiudizio attenzionale”, cioè la persona, avendo l’alimento a vista, non riesce a resistere alla tentazione di mangiarlo; in terzo luogo ci sono alcuni alimenti che vengono percepiti come iperappetibili, grazie anche al marketing pubblicitario; infine si possono instaurare alterazioni nei circuiti neuronali che causano la maggiore assunzione di cibo attraverso un processo simile a quello della tossicodipendenza (Pellai, 2011).
La possibilità di reperire cibo praticamente sempre sia a casa che fuori ha fatto sì che oggi possa spesso venire meno la capacità di autoregolarsi su quanto e cosa mangiare. Sono tantissime le persone che non smettono di mangiare se vedono ancora cibo nel piatto. Qual è il meccanismo sottostante? Stimoli che producono motivazione e ricompensa (fisiologici quali il sesso, cibo, acqua, o artificiali come le sostanze stupefacenti), stimolano il rilascio di dopamina. La dopamina è un neurotrasmettitore che condiziona l’aspetto motivazionale che sta dietro il bisogno fisiologico di cibo e la voglia di mangiare indipendentemente dalla fame e dalla necessità.
Il cibo attira su di sé l’attenzione e il desiderio del soggetto, parallelamente il cervello aumenterà il rilascio di dopamina che spingerà la persona a mangiare l’alimento ormai diventato irresistibile. In pratica, la persona ingerisce cibo senza che ne abbia davvero bisogno, a causa di una necessità creata dall’ambiente circostante. Solo il fatto di vedere un alimento attiva il desiderio di consumarlo finché non lo si è fatto davvero. Per alcune persone il vedere a tavola qualcosa che è avanzato è fonte di disagio e tensione, fino a che il cibo non è consumato completamente (Pellai, 2011).
D’altra parte questo meccanismo scatta facilmente anche perché c’è una grande e continua disponibilità di cibo a poco prezzo nei bar e nei fast-food. Gli stimoli ambientali sono cambiati. L’opportunità di mangiare è continua, ma quando viene offerto del cibo, non si è obbligati a mangiarlo oppure quando si sceglie da un menù non si devono necessariamente ordinare tutte le portate (Kessler, 2010).
Il desiderio di consumare un cibo che si vede è più forte se lo si è già mangiato in passato perché si sa che piace e che è gratificante. Zucchero, grassi e sale rendono un cibo appetibile e fanno venire voglia di mangiare ancora. Questi ingredienti infatti stimolano i neuroni che attivano il senso di ricompensa a livello cerebrale e rilasciano dopamina che motiva il nostro comportamento e spinge a mangiare di più. Molte persone parlano di “momento di estasi” derivante dal gusto dello zucchero, del sale e dei grassi (Kessler, 2010).
Un cibo è quindi tanto più appetibile tanto più permane il desiderio di mangiarne ancora. Quindi oltre al sale, allo zucchero e ai grassi, ciò dipende anche da caratteristiche sensoriali come la densità, il profumo e la consistenza croccante di un prodotto. L’attenzione sarà catturata con più efficacia da cibi che appaiono gratificanti e appetibili. Quindi, oltre al ricordo del piacere nel gustare un determinato cibo, ha grande importanza anche l’aspetto estetico con cui un prodotto viene presentato. Quando un alimento contiene elementi che gli danno un certo tipo di consistenza, profumo, sapidità e forma, genera un desiderio a livello cerebrale per mangiarlo. In questo modo si dà l’avvio ad una coazione a ripetere, in quanto la persona tende a cercare proprio quel tipo di cibo, continuando a mangiare anche se non ha più fame (Pellai, 2011).
L’aspetto forse più importante è che le persone che cercano gratificazioni nel cibo, lo considerano una vera e propria fonte di piacere, tanto da sostituirlo ad esperienze emotive e relazionali fondamentali nella vita. Per questo motivo è necessario insegnare ai bambini come e cosa mangiare, non fornendo loro alimenti iperappetibili, ma piuttosto nutrienti e sani. Il cibo non deve diventare un sostituto di altre gratificazioni mancate, ma piuttosto una fonte di sostentamento per il fisico che può avere anche risvolti piacevoli, nella ricercatezza della cucina e dei prodotti di qualità.
Ogni giorno assistiamo attoniti ad episodi di violenza che lasciano senza parole. Perché si concretizzano così tanti atti di irruenza? Gli psicologi studiano l’aggressività per cercare di capirne le origini. Alcuni studiosi affermano che l’aggressività è solo un tipo di comportamento influenzato dalle norme e dalle regole di ogni cultura. In quest’ottica la violenza dei gruppi giovanili va calata nel contesto di regole e norme che essi considerano appropriate al comportamento. Le ricerche hanno dimostrato che, ad esempio, i membri di una banda commettono atti aggressivi quando questi sono visti come “la cosa giusta da fare” in una data situazione (Moghaddam, 2002).
Secondo la teoria dell’apprendimento sociale, il comportamento viene appreso attraverso l’osservazione, l’imitazione, le ricompense e le punizioni che riceviamo, mettendo in luce la parte appresa del comportamento aggressivo. In tal senso i mass-media, in particolare la televisione, sono una fonte di modelli per i bambini. Se ad esempio un bambino vede l’eroe di un cartone o di un telefilm che picchia e uccide una banda di persone che lo minacciano, poi potrà valutare di usare quel copione come guida per il proprio comportamento nelle situazioni in cui gli pare appropriato.
La valutazione su ciò che è giusto o meno fare dipende anche dall’educazione e dalle spiegazioni che i genitori danno ai figli riguardo a determinate scene di violenza (Moghaddam, 2002). Rimanendo sempre nell’ambito della famiglia, in genere i bambini fisicamente aggressivi hanno avuto genitori fisicamente punitivi che hanno impartito loro la disciplina mediante un modello aggressivo, con urla, schiaffi e percosse. Questi genitori hanno spesso avuto a loro volta genitori fisicamente punitivi. Tale comportamento punitivo può giungere fino al maltrattamento e, sebbene la maggior parte dei bambini maltrattati non sviluppi comportamenti criminali o non si trasformi in un genitore che maltratta i propri figli, il 30% finisce per adottare comportamenti violenti (Myers, 2009).
Anche l’eredità genetica influenza la sensibilità del sistema neurale alle sollecitazione aggressive. Il nostro temperamento, ossia il nostro livello di intensità e di reattività emotive, ci viene in parte donato alla nascita ed è influenzato dalla reattività del nostro sistema nervoso. Il temperamento di un individuo osservato durante l’infanzia di solito perdura anche in età adulta. Un bambino non aggressivo a 8 anni sarà molto probabilmente anche a 50 anni un uomo non aggressivo (Myers, 2009).
L’aggressività può anche essere stimolata dall’ambiente (caldo, rumore, sovraffollamento e inquinamento). Il fattore climatico più irritante è il caldo e le persone possono diventare più nervose quando il tempo è afoso. Il disagio connesso a una temperatura climatica elevata alimenta direttamente l’aggressività? Sebbene la conclusione possa essere plausibile, la correlazione tra temperatura e aggressività non costituisce una prova.
La presenza di alcuni composti chimici nel sangue può essere un altro fattore che influenza la sensibilità neurale alla stimolazione aggressiva. Molte ricerche indicano che il consumo di alcol scatena l’aggressività quando gli individui vengono provocati. L’alcol incrementa l’aggressività riducendo l’autoconsapevolezza delle persone e la loro capacità di valutare le conseguenze; infatti esso funziona da disinibitore, in altre parole riduce le nostre inibizioni sociali. Pertanto, sotto l’influsso dell’alcol, emergono con più forza le tendenze primarie di una persona, per cui chi è portato a mostrare affetto diventerà più espansivo e chi tende alla violenza diventerà aggressivo. Analogamente, dopo l’ingestione di alcol, le persone che sono soggette alla pressione sociale verso l’aggressività o che sono frustrate o provocate, avvertono minori restrizioni o inibizioni a commettere atti violenti (Aronson, Wilson e Akert, 2010).
Altri ricercatori sostengono che la frustrazione, cioè qualsiasi cosa che impedisca di raggiungere uno scopo, evoca uno stato di istigazione ad agire in maniera aggressiva e che l’aggressività è sempre preceduta da un qualche tipo di frustrazione. Non è detto che l’energia aggressiva esploda direttamente contro ciò che l’ha originata. Secondo il meccanismo della dislocazione, si impara a inibire le ritorsioni dirette, soprattutto quando altri potrebbero disapprovarci o punirci, e a trasferire l’ostilità dislocandola su bersagli più sicuri.
D’altra parte quando una persona cova ira o rancore a causa di una precedente provocazione, persino un’offesa insignificante può innescare un’azione dirompente eccessiva. Questo fenomeno di aggressività dislocata aiuta a comprendere perché una persona precedentemente provocata e ancora in preda all’ira, una volta alla guida della sua auto, potrebbe rispondere a gesti o a comportamenti lievemente offensivi di altri guidatori con vere e proprie reazioni di rabbia intensa e con gesti sconsiderati oppure compiere atti violenti in seguito a lievi critiche da parte del coniuge (Myers, 2009). Molti sono gli studi in corso in questo campo, ma non dimentichiamo che spesso la violenza genera altra violenza.
È sempre affascinante osservare una persona anziana mentre fa le parole crociate, i rebus, gli anagrammi, le sciarade e tutto quello che concerne l’enigmistica. È proprio durante questo passatempo che i piccoli acciacchi della vecchiaia vengono dimenticati per tenere occupata la mente con esercizi che richiedono concentrazione, ragionamento e conoscenza. L’enigmistica diventa un personal trainer del cervello perché permette di esercitare contemporaneamente la memoria, l’attenzione, il pensiero astratto e la logica. Pertanto più si usa il cervello e meno si incorrerà nel rischio di un decadimento mentale. Quando ci si trova a dover rispondere ad una definizione per risolvere un indovinello o per completare le parole crociate, si va a scavare nel bagaglio della memoria a breve e a lungo termine. Questa ricerca permette di tenere sempre allenata e pronta una memoria che altrimenti andrebbe a deteriorarsi.
Questo è importante per le persone anziane, ma anche per i giovani è molto utile allenare la mente a fare ragionamenti per risolvere problemi di enigmistica. Ad esempio i bambini che a scuola studiano una o più lingue straniere potrebbero migliorare la padronanza e la conoscenza del lessico grazie all’uso delle parole crociate scritte nella seconda lingua. L’enigmistica è l’arte di risolvere enigmi. In generale un enigma è un breve componimento, per lo più in versi, che in forma oscura e ambigua allude a una parola o a un concetto da indovinare. Il bello dell’enigmistica è che si può fare in tanti contesti diversi senza molti problemi perché ciò che serve è un giornale di enigmistica e una penna. E allora ecco che ci si può impegnare in treno, in spiaggia, in aereo, a casa. Il potere dell’enigmistica è che necessita di un’alta concentrazione che permette di estraniarsi dal contesto circostante. Il tempo passa in un battibaleno!
Proviamo a spiegare in cosa consistono i giochi più conosciuti dell’enigmistica. Forse il gioco più famoso e diffuso nel mondo è il cruciverba (o parole crociate). Il gioco consiste nel trovare la parola corretta (con il numero di lettere previsto) per ogni definizione. Le definizioni possono riguardare sia argomenti di cultura generale, gossip e spettacolo sia provare a trarre in inganno il lettore con il doppio senso tra il significato di una parola e la parola stessa intesa come entità linguistica (ad esempio, “La fine del giorno”, ha spesso come soluzione “No”). Nella versione base, il gioco si svolge su una griglia quadrata o rettangolare di caselle bianche e nere. Le caselle nere rappresentano le interruzioni tra le parole che vanno a riempire le caselle bianche, una lettera per casella. Uno schema di parole crociate è risolto quando tutte le caselle bianche sono state riempite e tutte le parole corrispondono alle definizioni date. Esistono parole crociate di diversi livelli di difficoltà, determinata sia dalle parole scelte, sia dall’ermeticità o dalla genericità delle definizioni usate per descriverle.
Il rebus consiste in una vignetta che il solutore deve interpretare per ricavarne una frase risolutiva. Un anagramma è il risultato della permutazione delle lettere di una o più parole compiuta in modo tale da creare altre parole o eventualmente frasi di senso compiuto. Ad esempio, l’anagramma semplice (tra parola e parola; ad esempio: calendario = locandiera); l’anagramma a frase (tra parola e frase; ad esempio.: doppiatore = pepita d’oro). La sciarada è uno schema che consiste nell’unire due o più parole per formarne un’altra (ad esempio: tram + busto = trambusto). La crittografia tratta dei metodi per rendere un messaggio “offuscato” (crittogramma) in modo da non essere comprensibile a persone non autorizzate a leggerlo.
E’ chiaro che per tutti i giochi enigmistici, maggiore sarà la difficoltà nel trovare le soluzioni e più grande sarà la soddisfazione nel riuscire a completare il gioco. Dalla descrizione dei vari giochi più importanti, è evidente come nel mondo dell’enigmistica si giochi con le parole sia in base al loro significato che per altri aspetti, come la loro lunghezza, le sillabe o le lettere che le compongono. Per diventare bravi in questi giochi di enigmi è necessario avere una flessibilità mentale che permette di gestire le conoscenze linguistiche su più fronti (D’Urso, 2011).
Chi costruisce i giochi enigmistici, soprattutto quelli più complessi, utilizza una forma combinatoria di pensiero a cui si aggiunge una certa dose di arguzia. A sua volta, il solutore cerca di cogliere gli inganni e le astuzie escogitate dal suo inventore per rendere difficile la soluzione. Solitamente questi giochi sono contenuti in quasi tutte le riviste, ma vi sono anche giornali esclusivamente dedicati all’enigmistica che costano poco e durano molti giorni.
I giochi enigmistici fanno compagnia, tengono la mente occupata e permettono al solutore di immaginare di avere un interlocutore immaginario con cui scontrarsi per risolvere i problemi che di volta in volta gli vengono proposti. L’enigmistica è un passatempo sia per chi deve trascorrere ore di viaggio altrimenti noiose, ma anche per coloro che devono affrontare una malattia, la solitudine, la tristezza; sono stati infatti una valvola di sfogo per moltissime persone nei difficili periodi della guerra e del dopoguerra (D’Urso, 2011). Il segreto risiede nell’attenzione dedicata alla ricerca della soluzione dei vari enigmi che temporaneamente allontana la mente dalle difficoltà della vita.
Sono 2 milioni e 250 mila gli italiani che vivono con una diagnosi di tumore (il 4% dell’intera popolazione). La maggior parte sono donne (1 milione e 250 mila) e anziani. La diagnosi più frequente tra le donne (42%) è il tumore della mammella. Tra gli uomini, il 22% dei casi prevalenti (quasi 220 mila persone) è formato da pazienti con tumore della prostata (Rapporto Airtum, 2010).
Nel 2006 il tasso standardizzato di mortalità per tumori in Italia è stato pari a 26,6 decessi ogni diecimila abitanti, con una maggiore incidenza negli uomini (37,3) rispetto alle donne (19,4). Nel 2007, il livello complessivo della mortalità italiana per tumori si è collocato immediatamente al di sotto del valore medio europeo (16,5 contro 17,3 decessi per diecimila abitanti) (ISTAT, 2006; 2009).
Il cancro, forse in misura maggiore rispetto ad altre malattie, costringe il paziente ad un pesante adattamento attraverso le reazioni personali a livello emotivo, cognitivo e comportamentale sia al momento della diagnosi sia durante l’iter clinico. Questo adattamento è importante affinché la persona possa affrontare i disturbi derivati dalle cure e dalla malattia. Molto utile per affrontare meglio il tumore è il sostegno sociale, mentre tutto è più difficoltoso quando il paziente assume un atteggiamento di chiusura, dubbioso e privo di contatti a livello relazionale.
Affrontare un tumore è un’esperienza durissima e desolante per il paziente, ma anche per i familiari e le persone che gli sono vicine. In quest’ambito così difficile e doloroso convergono varie figure professionali, come il medico di medicina generale, il medico oncologo, infermieri e psicologi.
In particolare, la psiconcologia ha il compito di supportare il paziente durante l’adattamento alla malattia; inoltre, si occupa della formazione di tutte le figure professionali coinvolte e propone strategie efficaci nel sostegno psicologico al malato. Si tratta di un insieme di conoscenze e di una serie di competenze in costante evoluzione, sulle quali si fonda l’identità professionale dello psiconcologo (SIPO, 1998).
Lo psicologo che lavora nell’ambito oncologico si occupa del malato e dei suoi familiari. Per questi ultimi il supporto psicologico avviene sia durante il periodo di malattia del paziente, ma può proseguire anche dopo l’eventuale decesso del malato, fungendo da sostegno nel periodo di elaborazione del lutto. In particolare, lo psiconcologo svolge attività di psicoterapia sia individuale sia di gruppo, conduce gruppi di auto-aiuto, si occupa di valutare se il malato manifesta reazioni psicopatologiche.
Il disagio psicologico che una persona manifesta nel corso di una malattia oncologica non è strettamente connesso ad una sua vulnerabilità o ad una sua predisposizione psicopatologica, quanto piuttosto alla condizione di crisi che la malattia porta con sé. Lo stesso vale per i parenti che vivono il cambiamento dovuto alla diagnosi di malattia oncologica del familiare. Cosa accade quando la persona viene a sapere di avere un tumore?
Innanzitutto compare la crisi, come rottura dall’equilibrio precedente, in cui si possono evidenziare l’esplicitazione del problema e la mobilitazione di familiari e amici. Successivamente il malato sviluppa un nuovo equilibrio attraverso l’accettazione del cambiamento e la ricerca di soluzioni adattive. L’adattamento è importante in quanto rappresenta le strategie messe in atto dalla persona per gestire e diminuire l’impatto di un evento che minaccia la sua vita.
L’obiettivo dell’équipe, ed in particolare dello psicologo che lavora in questo settore, è quello di migliorare la qualità della vita del paziente e di contenere eventuali conseguenze a livello psicologico (come ansia e depressione) che possono compromettere la vita del malato (SIPO, 1998).
Per quanto riguarda il malato, lo psicologo deve sostenerlo per tutta la durata della malattia e nei momenti più difficili da superare; in particolare, quando il paziente sta attraversando una fase depressiva o quando adotta comportamenti che potrebbero ulteriormente peggiorare le condizioni di salute, come eccesso uso di alcol, fumo, alimentazione scorretta.
Può accadere che il paziente possa sviluppare un disturbo psicopatologico a seguito della malattia. Il rischio di conseguenze psichiche necessita di un’organizzazione particolare delle condizioni terapeutiche e dei trattamenti complementari (in particolare del dolore). I disturbi più frequentemente riscontrabili in oncologia comprendono disturbi dell’adattamento, disturbi depressivi, disturbi d’ansia, disturbi della sessualità, disturbi psichiatrici su base organica e disturbi psicotici.
Un ramo della psiconcologia molto toccante e difficile per tutti è l’oncopediatria. In questo settore specifico una grande attenzione è riservata allo sviluppo del bambino ed alla sua famiglia. Lo psicologo sostiene i genitori durante la partecipazione all’iter di cure del figlio organizzando anche l’aspetto ludico-ricreativo durante l’ospedalizzazione, affinché il piccolo paziente si adatti alle nuove condizioni ambientali. Con pazienti in età pediatrica, lo psicologo orienta il suo intervento a cercare di sostenere il bambino in una prospettiva il più possibile normale in un’ottica di un percorso di crescita.
Chi non ha visto il film “Rain Man”? Dustin Hoffman impersonava la parte di un soggetto affetto da autismo. Si tratta di una patologia che si manifesta entro i 3 anni di età con deficit nelle aree della comunicazione, dell’interazione sociale e dell’immaginazione. A volte le persone affette da autismo sono considerate “idioti geniali”, proprio come nel film in cui Charlie (Tom Cruise) scopre che il fratello Raymond (Dustin Hoffman) è eccezionale nel fare i conti a mente tanto da arrivare a sfruttare questo talento per vincere al casinò. A volte, infatti, le persone autistiche sono capaci di eccellenti prestazioni, come quelle relative al calcolo, che alcuni di loro bene evidenziano pur senza saperlo usare nella vita pratica, e alla spiccata memoria, specialmente musicale (Mastrangelo, 1995).
L’autismo, di cui ancora non si conoscono le cause, può anche essere associato ad altri disturbi che alterano la normale funzionalità del sistema nervoso centrale: epilessia, sclerosi tuberosa, sindrome di Rett, sindrome di Down, sindrome di Landau-Klefner, fenilchetonuria, sindrome dell’X fragile, rosolia congenita. L’incidenza varia da 2 a 20 persone su 10.000 (a seconda dei criteri diagnostici impiegati) e colpisce i maschi 4 volte più delle femmine. Per la diagnosi di disturbo autistico devono essere presenti alcuni criteri comportamentali tra cui: marcata e persistente compromissione dell’interazione sociale; marcata e persistente compromissione della comunicazione verbale e non verbale; modalità di comportamento, interessi e attività ristretti, ripetitivi e stereotipati (DSM IV-TR, 2001).
In sostanza il bambino autistico manifesta: difficoltà nell’uso di svariati comportamenti non verbali, come lo sguardo diretto, l’espressione mimica, le posture corporee, la gestualità, che regolano l’interazione sociale e la comunicazione; incapacità di sviluppare relazioni con i coetanei adeguate al livello di sviluppo; mancanza di reciprocità sociale o emotiva (ad esempio, si può verificare una mancata partecipazione attiva a giochi sociali semplici, una preferenza per attività solitarie o un coinvolgimento dell’altro nel ruolo di strumento o aiuto “meccanico”).
Anche l’area del linguaggio è compromessa. Il bambino autistico può manifestare un ritardo o una totale mancanza nel parlare. Laddove è presente il linguaggio verbale, esso è caratterizzato da difficoltà a iniziare o a sostenere una conversazione con altri; un uso stereotipato e ripetitivo del linguaggio; l’altezza, l’intonazione, la velocità, il ritmo o l’accentuazione possono presentare anomalie (ad esempio, il tono di voce può essere monotono o inappropriato al contesto oppure può assumere un’espressione interrogativa in una frase affermativa). Le strutture grammaticali sono spesso immature e includono un uso stereotipato e ripetitivo del linguaggio (ad esempio, ripetizione di parole o frasi senza significato; ripetizione di ritornelli o di slogan pubblicitari) o di un linguaggio metaforico, che può essere compreso solo da chi ha familiarità con lo stile comunicativo del soggetto. Il bambino autistico tende a dedicarsi in modo ossessivo ad uno o più tipi di interessi ripetitivi e ristretti, anomali per intensità o focalizzazione; è rigido nelle sue abitudini o nei suoi rituali; ha un interesse persistente ed eccessivo per gli oggetti.
Vari studi hanno dimostrato che interventi comportamentali intensivi e precoci hanno un’efficacia significativa nel trattamento dell’autismo, in quanto aiutano a superare le barriere comunicative con l’ambiente sociale circostante. In Italia si è sviluppato il progetto MIPIA (Modello Italiano di Intervento Precoce e Intensivo per l’Autismo) con l’intento di rispondere alle esigenze di aiuto al bambino autistico e alla sua famiglia. Questo tipo di intervento, organizzato in base alle esigenze di ciascun bambino, è strutturato in modo che ci sia un’attenta organizzazione del contesto quotidiano del soggetto per favorirne le possibilità di apprendimento grazie a metodologie innovative. È fondamentale che per l’efficacia di questi interventi vi sia il coinvolgimento della scuola “normale” che rappresenta il contesto basilare per l’apprendimento della socialità.
Inoltre, non è facile essere genitori di un bambino autistico, anche perché molte ricerche hanno messo in evidenza come questi genitori possano soffrire di alti livelli di stress cronico oltre che di ansia o depressione. Per migliorare la qualità della vita dei familiari sono risultati efficaci interventi clinici di sostegno e counseling cognitivo-comportamentale (Moderato, 2011). Infine, l’identificazione precoce dell’autismo rappresenta una sfida importante poiché apre delle possibilità di recupero ad un’età dove alcuni processi di sviluppo possono ancora venire modificati. Le ricerche che valutano gli effetti di un intervento precoce mostrano che i bambini beneficiari di tali interventi presentano dei progressi significativi sul piano cognitivo, emotivo e sociale (Howlin e Moore, 1997).
Domanda - Sono una donna di 43 anni, ho un figlio di 8 anni, il mio compagno mi ha lasciata quattro anni fa alla vigilia del mio 39° compleanno, dopo 16 anni insieme. Da allora non riesco a essere felice della mia vita. La fine del mio matrimonio ha segnato la fine di quasi tutte le mie aspettative, avrei voluto avere altri figli, avrei voluto seguire la mia famiglia, mi piaceva cucinare, avrei voluto costruire qualcosa, essere indipendente, avrei voluto essere amata da un compagno di vita. Adesso invece mi sento sola, non realizzata, costretta dalle necessità economiche a svolgere un lavoro che non avrei voluto fare ma che è l’unico che ho e so fare, costretta a vivere con mia madre e a sottostare ancora alle sue regole; costretta dalla salute, dal tempo che passa e dal fatto che sono sola a rassegnarmi a essere la mamma di un figlio unico. In questi anni, sia da sola che con l’aiuto di figure specializzate, psicologi, sono riuscita a riconquistare il mio amor proprio lavorativo, un minimo di autostima fortemente usurata dal mio exmarito. Ancora oggi ammetto di esserne innamorata dato che non riesco a odiarlo e ne avrei di motivi per odiarlo. Col tempo ho riconquistato la mia salute (l’ultimo anno di matrimonio dovetti fare 6 trattamenti antibiotici perchè mi ammalavo in continuazione e avevo le unghie diventate di burro), ma non completamente (mangio troppo, cerco nel cibo conforto). La mia infelicità attuale deriva dal fatto che mi sento sola, sola perchè di una compagnia maschile, priva di amore, ma non sola sessualmente, ma sola come donna e non riesco a uscire da questa condizione. Ho provato a fare nuove conoscenze ma da che ho iniziato a cercare (circa tre anni), ho collezionato solo delusioni. Difficile mettere insieme tutto! Attrazione fisica, cervello e uomo. Non sono una bellezza sono la classica matrona con seno grosso, spalle larghe, bassetta, quadrata (sicuramente ho il problema che io esteticamente non mi piaccio). A 43 anni non è facile trovare un compagno: i miei coetanei guardano le trentenni, quelli un po’ più giovani guardano alle donne come me come a un’ottima soluzione per trovare sesso disinibito a buon mercato; e i più grandi di me solitamente sono uomini rimasti soli perchè hanno qualche problema. Attendo una risposta, grazie e cordiali saluti. Donatella
Risposta - Cara Donatella, forza! È il momento di ricominciare a pensare a te in tutti i sensi. Il tuo obiettivo non è trovare un uomo, ma dedicare del tempo alla cura di te stessa e del tuo corpo. Devi imparare a piacerti. Anche nel rapporto con il tuo ex marito tutta la tua attenzione era dedicata a lui e non a te come persona con i tuoi interessi e le tue passioni. In questo modo si creano solo rapporti di dipendenza totale e di annullamento che quando finiscono lasciano la persona più debole completamente annullata, in quanto priva della sua ragione di vita. Adesso devi imparare a svolgere attività che ti fanno stare bene. Ad esempio, mi scrivi che non ti piaci fisicamente. Fai qualcosa per risolvere questo problema. Come pensi di piacere ad altri se non piaci nemmeno a te stessa? Fai attività fisica, iscriviti ad una palestra, cura il tuo abbigliamento e fai attenzione all’alimentazione. È frequente che chi è deluso dalla fine di un amore usi il cibo come sfogo per riempire un vuoto. Hai 43 anni, sei giovane e hai ancora una vita davanti. Perché sprecarla? Vedrai che quando ti piacerai fisicamente, anche il tuo umore ed il tuo approccio verso gli altri cambieranno. A quel punto sarà giunto il momento per cercare qualcuno con cui condividere il resto della tua vita.
Domanda - Sono una donna separata di 44 anni che convive da dieci con un uomo separato di 48 che ha un figlio viziato, maleducato, strafottente e chi più ne ha più ne metta. Ho cercato di instaurare un rapporto con lui di educazione e rispetto da quando aveva 3 anni, impossibile rimane sempre lo stesso. Comunque questo ragazzino ogni weekend, feste comandate e ferie è sempre con noi e io lo accetto a malincuore ma lo faccio. Premetto che anch’io ho una figlia di quasi 17 anni che non ne vuole sapere né del moccioso né del mio compagno e viceversa, faticano ad andare d’accordo! Per vederla sono io che vado a trovarla, lei vive con il mio ex. Comunque io e il mio compagno ci siamo sempre tenuti un paio di settimane all’anno, ogni sei mesi circa, per andarcene per i fatti nostri senza il moccioso. Quest’anno novità nella nostra solita settimana di ottobre di ferie dove ci rechiamo a Roma, vuole venire anche il piccolo mostro. In ferie se ne era parlato per 3 minuti a cena una sera, ora mi ritrovo che il mio compagno ha già detto con la sua ex che il figlio viene con noi a Roma e io lo so solo ora senza averne parlato più. Io ho provato a dire con il mio compagno che per me andare a Roma è il modo di stare con lui e ho finora dei bellissimi ricordi, che non voglio rovinare tutto per il mostricciattolo, ma ormai la frittata è fatta. Cosa devo fare? Mi dia un consiglio. Io sono stufa di subire la presenza di suo figlio sempre e di non aver più un angolo solo nostro in cui rifugiarmi anche solo nei ricordi. La prego mi aiuti non ne posso più, amo il mio compagno alla follia e non so più che fare. Ho paura che prima o poi questo amore si trasformerà in odio per colpa di suo figlio e della sua ex! Grazie mille del suo aiuto in anticipo. Manuela
Risposta - Cara Manuela, cambiare le cose ora dopo 10 anni di convivenza non è affatto semplice. D’altra parte il ruolo del genitore separato è sempre molto difficile, perché si tendono ad avere sensi di colpa che portano ad accontentare i figli in tutto senza considerare le conseguenze a livello educativo, come ad esempio crescere un bambino viziato e strafottente. Non solo, il genitore separato metterà sempre al primo posto il figlio, nonostante stia vivendo un’altra storia importante. Mi rendo conto che avete da anni l’abitudine di questa settimana fissata solo per voi, ma perché a questo punto non la dedica solo a se stessa, lasciando il suo compagno con il figlio ribelle? Potrebbe andare con un’amica a visitare una bella città, in un luogo termale oppure in campagna. Sarebbe una settimana dove potrebbe coccolarsi e fare ciò che più le piace. Rinuncerebbe a stare con il suo compagno, ma eviterebbe di rovinarsi completamente questa vacanza a causa del bambino. In questo modo anche i bei ricordi di voi due a Roma resterebbero intatti. Chissà che poi il suo compagno vedendola così indipendente, non si penta della sua decisione affrettata e magari la prossima volta sarà più attento anche alle sue esigenze.
Domanda - Talvolta mi capita di pensare che vent’anni fa avrei potuto fare delle cose che non ho fatto e che quindi mi sono perse. Penso anche che probabilmente fra vent’anni penserò che vent’anni prima, cioè oggi, avrei potuto fare cose che non ho fatto e che mi sono perse. Il fatto è che oggi, per quanto mi sforzi di pensare, non riesco a capire cosa potrei fare affinchè fra vent’anni non mi capiti di dire che vent’anni prima, cioè oggi, non ho fatto cose che avrei potuto fare. Non riesco neanche a capire cosa avrei potuto fare vent’anni fa affinchè oggi non mi dicessi che non le ho fatte. Mi puoi aiutare a capire? Ti ringrazio e ti saluto cordialmente.
Risposta - Caro lettore, tutto dipende da come tendi ad approcciarti alla vita e su che basi fai le tue scelte. Magari ponderi troppo a lungo i pro e i contro di tutte le situazioni che ti si propongono durante la giornata o nel corso dei mesi e degli anni. D’altra parte mi scrivi anche che non sai cosa avresti potuto fare 20 anni fa per non pentirti oggi di eventuali occasioni perdute. Si può essere restii a cogliere le occasioni che la vita ci propone per paura, timidezza, ansia, pensieri negativi, diffidenza, ecc. Ma in questo modo continuerai per tutta la vita ad avere il dubbio di ciò che avresti potuto fare e non hai fatto e di come tutto ciò avrebbe potuto cambiare la tua vita. È un pensare continuamente a “se avessi fatto…”, “se avessi detto…”. La vita non può essere coronata di dubbi, ma piuttosto deve essere vissuta pienamente, senza rimorsi né rimpianti con obiettivi di serenità e fiducia.
Domanda - Sono Rosella, una signora di 62 anni (mi pare ben portati) sposata da 39 con un marito che ho sempre definito affettuoso, gentile abbastanza premuroso nei miei confronti, ma che evidentemente nasconde un’anima molto diversa da quella che mi immaginavo. Ne sono sempre stata innamorata, è stato il mio unico uomo. Recentemente, dopo una serie di fatti casuali, ho scoperto che alcuni anni fa è stato con delle prostitute, dapprima per caso (in seguito ad un autostop richiesto) e poi cercata. Dopo un paio di volte molto gradite, sembra che questa ragazza sia sparita dalla circolazione. Allora si è rivolto ad un’altra che però, a suo dire, l’aveva un po’ ripugnato. Al che si è fatto venire i sensi di colpa. Però se non avessi avuto sensazioni di qualche cosa che non andava (non manifestava più desiderio nei miei confronti, strane telefonate che lui spergiura di non conoscere) probabilmente la cosa non sarebbe uscita. Lui assicura che si è trattato di un breve periodo di cui si è strapentito, che è sicuro che non succederà mai più, che mi ama sempre, ma io non riesco più di tanto a perdonare. Per qualche giorno mi sembra di poterlo fare e tutto sembra anche meglio di prima, poi però all’improvviso mi viene una rabbia e lo rifiuto e ferisco. Cosa fare?
Risposta - Cara Rosella, pensa che il vostro rapporto sia esaurito a causa di questi tradimenti oppure ritiene che ci siano dei margini per ripartire da capo ed investire nuovamente nell’altro? Perdonare un tradimento è molto difficile perché va a toccare aspetti intimi della persona, come l’autostima e l’orgoglio. Si prenda del tempo per riflettere senza avere fretta. Se decide di intraprendere la strada del perdono, deve lasciarsi tutti i rancori e la rabbia alle spalle senza che vi sia un clima di sospetto e tensione e cercare di ricostruire qualcosa di positivo con suo marito. Faccia una valutazione tra i vantaggi e gli svantaggi delle varie possibili soluzioni che ha in mente e delle motivazioni che possono aver spinto suo marito a tradirla. Se alla fine il bilancio del rimanere insieme è comunque positivo, insieme createvi degli spazi comuni e cercate interessi da condividere. Magari fate un viaggio insieme che suggelli il desiderio di ricominciare.
Che cosa significa nascere, crescere e passare una vita intera con un gemello? Che tipo di rapporto c’è tra due gemelli rispetto a quello tra altri fratelli o sorelle? Innanzitutto i gemelli possono essere: monozigoti, ossia identici nel senso che condividono il sesso, il patrimonio genetico, l’aspetto fisico e molte caratteristiche psicologiche oppure dizigoti, cioè fisicamente hanno alcune differenze, possono essere anche di sesso diverso e condividono solo in parte le caratteristiche precedenti (il patrimonio genetico è identico in media al 50%, come nei fratelli non gemelli).
La psicologia studia da tempo i gemelli per capire quanto l’ambiente o la dotazione genetica influiscono sul loro sviluppo e più in generale sullo sviluppo delle persone. Un aspetto fondamentale dell’educazione è aiutare ogni bambino, sia esso singolo o gemello, a costruirsi con il tempo una propria identità e indipendenza. Pertanto va considerato che ogni bambino è unico rispetto al suo percorso di vita, alla sua personalità e alla sua storia personale e familiare. Questo vale soprattutto nel caso dei gemelli, poiché spesso si tende a rapportarsi a loro come ad una coppia e non a due persone singole e differenti.
Tanti genitori di gemelli si chiedono come fare per educare i figli in modo che abbiano personalità autonome e definite, mantenendo parallelamente il rapporto di stretta comunione che c’è tra loro. Sin dalla nascita il gemello stabilisce un legame molto forte con la madre ed il co-gemello. Il problema emerge fortemente nell’età adolescenziale, periodo di per sé difficile per tutti i ragazzi, costretti a confrontarsi con se stessi, il proprio corpo, i propri obiettivi, la propria identità.
I gemelli possono incontrare più difficoltà rispetto ai coetanei a causa della maggiore intimità presente tra loro e di un rapporto particolarmente forte e dipendente. Di conseguenza possono avere problemi nel separarsi e a differenziarsi dal gemello e dai genitori, nel costruire amicizie con compagni che siano importanti e costruttive quanto il rapporto con il co-gemello.
Il rapporto che due gemelli instaurano può essere di vario tipo. La condizione estrema è l’unione, nel senso di fusione completa, simbiosi affettiva, conflittualità, ambivalenza e difficoltà nel separarsi (tanto da creare ansia e paura). In questi casi di solito la madre è affettivamente poco presente o è lei stessa a favorire un rapporto così stretto. Vi sono poi altri modelli: quello di interdipendenza, anch’esso molto coinvolgente a livello emotivo, ma meno ansiogeno e conflittuale; il modello scisso, si verifica quando una madre, di solito con personalità borderline, tende a definire i ruoli dei figli in modo rigido (ad esempio, lo studioso e il nullafacente); quello competitivo, in cui i genitori enfatizzano le differenze dei figli ma senza esagerazioni; il modello di attaccamento, presente di solito nei figli gemelli di sesso diverso, con i quali la madre si relaziona in modo differente; il modello idealizzato, in cui il genitore evidenzia le somiglianze dei gemelli e le valorizza (Benelli, 2011).
Quindi come devono comportarsi i genitori di gemelli? Nascere gemelli può creare limiti nello sviluppo della propria personalità solo se la gemellarità viene vissuta dai figli o dagli altri come una gabbia o un limite. Pertanto è fondamentale il modo in cui i genitori, i fratelli, gli insegnanti e gli amici si relazionano con i gemelli, rafforzandone l’uguaglianza e la similarità oppure favorendo l’individualità di ciascun gemello.
Le giuste modalità per aiutare un gemello a crescere con una buona autostima ed una sua identità ben definita devono essere messe in pratica sin dall’infanzia nelle interazioni sociali, nella gestione delle attività quotidiane e nei contesti scolastici. Quando un genitore deve chiamare i figli, è meglio che usi i nomi propri e i pronomi al singolare, evitando di utilizzare espressioni come “voi due” oppure “i gemelli”, rafforzando un’idea di identità simbiotica. I giocattoli non devono essere necessariamente uguali, ma adatti ai desideri di ciascun bambino.
Per quanto riguarda l’abbigliamento si vedono spesso gemelli, soprattutto nell’infanzia, vestiti allo stesso modo. L’idea è carina e divertente, ma è bene che non sia la regola. La differenziazione nel vestirsi è utile non solo ai gemelli, ma anche alle persone che devono riconoscerli (nel caso di gemelli monozigoti). Anche una pettinatura o un taglio di capelli diversi potrebbero aiutare i genitori a riconoscerli senza difficoltà.
L’inserimento scolastico è un altro passaggio difficile nella vita dei gemelli. È bene che frequentino la stessa classe o è meglio che vengano iscritti in classi o addirittura scuole diverse? Ci sono studi sia a favore che contro la separazione, in quanto bisogna valutare il tipo di relazione che c’è tra loro. Se uno dei due o entrambi sono angosciati dalla separazione, allora è consigliabile evitare di imporre una separazione, ma piuttosto intervenire e aiutare il gemello più fragile ad acquisire una maggiore indipendenza. Frequentare classi o scuole diverse aiuta i gemelli a crearsi una rete di amicizie autonoma rispetto al fratello e che risponde maggiormente alle sue esigenze personali (Benelli, 2011). Un rischio che talvolta si verifica quando due gemelli frequentano la stessa classe si concretizza in spiacevoli confronti, spesso messi in atto dagli insegnanti, con l’intento di creare una rivalità allo scopo di facilitare una differenziazione, ma talvolta questo atteggiamento porta a rafforzare una divisione e caratterizzazione dei ruoli già verificatasi in famiglia. Quindi tutti coloro che si trovano a dover accogliere figli gemelli, in primis genitori e insegnanti, devono essere preparati così da facilitarne uno sviluppo equilibrato e individualizzato.
Io ho un problema con mia moglie (46 anni abbiamo 2 figli di 21 e 17 anni). È entrata in menopausa a febbraio e dal mese di maggio io non posso neppure sfiorarla o stare nella stessa stanza dove si trova lei. Io la amo ed i miei sentimenti in questi 25 anni si sono sempre più giorno per giorno rafforzati, ma non so come aiutarla. Stiamo andando da 1,5 mesi 1 volta a settimana separatamente da uno psicologo e da uno psichiatra (che mi ha riempito di medicinali) ma entrambi non mi dannoalcuna risposta su quale è il motivo, mi rispondono capita. Ma io dentro soffro e non solo per me ma soprattutto per lei e i nostri figli. Io non so più come comportarmi, anche perché uno dei medici mi dice che devo tenere i miei spazi, la mia parte di letto anche se lei soffre, mangiare al mio posto vicino a lei (anche se io tento di stare il più possibile lontano da lei per lasciarle tempo libero e di pensare). L’altro medico mi dice di andare via di casa e lasciarla sola con i figli in modo che lei possa avere il tempo è per riflettere e capire cosa ha. Sono disperato e non so come aiutare lei e andare avanti io.
Caro lettore, la menopausa è un periodo della vita di una donna caratterizzato da molti cambiamenti. Pertanto può risultare un passaggio difficile e critico per alcune donne impreparate ad affrontare questa nuova fase della vita che compare tra i 45 e i 55 anni. La menopausa corrisponde alla cessazione del periodo fertile della donna, quando il ciclo mestruale e l’attività delle ovaie si interrompono. Di conseguenza l’organismo inizia a produrre meno estrogeni, responsabili dei molteplici cambiamenti a livello fisiologico e psicologico per la donna. Nelle donne in menopausa cambia anche il metabolismo, per cui il fabbisogno calorico diminuisce e la donna può più facilmente ingrassare. È importante quindi seguire una corretta alimentazione ed un’attività fisica, utili anche per contrastare l’osteoporosi, spesso conseguenza della mancanza di estrogeni.
Le variazioni ormonali si accompagnano ad una sintomatologia fisiologica, contraddistinta ad esempio da vampate di calore, e ad una psicologica che può essere caratterizzata da disturbi del sonno, ansia, irritabilità, depressione, diminuzione del desiderio sessuale. Sicuramente il carattere e la personalità della donna, oltre che il contesto familiare e sociale, influiscono sull’andamento della menopausa e sul superamento più o meno sereno di questa fase di vita. La difficoltà principale risiede nell’accettare il termine del ciclo mestruale e di conseguenza dell’età fertile. Proprio per questo motivo le risorse psicologiche che la donna possiede e che si è creata durante la sua esistenza sono fondamentali per affrontare al meglio questo periodo. Quindi il lavoro, la famiglia, gli interessi e la cultura possono essere fattori protettivi rispetto alle difficoltà di questo periodo.
Un po’ come accade quando una bambina con lo sviluppo diventa donna attraverso tutta una serie di cambiamenti fisiologici e psicologici, così da adulta si trova a dover accettare il passare degli anni e la consapevolezza che il proprio corpo non possa più procreare. La difficoltà in tal senso sarà tanto maggiore quanto più ci sarà stato un investimento sull’aspetto estetico del proprio corpo. Quindi la cosa migliore è riuscire a ristrutturare positivamente questo cambiamento e la propria identità femminile, coltivando interessi sopiti o inesplorati. Ciò vale ancora di più se gli impegni come madre sono venuti meno a causa del trasferimento dei figli in altra dimora.
In pratica, questo periodo di transizione può diventare un’occasione per crescere a livello personale, soprattutto se la donna usa questa fase come spartiacque tra il suo passato e il tempo a venire, facendo un bilancio della propria vita. È fondamentale assumere un atteggiamento positivo e sviluppare la capacità e la voglia di incanalare il proprio affetto verso se stesse alla ricerca di una nuova armonia tra il proprio corpo e le persone che ci sono vicine. Ciò influirà anche sulla vita sessuale, non più “spinta” dalle cariche ormonali, ma da un sano desiderio di benessere psicofisico, senza i vincoli legati alla contraccezione o al desiderio di avere figli.
In conclusione, caro lettore, ciò che è importante capire è quale disturbo accompagna la menopausa di sua moglie. Ad esempio, se si tratta di depressione è fondamentale che vi sia un supporto farmacologico, accompagnato da una psicoterapia. Alla base deve esserci comunque il suo affetto e quello di tutta la vostra famiglia e degli amici. Pertanto rimanga a casa con sua moglie, provi a trovare un interesse comune o un’attività da svolgere insieme nel tempo libero, la aiuti a ritrovare una sua dimensione nella vostra vita quotidiana ed una nuova sintonia di coppia.


